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Il Medioevo avanza, grazie al Word Family Congress di Verona

13 Mar

The Vision informa che “in seguito alla diffusione di un’Ansa in cui si annunciava il ritiro del logo della Presidenza del Consiglio al World Congress of Families , [in programma dal 29 al 31 marzo Verona] è arrivata la smentita da parte della stessa istituzione. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha però specificato di aver richiesto “un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

È una questione che definire preoccupante è ancora poco: com’è possibile, chiede Giuseppe Francaviglia autore dell’articolo [che riporto integralmente di seguito] “che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?”

Eppure tutto lascia intendere che la furia integralista dei talebani di casa nostra, capeggiati dal ministro leghista per la Famiglia (!) Lorenzo Fontana, stia manovrando per ottenere addirittura il patrocinio della Presidenza del Consiglio e appare evidente l’imbarazzo dell’istituzione. 

Stiamo a vedere, ma è un altro segno della retromarcia sociale e umana che – con la scusa di non si sa bene quali principi ideali – qualcuno vorrebbe innestare.
Questo che segue è l’articolo integrale di The Vision, che ringrazio.

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Aggiornamento del 12 marzo 2019, ore 17.38

L’ufficio stampa di Palazzo Chigi, nella persona di Massimo Prestia, ha comunicato quanto segue:

“Premettendo che la concessione del patrocinio e l’utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio sono state frutto di un’iniziativa del ministero della Famiglia, Palazzo Chigi ha chiesto al Dipartimento per le politiche della famiglia (cui fa capo il ministero di Fontana, ndr) e al dipartimento dell’editoria un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

Prestia ha quindi smentito la notizia della revoca del logo al Congresso.

 

In seguito alla pubblicazione dell’articolo Il congresso contro le “donne lavoratrici” e i diritti LGBTQ+è in Italiafirmato da Jennifer Guerra, si è accesa la polemica sul patrocinio del governo concesso al World Congress of Families, in programma dal 29 al 31 marzo a Verona. Com’è possibile, ci si è chiesti, che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?

La cosa ha dell’incredibile, anche perché in una nota, Palazzo Chigi ha precisato che “La Presidenza del Consiglio non ha mai ricevuto nessuna richiesta di patrocinio per il ‘World congress of families’, in programma a fine marzo a Verona, né quindi ha potuto mai concederlo. Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio”. La nota è stata lo spunto per la presa di posizione dei sottosegretari Cinque Stelle Stefano Buffagni e Vincenzo Spadafora, che hanno condannato l’iniziativa in quanto portatrice di ideologie medievali. Spadafora ha anche dichiarato di aver scoperto che “Il patrocinio era firmato dal capo di gabinetto del ministro e non aveva seguito i percorsi che formalmente si seguono quando viene richiesto il patrocinio della presidenza del Consiglio. Generalmente, queste pratiche devono essere autorizzate non da una capo di gabinetto ma dalla dirigenza della presidenza del Consiglio”. 

Stefano Buffagni

Tutto molto, troppo strano, tanto che Giuditta Pini, deputata del Pd e firmataria di un’interrogazione parlamentare rivolta alla Presidenza del Consiglio depositata il primo marzo, in un commento su Facebook ha dichiarato: “La smentita di Palazzo Chigi, o meglio di Spadafora, semplicemente non ha senso. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha un iter preciso per i patrocini, non è che un ministro prende e regala il patrocinio.” Eppure, è esattamente quello che pare sia successo.

Giuditta Pini

Jacopo Coghe, contatto da The Vision, ha infatti ribadito di avere tutta la documentazione in ordine, con tanto di numero della pratica – che però non ha voluto condividere con noi. Abbiamo allora provato a contattare il capo di gabinetto del ministro Fontana, Cristiano Ceresani, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni, come del resto nessuno dal Ministero. Purtroppo anche il sottosegretario Spadafora non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti. Avremmo voluto domandargli come è possibile che sia venuto a conoscenza della vicenda solo “un paio di settimane fa” se già il 5 febbraio l’onorevole Emma Bonino aveva depositato un’interrogazione parlamentare – la prima – sulla vicenda. Avremmo avuto bisogno di qualche dettaglio in più riguardo la documentazione dal lui analizzata, ma per ogni delucidazione il sottosegretario ha preferito rimandarci al Dipartimento del Cerimoniale di Stato, che si occupa proprio della concessione dei patrocini. 

