Tag Archives: omofobia

Il rugby e le regole. Anche quelle della vita.

1 Dic

Altra lezioncina dal rugby che, come diceva l’indimenticato Giuseppe D’Avanzo, “è lo sport che salverebbe l’Italia” , riferendosi ai valori di rispetto, disciplina, sportività che ne sono il credo.

Nigel-Owens-Heineken-11Nigel Owens è un arbitro internazionale di rugby. Gallese, nel 2007 ha fatto coming out dichiarando la sua omosessualità. E’ oggi uno dei migliori arbitri, noto anche perché, appassionato di calcio, non ne sopporta gli aspetti negativi: “il rugby è rispetto, ha dichiarato tempo  fa, mi rifiuto di seguire la strada del calcio“. E’ rimasta famosa la sua battuta a un giocatore che protestava (nel rugby non è consentito): “L’arbitro sono io, non tu. Tu fai il tuo lavoro e io penso al mio. Questo non è calcio“.
La frase finale è finita su una maglietta.Thi is NOT Un’altra volta, in un match del 6 Nazioni tra Francia e Inghilterra, due giocatori stavano litigando per un pallone uscito e Owens è sbottato: “Avete finito? avete un comportamento infantile, tornate a giocare ora“. Recentemente, a un altro giocatore del Leicester che si era permesso di commentare è toccata una fulminea stoccata: “Lo stadio del calcio è a 500 metri da qui“. Un’altra volta, in un match che stava volgendo verso la rissa ha chiamato tutti i giocatori – al di fuori di ogni tradizione o regola – e gli ha tenuto un sermoncino. Insomma, un mito.

nigel-owens-tells-off-playersMa recentemente è salito alla cronaca per un fatto che una volta tanto non lo ha visto protagonista diretto. Durante l’incontro Inghilterra- Nuova Zelanda alcuni tifosi lo hanno apertamente dileggiato per la sua omosessualità: un indignato spettatore ha scritto al suo giornale e la Rugby Union ha aperto un’inchiesta. Il risultato è stato che due tifosi sono stati individuati e condannati per omofobia ad essere banditi per due anni dagli stadi di rugby. In aggiunta, dovranno pagare 1000 sterline a testa a una fondazione di beneficienza indicata da Owens.

Il portavoce della Rugby Union ha così commentato: “La RFU condanna decisamente ogni forma di discriminazione   e assicura il suo impegno affinché ciascuno, indipendentemente da età,  genere, abilità, razza, religione, origine etnica, colore, nazionalità, stato sociale ed orientamente sessuale, abbia le stesse vere ed eguali opportunità di divertirsi con il rugby in ogni forma, dentro e fuori dal campo, a tutti i livelli ed in ogni ruolo“.

Sto pensando a Tavecchio.

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Alla faccia dell’amore

6 Ott

Fanpage omofobia

http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VDJl2eSwTQcnQJK5

Le sentinelle in piedi dimostrano contro il ddl Scalfarotto(*) per le unioni gay e dichiarano di essere mossi dall’amore. Poi senti le dichiarazioni dei partecipanti e ti viene da pensare a quanto lavoro aspetta dei bravi psicoterapeuti. Ma bravi, eh.

P.s. Un ‘grazie’ a Fanpage.

(*) Aggiornamento: c’è un errore. Il ddl riguarda l’omofobia come reato. Maledetta fretta.

Speriamo lo vedano Alfano o Giovanardi.

21 Set

Different families 1

Guardate questa foto. Il manifesto è affisso all’interno della vetrina di un centro sanitario (l’equivalente di una nostra ASL) di Londra a Islington. “Famiglie diverse – la stessa attenzione” dice. E se guardate bene (la qualità della mia foto è pessima, scusate, ma le immagini sono leggibili), si capisce subito cosa si intende.

C’è la famiglia tradizionale, quella con i bambini adottati, ci sono le famiglie degli immigrati, e ci sono le famiglie omogenitoriali. Lo stesso impegno – dichiarato – per tutti, senza differenze e senza ipocrisie. Perché è un diritto elementare.

Se Giovanardi o Alfano passano di qui gli viene un colpo.

 

 

I gay nello sport e una società in evoluzione.

