Archivio | luglio, 2013

Francesco al posto di Bergoglio

30 Lug

Ha suscitato più di qualche clamore, ieri, un’affermazione apparentemente di apertura agli omosessuali di papa Bergoglio di ritorno dal Brasile. Il titolo d’apertura dei media accreditava una frase che più o meno diceva così: “Il Papa: Chi sono io per giudicare un gay?”

In effetti, anch’io sono rimasto stupito (piacevolmente) dell’uscita. Poi ho cercato meglio e ho trovato l’originale, per cui mi accingevo a scrivere la mia sulla questione quando mi sono imbattuto in quella che aveva scritto Luca Sappino su l’Espresso. Naturalmente è infinitamente migliore di quanto avrei potuto fare io e allora, ringraziandolo per aver interpretato così bene il mio pensiero e avermi comunque risparmiato una faticaccia, lo riporto qui per intero. Tuttavia mi resta un dubbio: cos’avrebbe detto il poverello di Assisi al posto del papa?

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Papa Bergoglio giudica eccome

Vorrei dimostrare che un titolo come si deve, può cambiare tutto. O, se non tutto, molto.

Non voglio minimizzare il passo, la novità che comunque rappresenta la frase di Bergoglio sui gay. Il Papa, però, non ha detto solo «se una persona è gay, chi sono io per giudicarla», come riportato, twittato e rilanciato da molti.

Il Papa ha detto altro, una frase sicuramente importante, ma che certo non avrebbe scatenato l’ennesimo coro entusiasta. E la sintesi che ne è stata data – da media evidentemente contenti di contribuire al rilancio dell’immagine della chiesa – non è così fedele.

Perché il gay che non può esser giudicato, per Bergoglio, è quello che «cerca il signore e ha buona volontà». Non gli altri, si suppone. E comunque, anche il gay più devoto, è «uno che si è perso» – dice sempre Bergoglio – e che quindi «va aiutato», giudicando se sia o meno «una persona per bene».

Questa è il virgolettato che si trova scavando nei pezzi di cronaca.

«Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene».

Ditemi voi che titolo avreste fatto. Perché la scelta può essere varia: «Chi sono io per giudicare», «i gay vanno aiutati», «bergoglio giudica eccome», «Gay? Non importa quello che si è, ma quello che si fa» (come consigliato nei commenti qua sotto).

Solo alcuni titoli, però, riassumono il senso di quanto detto da Bergoglio. Il Papa, ad esempio, ha richiamato espressamente il catechismo: «Non si devono discriminare o emarginare queste persone (chi «cerca il Signore», ndr), lo dice anche il Catechismo».

Sì, ma cosa dice il Catechismo?

L’articolo 2359 del Catechismo, non è proprio da icona lgbt: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.

E ancora. L’articolo 2357: “L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.

Bergoglio dice «non si devono discriminare»? Segue l’articolo 2358, che non è però un testo propriamente gayfriendly: “Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”.

E ora, che titolo scegliete?

NB. Con la pubblicazione dei video pare che il virgolettato citato sia una ricostruzione solo parzialmente corretta, anche se riportata da alcune agenzie e testate (Repubblica, Internazionale, Libero). In particolare la parola “persi” non viene pronunciata, ma viene forse usata dai colleghi per sintetizzare la frase precedente di Bergoglio sul peccato. Per quanto riguarda il mio post, però, per quanto meno violento, il senso resta: perché Bergoglio ha effettivamente fatto riferimento al catechismo e esclusivamente ai gay che «cercano il signore», e che quindi, tornano sulla retta via. Ovvero, in castità.

 

 

 

Prove tecniche di revisione della Costituzione (2)

29 Lug

PARTE  I


PRINCIPII FONDAMENTALI

 

Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ma fino a un certo punto, eh.

Immagine

Effettivamente.

29 Lug

Altan Paese e riforme

Grazie, Altan.

Libertad

28 Lug

Con un sentito grazie a Concita De Gregorio.

libertad

Pasquino al giorno d’oggi

28 Lug

 

Poeti der Trullo Elettorato

Poeti der Trullo (2) – La politica

Geniale.

27 Lug

Lettera aperta a tutti i parlamentari.         Pork eatitaly
Eatitaly offre porchetta gratis a tutti i clienti se si cancella il”porcellum”.

Tutti tutti, parlamentari inclusi.

