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La voce.info: i costi della politica (5)

19 Dic

Proseguo la pubblicazione degli articoli del prof. Perotti (che andrebbe ringraziato da tutti noi cittadini per le  puntuali e inappuntabili analisi che va conducendo da tempo sull’argomento) su lavoce.info. Stavolta si tratta di un confronto.
Il primo commento che mi viene spontaneo riguarda l’esigenza indifferibile di un preciso rendiconto di tutte le spese affrontate dai deputati sottoposto a controllo e pubblicato on line sul sito della Camera.
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Un deputato italiano costa molto più di uno britannico

Molti sostengono che se si considerano oltre alle indennità anche i rimborsi e tutte le misure di sostegno ai deputati, quelli italiani non costano al contribuente più di quelli europei. Almeno nei confronti dei deputati britannici, questa affermazione è  falsa.

Come è noto, la Commissione Giovannini sulle remunerazioni in Italia e in Europa ha rinunciato all’ incarico. Purtroppo l’ unico suo lascito è  un errore: l’ idea, desunta dall’ unico documento che essa ha pubblicato,  che i parlamentari italiani non costino più dei loro omologhi europei. Anche l’ on. Fontanelli, questore della Camera, scrive a lavoce.info che “se si considerano oltre le indennità e i rimborsi anche i servizi di cui sono dotati i parlamentare per svolgere la propria  funzione, i costi italiani sono inferiori a quelli della Francia, della Germania e della Gran Bretagna.” Questa affermazione è grossolanamente falsa, almeno per l’ unico caso che ho studiato, la Gran Bretagna.
Per comprenderlo, partiamo dal trattamento economico di un deputato italiano (Tabella 1). Esso consiste di una indennità lorda di 10.435 euro tassabile (riga 1), e di una serie di altre voci (diaria, rimborso spese per l’ esercizio del mandato etc.) che sono teoricamente dei rimborsi spese (riga 2), ma non essendo richiesta alcuna documentazione sono di fatto un reddito non tassabile – eccetto, dal 2011, 1845 euro (riga 4). Quindi un deputato italiano intasca” 17.149  euro senza documentazione (riga 3) e può ottenere rimborsi per  1.845 euro con documentazione.
In Gran Bretagna, l’ indennità lorda  è molto più bassa che in Italia, 6.305 euro. Questo è tutto ciò che un deputato può “intascare”. Il resto sono rimborsi, per collaboratori, l’ ufficio nella circoscrizione, viaggi etc. Ma, al contrario dell’ Italia, devono essere tutti documentati (il sito dell’ Independent Parliamentary Standard Authority  ha una pagina che dà accesso a ogni  singola ricevuta per ogni singola spesa di ogni singolo parlamentare: se applicata alle nostre regioni, questo sistema avrebbe evitato molti scandali).  La Tabella 1 mostra la media, nel 2012, di questi rimborsi spese: 12.456 euro.
Sommando tutto, un deputato italiano “costa” al contribuente 19.840 euro al mese, uno inglese 20.774 euro.    La commissione Giovannini e la Camera hanno dunque ragione? No. Primo, un deputato italiano “intasca” molto di più. Secondo, per comparare mele con mele, dobbiamo infatti ricordare che in Gran Bretagna i rimborsi ai deputati sono tutto ciò che lo Stato paga ai partiti. Questi rimborsi di fatto sostituiscono i contributi ai gruppi  parlamentari e i rimborsi ai partiti. (1)
La media, per deputato italiano, dei contributi ai gruppi parlamentari è di 4743 euro al mese (riga 7). La media dei rimborsi elettorali per la sola Camera  è di 5181 euro al mese (riga 8). (2) Infine bisogna aggiungere le spese di viaggio, dato che i deputati viaggiano gratis su praticamente ogni mezzo di trasporto: con una spesa per trasporti di circa 14 milioni nel 2012, questo fa una media di 1.376 euro al mese (riga 9).
In totale, quindi 31.140 euro in Italia contro 20.774 in Gran Bretagna. Un deputato italiano costa almeno  una volta e mezzo il suo collega inglese.

Tabella 1: Spese per deputati, Italia e GB
Schermata 2013-11-25 alle 16.04.22
Fonti: Italia: sito della Camera, bilancio della Camera 2012, e Corte dei Conti; GB: IPSA. Tasso di cambio corretto per la parità di potere d’ acquisto utilizzato: 1.1615 €/£

Tabella 2: Rimborsi in GB

Schermata 2013-11-25 alle 16.04.48
Fonte:  IPSA

Leggi la puntata precedente “Alla Camera continua la disinformazione” o vai allo Speciale con tutte le altre puntate 

(1)  Il finanziamento ai partiti in Gran Bretagna è minimo, 8 milioni di euro ai partiti di opposizione (la “Short money”), equivalente a 1 euro al mese per deputato.
(2) Per calcolare la media dei rimborsi elettorali per deputato, ho fatto questo calcolo. Un documento della Corte dei Conti mostra  una spesa per le prime 4 di 5 rate di rimborso per le elezioni politiche del 2012 di 373 milioni. L’ intero rimborso è dunque 373*(5/4) = 466 milioni. Di questi, 2/3 li ho attribuiti alla Camera, che ha  il doppio dei membri del Senato.

Proprio non ci siamo: i non-risparmi della Camera. Costi della politica (4)

19 Nov

Ormai, lo confesso, non posso più fare a meno delle precise e impietose analisi che Roberto Perotti pubblica su lavoce.info e in contemporanea sul suo sito. Sono un indice puntato, un atto d’accusa senza attenuanti: sono la dimostrazione che la nostra classe politica non ha e non vuole avere la consapevolezza del momento tragico che attraversa il Paese e tende solo a mantenere tutti privilegi che negli anni si è accordata, senza  mai un filo di considerazione e di coscienza verso  i contribuenti, cittadini ed elettori cui dovrebbe render conto. Che dite, non sarà ora di cambiar qualcosa e più di qualcuno?

La Camera annuncia di “rinunciare” a 50 milioni dallo Stato. Ma se ne fa trasferire 40 da un altro fondo. Annuncia anche tante misure di risparmio: alcune sono minime, molte false. E tace sui tanti aumenti di spesa. Risultato: la spesa continua ad aumentare.

Carlo passa tutto il giorno al bar e non ha voglia di lavorare. Solo per sigarette e alcol spende 20 euro al giorno. E’ mantenuto dalla moglie Alice, che prima di andare a lavorare gli lascia 20 euro sul tavolo della cucina.  Un giorno Carlo annuncia che ha capito di avere sbagliato, e che cambierà vita. Ma dopo tre anni Carlo ricomincia a chiedere 20 euro al giorno.  Alice, costernata, chiede agli amici, e scopre l’ amara verità: Carlo non ha mai smesso di fumare e bere. Semplicemente, per tre anni si è pagato alcol e tabacco attingendo al fondo che lui e Alice avevano messo da parte per la pensione. Ora Alice si arrabbia davvero: non solo Carlo non ha “risparmiato” un bel niente, ma ha sprecato questi tre anni in cui avrebbe potuto imparare a disintossicarsi, invece di imbrogliarla con la favola del risparmio.
La Camera dei Deputati ha fatto esattamente come Carlo. Ha annunciato con grande fanfara di aver “risparmiato” 60 milioni rispetto all’ anno scorso, riducendo la richiesta allo Stato – la “Dotazione annuale” – di 50 milioni, e restituendo  allo Stato 10 milioni “risparmiati”  l’ anno scorso.