12 Feb

Alla fine di una stagione di successi, Michael Sam, un giovane e promettente giocatore di football americano, ha dichiarato in un’intervista di essere gay. Contrariamente a quanto si poteva temere, le attese reazioni di pubblico e tifosi sono state positive, a cominciare da quelle dei compagni di squadra.
Molto probabilmente parte del merito va ascritto all’atteggiamento del Presidente Obama, che con il suo sì ai matrimoni gay nel 2012 e la successiva sentenza della Corte Suprema, ha aperto un’autostrada nella tradizionale coscienza perbenista degli americani. Ma Obama ha fatto anche altro: a rappresentare gli Stati Uniti alle olimpiadi invernali di Sochi, ha inviato l’indimenticata tennista Billie Jean King e l’ex campionessa di hockey su ghiaccio Caitlin Cahow (entrambe lesbiche dichiarate), dando così una efficace risposta alle leggi omofobe di Putin.

Italia.  In tv viene trasmesso un film leggero a episodi prodotto da Sky Cinema, “Amore oggi”; in uno di essi il protagonista è un calciatore gay che, prima per timore e poi per convenienza, tace la propria condizione mettendo in crisi il rapporto col suo partner. Convocato ai (futuri) Mondiali di calcio in Brasile e chiamato in campo negli ultimi minuti, con due reti eccezionali salva i destini della nazionale italiana e davanti alla telecamera urla finalmente il suo amore al compagno. Confesso che questo finale mi è subito apparso un po’ ipocrita: come se solo  diventando un eroe nazionale sia consentito confessare la propria natura, ben diversamente dalla consapevole e coraggiosa decisione del giovane Sam.

E’ stato così che, considerando che il football negli USA è – insieme al basket – l’equivalente o quasi del calcio in Italia, mi è venuto da chiedermi quali sarebbero state le reazioni se un campione dello sport preferito dagli italiani avesse agito come l’americano. Molto probabilmente ci si sarebbe divisi in due fazioni: da una parte chi la pensa come Prandelli, il commissario tecnico della nazionale di calcio (“L’omofobia é razzismo, é indispensabile fare un passo ulteriore per tutelare tutti gli aspetti dell’autodeterminazione degli individui, sportivi compresi. Nel mondo del calcio e dello sport resiste ancora il tabù nei confronti dell’omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente sé stesso, i propri desideri e i propri sentimenti. Dobbiamo tutti impegnarci per una cultura dello sport che rispetti l’individuo in ogni manifestazione della sua verità e della sua libertà“) e come Diego Milito (Condivido quanto dichiarato da mister Prandelli. Personalmente non mi è mai capitato di percepire che un mio compagno vivesse con questo tipo di segreto. Ma, se così fosse, sarebbe sbagliato tacere. Sono sicuro che i tifosi, i compagni di squadra e gli sponsor amerebbero il calciatore fregandosene della sua vita privata, non farebbero mai e poi mai pesare una situazione simile“); dall’altra chi condivide l’opinione Di Natale  (“Professionalmente stimo parecchio mister Cesare Prandelli e gli sono affezionato come uomo, ma non sono d’accordo con lui. Infrangere il tabù dell’omosessualità nel mondo del calcio è un’impresa difficile, direi quasi impossibile. Mi chiedo: come potrebbero reagire i tifosi? Mica possiamo prevedere le reazioni di tutti. Mi dispiace, ma non condivido la scelta di rendere pubblica, almeno nel mondo del calcio, una situazione privata così importante. Il nostro mondo, sotto certi punti di vista, è molto complesso“), di Lippi (“In 40 anni di carriera non ho mai visto un gay nel calcio, non credo ci siano mai stati”), di Legrottaglie (“Nella Bibbia c’è scritto chiaro e tondo che, sia maschile che femminile, [l’omosessualità] è peccato”), di Gianni Rivera (che nel mondo del calcio ci fossero dei gay  è una novità assoluta per me”), di Luciano Moggi (“Gay? Non è il mestiere del calciatore”).

Ho trovato una conferma di questa seconda tendenza in un articolo del sito queerblog: “Coming out o meno, tifosi machisti o meno, la doppia morale, l’ipocrisia italica porta spesso non ad uscire allo scoperto ma a trattare l’omosessualità come il peggiore dei mali; giocatori del calcio che si allenano a contrastare il diritto delle coppie di fatto ad avere una legge; sportivi che usano l’omosessualità nella peggiore delle trivialità in campo e fuori. Chissà poi cosa succede negli spogliatoi”.
Ma è così anche nel resto del mondo? Un recente libro di Cecchi Paone e Flavio Pagano, Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport, edito da Giunti, racconta appunto di alcuni casi di atleti omosessuali di sport diversi registrati negli anni e delle traversìe per nascondere il loro stato. In un articolo sul grande tabù dell’omosessualità nello sport, il sito giornalettismo.it così conclude: “Fino ad oggi, in Italia si contano pochi calciatori o allenatori dichiaratamente gay, pur non mancando nel calcio una rappresentanza gay non facilmente quantificabile. Uno dei maggiori problemi inerenti la conoscenza di questo fenomeno, infatti, riguarda la massiccia omertà diffusa nell’ambiente”.