Dal testo originale:
Offerta valida fino al 30 settembre.
La legge elettorale è una legge ordinaria e quindi facilmente eliminabile o modificabile. Il “Porcellum”, vigente da 8 anni, non garantisce governabilità, anzi la ostacola. Inoltre non ci permette di scegliere i nostri parlamentari.

Vogliamo tornare a poter esprimere le nostre preferenze!

N.d.R. Il tempo ce l’avete, dateve da fa’.

Un oggetto misterioso: lo Statuto del Pd

27 Lug

Leggendo (e vivendo) le polemiche ultime che stanno agitando il Pd, in particolare sul futuro Congresso e le regole che dovrebbero gestirlo, mi è venuta spontanea una domanda: quanti conoscano il suo Statuto, questo documento fondamentale della vita di quello che dovrebbe essere il più importante partito politico italiano.
Non parlo volutamente di quegli altri documenti – importanti quasi quanto quello – che si chiamano Codice etico e Manifesto dei Valori e che temo fortemente pochi abbiano letto e pochissimi addirittura ricordino o si ricordino della loro esistenza. No, parlo proprio e solo dello Statuto in quanto pietra di fondazione degli ideali basilari e regolatore dell’esistenza e dell’evoluzione del Partito democratico. E non finisco di stupirmi, quasi dolorosamente. Come nella Costituzione – e scusate l’accostamento improprio e sgradevole, visti i brutali e grossolani tentativi in atto di revisione di comodo della nostra Carta – è tutto scritto. Non c’è da fare altro che seguirne le indicazioni.
Ma a qualcuno, troppi in verità, le regole danno fastidio quando non collimano con le proprie ambizioni e allora lo Statuto diviene un oggetto misterioso che può essere contratto, allungato, ristretto, modificato e via così a piacimento.
Vi riporto qui alcuni articoli e poi ditemi se le discussioni, le polemiche, i distinguo, le proposte – tutto più o meno campato in aria – abbia ragione di esistere.

N.B. Il corsivo sottolineato è mio.

Lo Statuto del Partito democratico

Documento conclusivo votato in Assemblea

Modificato dall’Assemblea Nazionale del 6 ottobre 2012

 

CAPO I – Principi e soggetti della democrazia interna

 

Articolo 1

(Principi della democrazia interna)

 

1. Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità, secondo lo spirito degli articoli 2, 49 e 51 della Costituzione.

 

2. Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.

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Articolo 2

(Soggetti fondamentali della vita democratica del Partito) 

 

1.Il Partito Democratico è aperto a gradi diversificati e a molteplici forme di partecipazione. Ai fini del presente Statuto, vengono identificati due soggetti della vita democratica interna: gli iscritti e gli elettori.

 

2. Per «iscritti/iscritte» si intendono le persone che, cittadine e cittadini italiani nonché cittadine e cittadini dell’Unione europea residenti ovvero cittadine e cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, si iscrivono al partito sottoscrivendo il Manifesto dei valori, il presente Statuto, il Codice etico, e accettando di essere registrate nell’Anagrafe degli iscritti e delle iscritte oltre che nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori.

 

3. Ai fini del presente Statuto, ove non diversamente indicato, per «elettori/elettrici» si intendono le persone che, cittadine e cittadini italiani nonché cittadine e cittadini dell’Unione europea residenti in Italia, cittadine e cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, iscritti e non iscritti al Partito Democratico, dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrate nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori.

 

4. Tutti gli elettori e le elettrici del Partito Democratico hanno diritto di:

a) partecipare alla scelta dell’indirizzo politico del partito mediante l’elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee al livello nazionale e regionale.

        

 

 

La passione e la razionalità. Un post su cui riflettere

27 Lug

Conosco Cristiana Alicata da diverso tempo e posso dire di aver raramente incontrato nella stessa persona la passione politica unita alla razionalità in una simbiosi quasi perfetta. Cristiana è intelligente, sensibile, leale e, quel che più conta, spietatamente (anche con sè stessa) coerente. Questo post che ha pubblicato oggi nel suo blog ne è la concreta dimostrazione, anche se non condivido il candidato che si è scelto.

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Il PD e il suicidio di sopravvivenza

Dopo quasi un anno dalle primarie PD, quando l’ apparato di partito (in cui gli EX DC hanno preso il peggio degli EX PCI e viceversa) decise di fare l’operazione “suicidio di sopravvivenza”, siamo al punto di partenza, come se fossimo al Gioco dell’Oca (ahimé poco giuliva) e nulla fosse accaduto.