UN MISTERO NASCOSTO NELLE PIEGHE DEL BILANCIO

Tutti questi “risparmi“ sono sospetti, perché di fatto la spesa della Camera è destinata ad aumentare, secondo il suo stesso bilancio, tra i 10 e i 140 milioni, a seconda che si guardi agli impegni di competenza o ai pagamenti di cassa. La soluzione del mistero è nascosta nelle pieghe del bilancio della Camera.  E ci dice che in realtà entrambi  i “risparmi” del 2013 sono inesistenti.
Primo, la Camera chiede 50 milioni in meno di Dotazione annuale, ma si guarda bene dal dire che in compenso si fa trasferire  40 milioni dal Fondo di solidarietà fra gli onorevoli deputati – un fondo poco conosciuto che serve principalmente a finanziare le indennità di fine mandato, e che sono sempre soldi dello Stato, cioè del contribuente. Il risultato netto per il contribuente è ovviamente quasi  zero. (Per inciso, la stessa “restituzione” è prevista per il 2014 e il 2015: dato che il Fondo aveva un patrimonio netto nel 2012 di 180 milioni, questi trasferimenti ben presto esauriranno il Fondo).
Secondo, il “risparmio” di 10 milioni restituito allo Stato è in realtà una cifra che era stata stanziata nel 2012 e poi mai effettivamente restituita allo Stato, e messa come residuo del 2012 (che si trattasse di un risparmio reale già nel 2012 stesso è dubbio, ma questo è un altro discorso).

LA STRANA ALGEBRA DELLA CAMERA

Dunque non ci sono “risparmi”: né potrebbe essere altrimenti, perché la spesa della Camera aumenterà. Eppure, si obietterà, la Camera ed il suo Presidente, On. Boldrini, hanno continuato a snocciolare esempi di minori spese. Il sito della Camera ha persino una intera pagina web dedicata a “Riduzione delle spese”. Per evitare ingiustizie, vediamo i due documenti separatamente, relativi a questa e alla precedente legislatura.
In questa legislatura, la Camera elenca sette provvedimenti di riduzione di spesa, che quantifica in totale a 8,5 milioni. Commendevole, e meglio di niente. Ma accanto a questi piccoli risparmi, vi sono tanti casi di  aumento di spesa – a cominciare dall’enorme aumento di 20 milioni, che ho documentato nella seconda puntata, delle spese per informaticaLa spesa totale, che è ciò che interessa al contribuente, aumenta.
Ma il problema è che a questo punto è difficile fidarsi di tutto quello che esce dalla Camera. Si prenda una delle sette misure, la “Soppressione dei fondi forfetari di rappresentanza previsti per i singoli titolari di cariche interne; riduzione del 50 percento degli stanziamenti complessivi per le spese di rappresentanza effettuabili per finalità istituzionali; obbligo di rendicontazione per queste spese.” Chiunque legga questo passaggio ha diritto di pensare che le spese di rappresentanza della Camera diminuiranno. Tuttavia, le spese totali per rappresentanza (dal capitolo 205 del bilancio) passano da 482.000 euro di impegni e 665.000 euro di previsione nel 2012 a  673.000 euro nel 2013. Qualcuno dovrà spiegare che algebra viene usata alla Camera. 
Ugualmente, e forse più,  fuorviante è il documento della Camera del 20 Dicembre 2012, quindi della precedente legislatura. Ecco i due “risparmi” principali.

“Riduzione dell’8,60 per cento della spesa per i deputati” (p. 5). Questi sono i numeri ufficiali:
perotti1

La riduzione dell’ 8,6 percento si riferisce presumibilmente al raffronto tra previsione di cassa 2013 e  previsione di cassa 2012 (1): ma se abbiamo già il dato effettivo del 2012, che ragione c’è di usare la previsione (rivelatasi sbagliata) per un raffronto? I dati rilevanti sono le ultime due righe: nel primo caso la spesa aumenta, nel secondo scende dell’ 1,5 percento. E come potrebbe essere altrimenti? Nessun provvedimento sostanziale è stato preso per ridurre la spesa per deputati nel 2013.

“Riduzione di circa il 25 per cento a decorrere dal 2012 del capitolo di spesa per la locazione di immobili (oltre 14 milioni).” (p. 9)  Anche qui, i numeri ufficiali sono:
perotti2

La spesa per locazioni aumenterà dunque di oltre 4 milioni. Riduzione del 25 percento?
Tutto questo non è una questione di puntiglio contabile. La politica italiana non si è resa conto che ci vuole un segnale forte: la Camera deve ridurre la spesa di 200 milioni, veri e subito. Non basta annunciare con squillo di tromba misure da 2 o 3 milioni, peraltro largamente incomprensibili come “la ridefinizione delle regole di utilizzo delle autovetture di servizio da parte di deputati titolari di cariche interne”. Se poi il risparmio non c’è del tutto, e anzi la spesa continua ad aumentare,  allora per il cittadino al danno si aggiunge la beffa. E quando la corda si spezza, le conseguenze sono  imprevedibili.

(1) La riduzione non è esattamente dell’ 8,6 percento presumibilmente perché all’ epoca della compilazione del documento (dicembre 2012) la previsione per il 2013 era diversa.

Costi della politica: un’analisi (scoraggiante) di lavoce.info (3)

12 Nov

Continua la pubblicazione dell’inchiesta di Roberto Perotti per lavoce.info. , ma stavolta c’è una novità: l’on. Fontanelli se l’è presa a male e ha risposto puntigliosamente, appoggiato dall’Ufficio stampa della Camera.
Perotti ha replicato a sua volta, con decisione e precisione. Staremo a vedere gli sviluppi.
Qui di seguito, intanto, la risposta integrale di Roberto Perotti agli interventi dell’on. Fontanelli e alla nota dell’ufficio stampa.

Preparatevi che è lunga, anche se gustosissima.

On. Fontanelli, si rassegni lei guadagna troppo

Ho una notizia buona e una cattiva per il lettore de lavoce.info. La notizia buona è che può continuare a fidarsi di noi: non c’è un’affermazione nel comunicato della Camera (e nell’intervento  del 6 novembre dell’ on. Fontanelli alla Camera, per la parte che mi riguarda) che sia corretta. Alcune affermazioni sono inesatte, altre sono false, altre ancora sono soltanto ingiuriose e volgari, altre infine  sono talmente strampalate da risultare semplicemente imbarazzanti per la Camera intera. (Per la cronaca, prima di pubblicare questa mia risposta ho chiesto all’Ufficio stampa se volessero cambiare la rettifica, dopo aver letto nella loro interezza e compreso i miei articoli, nell’interesse di evitare una pessima figura alla più alta istituzione della nostra democrazia rappresentativa. L’Ufficio stampa non ha ritenuto di cambiare la rettifica, né l’on. Fontanelli di precisare il proprio intervento alla Camera. Quindi procedo senza remore).

