Archivio | dicembre, 2017

Liberi di pensare

30 Dic

Il pensatore di Auguste Rodin – 1902 – Musée Rodin, Parigi

Il bell’editoriale di Simona Maggiorelli su Left in edicola così s’intitola. Ed è singolare ed allo stesso tempo grottesco riflettere sul fatto che a settant’anni dalla nascita della Costituzione e dalla Liberazione dal fascismo ci tocchi ancora augurarci di poter essere liberi di pensare e agire per il bene del Paese. Siamo invece intrappolati tra gli interessi elettorali e di bottega di un partitismo che da motore dell’evoluzione politica e intellettuale della Nazione si è ridotto a mera e insulsa fabbrica di consensi, costino quel che costino.

Tuttavia l’ottimismo della ragione induce a sperare ancora. A persistere pervicacemente a batterci affinché la Costituzione sia attuata completamente. E quindi continuare laicamente a essere liberi di pensare.  

Liberi di pensare

di Simona Maggiorelli

In questo tribolato fine anno che si conclude senza vedere riconosciuti diritti fondamentali come lo ius soli e senza nemmeno l’ombra di corridoi umanitari per i moltissimi che scappano da guerre, dittature e povertà, che fine ha fatto una prospettiva di sinistra? Qualche fragile segnale di una sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso si intravede all’orizzonte, volendo essere molto generosi e ottimisti. Aduggiata dalla 
gigantografia del naufragio del Giglio magico che campeggia su tutti i giornali. Matteo Renzi s’incarta da solo, dopo aver invocato la commissione banche, affidandola a Casini (che udite, udite, potrebbe essere candidato nelle liste del Pd a Bologna). Sempre più difficile per il segretario del Pd ed ex premier nascondere il macroscopico conflitto d’interessi della sottosegretaria Maria Elena Boschi riguardo alla Banca Etruria (solo Matteo Orfini intigna). L’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni ha indirettamente confermato ciò che De Bortoli ha scritto nel suo libro. (L’ex ministro Boschi aveva minacciato querela poi ha deciso di procedere per via civile).

Mentre scriviamo, perfino fedelissimi di Renzi, come Lotti e Delrio, vacillano rispetto alla ipotesi di una ricandidatura della Boschi, fosse pure nel collegio più lontano dal distretto dell’oro aretino. Segnali che la sonorissima bocciatura della riforma costituzionale Renzi – Boschi al referendum del 4 dicembre 2016 (ostinatamente negata dai due firmatari) comincia a produrre effetti, seppur con effetto retard?
Certo, ribadiamo, non basterà de-renzizzare il Pd perché diventi un partito di sinistra. Perché la sinistra possa rinascere in quest’Italia che a marzo andrà a votare con la legge truffa detta Rosatellum, occorre un drastico cambio di punto vista, è necessaria una visione politica nuova, laica, moderna, che dia rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, che si apra alle donne e ai migranti come soggetti politici… per cominciare.
Negli ultimi vent’anni la sinistra è andata in tutt’altra direzione: quella “radicale” si è persa dietro al pifferaio Bertinotti, che dal Brancaccio del 1991 voleva condurla sul monte Athos, celebrando una rifondazione catto-comunista in salsa radical chic. Quella più moderata era già caduta per terra, rumorosamente come il muro nell’89, mentre inseguiva una non meglio identificata Cosa rossa. Così dopo la svolta della Bolognina si è applicata a imitare il blairismo e si ostina a farlo ancora oggi (inseguendo Macron), non accorgendosi che il neoliberismo figlio della Thatcher ha fallito bellamente e che, anche in Inghilterra dove è nato, è stato rottamato da un vecchio signore di nome Corbyn che dialoga con le nuove generazioni. Il vuoto totale di idee in cui, purtroppo, si dibatte la sinistra oggi è reso evidente dal suo continuo invocare papa Bergoglio come leader. Non vedendo (o facendo finta di non vedere) l’assoluto conservatorismo della dottrina, che condanna le donne a fare figli come conigli, che le addita come assassine se decidono di abortire.

Quali e quanti danni faccia la politica italiana genuflessa lo vediamo con chiarezza anche in questo fine anno: all’indomani dell’approvazione della legge sul biotestamento, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dichiara di voler garantire l’esercizio dell’obiezione di coscienza sulle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) a medici e strutture cattoliche. Anche se la legge appena approvata non prevede l’obiezione di coscienza. Anche se il diritto costituzionale al rifiuto e all’interruzione delle cure viene riaffermato nell’art. 1 della recente legge (sesto comma). È inaccettabile il violento paternalismo cattolico che annulla le esigenze, il sentire, il dolore della persona riducendola a mero corpo, mera biologia, da conservare ad ogni costo. Come si fa a non vedere quanto sia tutt’altro che misericordioso difendere la vita biologica come un valore inviolabile perché di proprietà divina? La laicità, al contrario, permette di fare leggi che tutelano i diritti di tutti, lasciando a chi crede la libertà di non sottoscrivere le Dat. Laicità è la parola chiave per la nuova sinistra. Ancor più ateismo. Un nuovo pensiero di sinistra non può essere fondato sulla trascendenza. Una nuova prassi di trasformazione non può essere basata sulla religione che nega ogni idea di trasformazione umana. Così alla fine di un anno molto duro e difficile l’augurio che facciamo ai nostri lettori e a noi stessi per il 2018 è che sia un anno all’insegna della ricerca, liberi di pensare e di non credere.

 

Le intelligenze dei Padri costituenti

29 Dic

Paolo Maddalena, giurista, magistrato ed ex-vicepresidente della Corte costituzionale, ha scritto questo articolo per Il Fatto quotidiano nell’anniversario della promulgazione della Costituzione. Mi ha colpito particolarmente l’aver puntualizzato che “senza ‘eguaglianza’ e ‘solidarietà’ la ‘libertà’ non basta alla democrazia“. Di qui l’esigenza di attuare finalmente la Costituzione.

