Archivio | gennaio, 2015

Se la Francia e l’Italia…

28 Gen

A fronte dell’accordo segreto per cui la Grecia comincerà a restituire il suo debito tra cinque anni e finirà nel 2057, resta l’esigenza vitale per il nuovo governo di Atene di investire fin da oggi nella ripresa. Ma non può certo farlo con il limite blindato del 2% al deficit ed ecco Tsipras dichiarare che non riconoscerà gli accordi di Samaras.

Con un grazie a Nando Longoni per la segnalazione.

Con un grazie a Nando Longoni per la segnalazione.

Con la consueta chiarezza Thomas Piketty ha illustrato oggi su Repubblica cosa dovrebbero fare Francia e Italia: “rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro“. Come? Lo spiega più avanti: “Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso“.
Ha ragione, come ha ragione nel mettere in guardia dalla speranza che l’azione della BCE possa risolvere tutti i problemi: “La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo“.
L’altro costante pericolo è il feticcio del 3% di deficit rispetto al PIL. Piketty punta nuovamente il dito – come la Mazzuccato e molti altri autorevoli economisti – su questo assurdo limite che nega qualsiasi elastità di manovra ai singoli stati in difficoltà: “Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove“. Questo (nuove regole) è quanto si è ripromesso di fare Tsipras e su questo Italia e Francia, per cominciare,  dovrebbero dare un sostanziale contributo.

Ora tutti uniti contro l’austerità
la sinistra europea riparta da Syriza

di Thomas Piketty
L TRIONFO elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale.

Concretamente, queste forze politiche dovrebbero approfittare dell’occasione per dire con voce alta e forte che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento, e per mettere sul tavolo nuove proposte, tali da consentire una vera rifondazione democratica della zona euro. Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove.

Per essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una stessa moneta, è più che giustificato che la scelta del livello di deficit, così come gli orientamenti generali della politica economica e sociale, siano coordinati. Semplicemente, queste scelte comuni devono essere fatte in modo democratico, alla luce del sole, al termine di un dibattito pubblico e con contraddittorio. E non applicando regole meccaniche e sanzioni automatiche, che dal 2011-2012 hanno prodotto una riduzione eccessivamente rapida dei deficit e una recessione generalizzata della zona euro. Risultato: la disoccupazione è esplosa mentre altrove scendeva (sia negli Stati Uniti che nei Paesi esterni all’area dell’euro), e i debiti pubblici sono aumentati, in contraddizione con l’obbiettivo proclamato. La scelta del livello di deficit e del livello di investimenti pubblici è una decisione politica, che deve potersi adattare rapidamente alla situazione economica. Dovrebbe essere fatto democraticamente, nel quadro di un Parlamento dell’Eurozona in cui ogni Parlamento nazionale sarebbe rappresentato in proporzione alla popolazione del rispettivo Paese, né più né meno. Con un sistema del genere, avremmo avuto meno austerità, più crescita e meno disoccupazione. Questa nuova governance democratica consentirebbe anche di riprendere in mano la proposta di mettere in comune i debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil (per condividere lo stesso tasso di interesse e per prevenire le crisi future) e istituire un’imposta sulle società unica per tutta la zona euro (il solo modo per mettere fine al dumping fiscale).

Purtroppo, oggi il rischio è che i governi di Francia e Italia si accontentino di trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una leggera ristrutturazione del debito del Paese ellenico senza rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro. Perché? Perché hanno passato un mucchio di tempo a spiegare ai loro cittadini che il trattato di bilancio del 2012 funzionava, e oggi sono reticenti a ritrattare quanto detto. E quindi vi spiegheranno che è complicato cambiare i trattati, anche se nel 2012 gli bastarono sei mesi per riscriverli, e anche se è evidente che nulla impedisce di prendere misure di emergenza in attesa che entrino in vigore nuove regole. Ma farebbero meglio a riconoscere gli errori finché sono in tempo, piuttosto che aspettare nuovi scossoni politici, stavolta dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso.

Tutto dipenderà anche dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente all’opposizione. Meno falcidiati e screditati dei loro omologhi greci, devono tuttavia accettare il fatto che faranno molta fatica a vincere le prossime elezioni senza allearsi con Podemos, che stando agli ultimi sondaggi potrebbe perfino arrivare al primo posto.