TU QUOQUE, ON. BOLDRINI

La notizia cattiva è che la situazione è ancora più difficile di quanto molti di noi pensassimo. Il Parlamento  non solo continua ad ignorare la domanda di decenza che si alza dal paese, ma sembra non essere nemmeno in grado di comprendere (ammesso che sia in buona fede) quello che sta facendo. Una prova ulteriore è venuta dalla presidente della Camera, on. Boldrini, che ieri ha pubblicato il seguente post sulla sua pagina Facebook: “Alla Camera mai prima d’ora è stato messo in atto un programma così consistente di cambiamento e riduzione della spesa. Montecitorio ha approvato ieri il bilancio di previsione 2013. Ecco i tagli e i risparmi decisi per un totale di 60 milioni di euro”. Dove, on. Boldrini, dove? Quello che conta per il contribuente è che la spesa della  Camera aumenterà nel 2013 rispetto al 2012; che la dotazione dallo Stato scenda di 50 milioni, e la Camera restituisca 10 milioni di risparmi passati, come lei afferma, è irrilevante. E non basta elencare i pochi casi  di riduzione di spesa; bisogna anche elencare i tanti casi di aumenti di spesa – come il raddoppio della spesa per informatica da 20 a 40 milioni, in una organizzazione di 630 persone!. Quello che conta è il totale, non le sembra?
Per questo accetto volentieri l’invito a discutere pubblicamente le spese della politica: ce n’è bisogno. Ma mentre i comizi si possono fare da soli, per discutere di qualcosa bisogna essere in due. Quindi prima del nostro incontro l’on. Fontanelli dovrà dismettere i panni del tribuno e dimostrare di aver letto e capito  quello che ho scritto  e i dati sottostanti (da me peraltro resi pubblici). Altrimenti, è una perdita di tempo mio e di soldi del contribuente.

UNA CONFUTAZIONE PUNTUALE DELL’ INTERVENTO DELL’ ON. FONTANELLI ALLA CAMERA

Passiamo ora alla confutazione puntuale delle affermazioni dell’ on. Fontanelli, contenute nel suo intervento alla Camera e nel comunicato dell’ Ufficio stampa (cui farò riferimento). Sarà un esercizio di esegesi talmudica necessariamente noioso. Ma chi non ha tempo o interesse può tranquillamente saltare le tecnicalità che seguono. Il succo del discorso è molto semplice: confermo tutte le conclusioni e ogni numero che ho scritto negli articoli precedenti.

1. Per l’on. Fontanelli  una prova della mia incompetenza e/o  malafede è  “il raffronto  effettuato  tra le previsioni  di spesa per  il 2013 e il dato a consuntivo  relativo  ai pagamenti  effettuati nel 2012, su cui si basa l’assunto della crescita della spesa della Camera”. La pubblicità ingannevole della Camera si basa invece su un raffronto tra le previsioni per il 2012 (fatte nel 2011) e le previsioni per il 2013. Questo è un raffronto surreale: che  senso ha usare le previsioni fatte nel 2011 per il 2012 – e che già sappiamo essersi rivelate errate – quando conosciamo la spesa effettiva per il 2012? Al contribuente interessa sapere quanto si è pagato nel 2012, non quanto i questori della Camera pensavano nel 2011 che si sarebbe pagato nel 2012.  In quale altra organizzazione al mondo, a parte la Camera, per presentare un bilancio si confrontano le previsioni per l’esercizio futuro con le previsioni per l’ esercizio passato, invece che con i dati effettivi dell’ esercizio passato?

2. “Tra l’altro,  incomprensibile è il  fatto  che  non  vi  sia  stato  minimamente   considerato   il  dato  a consuntivo  relativo agli  impegni  di spesa – dunque ai vincoli  giuridici di spesa determinatisi nell’anno di competenza – rispetto al quale solamente il dato dei pagamenti  assume significato concreto.”
Come ho scritto nel mio articolo (pensavo chiaramente) ciò che interessa al contribuente è quanto gli è costata la Camera: in questo senso la spesa di cassa è la più utile. Ma l’onorevole Fontanelli preferisce un confronto sulle spese per competenza? Eccolo accontentato.

La tabella sottostante mostra tutte le possibili combinazioni di confronto tra il 2012 e il 2013 per la spesa totale, in conto corrente e in conto capitale (escluse quindi le partite di giro: vedi sotto). Si tenga presente che i dati di previsione distinguono solo tra competenza e cassa; i dati a consuntivo distinguono anche tra impegni (solo in competenza) e pagamenti.

Cattura

Note: “Prev.”: Previsioni; “Cons.”: Consuntivo

Come abbiamo visto, le righe 1 e 2 sono ciò che in gergo tecnico si chiama “no-no”: un raffronto tra previsioni per il 2013 e previsioni per il 2012 fatte nel 2011. Queste sono le uniche righe che mostrano una diminuzione per il 2013. Sfortunatamente, non si possono utilizzare. Tutte le altre righe mostrano un aumento. Per le ragioni che ho spiegato, quella che meglio rappresenta il costo effettivo per il contribuente è la riga 5. Se all’onorevole Fontanelli non piace, scelga pure la riga 4 (+74 milioni nel 2013) o la riga 3 (+10 milioni nel 2013). In tutti questi casi, nel 2013 la spesa aumenterà, secondo le sue stesse previsioni.

3. “Non si possono raffrontare i dati a consuntivo di cassa con quelli previsionali di competenza”.   On. Fontanelli,  ha letto il mio articolo? I miei dati raffrontano proprio i dati a consuntivo di cassa con quelli previsionali di cassa.

4. “Ancora maggior confusione si  evidenza poi nei  richiami  ai  dati  di  cassa,  nel  loro  rapporto rispetto alle previsioni  di competenza  e al conto residui,  del quale ultimo  l’articolista sembra non conoscere  I’esistenza.” La prima parte di questa affermazione è incomprensibile, ma la seconda, la più importante, mi imputa una ignoranza così straordinaria da essere totalmente implausibile. Non so su cosa si basi questa affermazione, e credo sia semplicemente un rigurgito del vecchio trucco un po’ infantile  di diffamare l’ interlocutore per renderlo poco credibile.
Ma l’on. Fontanelli è stato un po’ ingenuo in questa occasione.   I bilanci della Camera (che ovviamente ho consultato, altrimenti come avrei mai potuto scrivere tutte le mie tabelle?) riportano per ogni capitolo  i residui, la competenza, e la cassa – quest’ ultima come somma delle due voci precedenti. Se anche fossi stato così pazzescamente ignorante da non conoscere la esistenza dei residui, non crede l’on. Fontanelli che a furia di leggere il bilancio della Camera avrei anche io imparato che competenza + residui = cassa?

5. “Chi vuole e – soprattutto – sa leggerlo ne ha tutta la possibilità semplicemente accedendo al sito Internet.” Ma veramente l’on. Fontanelli crede che avrei potuto compilare tutte le mie tabelle in Excel, disponibili sul sito indicato nell’articolo, se non avessi consultato i bilanci della Camera? Quanto alla disponibilità sul sito internet, meglio stendere un velo pietoso: il bilancio consuntivo del 2012 è stato deliberato dall’ufficio di presidenza il 6 agosto 2013, e pubblicato su internet negli ultimi giorni di ottobre 2013 – 10 mesi dopo la fine dell’esercizio.

6. “In secondo luogo, le previsioni di cassa sono per definizione sempre pari o superiori  a quelle di competenza, perché comprendono anche il pagamento dei residui maturati negli esercizi precedenti.” Mi sembra ovvio (si veda il punto 4.): e infatti scrivo nel mio articolo: “in entrambi gli anni la spesa totale di cassa è ben superiore a quella di competenza”.