 

IL MIRACOLO DELLA COSTITUZIONE E LA NOSTRA DIGNITÀ DI CITTADINI

La Costituzione ha settanta anni. E tutto quello che c’è stato di buono lo si deve a Lei. L’Italia usciva sconfitta dalla seconda guerra mondiale, che aveva distrutto tutto: case, ferrovie, ponti, fabbriche, strade e chi più ne ha più ne metta, con gli spietati bombardamenti a tappeto degli anglo americani (detti “gli alleati”, non nostri, evidentemente, ma tra loro). Ma per fortuna essa non riuscì a distruggere le possenti intelligenze dei nostri Padri costituenti, i quali compirono un vero miracolo (che gli incolti della cultura chiamano “compromesso”), ma che in realtà fu una “fusione” di tre principi che non possono vivere l’uno disgiunto dall’altro: la “libertà” (rappresentata dalle forze liberali), l’ “eguaglianza” (rappresentate dai social comunisti), la “solidarietà” (rappresentata dai democristiani). E fu così che davvero divenne possibile porre le basi di una solida democrazia fondata sul lavoro. L’assurda pretesa di fondare la democrazia sulla “libertà” è un controsenso, poiché una libertà senza “eguaglianza” e senza “solidarietà” sfocia inevitabilmente nella dittatura di pochi e nella schiavitù di tutti. Chi lo nega è semplicemente accecato dalla teoria sopraffattrice del neoliberismo, che fu introdotta in Italia con un libro di un modesto economista della Scuola di Chicago, Milton Friedman, dal titolo “Storia della moneta americana dal 1867 al 1960”, e che ebbe grande successo in Cile, che Pinochet ridusse alla miseria, poi in nell’Inghilterra della Thacher e infine negli Stati Uniti di Reagan e di Clinton. Ora prospera felicemente anche in Cina, dopo che Eltsin ha avuto la dabbenaggine di regalare a una novantina di famiglie borghesi l’intero patrimonio mobiliare e immobiliare del Popolo russo. Questa teoria predica la “diseguaglianza”, la “forte competitività” e il “predominio di pochi su tutti”. Essa non tiene conto del fatto che l’economia non è una scienza esatta, come ad esempio, la fisica, alla quale possono agevolmente applicarsi modelli matematici. L’economia è un sistema ideato dall’uomo e la storia degli ultimi anni ci dice che finché,  ispirandoci alla nostra Costituzione repubblicana, abbiamo seguito la teoria keinesiana, che vuole la redistribuzione della ricchezza, la valutazione del lavoro e l’intervento dello Stato, cioè del Popolo, nell’economia, abbiamo avuto trenta anni di benessere, sfociati nel “miracolo economico italiano”. I guai sono cominciati quando ci siamo ispirati ai Trattati Europei fondati, in gran parte, su principi neoliberisti. Così siamo diventati tutti poveri, mentre pochi ricchi si sono posti al comando dell’intera umanità. Chi ha ancora il lume della ragione sa che non abbiamo altra via da seguire, se non  quella, ben sperimentata, che ci è indicata dalla Carta costituzionale. Oramai lo diciamo in molti: chi vuole la tutela della “dignità” dell’uomo e il suo benessere, deve chiedere una sola cosa: che la Costituzione sia attuata! I Soloni del momento sono avvertiti.

Paolo Maddalena

La Costituzione tradita

22 Dic

Settant’anni fa, pressappoco in queste ore, l’Assembea Costituente si riuniva sotto la presidenza dell’on. Terracini avendo all’ordine del giorno di quella seduta pomeridiana un solo punto: “Votazione finale  a scrutinio segreto della Costituzione della Repubblica Italiana”.

Sono andato a rileggermi il verbale di quel giorno (è qui) e invito a farlo anche voi. È commovente. Perché nelle parole – ancorché scritte – degli intervenuti si percepisce  l’emozione di quegli attimi come se si fosse presenti. E la sincerità degli accenti, il peso dell’impegno morale e materiale che uomini e donne riuniti in quell’aula sentivano. Quel momento era solo l’inizio di un nuovo percorso per il nostro Paese martoriato che aveva ritrovato a prezzo di enormi sacrifici, angosce, dolori e sangue, la democrazia.

Lo ribadiscono in molti, per primo il Presidente Terracini che dopo l’approvazione afferma: “La Costituzione postula, senza equivoci, le riforme che il popolo italiano, in composta fiducia, rivendica. Mancare all’impegno sarebbe nello stesso tempo e compromettere, forse definitivamente, l’avvenire della Nazione Italiana.” Una dichiarazione ribadita dal Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che parlò subito dopo: “Il Governo, ora, fatta la Costituzione, ha l’obbligo di attuarla e farla applicare: ne prendiamo solenne impegno.”

Purtroppo non tutti governi che si sono succeduti hanno ricordato quell’impegno. La Costituzione è stata malmenata, accantonata, dimenticata, contrastata. Per buona parte, non è stata attuata. Chi siede oggi nel Parlamento troppo spesso ignora il vincolo che lo lega a quella promessa. A settant’anni dalla sua nascita, ve detto senza mezzi termini che la Costituzione è stata tradita e con essa la fiducia che i cittadini dimostrano con il voto ad ogni tornata elettorale.

 Il 4 dicembre 2016 gli italiani hanno dimostrato ancora una volta la volontà  che la Carta sia rispettata: attuare finalmente e pienamente la Costituzione diventa quindi, per chi andrà a sedere nel prossimo  Parlamento e per chi guiderà il prossimo governo, un ineludibile obbligo morale.

