Archivio | marzo, 2017

Renzi e la zappa sui piedi.

28 Mar

Non solo continua a darsela, ma se ne compiace pure. E’ quello che mi viene in mente leggendo il suo “pensierino”  nella sua E-news 465. Eccolo:

Pensierino della sera. In questi giorni ripartono le polemiche sul sindaco di Roma. Le (presunte) firme false sono l’ultima goccia. E la settimana bianca, e l’abuso d’ufficio, e l’avviso di garanzia, e la funivia. Continuo a pensare che noi dobbiamo rifiutare questa linea di battaglia. È vero, lo sappiamo tutti: se la Raggi avesse avuto la tessera del PD, il blog di Beppe Grillo l’avrebbe disintegrata ogni giorno con post virali e accuse infamanti. Ma siccome lei appartiene al movimento, loro la difendono. Bene, ma allora non facciamo noi i grillini. Non inseguiamoli nel loro terreno finto moralista e molto doppiogiochista. Parliamo di cose concrete, incalziamoli sul fatto che i loro progetti sono irrealizzabili, raccontiamo la nostra idea di Italia. Ma non inseguiamoli nel loro atteggiamento di scontro. Se ci sono firme false, lo dirà la magistratura, non una trasmissione televisiva. Fino a quel momento, massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto. E buon lavoro. E se loro usano un altro metodo, peggio per loro: gli italiani sapranno valutare e decidere.

Mi hanno colpito, ancora una volta, la disinvoltura, la contraddizione e la memoria corta di
quest’uomo. Evidentemente ha rimosso, o pensa che gli italiani (e i romani in particolare) si siano
 dimenticati di cosa è stato capace di combinare lui – appoggiato dal suo sodale e complice Orfini – ai danni del sindaco Ignazio Marino, di Roma e dello stesso Pd cittadino.

Si meraviglia, questo pseudo-campione della democrazia, che gli elettori e i militanti cinquestelle siano solidali con chi hanno eletto, invece di contrastarlo come fecero i consiglieri Pd con Marino. Invoca massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto, lui che per primo (e per ragioni ancora ignote, ma che mi auguro non per molto) puntò il dito contro un sindaco eletto dal 67% dei votanti, con una solida maggioranza in Giunta e con tutti i 15 municipi presidiati dal Pd, dando  così il via ad una ignobile manovra di corridoio che condusse a quel disastro elettorale di cui oggi a Roma subiamo le conseguenze.

Vorrei essere Giachetti per potergli dire come ha la faccia. Ma sono una persona educata.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

La finestra aperta

27 Mar

E così l’ho rifatto. Non l’avrei mai immaginato, ma è capitato ancora. Dopo il primo caso, ho pensato che  sarebbe stato poco probabile replicare l’esperienza. Invece eccomi qua, con “La finestra aperta“, dieci racconti.

Perché i racconti? E’ presto detto: amo i racconti, le storie brevi. Sono come quegli sguardi lanciati casualmente da una finestra che ti permettono di vivere quanto accade giù nella strada. Ti introducono nella vita di tutti i giorni, di permettono di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente. In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi – con le loro personalità, le manie, le loro storie private – potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.
Buona lettura, dunque, per chi lo vorrà.
E grazie comunque per la cortese attenzione.

 

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

184 pagine, formato tascabile, € 12,00


http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/29
6575/come-una-casa-senza-finestre/

Il testamento di Alfredo Reichlin

22 Mar

Giusto una settimana prima di morire Alfredo Reichlin affidava questi pensieri, che a me paiono il suo testamento politico,  a l’Unità. E’ con rimpianto e affetto per il vecchio leone che le riporto più avanti. Reichlin è stato sempre coerente con sé stesso e le sue idee: la sua storia di partigiano, la sua posizione nel PCI,  le sue riflessioni sulla crisi della politica sono un tutt’uno. E il contributo sostanziale che dette nell’estensione del “Manifesto dei valori del PD” – che i dirigenti del partito farebbero bene a rileggersi e mandare a memoria – lo sta a dimostrare.

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Chi esce dal Pd difenda le sue ragioni, che sono grandi, con uno spirito inclusivo e un intento ricostruttivo

 Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

Alfredo Reichlin – 14 marzo 2017

Il bue che dice ‘cornuto’ all’asino.