7. “Da ultimo, il fatto che  un pagamento di un’obbligazione giuridicamente sorta, ad esempio, nel 2012 venga effettuato nei primi mesi dell’anno successivo non significa certo che ci sia un risparmio nel 2012; quando questo accade, si iscrive semplicemente un accantonamento all’interno delle previsioni di competenza del 2012, che sarà utilizzato  per effettuare il pagamento l’anno successivo.” Nulla da eccepire. Non capisco però a chi sia rivolta questa lezione, né dove nei miei articoli io scriva alcunché di non conforme a questo.

8. “La previsione di spesa di competenza per l’anno 2012 resta ovviamente intatta: è a questa che  bisogna riferirsi per capire se l’anno dopo spenderò di più o di meno” Questa parte è insensata. Come ho già spiegato sopra, confrontare previsioni per l’ esercizio futuro con previsioni per l’ esercizio passato,  già superate dai dati effettivi,  è una pratica surreale.

9. “Non si ha una chiara nozione del fatto che i titoli dell’entrata e della spesa relativi alle partite di giro (tra cui rientrano i rimborsi elettorali) non riguardano in alcun modo ii funzionamento dell’Istituzione, poiché riportano flussi finanziari che la Camera  incassa  ed  eroga per  conto terzi”. Ancora una volta: on. Fontanelli, ma ha letto il mio articolo? Le prime due righe della  tabella 1 del mio articolo riportano i totali con e senza rimborsi elettorali, e scrivo:  “Anche escludendo i rimborsi elettorali ai partiti (che figurano sui bilanci di Camera e Senato ma riguardano tutte le elezioni, e variano molto da un anno all’altro) la Camera costa circa 2.2 volte i Comuni (riga 2).”
Inoltre all’on. Fontanelli sfugge un punto fondamentale. La definizione di cosa sia una partita di giro per la Camera è una questione meramente di etichette contabili. In un certo senso, tutte le spese andrebbero rubricate come partite di giro: poiché non ha una tassazione propria, tutti i soldi che la Camera spende (per i deputati, il personale, etc.) li incassa dallo Stato e poi le eroga a terzi. Che la gran parte delle spese sia coperta da qualcosa chiamato “fondo di dotazione” e altre siano coperte da “entrate per rimborsi ai partiti” è una questione puramente di etichette: da un punto di vista sostanziale, non cambia niente.

10. “Per sapere quanto la Camera incassa e spende per il suo funzionamento occorre riferirsi ai soli  titoli  I  e II  dell’ entrata  e della  spesa,  come  del  resto  è palese  nella  stessa  denominazione delle  varie  unita  previsionali   che  costituiscono  il  bilancio  (titoli,  categorie,  capitoli,  voci analitiche)” On. Fontanelli, andiamo, sa benissimo che è esattamente quello che ho fatto!

11. “L’incongruenza della metodologia è del resto comprovata nella stessa nota ai piedi dell’articolo, in  cui  si  dice  testualmente  che  «i  dati  del  2012  sono  in  alcuni  casi  “Impegni”  anziché “Pagamenti”,  in  quanto   la  disaggregazione   dei  capitoli  di   spesa  per  Pagamenti   non  è disponibile”.
Dunque, per l’estensore  impegni  e pagamenti  pari  sono.” On. Fontanelli, ci pensi un attimo:  secondo lei è veramente plausibile che, dopo tutto quello che ho scritto nell’ articolo, io non conosca la differenza fra impegni e pagamenti? Se avesse letto le note di spiegazioni che ho reso pubbliche contestualmente alla pubblicazione dell’ articolo, avrebbe scoperto che in alcuni, rarissimi casi ( evidenziati in giallo nei file Excel) sono costretto ad usare i valori  degli  “Impegni” per attribuire un numero ai sottocapitoli di spesa, in quanto la disaggregazione dei capitoli in sottocapitoli è disponibile solo per gli “Impegni” e non per i “Pagamenti”. Ma i totali per ogni capitolo sono tutti derivati consistentemente dalla voce “Pagamenti” così come, ovviamente, il totale generale, che è tutto, quindi, omogeneo e interamente in termini di “Pagamenti”.
Per stimare i sottocapitoli derivati da “Impegni” in modo che la somma sia uguale all’ originale in “Pagamenti”, uso una metodologia  che si chiama tecnicamente “rebasing” e che descrivo nella nota 5 del mio file Excel: “La disaggregazione in sottocapitoli è disponibile solo per gli impegni, non per i pagamenti. Quando il totale degli impegni per un capitolo differisce dal totale die pagamenti, stimo il valore dei sottocapitoli in “Pagamenti” moltiplicando il valore di ogni sottocapitolo in “Impegni” per il rapporto tra pagamenti e impegni totali di quel capitolo. Queste voci così stimate sono evidenziate in giallo.  Quindi la somma delle singole voci in giallo (terza colonna) [i valori originariamente  da “impegni” trasformati in “Pagamenti”] è uguale al valore aggregato nella seconda colonna [già da “Pagamenti”]”.

11. “In realtà, un  semplice manuale di contabilità di Stato e degli enti pubblici spiega che si tratta di due mondi ben diversi: l’impegno è l’atto  che  imputa  la  spesa  allo  specifico  capitolo   di  bilancio,   con  l’effetto  di costituire un vincolo di destinazione della somma impegnata; il pagamento  si riferisce  invece alla materiale erogazione della spesa in favore del beneficiario, dopo la relativa liquidazione e ordinazione. Esistono dunque spese impegnate ma non pagate; sono quelle che generano residui passivi, di cui – a maggior ragione – può ritenersi che l’articolista non sappia. Grazie della lezione, ma si veda sopra. E, incidentalmente, mi permetto di ripetere: dal punto di vista del contribuente, quello che è rilevante è il pagamento: è questo che gli esce dalle tasche. Un impegno che viene rimandato e poi annullato non ha effetti sul portafoglio del contribuente.

12. “Qui ci si può fermare. Quando è la stessa metodologia seguita a rivelarsi priva di basi, non ha senso addentrarsi nella confutazione dei confronti specifici effettuati nell’articolo. Scegliere un dato purchessia, confrontarlo con dati disomogenei e trarne  conseguenze,  ovviamente  a tesi,  significa fare della numerologia, non della seria comparazione scientifica. Con quali effetti devastanti per una  corretta  informazione  dei  cittadini,  non  mette  conto  dimostrare.” Non commento il tono di questo passaggio. Ma il lettore a questo punto può giudicare chi ha fatto e continua a fare numerologia.

Roberto Perotti

 

Costi della politica: un’analisi (scoraggiante) di lavoce.info (2)

10 Nov

Ed ecco la seconda puntata dell’inchiesta di Roberto Perotti per lavoce.info.

 

 

Abbiamo visto che la Camera dei Deputati costa più del doppio della House of Commons  britannica, nonostante quest’ ultima abbia un numero di deputati addirittura superiore. Ma almeno la spesa della Camera è diminuita in questi ultimi anni? Alcuni provvedimenti recenti  farebbero pensare di sì.

Ma è veramente così? Il sito della Camera ha appena pubblicato, finalmente, il bilancio consuntivo del 2012 e il preventivo del 2013.  Con grande fanfara, la Camera annuncia una riduzione della spesa totale del 2013 sul 2012 di 33 milioni, circa il 3 percento. Non un granché, ma il fatto è che anche questo numero è frutto di un incredibile trucco contabile.  La realtà è che la spesa è aumentata tra i 120 e i 140 milioni, a seconda della definizione: in ogni caso, ben oltre il 10 percento in un solo anno.