Nell’interesse esclusivo della Nazione. (2)

20 Dic

Torno sull’argomento, dopo il post di ieri, in quanto oggi c’è stata l’attesa audizione dell’ex-amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni. Cosa ha detto Ghizzoni? La frase illuminante è la seguente: “La ministra mi chiese se era pensabile per Unicredit valutare acquisizioni o interventi su Banca Etruria”. E perché lo è? Perché praticamente cita quasi alla lettera il passaggio a pag. 209 del libro di Ferruccio De Bortoli: Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria.

Ghizzoni ha anche affermato che non ci furono pressioni da parte dell’on. Boschi, allora ministro nel governo Renzi. Si tratta solo di mettersi d’accordo sul senso delle parole. E poi ricordarsi della domanda che Renzi fece a Visco, sempre a proposito di Banca Etruria. E magari anche di quelle che sempre la Boschi fece a Panetta di Bankitalia. E poi magari aggiungerci la mail di Marco Carrai, il grande amico di Renzi, di cui ha dato notizia oggi lo stesso Ghizzoni: “Ciao Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile, nel rispetto dei ruoli, per una risposta. Un abbraccio Marco“. La mail è del 13 gennaio 2014: neppure un mese dopo, l’11 febbraio, Banca Etruria verrà commissariata.

Una mail non equivale certo a una “pressione”, ci mancherebbe. Vogliamo chiamarla una banale “manifestazione d’interesse”? Oppure valutarla come una semplice “sollecitazione” per conto di terzi? 

Però. Però l’insieme di tutte queste più o meno innocenti e più o meno autorevoli “manifestazioni d’interesse” per una questione che riguardava una banca e il suo territorio non rappresentano forse, tutte insieme, una forma di “pressione”? E soprattutto, cosa c’entrano i problemi di una banca locale (che ha dilapidato i depositi di centinaia di correntisti) col giuramento che impegna un ministro ad agire “nell’interesse esclusivo della Nazione“?

Dall’articolo dell’Huffington Post

 

 

Nell’interesse esclusivo della Nazione.

19 Dic

L’art. 93 della Costituzione così recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica”). La formula del giuramento è contenuta nel comma 3 dell’art.1 della legge n. 400 del 23 agosto 1988 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri):

3. Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica con la seguente formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Dopo questa indispensabile premessa, assumono un ben diverso sapore diverse dichiarazioni che si sono susseguite nel tempo a proposito della faccenda Boschi-Banca Etruria. E ne nascono alcune osservazioni che Alessandro De Angelis bene esprime nel suo pezzo sull’Huffington Post che riporto integralmente qui sotto.

In breve: nel 2014 l’on. Boschi venne nominata ministro per Riforme nel governo Renzi (più precisamente: Ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti con il Parlamento con delega all’attuazione del programma del governo Renzi). E dunque, come si chiede De Angelis, a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è “in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?” 

La diplomazia parallela della Boschi certifica una corsia preferenziale sulle banche

L’audizione di Padoan squarcia il velo sull’attivismo non richiesto e non riferito della ministra su Banca Etruria. A che titolo parlava con banchieri e authority?

Il cerchio si stringe attorno a Maria Elena Boschi e alla sua fragile difesa, audizione dopo audizione. Dice il ministro del Tesoro Padoan: “Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione, la responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio”. Traducendo in maniera un po’ grossier dal linguaggio formale, significa: la Boschi non agiva nel mio conto. Concetto reso ancora più esplicito quando il senatore Augello, in commissione” chiede a Padoan: ma almeno l’allora ministro delle Riforme riferiva degli incontri con Consob, Bankitalia e l’ad di Unicredit Ghizzoni? Risposta: “Ho appreso di specifici incontri dalla stampa”.

Significa che Maria Elena Boschi non porta il risultato di cotanto attivismo e interessamenti né in colloqui informali col ministro competente né nella sede formale del cdm. Un ministro, giova ricordare, giura sulla Costituzione di “esercitare le proprie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. E dunque, si ripropone la domanda: a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è “in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?”. O meglio: si occupava di banche nell’interesse del paese e dunque avrebbe dovuto riferire a Padoan degli incontri, o della banca di cui è vicepresidente il padre, animata da una preoccupazione privata?

Ricapitolando. Di quella banca parlò con il presidente di una autorità indipendente come la Consob Giuseppe Vegas, in più occasioni. In una per informarlo che il padre sarebbe diventato vicepresidente di Etruria; in un’altra per esprimergli, non si sa a che titolo dopo le parole di Padoan, “preoccupazione per il futuro del settore orafo perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla banca di Vicenza”. La preoccupazione per il settore dell’oro, argomento degno di un confronto collegiale in cdm però non viene portato all’attenzione del ministro del Tesoro.

Ecco, l’audizione di Padoan rappresenta un salto di qualità in questa epopea del conflitto di interesse bancario. Perché configura una sorta di “diplomazia parallela” – la Boschi – che opera all’insaputa di quella ufficiale del Tesoro. E sarebbe interessante sapere quanto questa “diplomazia parallela” operava col sostegno dell’allora premier Matteo Renzi, quanto era informato e quanto consentiva di parlare in suo nome di una questione che gli stava particolarmente a cuore. Vale per ogni incontro fin qui emerso, da Vegas all’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, al quale secondo la ricostruzione di De Bortoli la Boschi avrebbe chiesto un intervento affinché salvasse la banca di Arezzo. Tutto all’insaputa di Padoan che in commissione afferma di aver parlato decine di volte con Ghizzoni “ma mai specificamente della situazione specifica” di Banca Etruria.

A conferma che in questa storia ci sia una condotta molto poco istituzionale c’è la valanga di non detti, omissioni e messaggi mandati dall’ex ministra ora che emergono pezzi di verità che fanno vacillare un fragile castello difensivo: “Ho molti sms, anche con esponenti del mondo del credito e del giornalismo, non solo quelli con Vegas”. Anche in questo caso viene sfondato, in modo malizioso e allusivo, il confine tra dimensione personale e pubblica: si tratta di informazioni rilevanti date a un esponente del governo di cui la pubblica opinione dovrebbe sapere o, come si dice in questi casi, “pizzini” per chi deve intendere e non parlare?