Vincenzo Spadafora

In base alla circolare UCE 0000901 P-2.11.1.2 del 16/02/2010, le richieste volte a ottenere la concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio devono essere preventivamente inviate al Dipartimento del Cerimoniale di Stato “Che effettuerà un’istruttoria al fine di una valutazione comparativa circa la validità della manifestazione, l’affidabilità, la serietà dell’organizzatore e dei promotori”, avvalendosi anche del parere delle prefetture. L’iter è contraddistinto da una certa cautela, ed è la stessa circolare a spiegarne il motivo: la concessione è infatti vincolata “all’alto rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico, sportivo” dell’iniziativa e, soprattutto, “all’assenza di scopi o finalità commerciali”. La mancanza di lucro è dirimente, tanto che si specifica che “non si considera opportuno fornire adesioni e concedere patrocini ad iniziative che abbiano, anche indirettamente, un fine lucrativo”. 

Deve essere chiaro che in base a queste prerogative il WCF di Verona non avrebbe mai potuto ottenere il patrocinio: è infatti promosso da organizzazioni fondate sull’omofobia e sulla misoginia, prima tra tutte il WCF stesso: un gruppo d’odio che fra le sue fila può vantare numerosi personaggi condannati per aver rilasciato dichiarazioni omofobe e razziste, nonché firmatari di leggi che criminalizzano l’omosessualità. Un evento che farà salire sul palco Lucy Akello, ministra ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che vorrebbe reintrodurre la pena di morte per le persone gay, o la nigeriana Theresa Okafor, una sostenitrice della famiglia naturale convinta che gli attivisti LGBTQ+ cospirino con il gruppo terroristico Boko Haram. 

E che dire del fine lucrativo? Non solo l’evento è promosso da una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, ma per di più la convention di Verona non è né gratuita né aperta a tutti, ma prevede il pagamento di un biglietto di 15 euro a persona, 7 a persona invece per i membri di una famiglia. Sul sito si possono addirittura comprare una serie di pacchetti per il soggiorno veronese, che vanno dal “Bronze” da 280 euro fino al “Platinum” che, alla modica cifra di 1250 euro, comprende tre notti in un hotel a 5 stelle per due persone, servizio di limousine da e per l’aeroporto o la stazione e accoglienza Vip. Non è dato sapere a chi andranno gli introiti dell’evento, ma con tutta probabilità il lucro c’è, e si vede.

Lorenzo Fontana

Quanto detto rende evidente come, con ogni probabilità, dall’istruttoria del Cerimoniale sarebbe scaturito un parere negativo. Ma ecco l’escamotage: la circolare prevede un caso in cui tale istruttoria non viene attivata: “Qualora le richieste provengano da organismi ad alta rappresentatività o da strutture pubbliche“ i singoli Ministeri e i Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei ministri “possono accordare direttamente patrocini ed adesioni ministeriali nelle materie di propria competenza senza il preventivo nullaosta del Dipartimento per il Cerimoniale”. Ed è a questa particolare fattispecie che sarebbe ricorso il ministro Fontana, come sembra confermare lo stesso Cerimoniale, che ha anche specificato una volta di più che a loro non è pervenuta alcuna richiesta. 

Il ministero avrebbe quindi potuto far passare come organo ad “alta rappresentatività” (termine che si riferisce solitamente ad associazioni di categoria come i sindacati) una lobby statunitense, e così concedere di “personale iniziativa”, e senza consultare altri organi, il patrocinio. Tutta la faccenda assume toni ancora più foschi se si considera la ragione per cui si è potuto utilizzare il logo della Presidenza del Consiglio. Normalmente infatti, per la concessione del logo è necessaria un’ulteriore trafila, che coinvolge il Dipartimento per l’informazione e l’editoria (Die). Ma non in questo caso, e la motivazione, nella sua assurdità, è tipicamente italiana: il Ministero della Famiglia e dei Disabili infatti è stato creato ad hoc da questo governo, e fa parte del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Non ha portafoglio e non ha un suo logo, per questo gli è concesso utilizzare quello della Presidenza. 

Ricapitolando, oggi il WCF può godere del patrocinio del governo – fino a prova contraria questo ministero fa parte dell’esecutivo – e del logo di Palazzo Chigi perché il ministro avrebbe sfruttato una “falla burocratica” che ha fatto sì che nessuno si interessasse e controllasse sia la natura degli organizzatori sia i fini, economici e culturali, dell’iniziativa. 