 

LA SPESA SEMBRA SCENDERE, MA C’E’ IL TRUCCO

 

Il sito della Camera confronta la spesa prevista per il 2013 (e questo è ok) con la spesa prevista nel 2011  per il 2012. Ma questa previsione iniziale è irrilevante, visto che ora conosciamo la spesa effettiva del 2012. Rispetto a questa, secondo il comunicato  della Camera la spesa nel 2013 aumenterà di ben 74 milioni, da 981 milioni a 1055 milioni. Inoltre, nel comunicato il confronto è fatto sulle spese di competenza. Ma la spesa di competenza non è necessariamente uguale alla spesa effettiva, o di cassa:  per esempio, se quest’ anno  posticipo un pagamento all’ anno prossimo, la spesa di cassa sarà inferiore alla spesa di competenza quest’ anno, e superiore l’ anno prossimo. Proprio per evitare questi trucchi da molto tempo si tende a guardare ai bilanci di cassa. Ebbene, in entrambi gli anni la spesa totale di cassa è ben superiore a quella di competenza, ed ancora una volta sarà molto superiore nel 2013 che nel 2012: sempre secondo il bilancio delle Camera, 1160 milioni contro 1023, un aumento di 137 milioni, oltre il 12 percento!
E’ difficile immaginare una comunicazione più ingannevole di quella prodotta dalla Camera.
Ma come è cambiata effettivamente la spesa di cassa della Camera? La Tabella 1  riporta  la spesa per cassa nel 2011, 2012 e 2013 (prevista), disaggregata secondo le voci principali, esattamente come la Tabella 1 della puntata precedente. Quindi  dalla spesa totale ho tolto  le entrate non da trasferimenti statali e le tasse pagate dalla Camera, per ottenere la spesa a carico dei cittadini. Il 2011 è un punto di partenza utile perché è l’ anno in cui il movimento per la riduzione dei costi della politica si è fatto assordante.

 

IN REALTA’ LA SPESA SALE, OLTRE IL  10 PERCENTO IN UN SOLO ANNO

 

Nel 2012 la spesa totale è scesa rispetto al 2011 (riga 1), principalmente perché i rimborsi ai partiti sono diminuiti e perché si è deciso di rimandare al futuro la quota da versare la bilancio dello Stato . Al netto dei rimborsi ai partiti, la spesa nel 2012 è rimasta stabile  (riga 2), e sarebbe aumentata se si fosse pagata la quota da versare al bilancio dello Stato. Nel 2013 la spesa aumenterà enormemente, e supererà  quella del 2012 di circa 120 milioni (oltre il 12 percento) sia al lordo che al netto dei rimborsi ai partiti.
Guardando alle singole voci, la remunerazione dei deputati, cioè quanto mettono in tasca senza dover presentare alcuna ricevuta, è aumentata in ognuno dei tre anni, contrariamente alla pubblicità ingannevole del sito della Camera. Le pensioni e vitalizi dei deputati aumenteranno nel 2013 di quasi 10 milioni, nonostante la tanto sbandierata riforma.  Le pensioni del personale aumenteranno di  20 milioni, quasi il 10 percento in un anno!
Soprattutto la spesa per acquisto di beni e servizi e la spesa in conto capitale aumenteranno enormemente,  da 160 a 260 milioni. Un po’ tutte le voci sono aumentate, ma si noti l’ andamento della spesa per informatica nella Tabella 2. Già nel 2012 era di 20 milioni, una cifra rispettabile per un’ istituzione di 630 persone, di cui molte usano probabilmente a mala pena un tablet. Ma nel 2013 questa spesa raddoppierà, ad un incredibile 40 milioni. Si noti la spesa per hardware, più che raddoppiata da  7,6 a 16,8 milioni,  circa 27.000 euro per deputato. E questo in aggiunta alla spesa per software,  quintuplicata da 1,2 a quasi 6 milioni di euro,  alle spese per il mantenimento e la gestione dei centri informatici,  da 7,4 a 11,4 milioni, per le assistenze informatiche, da 2,7 a 4,3 milioni, e per l’ accesso gratuito  via Internet agli atti parlamentari,  da 73 mila euro  a ben 2 milioni. E tutto questo senza contare la spesa per la manutenzione di hardware e software. Nonostante  questo enorme investimento in informatica, la Camera spenderà ancora 5,3 milioni per la stampa degli atti parlamentari.

 

MILLE EURO ALL’ ANNO PER OGNI DEPUTATO PER IMPARARE A NAVIGARE SU INTERNET

 

Si noti che la Camera spenderà nel 2013  quasi 700.000 Euro  per la formazione linguistica ed informatica di ciascun deputato. 1000 Euro all’ anno (5000 per legislatura)  per imparare  a navigare su internet e magari a usare Word sembrano un po’ tanti. E poiché immagino che pochissimi deputati abbiano il tempo e la necessità di seguire questi corsi, il costo per quei pochi che li frequenteranno effettivamente  è enormemente superiore. questa è una delle tante voci inspiegabili del bilancio di una istituzione che  sempre più allontana i cittadini dalla politica.

 

Camera dei Deputati: un confronto tra 2011, 2012 e 2013

 

Schermata 2013-11-02 alle 11.15.35

 

Tabella 2. Spese per informatica, 2012 e 2013

 

Schermata 2013-11-01 alle 18.31.43
Fonti: vd. documenti e tabelle sul mio sito web.

 

Dati in migliaia di Euro. I dati del 2012 sono in alcuni di casi “Impegni” anziché “Pagamenti”, in quanto  la disaggregazione dei capitoli di spesa per Pagamenti non è disponibile.

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Roberto Perotti perotti ha conseguito il PhD in Economics al MIT nel 1991. Dopo 10 anni alla Columbia University di New York e due anni all’European University Institute di Firenze, dal 2001 e’ all’IGIER-Universita’ Bocconi e dal 2006 e’ ordinario presso la stessa universita’. E’ research associate del National Bureau of Economic Research e del Center for Economic Policy Research. E’ stato consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Banca Interamericana per lo Sviluppo, della Banca Centrale Europea, della Fed, e della Banca d’Italia. E’ stato redattore de lavoce.info fino al 2012.

Costi della politica: un’analisi (scoraggiante) di lavoce.info

9 Nov

Nella costante confusione della scena politica italiana, occupata spesso da argomenti che poco vi hanno a che fare (come l’indecente permanenza al Senato di un pregiudicato), un argomento scottante come i costi abnormi della stessa politica è come passato in secondo piano.
Per fortuna la questione non è sfuggita all’occhio attento de lavoce.info che da anni conduce una missione di controinformazione e di inchieste, documentate e precise e che si è addentrata negli opulenti meandri dei costi della politica affidandone l’analisi alla puntuale penna di Roberto Perotti attraverso una serie di puntate. Questa è la prima.

La Camera costa due volte e mezzo i Comuni britannici

di ROBERTO PEROTTI

Questo primo articolo prende in considerazione  la Camera dei Deputati. La Tabella 1  mostra la spesa (media dell 2011 e 2012) della Camera dei Deputati e della House of Commons britannica. Quest’ultima costituisce un termine di paragone ideale perché ha all’ incirca lo stesso numero di parlamentari (650 contro 630);  inoltre  la Gran Bretagna ha popolazione, Pil, e Pil pro capite molto simili all’ Italia, e pochio negherebbero che sia  una democrazia funzionante. Note informative su questa tabella, insieme ad una tabella più dettagliata, a un commento più approfondito, e ai documenti originali, sono disponibili sul mio sito web.