In Parlamento, luogo solenne in cui un ministro ha il dovere della verità di fronte al paese, la Boschi negò “corsie preferenziali” e “doppie misure” sulla banca del padre. Adesso che gli incontri si sono scoperti, in più interviste il sottosegretario ha cambiato versione, ammettendo che sì, ci sono stati, compreso Ghizzoni, ma per parlare del “sistema bancario” nel suo complesso (sempre all’insaputa del ministro del Tesoro). La linea è “nessun favoritismo”, “nessuna pressione”. Nulla di male neanche nella villa di Laterina, dove incontrò l’ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli, recatosi lì per parlare con Boschi senior delle richieste di Bankitalia a Etruria e Veneto Banca di unirsi in un istituto più grande per salvarsi. E nessuna pressione, dice la Boschi, verso Fabio Panetta il direttore generale di Bankitalia.

Ci risiamo: a che titolo lo ha incontrato a insaputa del ministro del Tesoro? È in questo quadro che l’audizione di Visco, nella giornata di domani, può rappresentare un altro colpo. Il senatore Andrea Augello, e non solo lui, ha già pronta la prima domanda: “Se però dovessimo scoprire che almeno uno di questi incontri si è svolto mentre erano in corso le ispezioni di Bankitalia, cioè mentre gli ispettori stavano indagando sul padre del ministro saremmo tutti costretti a cambiare la classificazione di questa situazione da imbarazzante a impresentabile”. Ecco: quando l’ha incontrato? E quale era la finalità dell’ennesimo tassello di questa diplomazia parallela? Anche il fragile argine semantico “nessuna pressione” è destinato a reggere poco. Un ministro delle Riforme che si aggira negli uffici degli organi di vigilanza per parlare dei destini di una banca disastrata di cui, come tutti sanno, suo padre è vicepresidente, ha davvero bisogno di esercitare pressioni o la sua presenza è già una pressione? E la certificazione d’esistenza di una corsia preferenziale, ottenuta in virtù della propria influenza e del proprio potere, per una preoccupazione di carattere privato. Il conflitto di interessi, appunto.

 Fin qui De Angelis, con cui concordo pienamente. Oggi era peraltro in audizione dalla commissione Banche il governatore di Bankitalia Visco, che secondo Repubblica  così si è espresso sulla questione:

L’ex premier ha mostrato interesse per la questione di Banca Etruria, una delle quattro banche mandate in risoluzione a fine 2015 di cui il padre di Maria Elena Boschi è stato vice-presidente. Ancora Visco spiega che in uno degli incontri con Renzi, nell’aprile del 2014, l’ex premier domandò perché la Popolare di Vicenza (altra banca andata poi a gambe all’aria) volesse acquisire Etruria, “ma non risposi: non entrai per niente nei temi della Vigilanza, presi la sua come una battuta sugli orafi”, vista la vocazione di gioiellieri di entrambi i territori. La riservatezza dei temi di Vigilanza fu opposta anche alle domande dell’allora ministra Boschi, che parlò con il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta. Dialogo del quale riferisce lo stesso Visco: “Pressioni dalla Boschi su Etruria? No. C’era un legittimo interesse dell’allora ministro su una questione che interessava il territorio”, argomenta il governatore. “Ne parlò con Panetta, ma lui non disse nulla perché non si parlava delle questioni della Vigilanza, che sono riservate”. “Da Boschi – spiega ancora il governatore – venne espresso dispiacere e preoccupazione sulle ripercussioni che l’acquisizione della banca poteva avere sul territorio”, ma “non ci fu nessuna richiesta di intervento”.

Tutto normale? Domani ne sapremo di più: verrà ascoltato l’ex-ad di Unicredit Federico Ghizzoni, che secondo il libro di Ferruccio De Bortoli ”Poteri forti (o quasi)” sarebbe stato invitato a occuparsi del dossier di Banca Etruria dalla Boschi. Scrive infatti De Bortoli a pag. 209: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015 non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere.” L’on. Boschi, dopo aver minacciato al tempo una querela per diffamazione, decaduti i termini ha anticipato giorni fa che ha avviato una causa civile per danni. Alla notizia De Bortoli ha risposto con un  tweet: “Grazie.”

In conclusione, al di là delle schermaglie, delle polemiche, dei duelli verbali, delle audizioni e delle inchieste, a me resta solo un dubbio: se e quanto sia chiara, per i nostri governanti, l’espressione nell’interesse esclusivo della nazione.

 

 

Ho fatto il presepe

18 Dic

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Colpita dall’appello di Giorgia Meloni, ho fatto il presepe, ma qualcosa è andato storto:

– molti pastori non sono arrivati: li ha fermati la Marina libica sul barcone con cui cercavano di fuggire per raggiungere Betlemme. Ora sono rinchiusi in un carcere, coperti di lividi.
– un gruppo di pastorelli sono studenti in alternanza scuola-lavoro. Per Natale hanno ricevuto un messaggio dalla ministra: “Se faceste i buoni, siate ricompensati”.
– gli artigiani delle botteghe hanno chiuso tutti, e ora sono precari al lavoro da Ikea, Amazon e Eataly. Non possono venire perché hanno i turni notturni il 24.
– le pastorelle, le ostesse e le artigiane arriveranno in corteo: hanno raccontato mille storie di molestie e vogliono farle sentire a Maria, ma il cammino è difficilissimo, perché tutti le prendono in giro e non vogliono crederci.
– gli angeli hanno portato la bandiera arcobaleno, e…

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Al di sopra di ogni sospetto

16 Dic

Pompea, moglie di Cesare, fu sorpresa in compagnia di tale Clodio travestito da suonatrice durante i festeggiamenti per la dea Bona, riservati esclusivamente alle donne. Ne seguì che Cesare ripudiò Pompea e Clodio fu trascinato d’ufficio in tribunale. Chiamato a testimoniare e interrogato sulla circostanza, Cesare dichiarò che della questione non ne sapeva nulla, ma l’inquisitore insistette e gli chiese perhé mai avesse allora ripudiato la moglie. “Perchè la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto“, fu la risposta. Così racconta Plutarco ne “Le vite”.