Ricapitolando brevemente per i fanatici del tema: l’apparato capì che non si poteva impedire la sfida con Renzi, ma bisognava fare in modo che quella sfida fosse impari. Il mantra era: “sfidarlo, ma vincerlo”, un po’ come le elezioni ai tempi delle dittature. La forza organizzativa sui territori non doveva essere travolta dal voto popolare dell’elettorato e di quelli disposti a votare Renzi alle primarie per poi votarlo alle elezioni. Un piccolo punto su questo ultimo tema: votare Renzi alle primarie era per quel pezzo di Paese una cambiale in bianco verso una nuova idea di centro sinistra. Non erano cammelli berlusconiani che votavano Renzi alle primarie e poi votavano Berlusconi (che comunque non si sarebbe mai candidato in quel caso).

No, no. Volevano proprio votare Renzi e lo avrebbero votato con tutto Vendola e Fassina nella coalizione, quindi il “pericolo deriva a destra” non c’era e lo sapeva anche il famoso sanpietrino di piazza del Popolo (il mio riferimento alla stregua della casalinga di Voghera). Ci saremmo trovati Renzi premier con tutto il centro sinistra a governare con lui e quindi una coalizione costretta a dialogare per governare: cose meravigliose che ora fanno Letta e Alfano invece che Renzi e Vendola. Un po’ come succede nel labour inglese dove trotskisti e liberali convivono dialetticamente (e qui sono d’accordo con Cuperlo che dice che in questo partito si è persa la passione per il conflitto). Contenti voi.

C’è stata più violenza, più aggressività contro Renzi durante le primarie che contro Berlusconi in venti anni, inclusa l’ultima tornata elettorale.

La verità era ed è che la dirigenza diffusa di questo partito non vuole consegnare il partito a chiunque non sia allineato alle dinastie in campo dal secolo scorso. Si passa il testimone su principio familistico, non si fanno primarie aperte che facciano evolvere il partito sulla base della realtà. Il principio è l’obbedienza e l’epurazione dei corpi estranei. Si accettano ingressi dal carattere mite e con forti competenze tecniche ma che non pretendano di modificare gli equilibri. Il partito non è uno strumento, è il fine ultimo di sopravvivenza, è il luogo che consente di nominare in Rai, nelle aziende di Stato e nelle partecipate.

Se noi avessimo consapevolezza che i partiti sono davvero lo strumento costituzionale attraverso cui si dipana la democrazia non staremmo perdendo tutto questo tempo a demolire la grande intuizione veltroniana (che mancava di gambe anche per responsabilità del suo stesso ideatore) buttando ore a discutere di regole invece che di quale politica del lavoro dobbiamo mettere in campo per la generazione fantasma.

Questo partito è fatto di centinaia di migliaia di militanti (che sono comunque sempre di meno) che non meritano questo tappo. Non meritano essi stessi di avere paura del cambiamento. Non meritano ancora una volta che le regole del prossimo congresso siano il secondo suicidio di sopravvivenza nel giro di 12 mesi: contenere Renzi e il suo consenso, per tenersi il partito. E il bello è che ogni volta che facciamo le primarie, invece, questo partito (con tutti i difetti delle primarie che qualcuno prova sempre a deviare e che solo le primarie aperte impediscono che accada) diventa più bello e fa andare quasi sempre i migliori. Insomma ce l’abbiamo davanti agli occhi che quando chiamiamo il nostro popolo la diatriba sulle primarie aperte è una stupidaggine megagalattica.

Franceschini dice che dobbiamo separare le due cariche perché non siamo più in tempi di bipolarismo. E’ sbagliato. Siamo noi con la nostra debolezza, con questa vigliaccheria politica che abbiamo generato il terzo polo (Grillo). E invece di andare a riprendere la nostra gente, la lasciamo fuori. Una resa che meriterebbe la pensione, lo dico con rispetto.

Separare le due cariche, l’abbiamo già scritto in molti, significa aumentare la distanza tra Partito e Paese. Affermare che ci sia bisogno di un segretario dedicato al partito è come dire che il segretario deve organizzare un esercito pronto ad obbedire e non un partito che senta il battito del Paese.