LA SPESA PER INDENNITA’ AI DEPUTATI E’ DUE VOLTE E MEZZO QUELLA BRITANNICA

La riga 1 fornisce il totale della spesa della Camera e dei Comuni, al netto delle tasse pagate e delle entrate non da trasferimenti statali: questo è il dato rilevante per stabilire il costo che grava sul contribuente. I Comuni costano circa 450 milioni l’anno; la Camera quasi 1 miliardo e 100 milioni, circa due volte e mezzo. Anche escludendo i rimborsi elettorali ai partiti (che figurano sui bilanci di Camera e Senato ma riguardano tutte le elezioni, e variano molto da un anno all’ altro) la Camera costa circa 2.2 volte i Comuni (riga 2).
Con  una eccezione, ogni voce costa di più (e alcune enormemente di più) alla Camera che ai Comuni. La “Remunerazione dei deputati” (riga 3) comprende le indennità e i rimborsi a forfait (pari a 0 nei Commons), che altro non sono che un reddito non tassato. Questa voce rappresenta dunque il reddito che i parlamentari “mettono in tasca”, indipendentemente dalle spese che sostengono. In totale, sono 119 milioni, circa 188.000 euro per deputato. Ai Comuni sono 51 milioni, meno della metà.
L’ unica voce che è più alta nei Comuni sono i rimborsi da documentare. La differenza è dovuta interamente ad una voce, la spesa per il rimborso delle spese parlamentari, che in Gran Bretagna include le spese per l’ affitto dell’ ufficio del parlamentare nella sua circoscrizione e per il suo staff. Queste spese in Italia sono in gran parte coperte dai contributi ai gruppi parlamentari, che in Gran Bretagna sono inesistenti, dalla spesa per locazione degli uffici (il Parlamento italiano assicura ad ogni deputato un ufficio in o vicino a Montecitorio) e da una miriade di voci di spesa e di sussidi impliciti. Per esempio, la libera circolazione dei deputati su tutti i mezzi di trasporto  possibili e immaginabili (per il 2013 la voce “trasporti”  sul bilancio della Camera è di 14 milioni) o il servizio di ristorazione interno (5 milioni).
Alla Camera, la spesa per pensioni dei deputati – 131 milioni –  eccede la spesa per remunerazioni, ed è 5 volte superiore a quella britannica. L’ abolizione del vitalizio e il passaggio al sistema contributivo pro-rata cambierà leggermente le cose, ma molto lentamente perché chi ha maturato il diritto al vitalizio al 31 dicembre 2011 lo manterrà inalterato.
La Camera spende oltre 300 milioni di euro per le remunerazioni del personale, e 200 per le pensioni, rispettivamente 3 e 15 (!) volte quello che spendono i Comuni. Nel 2012, questi ultimi avevano 1045 pensionati, con una pensione media di sole 9119 sterline (circa 10.700 euro).
Gli acquisti di beni e servizi sono comparabili: 139 milioni contro 122 milioni. La Camera spende 35 milioni in contributi ai gruppi parlamentari, sconosciuti in Gran Bretagna, e 107 milioni di finanziamenti ai partiti, contro i circa 8 milioni di “Short Money” inglese destinata ai partiti di opposizione.

Tabella 1: La Camera italiana e i Comuni britannici
Schermata 2013-11-01 alle 18.36.36

Fonti: vd. documenti e tabelle sul mio sito web.
Note:

1. Dati in milioni di euro, arrotondati al milione più vicino
2. I dati britannici sono convertiti in Euro usando il tasso di cambio corretto per la parità di potere d’ acquisto
3. In entrambi i paesi la spesa totale è sempre al netto delle tasse pagate dalla Camera e delle entrate non da trasferimenti statali
4. In entrambi i paesi la remunerazione dei deputati (indennità etc.) è al lordo delle tasse pagate dai deputati
5. In entrambi i paesi il dato dei rimborsi spese ai deputati  include i contributi pagati dallo Stato

Tabella 2. Risparmi possibili

Schermata 2013-11-01 alle 18.35.18
Fonti: vd. documenti e tabelle sul mio sito web.

a: Da legiferare in modo da superare l’ opposizione della Corte Costituzionale
b: Questa proposta eliminerebbe il sistema di rimborsi e le spese di trasporto (in Acquisto di beni e servizi) e le sostituirebbe con un livello di rimborsi pari a quello britannico, di €109mn, ridotto del 20 percento per tenere conto della diminuzione del numero di parlamentari.

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Roberto Perotti perotti ha conseguito il PhD in Economics al MIT nel 1991. Dopo 10 anni alla Columbia University di New York e due anni all’European University Institute di Firenze, dal 2001 e’ all’IGIER-Universita’ Bocconi e dal 2006 e’ ordinario presso la stessa universita’. E’ research associate del National Bureau of Economic Research e del Center for Economic Policy Research. E’ stato consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Banca Interamericana per lo Sviluppo, della Banca Centrale Europea, della Fed, e della Banca d’Italia. E’ stato redattore de lavoce.info fino al 2012.

Benemerito WIRED: tutti, ma proprio tutti, i finanziamenti alla politica negli ultimi vent’anni

3 Nov

Con un lavoro certosino e quanto mai encomiabile WIRED Italia ha raccolto tutti i dati su tutti i finanziamenti pubblici e privati alla politica italiana (partiti, movimenti, individui) dal 1992 ad oggi. Confesso che a un certo punto mi sono un pò perso nella giungla di dati, ancorchè perfettamente ordinati, semplicemente perchè sorgevano sempre nuove domande e curiosità.
A chi legge l’opportunità di approfondire dove sono andati a finire quasi cinque miliardi di euro. Divertitevi. O incazzatevi, secondo come vi gira.

Tutti i finanziatori privati e i rimborsi elettorali dei partiti politici italiani dal 1992 a oggi

Negli ultimi 20 anni i partiti politici italiani hanno incassato l’equivalente di oltre cinque miliardi di euro. Sono tutti soldi che vengono dalle tasche dei cittadini. La fetta maggiore è il finanziamento pubblico erogato sotto forma di rimborsi elettorali, ma almeno 1,9 miliardi di euro arrivano da quasi 29mila donazioni di cittadini, aziende, fondazioni e altre organizzazioni. Per la prima volta, Wired ha organizzato questo fiume di denaro pubblico e privato raccogliendo tutti i dati in un archivio opendata liberamente consultabile e scaricabile. Ecco chi sono i grandi e piccoli finanziatori privati della politica italiana, chi hanno sostenuto e quando.