Nel 1963 l’inglese John Profumo, ministro nel governo MacMillan, dette le dimissioni quando fu scoperto il suo legame con Christine Keeler, una ragazza allegra che intratteneva relazioni anche con altri uomini, tra cui un ufficiale dell’ambasciata russa a Londra.

In Italia, il ministro per lo Sport e le Pari opportunità Josefa Idem dette nel 2013 le dimissioni quando venne alla luce un suo illecito amministrativo per un presunto abuso edilizio.

Poi c’è quest’altra faccenda: Il ministro Maria Elena Boschi partecipò a un incontro con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia ad Arezzo nella pasqua del 2014, “per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola, dopo di che si alzò e andò via”. Lo ha affermato l’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli in audizione alla Commissione sulle banche. La riunione avvenne “perchè sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale chiedeva l’aggregazione con un partner di “elevato standing” e indicandolo poi in Popolare Vicenza.” (Huffington Post, 15 dicembre 2017).

Non c’è altro da aggiungere. Chi la vuol capire l’ha capita.

Montanari: “tenere insieme la politica e la vita”.

8 Dic

 

Pochi giorni fa a Firenze, al seminario di Libertà e Giustizia, il suo presidente Tomaso Montanari ha concluso con questo  discorso.
Credo sia inutile dire che condivido tutto: dalla lotta contro il professionismo parlamentare a quella contro la corruzione, dalla vitale esigenza di trasparenza nella politica alla difesa della nostra Costituzione, prima, e  alla ferma richiesta, poi, della sua attuazione. 

Sono gli stessi temi che hanno animato ed entusiasmato chi ha seguito Tomaso Montanari e Anna Falcone nel progetto del Brancaccio e che non si è di certo concluso. Fin che ci saranno cittadini che resistono alla delusione, all’amarezza, alla rassegnazione ci sarà la possibilità di recuperare passione e partecipazione in coloro che oggi si sono rifugiati nell’astensione o nel populismo. Ma occore risvegliare quella fiducia spenta e per questo la politica deve tornare al suo compito originario: servizio e non privilegio.

N.B. Mi sono permesso di evidenziare alcuni passaggi particolarmente interessanti come le citazioni. Anche il neretto è mio.

 

LA NOSTRA VIA

Qual è dunque il compito di un’associazione come Libertà e Giustizia?

Vorrei rileggere l’ultima parte del messaggio di Gustavo Zagrebelsky:

«Il futuro richiederà impegno rinnovato e non solo per dire di no. LeG è e deve restare una associazione di cultura politica che non pratica alcun collateralismo rispetto a partiti o movimenti. I suoi associati devono essere liberi di operare in politica secondo i propri orientamenti pratici, pur in conformità con gli ideali dell’Associazione alla quale aderiscono. LeG deve fornire idee ed elaborazioni e non limitarsi a protestare, a denunciare».

Provo a tradurre: LeG deve sforzarsi, ancora di più, di forgiare e mettere a disposizione di tutti, strumenti per esercitare la sovranità. Attraverso le nostre scuole: ma anche, come ha proposto Sandra [Bonsanti, ndr], attraverso tanti seminari come questo, seppure in forma più piccola e diffusi in tutti i circoli.

Concludendo questa bella domenica, e prima di lasciare spazio alla festa per la Costituzione organizzata insieme ai nostri amici del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, vorrei indicare i quattro punti fondamentali intorno ai quali dovrà concentrarsi il nostro lavoro.

1.

Il primo è: alimentare la cultura del dissenso. La critica come fondamento del metodo democratico.

Non è facile in un Paese conformista come l’Italia fare come lo scrivano Bartleby di Melville, e rispondere al potere, piccolo o grande che sia, «preferirei di no».

Riflettiamoci: è esattamente questo ciò che è avvenuto il 4 dicembre.

Costruire e mettere in circolo anticorpi contro il conformismo, contro la mentalità dell’appartenenza, contro la malintesa ‘fedeltà’: ecco il nostro primo dovere.

E qua la lotta alla corruzione (che è uno dei compiti che LeG si è fin dall’inizio assunta) e la lotta per un nuovo modo di fare politica coincidono perfettamente.

Piercamillo Davigo ha raccontato che quando era all’inizio della sua carriera di conoscitore della corruzione si imbatté in un caso che lo fece soffrire, e lo sconcertò. Si trattava di un giovane impiegato, non bisognoso, che lavorava in un ufficio pubblico. E che era stato sorpreso a farsi corrompere con una mazzetta dalla cifra irrisoria. Di fronte a Davigo che gli chiedeva perché mai si fosse rovinato la vita per 250.000 lire, quel ragazzo gli rispose: «ma lei, dottore, non ha capito: il punto non sono i soldi, il punto è il sistema. Se io avessi detto no, sarei stato un lebbroso, un escluso, un morto». Già, perché in quell’ufficio come nella politica italiana, tutto si basava sulla fedeltà, sull’appartenenza, sulla complicità, sulla comune partecipazione al sistema. Sulla ricattabilità – come ha teorizzato con il consueto, plaudente, cinismo Giuliano Ferrara: se non sei ricattabile, non sei ‘affidabile’. Chi mai potrà impedirti di dire di no, al momento giusto?