Se così fosse, non ci sarebbe di che sorprendersi. Lorenzo Fontana starebbe semplicemente facendo quello per cui sembra sia stato messo lì, e cioè fare lobbying per curare gli interessi della Lega e dei gruppi pro-life. Non a caso tra gli sponsor del WCF di Verona ci sono anche Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e ProVita Onlus, vicinissime alla Lega e a Lorenzo Fontana. Ma sono estremamente vicini anche a un altro personaggio, il senatore Simone Pillon – creatore del gruppo interparlamentare “Vita, famiglia e libertà”, di cui fa parte anche Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, ma soprattutto promotore dell’insostenibile Ddl su affidi e divorzi. 

Massimo Gandolfini

Si è già avuto modo di analizzare il modus operandi della lobby WCF, basato sulle pressioni esercitate non solo sull’opinione pubblica, ma anche sugli organi politici e statali, in occasione di votazioni riguardanti leggi o mozioni sui temi a loro cari. Come quando qualche giorno prima dell’approvazione della legge “anti propaganda gay” in Russia, l’attuale presidente del World Congress of Families Brian Brown ha testimoniato in favore di queste leggi a Mosca, di fronte alla Duma. È successa la stessa cosa proprio a Verona in occasione della mozione anti-aborto: il 2 ottobre Brian Brown è passato dal capoluogo veneto, dove insieme con Jacopo Coghe del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e Toni Brandi, sono passati a trovare il sindaco Federico Sboarina, e il consigliere della Lega Alberto Zelger, promotore della mozione anti-aborto che prevede il finanziamento di associazioni “a favore della vita”. Il 4 ottobre 2018, il consiglio comunale di Verona ha approvato la mozione. Lo stesso giorno il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini dava ufficialmente il suo appoggio al WCF di Verona.

In questo periodo i parlamentari si stanno occupando proprio di un disegno di legge molto caro alla compagine pro-life. Il 23 ottobre infatti è iniziata in commissione Giustizia al Senato la discussione sul Ddl Pillon. Essendo sede redigente, la Commissione può fare tutto il lavoro sulla legge, emendandola, esaminandola e poi votandola articolo per articolo. Quale momento migliore allora per una convention internazionale organizzata proprio dalle lobby e dalle associazioni che appoggiano quella politica, soprattutto se può vantare il patrocinio del governo e il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri?

C’è poi un altro aspetto, ancora più oscuro. Se in questa vicenda risultano evidenti gli interessi politici della Lega – il partito di Salvini da anni è strenuo difensore della “famiglia tradizionale”, oppositore delle leggi sull’aborto e di qualsiasi norma preveda un allargamento dei diritti anche in direzione LGBTQ+ – c’è una figura che lascerebbe intravedere ulteriori scenari: Alexey Komov. L’ambasciatore del World Congress of Families e presidente onorario dell’Associazione Culturale Lombardia Russia di Luca Savoini è uno stretto collaboratore di Konstantin Malofeev, l’oligarca russo titolare del fondo d’investimento Marshall Capital Partners e socio della più grande compagnia telefonica del Paese. Dall’inchiesta sui finanziamenti illeciti alla Lega, pubblicata in questi giorni su L’Espressoproprio Komov risulta essere il collegamento fra il partito di Salvini e Malofeev, che tra le altre cose è anche sospettato da Stati Uniti e Unione europea di aver finanziato la conquista della Crimea e la guerra nel Donbass, e per questo è stato inserito nella black-list del Tesoro statunitense e del Consiglio d’Europa.

Tutta la storia del World Congress of Families è sì assurda, grottesca, a tratti paradossale, ma del tutto prevedibile. Era abbastanza prevedibile infatti che un politico con le posizioni di Fontana una volta al governo si comportasse in questo modo. Era prevedibile che la Lega facesse entrare dalla porta principale organizzazioni fondate su ideali tipici dell’Inquisizione. E purtroppo era anche prevedibile che questo governo concedesse il proprio patrocinio a un tale scempio. Ovunque tranne che in Italia, sarebbe prevedibile anche che il governo ritirasse quel patrocinio e quel logo. Ma siamo in Italia, e prevedibilmente questo non accadrà.

 

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PUBBLICITÀ

 

 

 

 

 

 

 

Il rugby e le regole. Anche quelle della vita.