21 Mar

Nel paragrafo denominato C’è chi è democratico e chi no: il congresso e le comunarie nell’e-news  464 di Matteo Renzi, si può  leggere quel che segue:

Ora io sento di poter dire che i politici mi hanno abituato a sentire di tutto e quindi che non mi stupisco più di nulla. Mi corre però l’obbligo, da cittadino ed elettore (non dei 5 stelle, ci tengo a sottolinearlo) di ristabilire la verità, fin quando possibile. E la verità è che nel caso dei candidati sindaci 5 stelle Renzi non può permettersi di fare lo spiritoso sulla democrazia praticata da Grillo.
Non può perchè lui e il suo braccio armato Orfini hanno fatto ben di peggio. Hanno ordito la manovra per ottenere la decadenza del sindaco Ignazio Marino, un sindaco democraticamente eletto dai romani con 664.490 voti, pari al 63,93 per cento. Hanno disinvoltamente (e stupidamente, visto il seguito) ignorato il primo bene di una democrazia: la sovranità popolare, sancita dalla nostra Costituzione.
Cosa, peraltro, i due sodali ci abbiano guadagnato non lo si è ancora saputo, ma io sono ottimista: vedrete che alla fine uscirà fuori. Intanto, i romani subiscono ogni giorno le conseguenze del misfatto.  

Sempre a proposito di democrazia e di regole, oggi è stata resa nota una sentenza da cui si può dedurre che il l’ex-commissario Orfini, nonché Presidente del Pd nazionale, nonché segretario ad interim/reggente della segreteria dello stesso, non conosce le norme che regolano la vita del suo partito o che, se le conosce, non le tiene in alcuna considerazione.

Riporto dal post di Giancarlo Ricci su Facebook: “La terza sezione del Tribunale civile di Roma, nella persona del giudice Buonocore, ha infatti annullato la delibera della Direzione del PD Roma dell’11 giugno 2015 con cui veniva gravemente colpita l’autonomia organizzativa, patrimoniale e politica dei Circoli territoriali, dei Circoli del lavoro e di quelli tematici riducendoli al rango di sezioni di 15 Circoli municipali diretti da sub commissari nominati dallo stesso Orfini. Il giudice ha riconosciuto, come da noi sostenuto, che tale decisione poteva essere assunta soltanto dall’Assemblea cittadina, e che inoltre il merito della delibera violava in più punti lo Statuto nazionale e regionale del PD, con conseguente lesione dei diritti degli iscritti. Di più, il giudice ha affermato nelle sue argomentazioni che anche la delibera del 27 settembre 2015 – la cui efficacia peraltro è già stata sospesa con decisione di un altro giudice in un distinto procedimento – debba ritenersi non valida perché riproduce sostanzialmente gli stessi vizi e le stesse violazioni della delibera precedente.

E per un partito che si definisce ‘democratico’ mi pare ce ne sia abbastanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eutanasia.

19 Mar

Chiamiamo le cose col loro nome: ‘eutanasia’ viene dal greco antico e vuol dire letteralmente ‘buona morte’. Ed è tutto qui: il diritto per chiunque lo voglia di porre fine alla propria esistenza nel modo più dignitoso e meno doloroso possibile.  Tenere in vita contro ogni intenzione e con ogni sistema possibile chi invece non vuole sopportare oltre il calvario di cui è oggetto è una violenza ed è contrario ad un elementare umano diritto.  Anche la nostra Costituzione (art. 32,2) ne fa cenno: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Detesto quindi l’ipocrisia che si nasconde dietro alcuni giri di parole (“legge sul fine vita”  è uno di questi. ‘Legge sull’eutanasia’ basta e avanza): non parliamo poi dei distinguo e delle sottigliezze che si nascondono nelle discussioni che vanno avanti da anni nel nostro Parlamento. Ancora non si intravede una luce in fondo al tunnel in cui sono finiti i tanti per cui una legge chiara, definitiva e soprattutto civile è necessaria.

Wired ha ricordato recentemente perché lo sia, e quanto sia urgente, una legge che regoli la materia. Lo ha fatto con questo articolo di Simone Valesini che riporto qui di seguito integralmente.