Allora, il primo compito di Libertà e Giustizia e contribuire a formare italiane e italiani capaci di dire di no. Di non essere ‘affidabili’, di non essere ricattabili: capaci di essere fedeli, sì, ma solo alla Costituzione.

Diciamocelo chiaro: tutto questo significa tentare di scardinare il professionismo parlamentare. Nelle ultime settimane mi sono reso conto direttamente di quanto sia fondamentale conservare la libertà di dire di no: dire di no alle pressioni, alle promesse alle lusinghe del potere. Avrei potuto farlo con eguale forza e chiarezza, mi sono chiesto, se non avessi avuto un lavoro?

E se queste riflessioni vi paiono troppo strettamente legate alla situazione contingente, ebbene permettetemi di rispondere con alcune parole scritte da Piero Calamandrei nel luglio del 1956: 

«deputati e senatori sono diventati a poco a poco, anche senza volerlo, professionisti della politica: la politica, da munus publicum è diventata una professione privata, un impiego. Questo cambiamento ha segnato una svolta di tutto il sistema, lo ha snaturato, e rischia di distruggerlo: essere eletti deputati vuol dire trovare un impiego, l’attivismo politico diventa una carriera, non essere rieletti vuol dire perdere il pane. E le campagne elettorali diventano per molti candidati lotte contro la (propria) disoccupazione. I partiti da libere associazioni di volontari credenti si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente, nei quali a poco poco si intimidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira a entrare nelle grazie del superiore. L’elezione dipende dalla scelta dei candidati: la qual è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. Ai parlamentari d’oggi per essere coerenti indipendenti, occorre una forza d’animo vicina all’eroismo: sanno che se non saranno riletti, si riaprirà per loro, in età matura, il problema dell’esistenza. Se è proprio vero che ormai il sistema parlamentare non può più fare a meno di questa sempre più invadente classe di professionisti della politica senza i quali partiti si sfasciano e le aule parlamentari restano deserte, vien fatto di domandarci se a questa mutazione di sostanza non sia necessario far corrispondere qualche ritocco giuridico del sistema».

Fin qui Calamandrei. Ora, io non so quale possa essere un rimedio istituzionale. Ma credo che il compito di LeG sia quello di formare cittadini che vogliano, caparbiamente e non importa quanto ingenuamente, disturbare i manovratori con un impegno pressante, tenace, fecondo.

Fare politica senza appartenere alla politica. Portare il punto di vista dei cittadini dentro il cuore del professionismo politico. Perché lottare contro la corruzione non vuol dire solo, cito Enrico Berlinguer, «porre fine al finanziamento occulto e alle ruberie, ma anche al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere».

La questione è molto semplice: un futuro diverso dalla continuazione di questo presente non potrà che essere costruito da una «politica diversa». Non dobbiamo mai dimenticare che – sono parole di Benedetto Croce – «ciascuno di noi può contribuire, quotidianamente, nei più vari modi, a restaurare a rinsaldare a rendere più operoso e combattente l’amore della libertà, e senza pretendere, o attendere, l’assurdo – ossia che la politica cambi la natura sua – contrapporle una forza non politica che essa non può sopprimere mai radicalmente, perché rigermina sempre nuova nel petto dell’uomo, e con la quale dovrà sempre, per buona politica, fare i conti».

2.

Un secondo punto, strettamente legato al primo, è l’impegno costante per la trasparenza della politica. Per l’informazione, dunque: innanzitutto. Contro ogni monopolio, ogni conflitto di interesse, ogni censura. Ogni autocensura conformistica. Contro il giornalismo amico del potere.

Uno dei massimi problemi, uno dei sintomi e insieme delle cause, di questo male è infatti non solo la divisione, ma anche l’opposizione del discorso pubblico e del discorso privato. In un grottesco machiavellismo di maniera, nulla di ciò che si dice nel Palazzo è dicibile in pubblico: e viceversa.

Ripetere nelle chiuse stanze della politica professionistica ciò in cui gli stessi professionisti dicono di credere quando sono in televisione viene considerato una imperdonabile ingenuità. Ed è, simmetricamente, ritenuta una imperdonabile slealtà permettersi di dibattere in pubblico ciò che davvero agita il discorso dei potenti. Guai, insomma, a chi alza il sipario sul vero teatro della politica italiana.

Questo diaframma, questa parete invisibile, separa in modo drammatico e decisivo le aspettative del popolo e le decisioni dei potenti. Il discorso sul ‘programma’, sul progetto, sull’idea di Paese è una sorta di diversivo offerto dalla politica ai cittadini. Ma poi ciò che conta davvero è la tattica, la geometria delle posizioni. La lotta per il potere di gruppi che non sono i partiti: ormai esangui, debolissimi, incapaci financo di chiamarsi appunto ‘partiti’, e camuffati da movimenti con nomi fantasiosi e suggestivi. Nomi che coprono una distanza siderale dalle aspettative di coloro a cui ci si rivolge.

Pensiamoci un attimo: l’astensionismo di massa è la drammatica risposta di un Paese che non ha più voglia di parlare con la politica. I cittadini non credono più al discorso pubblico: perché sanno che poi a contare davvero è un discorso privato, per loro inascoltabile, irraggiungibile.

Il No del 4 dicembre è stato largamente motivato dalla presa di coscienza di massa della mendacità di Renzi: «noi non ti crediamo», abbiamo detto in venti milioni. Ma, siamo onesti, quel «non ti crediamo» non era rivolto solo contro Renzi: ma contro tutta la politica professionistica, chiusa in un linguaggio autoreferenziale che è espressamente pensato per nascondere, non per rivelare.

Allora, uno dei compiti fondamentali di Libertà e Giustizia deve essere quello di operare perché discorso pubblico e discorso privato tornino a coincidere.