1 Dic

Altra lezioncina dal rugby che, come diceva l’indimenticato Giuseppe D’Avanzo, “è lo sport che salverebbe l’Italia” , riferendosi ai valori di rispetto, disciplina, sportività che ne sono il credo.

Nigel-Owens-Heineken-11Nigel Owens è un arbitro internazionale di rugby. Gallese, nel 2007 ha fatto coming out dichiarando la sua omosessualità. E’ oggi uno dei migliori arbitri, noto anche perché, appassionato di calcio, non ne sopporta gli aspetti negativi: “il rugby è rispetto, ha dichiarato tempo  fa, mi rifiuto di seguire la strada del calcio“. E’ rimasta famosa la sua battuta a un giocatore che protestava (nel rugby non è consentito): “L’arbitro sono io, non tu. Tu fai il tuo lavoro e io penso al mio. Questo non è calcio“.
La frase finale è finita su una maglietta.Thi is NOT Un’altra volta, in un match del 6 Nazioni tra Francia e Inghilterra, due giocatori stavano litigando per un pallone uscito e Owens è sbottato: “Avete finito? avete un comportamento infantile, tornate a giocare ora“. Recentemente, a un altro giocatore del Leicester che si era permesso di commentare è toccata una fulminea stoccata: “Lo stadio del calcio è a 500 metri da qui“. Un’altra volta, in un match che stava volgendo verso la rissa ha chiamato tutti i giocatori – al di fuori di ogni tradizione o regola – e gli ha tenuto un sermoncino. Insomma, un mito.

nigel-owens-tells-off-playersMa recentemente è salito alla cronaca per un fatto che una volta tanto non lo ha visto protagonista diretto. Durante l’incontro Inghilterra- Nuova Zelanda alcuni tifosi lo hanno apertamente dileggiato per la sua omosessualità: un indignato spettatore ha scritto al suo giornale e la Rugby Union ha aperto un’inchiesta. Il risultato è stato che due tifosi sono stati individuati e condannati per omofobia ad essere banditi per due anni dagli stadi di rugby. In aggiunta, dovranno pagare 1000 sterline a testa a una fondazione di beneficienza indicata da Owens.

Il portavoce della Rugby Union ha così commentato: “La RFU condanna decisamente ogni forma di discriminazione   e assicura il suo impegno affinché ciascuno, indipendentemente da età,  genere, abilità, razza, religione, origine etnica, colore, nazionalità, stato sociale ed orientamente sessuale, abbia le stesse vere ed eguali opportunità di divertirsi con il rugby in ogni forma, dentro e fuori dal campo, a tutti i livelli ed in ogni ruolo“.

Sto pensando a Tavecchio.

Alla faccia dell’amore

6 Ott

Fanpage omofobia

http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VDJl2eSwTQcnQJK5

Le sentinelle in piedi dimostrano contro il ddl Scalfarotto(*) per le unioni gay e dichiarano di essere mossi dall’amore. Poi senti le dichiarazioni dei partecipanti e ti viene da pensare a quanto lavoro aspetta dei bravi psicoterapeuti. Ma bravi, eh.

P.s. Un ‘grazie’ a Fanpage.

(*) Aggiornamento: c’è un errore. Il ddl riguarda l’omofobia come reato. Maledetta fretta.

Speriamo lo vedano Alfano o Giovanardi.

21 Set

Different families 1

Guardate questa foto. Il manifesto è affisso all’interno della vetrina di un centro sanitario (l’equivalente di una nostra ASL) di Londra a Islington. “Famiglie diverse – la stessa attenzione” dice. E se guardate bene (la qualità della mia foto è pessima, scusate, ma le immagini sono leggibili), si capisce subito cosa si intende.

C’è la famiglia tradizionale, quella con i bambini adottati, ci sono le famiglie degli immigrati, e ci sono le famiglie omogenitoriali. Lo stesso impegno – dichiarato – per tutti, senza differenze e senza ipocrisie. Perché è un diritto elementare.

Se Giovanardi o Alfano passano di qui gli viene un colpo.

 

 

I gay nello sport e una società in evoluzione.