Le storie che ci ricordano l’importanza di una legge sul fine vita

Sono stati diversi, negli ultimi anni, gli episodi che hanno portato sotto i riflettori la necessità di norme chiare sui temi del fine vita, dell’accanimento terapeutico e del biotestamento. Ricordiamoli insieme

Eutanasia diretta o indiretta, volontaria e involontaria. Suicidio assistito, Dat o biotestamento, sedazione profonda. Sono tanti i temi, le sfaccettature e le posizioni che si mischiano quando si parla di fine vita. Una legge sul testamento biologico (e il consenso informato), come quella che verrà discussa nelle prossime settimane alla Camera, non è una legge sull’eutanasia. Non permetterà di scegliere quando è il momento di andarsene, e non avrebbe aiutato in alcun modo Fabio Antoniani nella sua battaglia per affrontare la morte alla proprie condizioni. Eppure sono stati proprio i suoi appelli a smuovere la palude in cui si era arenata la legge, e a spingere il Parlamento ad affrontare nuovamente la questione. Perché senza un nuovo volto, un nuovo paziente con il suo inevitabile strascico di controversie e processi, continuiamo a dimenticarci con quanta urgenza il nostro paese ha bisogno di una legge sul tema del fine vita. Quello dj Fabo d’altronde è solo l’ultimo di una lunga lista di casi che hanno spaccato in due la classe politica, riaccendendo il dibattito su un tema discusso ormai da decenni.

Eluana Englaro
Nel 1992 la ventunenne Eluana Englaro rimase coinvolta in un incidente stradale, che la costrinse in uno stato vegetativo persistente. È una delle conseguenze più drammatiche, e controverse, du questa condizione: il paziente è in stato di veglia, ha gli occhi aperti e presenta il ciclo sonno/veglia, compie alcuni movimenti, ma non presenta alcun contenuto di coscienza. È vivo quindi, ma privo di alcuna volontà o consapevolezza di ciò che lo circonda. Per sopravvivere, il corpo incosciente di Eluana Englaro era attaccato a un respiratore, e veniva alimentato artificialmente. Dopo sette anni, nel 1999 il padre Beppino Englaro decise di intraprendere una battaglia per sospendere i trattamenti alla figlia, reputati un eclatante caso di accanimento terapeutico.

Nel corso del processo diversi amici di Eluana testimoniarono come, di fronte a casi simili, avesse dichiarato di ritenere più dignitosa la morte alla sopravvivenza in stato vegetativo. Il processo spaccò il paese, e si concluse (dopo diversi gradi di giudizio, ricorsi e rinvii) nel 2008 quando la corte di appello di Milano autorizzò la famiglia a sospendere le cure, autorizzando anche il ricorso a sedativi e antiepilettici per accompagnare la ragazza verso il decesso. La dipartita di Eluana si trasformò a quel punto in una corsa contro il tempo, con il governo allora guidato da Silvio Berlusconi (secondo cui Eluana Englaro aveva ancora “un bell’aspetto”) che cercò fino alle ultime ore di vita della ragazza di approvare un decreto legge per impedire la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione.

Piergiorgio Welby
Giornalista, attivista politico, pittore e poeta. Piergiorgio Welby fu colpito sin dall’adolescenza da una forma di distrofia muscolare che lo privò progressivamente della possibilità di camminare, arrivando a paralizzarlo completamente nel 1997 e costringendolo a una tracheotomia e alla ventilazione forzata. Nel 2006, Piergiorgio Welby chiese ufficialmente il diritto all’eutanasia, appellandosi all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il 16 dicembre dello stesso anno, il tribunale di Roma respinse però la richiesta di porre fine all’accanimento terapeutico presentata dai legali di Welby, lamentando un “vuoto normativo” sulla possibilità di interrompere la respirazione assistita.

Pochi giorni più tardi, il 20 dicembre, l’anestesista Mario Riccio eseguì ugualmente la procedura richiesta da Piergiorgio Welby, somministrando un sedativo e staccando il respiratore. Il primo febbraio dell’anno successivo il medico ricevette il sostegno dell’Ordine dei medici, che chiuse poi la procedura aperta nei suoi confronti. E quindi quello della magistratura, arrivato il 24 luglio dello stesso anno, con il proscioglimento con formula piena dall’accusa di omicidio di consenziente.

Il funerale di Welby si è tenuto il 24 dicembre 2006 in piazza Don Bosco a Roma, di fronte alla chiesa che i familiari avevano scelto per la cerimonia religiosa vietata dal vicariato di Roma perché la richiesta di porre fine alla sua vita venne ritenuta in contrasto con la dottrina cattolica.

Giovanni Nuvoli
Quella di Giovanni Nuvoli se possibile è una vicenda ancora più tragica. Attivista, arbitro di calcio ed ex rappresentante di commercio, Nuvoli si trovò a lottare con una grave forma di sclerosi laterale amiotrofica, che in sei anni lo costrinse a letto, completamente paralizzato. Chiese più volte ai medici di staccare il respiratore che lo teneva in vita, ma quando il 10 luglio 2007 l’anestesista Tommaso Ciacca stava per eseguire le sue volontà, la procedura venne bloccata dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della procura di Sassari.