E non dobbiamo pensare, soprattutto, che il nuovo piano annunciato dalla Bce basterà a risolvere i problemi. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici e 18 tassi di interesse diversi è fondamentalmente instabile. La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi la priorità dell’Europa dovrebbe essere investire su innovazione e formazione. Per fare questo c’è bisogno di un’unione politica e di bilancio della zona euro più stringente, con decisioni prese a maggioranza all’interno di un Parlamento autenticamente democratico. Non si può chiedere tutto a una Banca centrale.

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Renzi come Tsipras? Sì, magari.

26 Gen

A poche ore dalla schiacciante vittoria di Tsipras, a leggere e sentire i commenti dei soliti giornalisti reggicoda e di molti sostenitori di Renzi, di comodo e in buona fede, si avverte una certa ansia nel cercare frettolosamente punti di contatto tra il nostro Presidente del Consiglio e il coraggioso leader greco. Tempo sprecato. Cosa pensa davvero Tsipras di Renzi è ben sintetizzato nel suo libro di prossima uscita, anticipato in un articolo di Luca Sappino  su l’Espresso:

«Renzi presenta un forte dualismo, è come se si trattasse, quasi, potremmo dire, di una personalità scissa». A parlare è Alexis Tsipras, leader di Syriza, il partito della sinistra greca che i sondaggi ancora oggi, a pochi giorni dalle elezioni, indicano come vincitore e primo partito del paese.
«Per metà, in Europa, il suo profilo deve essere quello di un leader che rivendica una prospettiva diversa da quella dell’austerità e del patto di stabilità, visto che stanno strozzando anche l’Italia», sono le parole di Tsipras, su Matteo Renzi, raccolte nel libro di Teodoro Andreadis Synghellakis, “Alexis Tsipras, la mia Sinistra” (edizioni Bordeaux), in libreria da martedì, con la prefazione di Stefano Rodotà: «L’altra metà del profilo, tuttavia, è quello di un politico che avanza come un’asfaltatrice, allo scopo di imporre le riforme neoliberiste all’interno del paese, nella riorganizzazione produttiva e la liberalizzazione dell’economia, misure dalle quali, ovviamente, può trarre giovamento solo l’elite con le lobby economiche».
Il giudizio quindi è severo, al netto di alcune aperture diplomatiche. Se da una parte Tsipras cerca di scrollarsi di dosso la nomea di nemico pubblico numero uno dell’Europa unita, dall’altra ha ben chiaro cosa dovrebbe fare, e non fa, il premier italiano, tra semestre europeo e rapporto con Angela Merkel.
Per fortuna Tsipras mostra quindi – a differenza di Renzi nella sua incolore presidenza europea –  di avere le idee molto chiare, quelle stesse esposte nel suo programma, e non avrà timori reverenziali nel confrontarsi con la Merkel e Bruxelles. Ne va del futuro del suo paese e lui ne è ben consapevole, sente – diversamente da altri pseudoleader – la responsabilità del ruolo che riveste e delle speranze degli europei che ancora attendono la realizzazione del sogno di Altiero Spinelli di un’Europa aperta, generosa, che guardi oltre gli angusti confini dati dagli interessi di pochi forti a danno di milioni di deboli non per loro colpa ma vittime della grettezza, della miopia e dell’egoismo.

Quindi l’augurio è oggi, ben più solido, lo stesso che rivolgevo solo tre giorni fa nel titolo di un post:

La vecchia Europa, la nuova Grecia, la nuova Europa

E per questa volta scusate l’autocitazione. 🙂

Sull’aumento degli stipendi il Governo ha barato

25 Gen

“Stipendi, manovra meno forte – ora i conti non tornano – aumenti massimi di 75 euro”
Questo articolo di Valentina Conte, su Repubblica di oggi, è molto interessante. Vi si racconta come il 2o gennaio scorso il Presidente del Consiglio abbia inviato un tweet in cui si anticipava un incremento di ben 175 euro al mese per 13 mensilità degli stipendi medi nella fascia ‘single, 24.ooo euro lordi, neoassunti e contratti esistenti‘. Risultato di assoluto rilievo e merito dei provvedimenti governativi sugli sgravi contributivi che hanno ridotto consistentemente il cuneo fiscale. Bene, bravo, bis.
Stipendi TAB GOV