Chiudere le primarie perché “il partito è nostro, quindi decidiamo noi chi lo guida” è svuotare di senso l’idea di partito moderno. Poteva andare bene quando il PCI aveva centinaia di migliaia di iscritti e quegli iscritti erano corpo sociale e quindi rappresentativi della società, ora non va più bene: sarebbe interessante avere la profilazione degli iscritti PD. Quanti impiegati statali, quanti assunti nelle partecipate, quante partite iva, quanti imprenditori, quanti studenti, quante casalinghe, quanti pensionati, quanti falegnami, quanti sindacalisti. Secondo me scopriremmo che ci mancano pezzi enormi di Paese e forse scopriremmo che – quei pezzi – è necessario coinvolgerli in modelli partecipativi che abbiamo, funzionano, non si capisce perché eliminarli ogni volta che fa comodo come se la nostra identità di PD fosse sempre in discussione, una roba da rimasticare ogni tanto a seconda di come gira il vento.

La paura di perdere il partito è più grande di quella di perdere le elezioni. Io sto seriamente cominciando a pensare che questo partito è diventato più piccolo e stretto di quello che abbiamo lasciato fuori e che se non si riesce a riaprire le porte, forse bisognerà sbattere una porta e andarsene dove già ci aspetta il Paese.

Fossi in Renzi ci penserei seriamente.

La direzione Pd. In tutte le direzioni.

27 Lug

Michele Serra oggi, su Repubblica.

Amaca 27 07 13

Drammatica seduta stanotte a Montecitorio

25 Lug


Stanotte ho avuto un incubo.
Una premessa: mi piacerebbe molto assistere, almeno una volta, a una seduta a Montecitorio e quindi mi sono rivolto a un amico che mi ha promesso di darsi da fare per farmi ottenere un invito.
Probabilmente  è nato tutto da lì: nel sonno quel pensiero ha attraversato le sinapsi incoscienti e quindi d’un tratto mi sono trovato seduto in alto, tra il pubblico, a guardare l’aula quasi piena e ascoltare la Boldrini che illustrava l’ordine del giorno.  Improvvisamente qualcuno attraversava l’emiciclo e faceva cenno alla Presidente di doverle parlare  e dopo aver ricevuto un cenno d’assenso si chinava per comunicarle qualcosa  all’orecchio. Man mano che proseguiva vedevo il viso della Boldrini che prima impallidiva, poi s’imporporava: d’un tratto si voltò di scatto verso l’interlocutore e la si sentì attraverso il microfono aperto affermare decisa: “Ma non è possibile! Non lo farò!”.

L’uomo si chinava di nuovo verso il suo orecchio e pazientemente si dilungava a spiegare mentre la Boldrini ogni tanto faceva di ‘no’ col capo fin quando l’uomo le disse qualcosa che la lasciò impietrita e le allungò un biglietto che lei lesse in pochi secondi. Fece allora un cenno con la mano per congedarlo e rimase a guardare per qualche istante il  microfono. Poi si decise a parlare.

“Onorevoli colleghi, ho un’importante comunicazione da farvi e richiedo tutta la vostra attenzione” – la voce era bassa, il viso contratto in un’espressione che segnalava uno stato d’animo in tumulto – “sono appena stata informata di un evento inspiegabile quanto di drammatica importanza”.
Naturalmente sto citando a memoria, ma con la massima fedeltà, credetemi.
La Boldrini tacque ancora, come per farsi forza, poi proseguì: “per un incomprensibile guasto dei sistemi informatici, su cui si sta indagando per verificare se trattarsi di un attacco ostile, la registrazione di una importante parte di una seduta della Camera è sparita, cancellata dagli archivi”. Pausa. Brusìo nell’aula in crescendo.  “Si pone quindi il problema di come mettere riparo al danno. Gli uffici della Camera hanno verificato ogni possibile conseguenza del fatto e il loro parere è stato unanime.” – la pausa fu più lunga e vidi la Boldrini travolta dall’imbarazzo che dopo una lunga inspirazione riprese. “Per evitare che l’intera legislatura venga dichiarata nulla occorre che vi ripresenti qui, e subito, quell’ordine del giorno e che si provveda a metterlo subito ai voti. Aggiungo” disse alzando la voce per coprire le grida e i clamori che a quel punto si erano levati da tutto l’emiciclo “che l’esito del voto dovrà essere il medesimo di quel giorno, onde evitare la sciagurata ipotesi cui ho accennato. Onorevoli colleghi, onorevoli colleghi, vi prego!” e cominciò a scampanellare furiosamente per cercare di imporsi, mentre i commessi si preparavano ad entrare in azione nella non improbabile ipotesi di incontri eccessivamente ravvicinati tra le fazioni per un concreto scambio di opinioni.