Obbligato dalla giustizia a vivere in quello che aveva definito “un involucro che non riconosco più come il mio corpo”, Nuvoli iniziò uno sciopero della sete e della fame che lo portò alla morte dopo sette giorni di agonia, nei quali un uomo di un metro e 85 centimetri di altezza arrivò a pesare solamente 20 chili.

Elena Moroni
Nel 1998, la 46enne Elena Moroni viene ricoverata per una malattia del sangue e finisce in un coma irreversibile, attaccata a un respiratore che la tiene in vita. Il marito, straziato, decide di compiere quello che definirà in seguito “un estremo gesto di amore”: entra nel reparto di rianimazione armato di una pistola (scarica) e minacciando i medici e il personale dell’ospedale stacca il respiratore della moglie, lasciandola morire. L’uomo viene quindi arrestato, e processato per omicidio.

La sentenza di primo grado, arrivata nel 2000, lo vede condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per omicidio, perché la donna sarebbe stata considerata cerebralmente viva dai giudici al momento dell’irruzione nel reparto. In appello però la sentenza viene stravolta: assoluzione piena, perché è impossibile stabilire se Elena Moroni (in coma irreversibile) fosse realmente viva al momento della rimozione del respiratore.

Carlo Maria Martini
Nel 2012, il cardinale Carlo Maria Martini fu colpito da un aggravarsi del Parkison di cui soffriva ormai da circa 16 anni. La malattia gli rendeva impossibile mangiare e bere da solo e, di fronte alla possibilità di ricorrere ad alimentazione e idratazione artificiale, il cardinale disse no. Nelle ultime ore venne sedato (un intervento palliativo permesso dalla legge italiana nei pazienti destinati inevitabilmente a morire) e accompagnato al decesso dai familiari.

Si può parlare di eutanasia in questo caso? All’epoca si discusse molto: per qualcuno non c’è nessuna differenza con il caso di Eluana Englaro, tenuta in vita unicamente dalle macchine proprio come sarebbe potuto accadere, almeno per qualche tempo, anche al cardinale; per altri sono casi completamente differenti perché il cardinale era destinato comunque a morire di lì a poco, e ha chiesto solamente di non rimandare inutilmente la sua dipartita. A prescindere dalle sottigliezze tecniche, il cardinale Martini verrà ricordato come un uomo che ha avuto la forza, e la possibilità, di lasciare questo mondo alle proprie condizioni.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

Verdini: uno così ce lo teniamo ancora al Senato?

5 Mar

Grazie a Valigia Blu, ho potuto rintracciare questo servizio di Report del 2013 che va visto per intero: come dice Milena Gabanelli in apertura (4’50”), Verdini è “la sintesi di un sistema che si è tanto abituato alla malattia da considerarlo la normalità.”
Scrive Valigia Blu: “Denis Verdini è stato condannato in primo grado a nove anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per i reati di bancarotta fraudolenta e truffa allo Stato, nel processo sul fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, di cui è stato presidente per vent’anni e fino al 2010. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe trasformato l’istituto “nel suo bancomat privato” e in centro di “potere e comando”, favorendo i propri interessi e quelli di “amici di affari come Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei”, imprenditori condannati entrambi a 5 anni e 6 mesi. Due anni e mezzo, invece, la pena calcolata per il deputato Massimo Parisi. Degli affari bancari e editoriali del senatore Report ha raccontato nel 2013.”

Ora, si può essere garantisti fin che si vuole ma una condanna a 9 anni, accompagnata dall’interdizione perpetua dai pubblici uffici, inflitta a un senatore della Repubblica, amico e sostenitore dell’ex-presidente del consiglio, a me normalissimo cittadino non pare sia cosa da poco.  E non mi pare cosa da poco che costui sia noto più per la sua costante assenza in Parlamento che per l’attività per cui è profumatamente pagato dai contribuenti; che abbia usato la sua influenza e la sua carica di presidente del Credito Cooperativo Fiorentino (una banca fondata nel 1909) per finanziare le sue attività editoriali e le imprese degli amici, fino a farla fallire. Per non dire poi del resto, ampiamente documentato nel servizio insieme a tutta la carriera politica di Verdini, i suoi affari personali, la rete di amicizie, i fasti e i fallimenti. E la domanda che come elettore mi sono rivolto più volte guardando il servizio è la stessa con cui la Gabanelli conclude: “Cosa ha fatto Verdini per il Paese?”