C’era però qualcosa che non tornava nei conti presentati nella tabella: com’era possibile – si è chiesta Valentina Conte – un incremento di quella portata in funzione della riduzione per l’impresa  del 25%  del costo del lavoro? Così è andata a farsi controllare i calcoli dalla UIL, che ha verificato e trovato cosa che non andava (quisquilie e pinzillacchere, avrebbe detto Totò). Innanzi tutto lo stipendio viene incrementato sì, ma dagli 80 euro del bonus che proiettati sui 13 mesi della tabella di Renzi diventano mediamente 75 (considerando le addizionali comunali e regionali e le detrazioni fiscali introdotte dal governo Letta).  75 euro al mese e non 175, quindi.

N.B. C'è un errore nell'ultima colonna: l'aumento percentuale è del 5,6%, non del 56.

N.B. C’è un errore nell’ultima colonna: l’aumento percentuale è del 5,6%, non del 56.

Stupore. Come è sato possibile? Interpellati il Mef e gli uffici della presidenza del Consiglio il mistero si spiega così “Il Mef ammette di aver fatto i calcoli secondo i desiderata del governo, ma non di averli sintetizzati nella slide, poi confezionata dagli uomini di Renzi“. E quali erano i “deisderata”? Di inserire nel calcolo anche l’opzione TFR, cioè la possibilità per i lavoratori (esclusi gli statali) di chiedere dal prossimo marzo un anticipo della liquidazione in busta paga. In questo modo i conti tornano e, teoricamente, tornano anche i 175 euro.

Ma è corretto questo modo di presentare i fatti? Certamente no, perché non si può stimare quanti chiederanno di attivare l’opzione TFR e soprattutto perché il suo ammontare influirà sull’aliquota fiscale  aumentando le trattenute Irpef. Non è corretto, peraltro, perché nella tabella non viene indicato questo stratagemma per illudere i media e i lavoratori. Non è corretto, infine – e questo è davvero grossolano ai limiti del truffaldino – perché la tabella pone a confronto il 2015 sul 2013, saltando disinvoltamente e spregiudicatamente il 2014, anno in cui il bonus fu già erogato per 8 mesi su 12. L’aumento reale degli stipendi, conclude l’articolo, corrisponde quindi a “una pizza con birra“.

Non so come possiate pensarla voi, ma io trovo indecente – e mi tengo leggero – questo modo di presentare i fatti agli italiani. Ma fa parte dello stile, mi dicono.

Stipendi REP

Il partito sbagliato

24 Gen

Raffaele Viglianti lascia il Pd. Lo dice nel suo blog, con un’amara lettera di saluto in cui spiega le ragioni della sua rinuncia. E a me dispiace molto, moltissimo, non solo perché comincio a non contare più quanti se ne vanno, ma perché Raffaele è stato davvero uno di quelli che non si è risparmiato. Un vero militante che ha lavorato instancabilmente, ha sacrificato tempo e soldi (suoi), ha creduto fino all’ultimo in un progetto e ora, sopraffatto dalla delusione, getta la spugna.

Confesso che capisco benissimo le sue ragioni. Anch’io sono stato fino all’ultimo dubbioso ed esitante se rinnovare o no la tessera e alla fine hanno prevalso il senso di responsabilità verso tanti altri amici e militanti, la testardaggine di non darla vinta a chi stava facendo di tutto per farmi sentire quasi un corpo estraneo, il credito di fiducia che ho accordato e accumulato negli anni senza che venisse soddisfatto.  Lo dico chiaramente: l’attuale visione del partito da parte dei vertici sembra guardare ai militanti come un utile accessorio, ma non certo come la parte viva e pulsante e la loro partecipazione (tanto conclamata nei documenti fondativi) è solo apparente.