Fare politica, fuori del Palazzo e dal basso: parlando un linguaggio diverso. Non un linguaggio di odio, e non un linguaggio di parole d’ordine facili: ma un discorso onesto, chiaro, pulito, trasparente.

Diciamo anche una cosa meno popolare. La non credibilità della politica conduce inevitabilmente i cittadini attivi, i militanti di base, alla paranoia del tradimento e dell’inciucio. In questi mesi – preso tra il cinismo spregiudicato degli apparati di partito e il sospetto distruttivo di molti militanti –   vi confesso che ho capito l’ingenuo ricorso al famoso ‘streaming’ degli albori dei 5 Stelle. Probabilmente non è quella la soluzione, ma non c’è dubbio che se vogliamo tornare a costruire, a proporre, anche solo a votare per qualcosa, è necessario ricostruire la possibilità di una fiducia. Anche di una fiducia nel compromesso: perché il compromesso non è l’inciucio. Abbiamo difeso con i denti una repubblica parlamentare, ci siamo opposti all’idea del capo e del vincitore che prende tutto. Abbiamo denunciato la retorica della governabilità ad ogni costo. Ebbene: in una repubblica parlamentare si deve saper costruire un accordo, anche tra diversi. A condizione che il discorso sia onesto, chiaro, senza trappole e senza inganni: e che qualcuno sia disposto a crederci, a fidarsi, a cedere sovranità.

Dobbiamo dire che siamo molto lontani da entrambi questi traguardi: alla cinica doppiezza di chi sta in alto corrisponde la mortifera disillusione di chi sta in basso.

Se, come ci invita a fare Zagrebelsky, dobbiamo non solo parlare ‘contro’, ma esporci ‘per’ è da qua che dobbiamo partire: dalla ricucitura tra discorso pubblico e discorso privato.

3.

 Il terzo punto al quale dobbiamo lavorare è cruciale: le regole.  Le regole del gioco.

Anche qua la mia esperienza politica per così dire diretta – in un progetto, quello del Brancaccio, che non aveva nulla a che fare con LeG se non, almeno lo spero, per lo ‘spirito’ di disinteressato servizio alla comunità – è stata molto istruttiva.

Non si riporteranno i cittadini italiani a votare alle politiche finché questi cittadini non capiranno che il loro voto conta davvero qualcosa.

Il 4 dicembre siamo andati a votare in tanti perché sapevamo che il nostro voto sarebbe stato decisivo.

Ma finché un Parlamento di nominati costruisce leggi elettorali che mettono tutto nelle mani dei capi dei partiti chi può davvero aver voglia di giocare?

E questa peste ha infettato in egual misura tutti i singoli partiti. Partiti-azienda, partiti del giglio magico, movimenti a controllo familiare con diritto di successione, coalizioni di partiti che organizzano cerimonie di investitura del capo e le chiamano assemblee sovrane… Ebbene quale spazio è, non dico offerto o costruito, ma almeno concesso ad una partecipazione dei cittadini che non si risolva in una plaudente acclamazione?

Se davvero vogliamo riuscire a riconciliare con l’idea stessa della rappresentanza parlamentare quel vasto mondo della cittadinanza attiva che ogni giorno rende migliore questo Paese, e che poi però non va nemmeno a votare, il punto cruciale è costruire regole trasparenti. E poi rispettarle.

Lo diciamo a tutti gli amici riuniti oggi a Roma nell’assemblea del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale: noi ci siamo. Per Libertà e Giustizia la battaglia sulla legge elettorale è una battaglia fondamentale.

Così come sono fondamentali la battaglia per le regole della partecipazione dei cittadini alla vita politica, e la grande questione della democrazia nei partiti e nei movimenti.

Naturalmente, in cima ai nostri pensieri sta la regola delle regole: la nostra amata Costituzione. È fin troppo evidente che all’orizzonte del dopo voto si affaccia un nuovo Patto del Nazareno finalizzato a ‘riformare’, cioè a deformare, la Carta.

Pochi giorni fa, qua alla Stazione Leopolda, il segretario del Pd è tornato a difendere le ragioni del Sì, dicendo che bisognerà ripartire dalle riforme costituzionali: ed è chiaro che si cercherà di imputare proprio alle regole lo stallo creato dall’incapacità e dalla disonestà degli attori della politica.

Libertà e Giustizia non ha mai dato indicazioni di voto, né mai le darà: ma è chiaro che nessuno di noi si sognerà di votare per i partiti che intendono usare il prossimo Parlamento di nominati per cambiare a maggioranza la Carta, magari sperando di aver i due terzi necessari per imbavagliare, stavolta, il popolo sovrano.

E credo che noi prossimi mesi dovremo avere la forza di indurre ogni partito a pronunciarsi sulle proprie intenzioni. Chi ha l’intenzione di utilizzare l’ennesimo Parlamento illegittimo per cambiare la Costituzione, dovrà essere indotto a dirlo mentre chiede i voti: e non dopo.

4.

Il quarto e ultimo punto riguarda proprio la Costituzione.

Non ci basta difenderla: vogliamo attuarla.

Io credo che Libertà e Giustizia dovrà concretamente impegnarsi per proporre, in concreto, come farlo.

Dovremo essere capaci di produrre idee, progetti, proposte di legge se necessario, capaci di attuare il progetto della Costituzione: che si tratti dei principi fondamentali (per esempio il 10, sull’accoglienza dei migranti), del diritto fondamentale alla salute dell’articolo 32 o della progressività fiscale dell’articolo 53.

Libertà e Giustizia si impegna a costruire questa proposta, e a metterla a disposizione di tutte le forze politiche: così che non si possa dire che questa «polemica contro lo stato delle cose» (così Calamandrei chiamava la Costituzione) è inattuabile!