Qui la mappa dei finanziamenti.
http://blog.wired.it/soldiaipartiti/infografica

Finanziamento dei partiti: fine della festa

3 Giu

In questo dettagliato rapporto apparso ieri su Il Corriere della Sera, Sergio Rizzo fornisce un panorama aggiornato dei patrimoni attualmente nelle casse dei partiti, inclusi quelli defunti. Me ne deriva la convinzione che non è assolutamente più possibile proseguire per questa strada: come un figlio dissoluto che ha dilapidato un capitale e che va ricondotto alla ragione, ai partiti va fornito il minimo per l’esistenza in funzione dei voti raccolti e il rimborso delle spese elettorali. Basta. Basta anche ai fondi per i gruppi parlamentari, e a quelli consiliari delle amministrazioni locali.
E’ l’unico modo per rieducare non solo i componenti di una classe politica per buona parte avida e incurante dei propri doveri – per primo il rispetto dei contribuenti – e ridare fiducia agli stessi elettori.
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Immobili, debiti e liti per i soldi

I «pesanti» bilanci della politica

Tra cifre astronomiche, fideiussioni personali e indebitamenti Gli enormi patrimoni dei partiti «scomparsi»

ROMA – L’aveva scritto, il commissario di Forza Italia Sandro Bondi, che sarebbe stato il disastro. Messo bene in chiaro, nell’ultimo bilancio. Il taglio dei contributi elettorali avrebbe avuto effetti pesantissimi sui conti di quel partito ormai defunto, che già non erano brillantissimi, anche per via dei 55 milioni di debiti bancari in bilancio a fine 2011: con la certezza di vederli crescere ancora, a causa della rinuncia all’ultima tranche dei rimborsi elettorali imposta con la legge del luglio dello scorso anno. Un passaggio che il tesoriere del Popolo della Libertà Rocco Crimi non aveva esitato a definire «traumatico», confessando che quei soldi il suo partito li aveva già spesi, dopo aver ceduto alle banche crediti verso lo Stato per almeno 20 milioni che però non avrebbe più potuto riscuotere. Soprattutto considerando i costi delle campagne elettorali, che nel 2011, anche se ridotti di 11 milioni rispetto al 2010, non erano comunque scesi sotto i 14 milioni e mezzo. E le spese per mantenere 92 sedi: 4 milioni 340 mila euro soltanto per quelle di via dell’Umiltà e di palazzo Grazioli, a Roma, dov’è la residenza privata di Silvio Berlusconi. Nonché 117 coordinatori e 84 dipendenti, dei quali 34 assunti a tempo indeterminato, in un solo colpo, da Forza Italia

Un conto astronomico, che i 32 milioni l’anno di «rimborsi» elettorali coprivano per neppure due terzi. Né la precaria situazione finanziaria impietosiva gli eletti del partito. Tenuti a dare ciascuno un contributo, il 34 per cento dei parlamentari risultava in ritardo con i pagamenti, il 21 per cento non aveva mai, ma proprio mai, messo mano al portafoglio. Totale degli arretrati, compresi i consiglieri regionali: 4 milioni 646 mila euro. Bondi e Crimi non potevano sapere che Silvio Berlusconi avrebbe ben presto affiancato Beppe Grillo nell’invocare l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Proprio lui, il capo del movimento politico che fra tutti, dall’inizio del secolo, aveva ingoiato la maggiore quantità di denaro pubblico. Senza riuscire a saziarsi. Così da dover colmare il fabbisogno di Forza Italia con i debiti, garantiti da una fideiussione personale del Cavaliere per ben 174 milioni.

Ma non tutti hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Anche perché di denari statali ne arrivavano in tale quantità da non riuscire nemmeno a spenderli tutti. Dal 1974 a oggi il finanziamento pubblico ha fatto piovere nelle casse dei partiti, sotto varie forme, non meno di 10 miliardi di euro attuali. Tanti soldi non potevano che drogare il sistema, da destra a sinistra: provocando casi di pericolosa assuefazione con progressivo e inesorabile distacco dalla realtà. La Margherita, partito estinto quattro anni prima, aveva ancora a fine 2011 sei dipendenti e 19,8 milioni liquidi in banca più 371.743 euro investiti in una gestione patrimoniale Ras. Il tutto, dopo che 22 milioni erano già spariti nella vicenda che ha coinvolto l’ex tesoriere Luigi Lusi. Basterebbero questi numeri a spiegare perché nel 2007, quando è venuto alla luce il Partito democratico, i suoi genitori abbiano scelto il regime della separazione dei beni.

Ma per chi non fosse ancora convinto del peso determinante che hanno avuto i quattrini nel contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata fra Ds e Margherita, valga la storia della sede centrale del partito, in via delle Fratte a Roma. L’immobile è di proprietà della Fondazione collegio Nazareno, che l’ha affittato per 652.933 euro l’anno alla Margherita, da cui il Pd lo subaffitta pagando però 1.292.339 euro. I soldi, tanto, sono dei contribuenti. Non basta. Il Pd ha pure dovuto versare al partito morto, che l’ha fondato, una cauzione di 207 mila euro oltre a prestare una fideiussione di 414 mila euro con la Banca popolare di Milano. Per la serie: fidarsi è bene, non fidarsi è pure meglio.

I Democratici di sinistra, del resto, hanno ugualmente accettato di buon grado l’idea di non fare cassa comune. Ma gli eredi del Partito comunista possedevano qualcosa in più dei “rimborsi” elettorali: 2.399 immobili, gran parte dei quali sono sedi del Pd ma ci sono pure uffici e locali commerciali, la cui proprietà è stata blindata dal tesoriere del partito Ugo Sposetti in oltre 50 fondazioni costituite dalle federazioni locali. A differenza della Margherita, priva di esposizione bancaria, i Ds avevano poi debiti per 150 milioni, dei quali 101 risalenti alla vecchia gestione del quotidiano l’Unità che il partito aveva deciso di accollarsi. Ma con un paracadute già pronto, rappresentato dalla garanzia dello Stato prontamente introdotta con un’apposita leggina.

Che basti questo a giustificare un contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata, non si può dire. Viene soprattutto da domandarsi se la storia del Pd sarebbe stata la stessa nel caso in cui fosse andata in porto una comunione dei beni che nessuno voleva. È certo però che lo schema si è ripetuto, identico, a destra. Dove c’era, anche lì, un partito con un bel patrimonio: tenuto accuratamente, fra le polemiche e le carte bollate, ben lontano dagli sposi dell’epoca, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Si tratta degli immobili di Alleanza nazionale, ereditati dal Movimento sociale italiano, frutto il larga misura, al pari delle proprietà dei Ds, di donazioni e lasciti di militanti e simpatizzanti nel corso degli anni. Il famoso appartamento di Montecarlo venduto per 300 mila euro e nel quale si è scoperto che alloggiava il fratello della compagna di Fini, per esempio. Ma anche la prestigiosa sede di Roma, in via della Scrofa.

Il partito è finito in liquidazione pieno zeppo di soldi dei rimborsi elettorali. Nel 2010, pur essendo già deceduto da ben tre anni aveva in cassa disponibilità liquide, tenetevi forte, per 74 milioni 644.996 euro. Somma che un anno dopo si era ridotta a 11 milioni 876.217 euro. Nel frattempo il 14 dicembre 2011 tutto il patrimonio di An, costituito dalle tre società immobiliari Nuova Mancini, Italimmobili e Venezia estuario, dagli stabili romani di via Paisiello e via Fratelli Bandiera, più arredi e automezzi vari è finito in una Fondazione. I proprietari? Presidente è l’ex senatore di An Franco Mugnai, e nel comitato esecutivo insieme all’amministratore Donato Lamorte compaiono colonnelli del vecchio partito quali Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, ora a capo di Fratelli d’Italia. Valore dei beni trasferiti: 61 milioni. Valore di libro, ovviamente. Il che significa che va moltiplicato per svariate volte. Trecento milioni? Quattrocento? Cinquecento? Comunque un’enormità. Blindata.