Molto prima che nascesse l’attuale tendenza a definire ‘leader’ chi raccoglie maggior consenso dai media perché viene meglio in tv e magari ha anche il dono della parlantina sciolta condita di qualche battuta (competenze ed esperienze sono ovviamente un di più che non guasta, ma assolutamente non necessario), molto prima di questo, dicevo, il partito politico doveva comprendere i militanti al primo posto, seguiti dagli iscritti. Gli elettori venivano assai dopo, cioè quando veniva chiamata la tornata elettorale, ma completavano il quadro delle figure-chiave. Ognuna di esse rappresentava un’area: il militante l’ideale e la struttura operativa del movimento, l’iscritto l’interesse e il partito di massa, l’elettore l’emozione e l’ago della bilancia. Non lo dico mica io, l’ha scritto Duverger, ne ha parlato Weber.

Quando invece l’elettore è stato trionfalmente portato al primo posto, puntando su quella figura di leader di cui si è detto prima, è nato il partito personale, il partito “macchina di potere” come avrebbe detto Berlinguer o “pigliatutto” (come lo chiama Kirchheimer); è il partito dove il capo può tranquillamente anteporre le proprie idee (o interessi) agli ideali, mantenuti in vita artificialmente in una teca di cristallo sotto vuoto spinto: si possono solo ammirare (e rimpiangere). Questo modello di partito teorico, dove “partecipazione” viene intesa solo nel senso letterale di prender parte a un evento, a una manifestazione e null’altro, costruito su un vortice di promesse e proclami altisonanti, sul fascino mediatico,  su un vertice di comando clientelare – volto solo a manifestare fedeltà pur di mantenere i privilegi acquisiti – è l’antitesi perfetta dell’altro.

Non ha niente a che vedere col partito politico dove militanti ed iscritti, organizzati socialmente e territorialmente, provvedono ogni giorno a mantenere la causa in primo piano, stimolano l’evoluzione culturale, curano il confronto dialettico e fruttuoso delle idee, dove la passione politica si autoalimenta e dove il leader ne rappresenta la felice sintesi. Con questo modello di partito, è solo e sempre il Parlamento l’organo centrale della democrazia, il filtro tra popolo e governo, il luogo deputato a far emergere i migliori e i disinteressati, dove si discute del futuro della nazione e si creano le leggi a beneficio della collettività.

Nulla e nessuno potrà convincermi che non sia questo quello giusto e l’altro quello sbagliato.

La vecchia Europa, la nuova Grecia, la nuova Europa

23 Gen

L’analisi del voto nella seconda tornata delle elezioni del 2012 in Grecia accreditava a Nuova Democrazia, il partito conservatore vincente col 30%, il 37% degli ultracinquantenni e il 22,7 degli under 50. Syriza, la coalizione di sinistra guidata da Alexis Tsipras giunta seconda col 27%, registrò l’esatto contrario: rispettivamente 23% e 32,8%.  Solo due anni dopo, alle elezioni europee del 25 maggio 2014, Syriza si afferma come il primo partito in Grecia col 26% dei voti; Nuova Democrazia scende al 22% e la destra estrema di Alba Dorata al 9%.

Alle prossime elezioni di domenica 25 gennaio, gli ultimi sondaggi danno in media Syriza vincente con una percentuale che sfiora il 35%, i conservatori al 30%, la destra estrema di Alba Dorata al6% e To Potami (il Fiume, il nuovo partito dei socialdemocratici fondato dal giornalista Theodorakis) a circa il 7%. Il Pasok, il partito socialista di Papandreu che aveva guidato il paese nella crisi del 2008, si è praticamente dissolto, precipitando a uno scarso 6%. L’ago della bilancia, che potrebbe assicurare a Tsipras il premio di maggioranza in Parlamento consistente in 50 seggi, è dato dagli indecisi, quotati all’11%.

Come si è arrivati fin qui? Bisogna rileggere gli avvenimenti che si sono tumultuosamente succeduti in Grecia dal 2008 ad oggi e devo ringraziare Valigia Blu per questa interessante sintesi di quel periodo; utile anche la cronistroria di Ettore Livini su Repubblica. Il punto focale di questo periodo resta comunque la nascita e l’inarrestabile evoluzione di Syriza e le ragioni possono essere essenzialmente due.