D’altra parte, pare che quando si esce allo scoperto ciò avvenga in genere a carriera conclusa, come nel caso del rugbysta Gareth Thomas o del campione di cricket Steven Davies. Questa è anche è l’opinione di Repubblica che così commenta il coming out del calciatore  Hitzlsperger: “Lo dichiarano a carriera finita”. Sembrerebbe confermarlo anche il caso dell’atleta USA Kwane Harris: secondo panorama.ita modo suo, anche lui ha fatto coming out nel 2013. Campione di Football che si è ritirato da tempo, qualche mese fa è stato incriminato per aggressione nei confronti del suo ex boy friend. E’stato quello il modo in cui si è venuti a conoscenza della sua omosessualità. E’ una caso limite, quello che vi citiamo. E significativo. Perché si attende ancora che uno dei giocatori in attività in questo sport sveli la propria omosessualità. In passato, lo hanno fatto – volontariamente – atleti che aveva lasciato il professionismo. Ma, in una disciplina tanto machista è difficile che qualcuno abbia il coraggio di farlo quando è ancora in una squadra. Gli sponsor se ne andrebbero, i compagni di spogliatoio ti guarderebbero male. Il coming out nel Football è stato uno dei dibattiti dell’anno”.

E allora? Niente da fare? Non sarei così pessimista. Gli esempi si stanno moltiplicando; il brutale atteggiamento omofobo di Putin ha scatenato, di converso, un’ondata di riprovazione e maggiori simpatie verso il mondo gay; il fermo esempio degli Stati Uniti rappresenta ormai la nuova tendenza. A conferma, si può ricordare il recente esempio della star del basket americano Kobe Bryant, che ha dovuto pagare una multa di centomila dollari per aver insultato un arbitro in termini anti-gay. Una felice sintesi è quella del sito psicologia gay, “Se lo sport cura il benessere fisico come quello mentale e spirituale delle persone, speriamo che contribuisca a promuovere una mentalità più aperta alle differenze e sensibile ai diritti, aiutando a superare i tabù ancora presenti sull’omosessualità”.
E poi, infine, ci sono anche le continue testimonianze di una tendenza progressista, come in questo breve e poetico  filmato di fanpage, che ci riguarda. Ma,  meglio di tutti, in questo spot che un’azienda norvegese di articoli sportivi manda in onda in questi giorni e che risponde con raffinata e fulminante eleganza alla rozza omofobia di Vladimir Putin.

 

 

 

 

L’ultima lettera a Simone

1 Nov

Un ragazzo di 21 anni si è ucciso a Roma sabato scorso, lanciandosi dall’undicesimo piano. Non sapremo mai perché, ma  la società ha certamente le sue colpe e di sicuro non la parte minore.
Questa è la lettera che la sorella gli ha scritto, letta dal padre ieri durante i funerali e pubblicata su Repubblica Roma.  Con il cuore pesante posso solo sperare che faccia riflettere molti, tanti, troppi indifferenti.

“C’era una volta un anatroccolo, dal corpo fragile, diverso dagli altri, perseguitato da tutti. L’anatroccolo vaga senza meta, debole e inferiore, è brutto ma buono e diventerà un cigno bellissimo.
Un viaggio triste ma positivo, l’anatroccolo conserva la sua identità. Te la ricordi Simone, era la tua favola preferita. Sentirsi diversi non è bello per nessuno ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà. Mi dicevi vado per la mia strada e sono fiero di me. Anche nei momenti in cui hai lottato in silenzio e con coraggio per affrontare la paura del mondo, sempre col sorriso e l’umiltà. Prima di aprire le porte contavi fino a 10 prima di uscire e andare a combattere contro le ingiustizie e incoerenze della gente.
La tua famiglia non ti ha mai lasciato solo e ti ha appoggiato in tutte le scelte. Hanno detto e scritto che eri solo ma non è vero, sei stato tu a combattere proprio con la tua famiglia per la giustizia e la verità, quando ci hai raccontato della tua omosessualità. Il tuo sogno si stava realizzando. Ogni giorno ti vengo a trovare lì da dove ti sei lanciato nel vuoto. Ma si riempie il cuore a vedere che sei nell’animo di tutti, adulti e bambini. Chi pensa che eri un ragazzo fragile sbaglia: sei portavoce di un nucleo collettivo.
Il messaggio è arrivato, Simone, ti posso assicurare, ci sei riuscito alla grande. Con questo gesto hai fatto capire che chi è in difficoltà ed è un bersaglio della società deve chiedere aiuto e trovarlo. Grazie per essere stato un bravo fratello e un grande figlio. Con i miei occhi lucidi prego per te. Ti vogliamo tanto bene”.