Dobbiamo essere assidui, tenaci: financo importuni. Perché se la lasciamo, inerte, sui nostri tavoli la Costituzione è solo un pezzo di carta.

Dunque: la costruzione della critica e del dissenso; la riconciliazione tra discorso pubblico e discorso privato; la battaglia per le regole; l’attuazione della Costituzione.

Ecco, è questa la nostra via: una via che punta a un solo obiettivo: riconciliare la politica con realtà. Per cambiare la realtà.

Vorrei concludere leggendovi una pagina di uno dei fondatori di Giustizia e Libertà, uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Quando uscì il suo Cristo si è fermato a Eboli – scritto qua a Firenze, in Piazza Pitti, e anticipato sul “Ponte” di Calamandrei ­– tutta Montecitorio non parlò d’altro, per giorni. Quando la politica, ancora impastata della Resistenza, era una cosa sola con la cultura, e vibrava in sintonia con l’anima del Paese.

Ebbene, in un altro libro – l’Orologio – dedicato alla crisi del governo Parri, il governo della Resistenza, Carlo Levi sa descrivere la differenza che corre tra la politica autoreferenziale della tattica e dei giochi astratti ed equilibristici di Palazzo e una politica che rifaccia scorrere il sangue nelle vene.

Eccone un passo: i due giovani politici, dice il protagonista, «mi esponevano i loro progetti, i passi che avevano fatto, le manovre a cui ci si doveva opporre, le intenzioni nascoste dei capi, gli interessi che si celavano sotto le manovre: e tutto questo mi pareva che si svolgesse in quel cielo nel quale anch’io forse talvolta mi illudevo di trovarmi, popolato di strani uccelli, in lotta tra loro, nell’atmosfera solitaria … Da quell’altezza essi non vedevano la terra che come un fumo lontano: e come avrebbero potuto distinguere in quel fumo, a quella distanza, i visi degli uomini e delle donne che si muovevano nelle città, che zappavano i campi, che lavoravano negli uffici e nelle fabbriche, che si disputavano il denaro, che mangiavano, che facevano all’amore? Come avrebbero potuto, di lassù, vedere la faccia di Teresa, dietro il suo banco, sull’angolo della strada; e i geloni della sue mani al primo freddo dell’inverno?

Il presidente, invece, il presidente caduto non volava in quel cielo: non voltava neppure gli occhi a guardarlo, ma camminava sulla piccola terra. E non sapeva né voleva vedere altro che i geloni di Teresa, il viso di Teresa. E le facce le mani di tutti quelli che incontrava sulla sua strada. E si fermava a parlare con loro, dimenticando ogni altra cosa, piangendo le loro lacrime. Che cosa si poteva fare? Come si potevano mettere insieme cose così disparate: gli uccelli, il presidente e Teresa? Come si sarebbe potuto risolvere quella crisi, che era assai più che un cambiamento di ministero ma il segno della presenza di cose senza comunicazione, di tempi diversi e reciprocamente incomprensibili. Mi veniva in mente il libro di aritmetica delle scuole elementari che affermava (ma questa affermazione né allora quando ero bambino né poi mi riuscì mai del tutto persuasiva) che non si possono sommare beni di diversa natura, che non si può dire per esempio cinque pagnotte di pane più tre rose fanno che cosa? Non fanno niente, secondo questo venerabile testo. Eppure c’era stato un momento in cui gli uomini si erano sentiti tutti uniti fra di loro, e col mondo. Quel momento non era finito del tutto: continuava nella gente che imparava a vivere negli errori e nei dolori, e che frugava tra le macerie sapendo di esistere».

Nel piccolissimo della nostra generazione, la battaglia referendaria per la Costituzione ha saputo rimettere insieme la politica con le cose. La politica con le persone e con la loro vita. L’ha fatta scendere dal cielo delle manovre di palazzo e l’ha rimessa per qualche mese sulle strade in cui camminano i cittadini di questo Paese.

Ecco, noi di Libertà e Giustizia vogliamo tenerle insieme, la politica e la vita. E ce la metteremo davvero tutta.

(Intervento conclusivo del presidente, Tomaso Montanari, al seminario di Libertà e Giustizia a Firenze, 3 dicembre 2017)

 

4 dicembre. Un anno dopo.

4 Dic

Trovo che il modo migliore per commemorare la vittoria del NO al referendum costituzionale di un anno fa sia stato questo video de Il Fatto.

Con tanti saluti dall’accozzaglia, eh.

 

Auguri sinceri alla sinistra che nascerà domani. Di migliorare.

2 Dic

Mi piacerebbe che domani qualcuno dei delegati all’assemblea popolare all”Atlantico Live a Roma si ponesse una domanda.

Se, cioè, sia possibile migliorare qualcosa nel percorso e nella procedura da approvare. Per esempio, adottando un sistema di composizione delle liste elettorali democratico, in stretta obbedienza ai principi costituzionali, dissociandosi apertamente dallo spirito di quella indecente legge elettorale chiamata Rosatellum.

Ad esempio, si potrebbero costituire delle assemblee di collegio responsabili della selezione delle candidature, aperte a tutti i membri del nuovo Albo degli elettori. Le assemblee potrebbero poi eleggere i componenti delle liste con voto di preferenza a scrutinio segreto. Ovviamente, ogni avente diritto al voto avrebbe diritto ad esprimere una doppia preferenza, una per genere, e la posizione dei candidati nelle liste dipenderebbe dal numero di preferenze raccolte. Infine, anche se consentito dall’attuale legge, non sarebbero ammesse le pluricandidature. 

Se c’è qualcuno che pensa che non ci sia nulla di male in questa proposta e anzi sia da condividere, quel qualcuno potrebbe presentare domani un ordine del giorno in questo senso. Ovviamente ringraziando Tana de Zulueta che l’aveva già proposta il 25 novembre all’assemblea di Roma. Purtroppo senza successo.

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