Syriza (l’acronimo in greco di Coalizione della Sinistra Radicale), che raggruppa una dozzina di partiti della sinistra radicale e ambientalisti, nasce nel 2006 sotto la guida di Alexis Tsipras. La sua strategia politica, basata sul rapporto diretto con gli elettori, gli fa raggiungere il 10,5 per cento dei voti, ma è con lo scoppio della crisi del 2009 che si pongono le solide basi che proietteranno la nuova formazione politica. Syriza apre un dialogo con i movimenti della società civile, svolgendo – come ricorda Rodotà – “un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati“. Non un partito distante dalla gente quindi, ma un movimento immerso nel quotidiano dei singoli, che ne vive i problemi pratici e aiuta a risolverli. In più, come giustamente afferma Leonardo Bianchi, diventa “l’unico interlocutore credibile delle generazioni più giovani, le cui prospettive sono state fatte a pezzi dalla crisi economica. E la questione generazionale – in un paese in cui i partiti tradizionali sono delle specie di gerontocrazie che si rivolgono solo agli ultracinquantenni – giocherà un ruolo fondamentale in queste elezioni“.
Tsipras 3
L’altro motivo va ricercato nell’opposizione frontale di Tsipras alla brutale austerity che la Troika impose alla Grecia e nelle argomentate soluzioni che propone. In sintesi, Tsipras conferma il programma che aveva già esposto alle elezioni europee dell’anno scorso: “Questa non  è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani”.

In un’intervista all’Huffigton Post greco, riportata da Polisblog, Tsipras aggiunge  che Siryza intende applicare il Programma di Salonicco indipendentemente dal negoziato con i suoi finanziatori e adotterà una serie di azioni mirate per contenere la crisi umanitaria, con la giustizia fiscale e un piano di rilancio dell’economia. Syriza punta ad attuare riforme radicali del modus operandi dello Stato nel settore pubblico per “cambiare tutto ciò che ha spinto il Paese sull’orlo di una bancarotta economica, ma anche morale“. Parlando quindi dell’euro, Tsipras afferma che Syriza non ne vuole il crollo ma il salvataggio, ma sarà impossibile riuscirvi finché il debito pubblico degli Stati membri sarà fuori controllo in quanto questo problema  non è solo greco ma europeo e dunque è l’Europa nel suo insieme che è in debito e che deve cercare una soluzione sostenibile.

“Syriza e la Sinistra Europea sostengono che nella cornice di un accordo europeo, la stragrande maggioranza del valore nominale del debito pubblico debba essere cancellata; bisognerà imporre una moratoria sulla sua restituzione, e bisognerà introdurre una clausola per la crescita che si occupi della parte rimanente del debito, così da poter impiegare le rimanenti risorse per la crescita.”

Scrive Luca Passoni  che “il programma economico della coalizione guidata da Alexis Tsipras – cuore  della sua proposta alla Grecia “post-crisi” – anzitutto punta sulla richiesta Ue di saldo primario positivo per il 4% per i prossimi anni e a rinegoziare invece il valore nominale del debito pubblico (oggi pari al 170% del Pil). Sui mercati finanziari gode di un certo consenso la prospettiva che l’eventuale negoziato con la “troika” (Ue, Bce, Fmi) possa essere questa volta più duro che in occasione della “prima crisi greca”: oggi l’impatto sistemico del debito greco (verso il sistema bancario, a cominciare da quello tedesco) è enormemente ridotto rispetto al periodo 2010-2012. La situazione finanziaria appare quindi relativamente tranquilla per il resto dell’eurozona. Visto però che l’ambiente politico europeo è in evoluzione (crescono di peso i partiti euroscettici), le conseguenze politiche di difficoltà negoziali con la Grecia potrebbero essere maggiori che in passato”. Tuttavia, prosegue l’articolo “La durezza del negoziato con la “troika” attesa sulla base di considerazioni esclusivamente finanziarie potrebbe essere ammorbidita dalle considerazioni legate all’evoluzione del mondo politico (il cancelliere tedesco Angela Merkel vorrà affrontare in termini risoluti solo Syriza, nel sud dell’Europa, o terrà conto del comportamento di Alternative fuer Deutschland e di Pegida a Berlino?).