12 Feb

Alla fine di una stagione di successi, Michael Sam, un giovane e promettente giocatore di football americano, ha dichiarato in un’intervista di essere gay. Contrariamente a quanto si poteva temere, le attese reazioni di pubblico e tifosi sono state positive, a cominciare da quelle dei compagni di squadra.
Molto probabilmente parte del merito va ascritto all’atteggiamento del Presidente Obama, che con il suo sì ai matrimoni gay nel 2012 e la successiva sentenza della Corte Suprema, ha aperto un’autostrada nella tradizionale coscienza perbenista degli americani. Ma Obama ha fatto anche altro: a rappresentare gli Stati Uniti alle olimpiadi invernali di Sochi, ha inviato l’indimenticata tennista Billie Jean King e l’ex campionessa di hockey su ghiaccio Caitlin Cahow (entrambe lesbiche dichiarate), dando così una efficace risposta alle leggi omofobe di Putin.

Italia.  In tv viene trasmesso un film leggero a episodi prodotto da Sky Cinema, “Amore oggi”; in uno di essi il protagonista è un calciatore gay che, prima per timore e poi per convenienza, tace la propria condizione mettendo in crisi il rapporto col suo partner. Convocato ai (futuri) Mondiali di calcio in Brasile e chiamato in campo negli ultimi minuti, con due reti eccezionali salva i destini della nazionale italiana e davanti alla telecamera urla finalmente il suo amore al compagno. Confesso che questo finale mi è subito apparso un po’ ipocrita: come se solo  diventando un eroe nazionale sia consentito confessare la propria natura, ben diversamente dalla consapevole e coraggiosa decisione del giovane Sam.

E’ stato così che, considerando che il football negli USA è – insieme al basket – l’equivalente o quasi del calcio in Italia, mi è venuto da chiedermi quali sarebbero state le reazioni se un campione dello sport preferito dagli italiani avesse agito come l’americano. Molto probabilmente ci si sarebbe divisi in due fazioni: da una parte chi la pensa come Prandelli, il commissario tecnico della nazionale di calcio (“L’omofobia é razzismo, é indispensabile fare un passo ulteriore per tutelare tutti gli aspetti dell’autodeterminazione degli individui, sportivi compresi. Nel mondo del calcio e dello sport resiste ancora il tabù nei confronti dell’omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente sé stesso, i propri desideri e i propri sentimenti. Dobbiamo tutti impegnarci per una cultura dello sport che rispetti l’individuo in ogni manifestazione della sua verità e della sua libertà“) e come Diego Milito (Condivido quanto dichiarato da mister Prandelli. Personalmente non mi è mai capitato di percepire che un mio compagno vivesse con questo tipo di segreto. Ma, se così fosse, sarebbe sbagliato tacere. Sono sicuro che i tifosi, i compagni di squadra e gli sponsor amerebbero il calciatore fregandosene della sua vita privata, non farebbero mai e poi mai pesare una situazione simile“); dall’altra chi condivide l’opinione Di Natale  (“Professionalmente stimo parecchio mister Cesare Prandelli e gli sono affezionato come uomo, ma non sono d’accordo con lui. Infrangere il tabù dell’omosessualità nel mondo del calcio è un’impresa difficile, direi quasi impossibile. Mi chiedo: come potrebbero reagire i tifosi? Mica possiamo prevedere le reazioni di tutti. Mi dispiace, ma non condivido la scelta di rendere pubblica, almeno nel mondo del calcio, una situazione privata così importante. Il nostro mondo, sotto certi punti di vista, è molto complesso“), di Lippi (“In 40 anni di carriera non ho mai visto un gay nel calcio, non credo ci siano mai stati”), di Legrottaglie (“Nella Bibbia c’è scritto chiaro e tondo che, sia maschile che femminile, [l’omosessualità] è peccato”), di Gianni Rivera (che nel mondo del calcio ci fossero dei gay  è una novità assoluta per me”), di Luciano Moggi (“Gay? Non è il mestiere del calciatore”).

Ho trovato una conferma di questa seconda tendenza in un articolo del sito queerblog: “Coming out o meno, tifosi machisti o meno, la doppia morale, l’ipocrisia italica porta spesso non ad uscire allo scoperto ma a trattare l’omosessualità come il peggiore dei mali; giocatori del calcio che si allenano a contrastare il diritto delle coppie di fatto ad avere una legge; sportivi che usano l’omosessualità nella peggiore delle trivialità in campo e fuori. Chissà poi cosa succede negli spogliatoi”.
Ma è così anche nel resto del mondo? Un recente libro di Cecchi Paone e Flavio Pagano, Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport, edito da Giunti, racconta appunto di alcuni casi di atleti omosessuali di sport diversi registrati negli anni e delle traversìe per nascondere il loro stato. In un articolo sul grande tabù dell’omosessualità nello sport, il sito giornalettismo.it così conclude: “Fino ad oggi, in Italia si contano pochi calciatori o allenatori dichiaratamente gay, pur non mancando nel calcio una rappresentanza gay non facilmente quantificabile. Uno dei maggiori problemi inerenti la conoscenza di questo fenomeno, infatti, riguarda la massiccia omertà diffusa nell’ambiente”.