 

I nonni non sono omofobi, per fortuna.

4 Ott

Sulla pagina fb di Diversi da chi? ho trovato questa straordinaria lettera che un nonno con il nipote gay ha scritto alla figlia.
Il post è troppo bello per non essere riportato integralmente. Eccolo:

Un nonno scrive alla figlia che ha cacciato di casa il nipote gay: “Sei una stronza”. Christine ha cacciato di casa suo figlio Chad quando lui ha fatto coming out. Questa la breve ma fantastica lettera che il nonno di Chad ha mandato a Christine per dirle cosa pensava di lei… La lettera è comparsa su Reddit ed è già virale :

Cara Christine:
Sono molto deluso da te come figlia.
Hai ragione, c’è un “disonore in famiglia”, ma non hai capito quale. Buttare Chad fuori di casa semplicemente perché ti ha detto che era gay è il vero “abominio” qui. Un genitore che disconosce il proprio figlio, ecco cos’è “contro natura”. L’unica cosa intelligente che ti ho sentito dire in tutta questa faccenda è “non ho allevato mio figlio perché fosse gay”. Certo che no. E’ nato così e non lo ha scelto, non più di quanto si possa scegliere di essere mancini. Tu, invece, hai scelto. Hai scelto di fare del male, di essere chiusa di mente e retrograda. Perciò, visto che stiamo giocando a disconoscere i figli, colgo l’occasione per dirti addio. Ora ho un favoloso (come dicono i gay) nipote da crescere, e non ho tempo per una figlia stronza. Quando ritrovi il tuo cuore, facci un fischio.
Papa’.

Grazie a Carlo per la traduzione.

— con Simone Sardi e Alessandro Bottaro Fontana.

LETTERA DI UN NONNO

Omofobia: più di un crimine

26 Mag

Davide Tancredi, 17 anni e gay, ha scritto una lettera apparsa ieri su Repubblica. Da anni si discute in Italia su una legge contro l’omofobia e i governi succedutisi non hanno dimostrato una particolare attenzione a questa tragedia sociale, nonostante molte inchieste e sondaggi abbiano provato ancora una volta che l’opinione pubblica e il Paese – come avvenne a suo tempo per il divorzio e l’aborto – siano molto più avanti della nostra classe politica. Anche per quanto al resto del mondo, d’altra parte, i rapporti di Amnesty International e dell’International Lesbian and Gay Association forniscono un quadro ben più avanzato del nostro.
Oggi, sempre su Rapubblica, il Presidente della Camera
Laura Boldrini risponde a Davide. E’ una bella e nobile lettera che vale la pena di leggere per intero.

—————-

Caro Davide,

questa lettera te l’avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t’avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d’allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perché “non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali”. Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali. La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media. E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.

Vi metto insieme, Davide, perché tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare. Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera. Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano. Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli. Non sa proteggerli perché oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti. Una società in cui – ancora nel 2013, incredibilmente – tu sei costretto a ricordare che “noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce”. A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che “non c’è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi”. Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età, i più grevi pettegolezzi di paese.

Ti ringrazio, Davide, perché hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità. Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all’indifferenza. Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell’età richiesta per entrarci: “Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l’omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita”. L’altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c’è più. A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà, e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.

Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell’uso dei nuovi media. Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà, di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi. Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati. Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media? E noi adulti – le famiglie e la scuola – siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti? Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.

Hai chiesto di essere ascoltato, Davide. Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare. A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari. Per condividere un po’ della loro sofferenza, e perché altre famiglie la possano evitare.

Laura Boldrini
26 maggio 2013

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