Un ampio e dettagliato stralcio del programma economico di Tsipras lo potete trovare, oltre che nell’intervista a Nadia Valavani, responsabile esteri di Syriza, qui su Repubblica: oltre a quanto già detto,  fa perno da una parte su una serie di misure volte ad alleviare le sofferenze della parte più debole della popolazione, dall’energia gratis a un bonus extra per le pensioni minime, dall’altra su manovre e riforme strutturali, inclusa una feroce e implacabile lotta all’evasione fiscale.

Sia come sia, per concludere c’è da concordare con Leonardo Bianchi sempre su Valigia Blu: “in questa tornata elettorale, tuttavia, Syriza si presenta come una formazione politica matura, che in questi ultimi tre anni ha lavorato moltissimo sulla propria struttura e sulle sue posizioni”. La vittoria di Tsipras può davvero aprire una nuova prospettiva per l’Europa, con una sinistra rafforzata anche dalla crescita del movimento  di Podemos in Spagna – che stando agli attuali sondaggi alle prossime elezioni potrebbe anche raccogliere il 30% dei voti.
Alla vecchia e gretta Europa legata ai suoi privilegi e ai propri interessi, la nuova Grecia della solidarietà al primo posto può quindi portare davvero un’aria nuova, l’aria  fresca e pulita della nuova Europa.

 

I nani e il gigante

23 Gen

Leggetevi questa intervista a Rodotà pubblicata su Micromega e poi sappiatemi dire. In rapporto ai nani che credono di essere statisti, qui c’è un gigante.
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Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti”

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…
Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

(22 gennaio 2015)

 

È ufficiale

22 Gen

Da rottamare era il Pd, con buona pace di chi, in buona fede, ha ancora fiducia in Renzi.
#cambiaverso sì, ma da sinistra a destra.

Una gran cippa

21 Gen

Nel suo blog sul l’Espresso oggi Luigi Bruschi pone una innocente domanda (quella che trovate subito qui sotto) cui io, da quel maleducato, sovversivo, fazioso, eccetera che sono, ho risposto nel titolo. Ma non mi pare proprio che i democratici (o autodefinitisi tali) abbiano vinto qualcosa di più. Anzi, per essere ancora più diretto e preciso hanno vinto ‘sto cazzo.
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Vincere cosa, esattamente?

Abbiate pazienza eh, ma giunti a questo punto, dopo le vicende delle ultime ore che rilanciano il Patto del Nazareno e tutto il resto, mi coglie un irrefrenabile bisogno di porre un quesito.

E vorrei porlo a tutti coloro – ed erano in tanti, lo ricordo bene – che a suo tempo decisero di puntare su Renzi perché “comunque si deve pur vincere“.

A costoro chiederei oggi: scusate eh, ma decidere le sorti del paese con la finta destra populista di Berlusconi da un lato e la Forza Italia sotto mentite spoglie di Alfano dall’altro, ottenendo allo stesso tempo il risultato di contribuire indirettamente al rafforzamento della nuova destra populista di Salvini (unica a restare ‘non compromessa’ dalla triplice alleanza, per dir così), e ancora cambiare verso al PD, spostandolo al centro e dandogli esattamente la forma del partito-padrone tanto avversato per 20 anni, imbarcando per di più quelli che fino al giorno prima dovevano essere da rottamare e ghettizzando quel poco di sinistra rimasta nel PD al punto da costringerla a sloggiare…

No dico per voi democratici, pensateci bene per un momento, tutto questo significa vincere cosa, esattamente?

 

Noi non gliel’auguriamo di certo….

20 Gen

,,,perché non siamo così cattivi….

…ma gli starebbe bene, no?  🙂

P.S. Con ancora un ‘grazie di esistere’ a Makkox (e anche al Post, ma parecchio dopo).