D’altra parte, pare che quando si esce allo scoperto ciò avvenga in genere a carriera conclusa, come nel caso del rugbysta Gareth Thomas o del campione di cricket Steven Davies. Questa è anche è l’opinione di Repubblica che così commenta il coming out del calciatore  Hitzlsperger: “Lo dichiarano a carriera finita”. Sembrerebbe confermarlo anche il caso dell’atleta USA Kwane Harris: secondo panorama.ita modo suo, anche lui ha fatto coming out nel 2013. Campione di Football che si è ritirato da tempo, qualche mese fa è stato incriminato per aggressione nei confronti del suo ex boy friend. E’stato quello il modo in cui si è venuti a conoscenza della sua omosessualità. E’ una caso limite, quello che vi citiamo. E significativo. Perché si attende ancora che uno dei giocatori in attività in questo sport sveli la propria omosessualità. In passato, lo hanno fatto – volontariamente – atleti che aveva lasciato il professionismo. Ma, in una disciplina tanto machista è difficile che qualcuno abbia il coraggio di farlo quando è ancora in una squadra. Gli sponsor se ne andrebbero, i compagni di spogliatoio ti guarderebbero male. Il coming out nel Football è stato uno dei dibattiti dell’anno”.

E allora? Niente da fare? Non sarei così pessimista. Gli esempi si stanno moltiplicando; il brutale atteggiamento omofobo di Putin ha scatenato, di converso, un’ondata di riprovazione e maggiori simpatie verso il mondo gay; il fermo esempio degli Stati Uniti rappresenta ormai la nuova tendenza. A conferma, si può ricordare il recente esempio della star del basket americano Kobe Bryant, che ha dovuto pagare una multa di centomila dollari per aver insultato un arbitro in termini anti-gay. Una felice sintesi è quella del sito psicologia gay, “Se lo sport cura il benessere fisico come quello mentale e spirituale delle persone, speriamo che contribuisca a promuovere una mentalità più aperta alle differenze e sensibile ai diritti, aiutando a superare i tabù ancora presenti sull’omosessualità”.
E poi, infine, ci sono anche le continue testimonianze di una tendenza progressista, come in questo breve e poetico  filmato di fanpage, che ci riguarda. Ma,  meglio di tutti, in questo spot che un’azienda norvegese di articoli sportivi manda in onda in questi giorni e che risponde con raffinata e fulminante eleganza alla rozza omofobia di Vladimir Putin.

 

 

 

 

L’ultima lettera a Simone

1 Nov

Un ragazzo di 21 anni si è ucciso a Roma sabato scorso, lanciandosi dall’undicesimo piano. Non sapremo mai perché, ma  la società ha certamente le sue colpe e di sicuro non la parte minore.
Questa è la lettera che la sorella gli ha scritto, letta dal padre ieri durante i funerali e pubblicata su Repubblica Roma.  Con il cuore pesante posso solo sperare che faccia riflettere molti, tanti, troppi indifferenti.

“C’era una volta un anatroccolo, dal corpo fragile, diverso dagli altri, perseguitato da tutti. L’anatroccolo vaga senza meta, debole e inferiore, è brutto ma buono e diventerà un cigno bellissimo.
Un viaggio triste ma positivo, l’anatroccolo conserva la sua identità. Te la ricordi Simone, era la tua favola preferita. Sentirsi diversi non è bello per nessuno ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà. Mi dicevi vado per la mia strada e sono fiero di me. Anche nei momenti in cui hai lottato in silenzio e con coraggio per affrontare la paura del mondo, sempre col sorriso e l’umiltà. Prima di aprire le porte contavi fino a 10 prima di uscire e andare a combattere contro le ingiustizie e incoerenze della gente.
La tua famiglia non ti ha mai lasciato solo e ti ha appoggiato in tutte le scelte. Hanno detto e scritto che eri solo ma non è vero, sei stato tu a combattere proprio con la tua famiglia per la giustizia e la verità, quando ci hai raccontato della tua omosessualità. Il tuo sogno si stava realizzando. Ogni giorno ti vengo a trovare lì da dove ti sei lanciato nel vuoto. Ma si riempie il cuore a vedere che sei nell’animo di tutti, adulti e bambini. Chi pensa che eri un ragazzo fragile sbaglia: sei portavoce di un nucleo collettivo.
Il messaggio è arrivato, Simone, ti posso assicurare, ci sei riuscito alla grande. Con questo gesto hai fatto capire che chi è in difficoltà ed è un bersaglio della società deve chiedere aiuto e trovarlo. Grazie per essere stato un bravo fratello e un grande figlio. Con i miei occhi lucidi prego per te. Ti vogliamo tanto bene”.