Ah, poi ne ho un’altra: cioè, uno così ce lo teniamo ancora al Senato?

Il Pd: “altro che palude”.

4 Mar

Oggi, su Nuova Atlantide un lucido commento di Alfredo Morganti  che mi sento di condividere. In questa brutta storia Consip – al di là delle responsabilità e dei responsabili: ci penseranno i giudici – ritrovo i vecchi vizi italici della scorciatoia, della raccomandazione, del favore da chiedere (e da restituire), dell’opacità, dello scarso o nullo senso del dovere, e via cantando. Tutti vizi che conducono, presto o tardi, a un solo traguardo: la corruzione. Ne usciremo mai? 
Al testo di Morganti, che riporto qui di seguito, mi sono permesso di aggiungere – per vostra comodità – i link ai due commenti citati di Stefano Folli e Claudio Tito. Il neretto è mio.
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‘Repubblica’ di lotta e di governo

di Alfredo Morganti, 3 marzo 2017

‘Repubblica’ di lotta e di governo. Dopo Folli, oggi Claudio Tito

È in corso una specie di escalation. E riguarda l’informazione italiana, presso cui il caso Consip prende piede e produce smottamenti. Ieri su ‘Repubblica’ Stefano Folli aveva detto di sentirsi ‘sconvolto’, dinanzi al “reticolo di un sistema di potere forse ancora artigianale […] ma senza dubbio famelico”. “Quel che conta, da oggi in poi – aveva aggiunto – sarà la capacità del segretario del PD di dissipare ogni dubbio”. Claudio Tito oggi fa un passo in più, e sostiene che “l’ex presidente del Consiglio ha il dovere di spiegare o almeno di sottoporre ai suoi elettori e ai militanti del PD un chiarimento”. Non basta insomma ‘aver fiducia nella magistratura’: per un ex premier è il minimo sindacale.

Se ci arriva ‘Repubblica’ a questi esiti, vuol dire che nel Paese stiamo già un pezzo avanti, ben più avanti degli editorialisti del quotidiano mainstream. Qualcuno comincia a capire che il 4 dicembre non fu un venticello, ma una tempesta. Che non si trattò dei ‘soliti’ populisti e della ‘solita’ protesta antisistema, che non si trattò di uno smottamento globalizzato che colpiva residualmente il nostro Paese, ma di un’onda politica, di un giudizio che andava maturando sui tre anni di governo renziani, sul suo stile di governo, sui problemi che si riproponevano nonostante la propaganda di regime caduta a fiotti. Un vero e proprio giudizio politico che anche i giornali iniziano a vedere nei suoi contorni reali. Che ha prodotto anche una scissione. E che emerge con più forza e più consistenza sull’onda dell’inchiesta Consip.

‘Repubblica’ muove, insomma. Si ‘riposiziona’ lentamente ma decisamente. E così l’informazione in genere. Segnali che lasciano intravedere un riassetto di potere in corso, una ricollocazione delle forze in campo e anche un mutamento dei rapporti e delle relazioni oggi in auge. Basta questo a dire che Renzi è più debole e dunque lo si può battere alle primarie? E che dunque era meglio star dentro che fuori? Io dico di no. Il punto non è la debolezza di Renzi: qui c’è ancora un visione tatticista, di cortissimo respiro, post renziana. Il punto è: il PD è la cosa che è. Ossia uno pseudo partito, senza una strategia e con una classe dirigente logora oppure inesperta o peggio fuori contesto.

Un partito ‘mutato’, svuotato, dove si dà dello ‘sciacallo’ a un suo dirigente, solo perché pronuncia un’opinione in tv in merito alle responsabilità di chi sta al governo, un’opinione pure sin troppo pacata. Un partito che non ha futuro, dove è difficile avere spazio, dove anche la ‘base’ è mutata, riplasmata antropologicamente dagli anni di renzismo. E dunque bene hanno fatto coloro che hanno deciso di riprendere il progetto fuori da quel recinto, magari facendo tesoro di errori e inciampi precedenti. Una nuova fase costituente, non una ‘scissione’. Perché la sinistra è nella melma, lo vedete tutti. Altro che palude. Per uscirne serve un nuovo atto fondativo, mica bazzeccole. Dal PD non aspettatevi più nulla. Adesso è ancora più evidente a tutti.

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