Come trasformare un partito di sinistra-centro in uno di centro-destra

20 Gen

Ho tratto integralmente dal blog dell’amico Nando Cancedda questo suo commento e quanto segue. Credo sia supefluo aggiungere che condivido il tutto.
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Poco da aggiungere alle riflessioni inviatemi da Nino Labate in forma di commento al post di ieri sul caso Cofferati. Poco da aggiungere se non un punto interrogativo sulla sua sottovalutazione del Nazareno e una mia fondata riserva sul giudizio che l’ex segretario generale della CGIL avrebbe fatto male ad andarsene dal PD. Doveva restare, sostiene Labate, “per controbilanciare una probabile deriva verso il centrodestra del Pd”. Se si tratta di una probabilità o piuttosto di una certezza, lo vedremo. Basterà attendere un paio di settimane, fino al voto in Senato sull’Italicum e a quello per l’elezione del Presidente della Repubblica. Da come saranno sciolti questi nodi all’interno del partito sapremo anche come sciogliere quella riserva (nandocan).

***di Nino Labate, 19 gennaio 2015 – Nei sistemi di democrazia rappresentativa e pluralista, intercettare i voti del centro (sociale) , quelli cioè che “pesano” di più nella curva a campana della distribuzione statistica della popolazione, è sempre stato un imperativo dei partiti nel corso delle competizioni elettorali.
Non essendo in presenza di una schiacciante superiorità, sia nei sistemi proporzionali , sin in quelli bipolari o maggioritari, in Francia, in Germania , in Spagna, e perfino in Inghilterra i partiti di “sinistra” hanno vinto solo quando sono riusciti a raccogliere voti di “centro”. Non è allora uno scandalo se il Pd per vincere le elezioni tende a spostare il suo baricentro verso la middle class ( il fu ceto medio) che occupa la gobba centrale più numerosa.
Lo aveva per primo intuito Gramsci quando parlava del voto cattolico dei contadini che richiedeva attenzioni da parte del Pci. Poi lo aveva capito Berlinguer e soprattutto Occhetto con le sue lacrime quando ha messo in soffitta il marchio Pci. E poi dichiarato decisamente Veltroni al Lingotto col partito maggioritario.
Il problema dei nostri giorni è invece un altro. Ed è quello della presenza di un Movimento di un comico e di un partito secessionista, che escono (ma solo apparentemente) dalla logica tripolare sinistra, centro, e destra essendo antipartito, antipolitici e localistici. Cioè tutto e il contrario di tutto.
Dov’è allora il vero scandalo? Una volta incamerati questi voti , il vero scandalo consiste nella dabbenaggine di spostare l’asse del Pd e farsi guidare, Nazareno e riforme istituzionali a parte, dalla domanda politica di questo elettorato trasformando il partito di sinistra-centro, in un partito di centro-destra . Neanche la Dc del dopoguerra è riuscita a fare tanto. Perché una volta sdoganati voti e ceti decisamente fascisti, riuscì a portarli nell’alveo del gioco democratico controllando al suo interno le correnti clerico-conservatrici e reazionarie con la sua sinistra sociale cattolica.
Da questo si potrà forse capire perché Cofferati ha fatto male ad andarsene. Non tanto per l’unità del partito, quanto per controbilanciare una probabile deriva verso il centrodestra del Pd.
Sono anche persuaso che non esistono primarie sane e primarie malate. Le primarie, specie quelle aperte, non hanno altra funzione se non quella di trasformare un partito politico in partito di opinione e del “pubblico”, delegittimando le responsabilità della sua classe dirigente. Ma come la rana – animale per definizione “liquido” – che gonfiandosi al suo esterno rischia di dimenticare il suo interno e di scoppiare , allo stesso modo le primarie del Pd tendono a gonfiarsi sul presente dell’opinione pubblica, rimuovendo i valori e le ragioni del passato, e spingendolo a non progettare futuro. Ma alla fine rischiando di farlo implodere e morire.
Saper governare e capire i processi storici nel loro cambiamento , non significa farsi governare dai processi storici e dal cambiamento. Ci potrà dispiacere, e a me per dire il vero dispiace, ma la lezione che ci suggerisce il sofferto cammino dei partiti politici nel tempo, è quella che la loro identità è sempre ed inevitabilmente frutto della storia in movimento. Ma se per un partito che ha le sue radici nella cultura di sinistra intercettare voti di centro non è uno scandalo , diventa tuttavia inspiegabile farsi pilotare da una cultura di centro-destra soprassedendo sui motivi del dissenso interno.

 

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