 

I nonni non sono omofobi, per fortuna.

4 Ott

Sulla pagina fb di Diversi da chi? ho trovato questa straordinaria lettera che un nonno con il nipote gay ha scritto alla figlia.
Il post è troppo bello per non essere riportato integralmente. Eccolo:

Un nonno scrive alla figlia che ha cacciato di casa il nipote gay: “Sei una stronza”. Christine ha cacciato di casa suo figlio Chad quando lui ha fatto coming out. Questa la breve ma fantastica lettera che il nonno di Chad ha mandato a Christine per dirle cosa pensava di lei… La lettera è comparsa su Reddit ed è già virale :

Cara Christine:
Sono molto deluso da te come figlia.
Hai ragione, c’è un “disonore in famiglia”, ma non hai capito quale. Buttare Chad fuori di casa semplicemente perché ti ha detto che era gay è il vero “abominio” qui. Un genitore che disconosce il proprio figlio, ecco cos’è “contro natura”. L’unica cosa intelligente che ti ho sentito dire in tutta questa faccenda è “non ho allevato mio figlio perché fosse gay”. Certo che no. E’ nato così e non lo ha scelto, non più di quanto si possa scegliere di essere mancini. Tu, invece, hai scelto. Hai scelto di fare del male, di essere chiusa di mente e retrograda. Perciò, visto che stiamo giocando a disconoscere i figli, colgo l’occasione per dirti addio. Ora ho un favoloso (come dicono i gay) nipote da crescere, e non ho tempo per una figlia stronza. Quando ritrovi il tuo cuore, facci un fischio.
Papa’.

Grazie a Carlo per la traduzione.

— con Simone Sardi e Alessandro Bottaro Fontana.

LETTERA DI UN NONNO

Omofobia: più di un crimine

26 Mag

Davide Tancredi, 17 anni e gay, ha scritto una lettera apparsa ieri su Repubblica. Da anni si discute in Italia su una legge contro l’omofobia e i governi succedutisi non hanno dimostrato una particolare attenzione a questa tragedia sociale, nonostante molte inchieste e sondaggi abbiano provato ancora una volta che l’opinione pubblica e il Paese – come avvenne a suo tempo per il divorzio e l’aborto – siano molto più avanti della nostra classe politica. Anche per quanto al resto del mondo, d’altra parte, i rapporti di Amnesty International e dell’International Lesbian and Gay Association forniscono un quadro ben più avanzato del nostro.
Oggi, sempre su Rapubblica, il Presidente della Camera
Laura Boldrini risponde a Davide. E’ una bella e nobile lettera che vale la pena di leggere per intero.

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Caro Davide,

questa lettera te l’avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t’avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d’allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perché “non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali”. Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali. La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media. E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.

Vi metto insieme, Davide, perché tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare. Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera. Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano. Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli. Non sa proteggerli perché oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti. Una società in cui – ancora nel 2013, incredibilmente – tu sei costretto a ricordare che “noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce”. A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che “non c’è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi”. Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età, i più grevi pettegolezzi di paese.

Ti ringrazio, Davide, perché hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità. Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all’indifferenza. Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell’età richiesta per entrarci: “Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l’omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita”. L’altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c’è più. A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà, e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.

Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell’uso dei nuovi media. Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà, di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi. Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati. Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media? E noi adulti – le famiglie e la scuola – siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti? Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.

Hai chiesto di essere ascoltato, Davide. Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare. A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari. Per condividere un po’ della loro sofferenza, e perché altre famiglie la possano evitare.

Laura Boldrini
26 maggio 2013

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