Mi guardai intorno: lo scarso pubblico era ammutolito ma la tribuna stampa era in subbuglio quanto l’aula dabbasso, con teleobbiettivi, cellulari, telecamere in piena azione e discussioni ben più che animate in corso.

“ONOREVOLI COLLEGHI!” Il grido improvviso quanto imperioso della Boldrini ebbe il magico effetto di far cessare per qualche istante lo strepito e il trambusto generale. “Onorevoli colleghi, devo darvi lettura di un messaggio del Presidente della Repubblica”. Confesso che anch’io rimasi di stucco: ‘come è possibile?’ mi chiesi. e forse fu a causa dell’emozione che non riesco a ricordare bene le parole del Presidente; tuttavia ne ricordo bene il senso. In poche parole, il Presidente Napolitano invitava tutti i deputati in un momento così drammatico a fare ognuno il proprio dovere e guardare solo e unicamente al bene della Patria per evitare il salto nel buio della Repubblica; nessuno poteva sapere quali tragiche conseguenze avrebbe potuto avere per il futuro della Nazione un comportamento difforme ed essi avrebbero pertanto dovuto eseguire senza alcun indugio ordinatamente e disciplinatamente le istruzioni che sarebbero state loro impartite.

Il grave silenzio che seguì fu eloquente. ‘Re Giorgio’ aveva parlato e non erano ammesse discussioni. Nell’apparente quiete si levò una domanda: “e quale sarebbe questa seduta?”. Lo riconobbi: era un giovane deputato monzese del Pd, noto per le sue prese di posizione e per il suo atteggiamento diciamo così, ‘critico’ verso il stesso partito, e la sua domanda riaprì il clamore. “Un attimo ancora, onorevoli colleghi” – implorò la Boldrini – devo prima darvi lettura della procedura straordinaria che si dovrà seguire. Dunque, dovremo fare in modo che, in una ben diversa composizione della Camera, il risultato sia esattamente il medesimo. Non sarà facile: la minoranza di allora, che votò contro (calcò la voce) è oggi è al governo con quella che all’epoca era la maggioranza e che votò a favore.  Pertanto faccio appello al vostro senso di responsabilità, invitando i capigruppo a raccordarsi tra loro per ottenere questo obbiettivo. In altre parole, si dovrà fare in modo che, seguendo l’appello nominale, si abbia alla fine questo risultato: presenti 614, votanti 613, maggioranza 307, favorevoli 315, contrari 298, astenuti 1. Ricordo solo che di quella maggioranza sono oggi presenti 97 del PdL, 20 della Lega Nord e 9 di Fratelli d’Italia, mentre sono invece 293 i deputati del Pd che era allora all’opposizione. Comunque, COMUNQUE (alzò la voce per coprire il chiasso) mi informano che in questo momento sono presenti in aula esattamente 614 deputati e quindi possiamo procedere”. Inforcò gli occhiali e si schiarì la voce: “Dò lettura dell’ordine del giorno della seduta 429 di giovedì 3 febbraio 2011: domanda di autorizzazione ad eseguire perquisizioni domiciliari.”

Ci fu un attimo di silenzio, ma solo un attimo, e poi si scatenò la bagarre. L’aula divenne un inferno di urla e grida, mentre i commessi si schieravano a fare da scudo. Non capivo. Mi rivolsi a un giornalista noto blogger pregandolo di spiegarmi e la risposta fu lapidaria: “E’ la seduta nella quale 315 deputati dichiararono in pratica che credettero a Berlusconi quando affermò che era convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak”. “E allora, adesso che succede?” chiesi ancora. “Succede – rispose il giornalista sogghignando – che mò ci divertiremo a vedere quelli del Pd votare a favore su quanto avevano votato contro due anni fa”. “Ma non lo faranno” dissi io incredulo con un filo di voce. “Lo faranno, lo faranno” continuò cinicamente lui “ormai votano a comando”.

E’ stato allora che mi sono svegliato, madido di sudore: dev’essere stato il mio stesso urlo.

 

 

 

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