Inevitabile che su questa vicenda volassero gli stracci fra le gerarchie presenti e passate del fu Movimento sociale. Ma se c’è qualcosa su cui i nostri politici riescono a litigare con maggiore impegno rispetto alle ben più importanti questioni di linea politica, sono proprio i denari. Dopo la puntata di Report di Milena Gabanelli che ha raccontato il turbinio di proprietà immobiliari intorno ad Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori ha rischiato di andare in pezzi. Risultato è che in parlamento adesso non c’è nemmeno un dipietrista. E di rimborsi elettorali, che comunque dovrebbero cessare del tutto fra quattro anni, neanche l’ombra. Non resta che tirare la cinghia, dopo anni di vacche grasse che hanno lasciato il segno. Alla fine del 2012 l’Italia dei Valori poteva pur sempre contare su un patrimonio netto di 16,6 milioni: 4,4 milioni in banca e 8 milioni investiti in prodotti finanziari fra cui i 7,3 alla Eurizon capital, società di gestione del risparmio del gruppo Intesa San Paolo. Rendono il 3,56 per cento netto.

Di sicuro non come certi investimenti fatti dal precedente tesoriere della Lega Francesco Belsito, che aveva spedito quattrini in Tanzania o a Cipro e acquistava diamanti e lingotti d’oro. Bei tempi, ma irripetibili. Perché adesso è vietato per legge. Ai partiti è concesso investire unicamente in titoli di Stato dei Paesi dell’Unione europea. E i fondi al Carroccio non mancano proprio. Al 31 dicembre 2011 aveva 12,8 milioni in banca e ben 20,3 milioni investiti in titoli, pronti contro termine e certificati di deposito. Per non parlare del patrimonio immobiliare, iscritto a bilancio per 8,3 milioni, e dei sette milioni e mezzo di partecipazioni azionarie. Ma nessuna voce poteva sorprendere più del valore degli automezzi di un partito che contava un anno fa 72 dipendenti: un milione 241.307 euro. Con quei soldi, Beppe Grillo avrebbe finanziato sei campagne elettorali come quella che ha portato il Movimento 5 Stelle oltre il 25 per cento…

Sergio Rizzo
2 giugno 2013

Della ‘società civile’ e di chi non vuol capire

14 Apr

   Pare che ad alcuni questo termine, società civile, appaia alternativamente, fastidioso, incomprensibile, inadeguato o anche che rappresenti un’astrazione, se non addirittura una miope protesta fine a sé stessa. Ad altri (pochi, si spera) suona invece come un insulto o una minaccia. Non pretendo di metter fine a questa speciosa polemica, ma solo dichiarare come la vedo io e, date le mie scarse capacità, mi auguro per chi legga non sia troppo banale.

 

Il Devoto-Oli definisce l’aggettivo ‘civile’ – nel senso comunemente inteso quando accompagna ‘società’ –  chi è “rispettoso del decoro e delle buone maniere; che possiede un alto grado di civiltà, soprattutto sul piano sociale e del rispetto delle leggi”. Eccola quindi, la società civile: quella che si sente coinvolta nel progresso della collettività, che rispetta le leggi, che antepone il bene comune al proprio. Una corrente trasversale che comprende con diverse percentuali ogni ceto sociale e ogni credo politico. Qui, oggi, nella nostra Italia. E’ la società dei cittadini onesti (tra cui, va detto, non mancano per fortuna esempi di personaggi politici che condividono gli stessi obbiettivi e le medesime esigenze), che fronteggia a viso aperto e con decisione quella variegata minoranza  composta da adoratori del compromesso, corruttori, evasori fiscali, maneggioni, speculatori, da chi pone a capo di posti pubblici e di responsabilità individui incapaci per poterli poi manovrare come pedine, da disinvolti speculatori, da gruppi di interessi ai limiti del lecito (talvolta oltre) e via cantando.

E’, quest’ultima, la ‘società incivile’, cioè quella dei disonesti. Tutto qui, non mi pare difficile.

Il problema è che negli ultimi cinquant’anni questa società incivile è riuscita a imporsi ed oggi prospera, impera, comanda, tiene i fili delle marionette.  Ed è riuscita nel suo intento perché una buona parte della classe politica è stata complice talvolta inconsapevole ma quasi sempre artefice e protagonista della sua evoluzione in negativo. Per cui oggi quella stessa classe politica fa a buon diritto parte della società ‘incivile’, dando luogo e alimento, di converso e per reazione, a quel sentimento genericamente indicato come ‘antipolitica’ e di cui poi ipocritamente si lamenta.

Diciamola tutta: quella classe dirigente che non raccolse nel 1981 il disperato allarme di Berlinguer sul disastro già avanzato circa la questione morale, è colpevole del dramma cui assistiamo e che oggi viviamo, non solo perché vi rimase indifferente ma anche perché consentì (se addirittura non incoraggiò) che proliferassero i peggiori istinti rappresentati principalmente dal disinteresse alla cosa pubblica e dall’interesse personale. Quella politica che non solo non seppe o non volle emanare leggi contro la corruzione, per il sostegno di una scuola che formasse eticamente i cittadini di domani, che non intervenne per ripulire i partiti da personaggi indegni, che assistette incapace di opporvisi all’avanzante degrado morale, è non solo colpevole, ma è ancora viva, forte e presente.  E’ la politica che – per fare un esempio clamoroso – non volle raccogliere il significato del referendum contro il finanziamento dei partiti aggirando volpinamente l’ostacolo come sappiamo, per dare libero sfogo a insaziabili appetiti con ogni mezzo, che fece lievitare i costi della politica a livelli sconci, che contagiò la politica locale facendola divenire un’altra grande opportunità per avidi e incapaci, che estese questo modo d’agire e di pensare al mondo imprenditoriale, che sottovalutò colpevolmente il terremoto di Tangentopoli, che quotidianamente si condanna con l’ennesimo scandalo, l’ennesima ruberìa. Ed è  questa la politica che la società civile combatte, contro cui eleva la sua indignazione e la sua vibrante protesta, anche se  (purtroppo, ma ne è conseguenza), talvolta sconsideratamente e dando vita a rigurgiti di  populismo.

Si dice: la politica è bella. Vero. Ma solo se agisce per il bene della collettività, solo quando ne è guida illuminata e disinteressata. Si dice: la politica rappresenta il meglio di una nazione. Vero. Ma possiamo dirlo, in coscienza, anche nel caso della nostra Italia? Si dice: la politica è un dovere dei cittadini. Vero. Infatti, mai come ora sorgono spontaneamente movimenti, gruppi, associazioni di cittadini sull’orlo della rivolta morale, tutti con l’unico obbiettivo di ristabilire il primato della politica. Quella vera, però, quella che ha come prima e unica ispirazione il senso del dovere.  Il ‘senso del dovere’, questa bella espressione che ad alcuni appare così fuori dal nostro tempo e tuttavia è la prima e vitale esigenza della maggioranza silenziosa (ancora per quanto?) degli italiani e che in fin dei conti non è altro che una versione riveduta e aggiornata della ‘legge morale dentro di me’ di kantiana e smarrita memoria.

Per cui a coloro che non hanno ancora capito o non vogliono capire cos’è la ‘società civile’ e cosa rappresenta, che ne  parla con alterigia e  sufficienza (nel migliore dei casi) se non con disprezzo,  si può ora solo rivolgere una innocente domanda: adesso è tutto più chiaro?

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