Archivio | febbraio, 2018

Basta con lo sbarabiribiribirri! Vogliamo candidature trasparenti

26 Feb

Condivido qui tutto quello che dichiara Riparte il futuro.

Fatti sentire, pretendi trasparenza dai candidati alle elezioni del 4 marzo. Aspirano a rappresentarci in Parlamento, ma ci chiedono di votare al buio. Non conosciamo le loro competenze, i ruoli e gli incarichi che ricoprono, i loro potenziali conflitti di interessi, se hanno condanne o processi in corso, nemmeno chi finanzia la loro campagna elettorale. Sono informazioni semplici, ma necessarie per scegliere bene chi aspira a governare il Paese. Dobbiamo poter vigilare sul loro operato e sapere se rappresentano davvero gli interessi dei cittadini e non quelli di poteri occulti. Firma per avere ora trasparenza dai candidati e per esigere il loro impegno ad approvare una legge sulla trasparenza delle candidature.”

E poi basta co’ ‘sto “sbarabiribiribirri” 😀

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I giovani coraggiosi che si oppongono all’America che uccide i suoi figli

24 Feb

Grazie a Valigia Blu e a Sarah Tuggey riporto la traduzione del discorso di Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage di Parkland. Negli USA le sparatorie con vittime di giovani si susseguono (la CNN ricorda che ce ne sono state 8 dall’inizio dell’anno)  sotto gli occhi indifferenti dei produttori di armi e del presidente Trump che di fronte a questa tragedia immane è riuscito solo a proporre di armare gli insegnanti, come se contro la follia che dilaga questi nuovi sceriffi potessero qualcosa.

#NeverAgain è la parola d’ordine che ha dato origine all’organizzazione degli studenti, spalleggiati dalle famiglie e da un’opinione pubblica in crescente loro favore (tra gli altri personaggi dello spettacolo come George Clooney, Steven Spielberg, Oprah Witney). Per il 24 marzo è prevista a Washington una imponente manifestazione contro la diffusione indiscriminata di armi e per un loro controllo.

Ecco l’articolo di Valigia Blu.

Il potentissimo discorso di una studentessa sopravvissuta al massacro nella scuola in Florida 

 

«Se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa. Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno».

Mercoledì scorso, 17 studenti della scuola superiore Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, a circa 80 chilometri a nord di Miami, sono stati uccisi da un ex studente di 19 anni, Nicholas Cruz, espulso dalla scuola per motivi disciplinari. È l’ottava sparatoria in una scuola statunitense dall’inizio dell’anno. In un discorso nell’auditorium della scuola, Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage, ha ricordato le 17 vittime e ha lanciato un messaggio potente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quei politici che ricevono donazioni dalle multinazionali che vendono armi. Riportiamo la traduzione del suo intervento a cura di Sarah Tuggey:

“Non abbiamo ancora avuto un momento di silenzio alla House of Representatives, quindi mi piacerebbe averne uno. Grazie.

Ogni singola persona qui oggi, tutte queste persone dovrebbero essere a casa, in lutto. Eppure siamo qui, insieme, perché se tutto quello che il nostro governo e il nostro Presidente sanno fare è inviare pensieri e preghiere, allora è tempo che le vittime siano il cambiamento al quale dobbiamo assistere. Dai tempi dei Padri Fondatori, e da quando il Secondo Emendamento è stato aggiunto alla nostra Costituzione, le nostre armi si sono sviluppate a un ritmo che mi fa girare la testa. Le armi sono cambiate, ma le nostre leggi no.
Non riesco proprio a capire perché dovrebbe essere più difficile fare progetti con gli amici nel fine settimana che comprare un’arma automatica o semiautomatica. In Florida, non hai bisogno né di un permesso né di una licenza a portare armi per comprare un’arma, e una volta acquistata non è necessario registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare un fucile, normale o da caccia, nascosto alla vista. Puoi comprare tutte le armi che vuoi, in un singolo acquisto.

Oggi ho letto qualcosa di molto potente per me. Era dal punto di vista di un insegnante. Cito testualmente: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma, tutto quello che riesco a sentire è che il mio diritto a possedere una pistola è più importante del diritto alla vita del tuo studente. Tutto ciò che sento è ‘mio, mio, mio, mio’.” Invece di preoccuparci del nostro test sul Capitolo 16 dell’AP Gov {sul sistema giudiziario americano, ben spiegato qui: http://college.cengage.com/…/study_g…/wilson_11e_sg_ch16.pdf}, dobbiamo studiare i nostri appunti per assicurarci che i nostri argomenti basati sulla politica e sulla storia politica siano ineccepibili. Gli studenti di questa scuola hanno presenziato a dibattiti sulle armi per ciò che ci sembra essere la nostra intera vita. AP Gov è stato oggetto circa tre dibattiti quest’anno. Alcune discussioni sull’argomento si sono verificate anche durante la sparatoria, mentre gli studenti si nascondevano negli armadietti. Le persone coinvolte in questo momento, quelle che erano lì, quelle che hanno postato, quelle che hanno twittato, quelle che fanno interviste e parlano con la gente, vengono ascoltate per quella che sembra la prima volta su questo argomento che è apparso oltre 1.000 volte solo negli ultimi quattro anni.

Oggi ho scoperto che esiste un sito web, www.shootingtracker.com. Nulla nel titolo suggerisce che stia monitorando solamente le sparatorie negli Stati Uniti, eppure, ha bisogno di farlo? Perché l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa, nel 1999 a Port Arthur {e dopo il} il massacro ha introdotto leggi sul controllo delle armi da fuoco, e da allora non ne ha più avuto nemmeno uno. Il Giappone non ha mai avuto una sparatoria di massa. Il Canada ne ha avuti tre, e il Regno Unito ne ha avuto uno, ed entrambi questi Stati hanno introdotto il controllo delle armi eppure siamo qui, con siti web dedicati a segnalare queste tragedie, in modo che possano essere formulate statistiche da mettere a vostra disposizione.

Oggi ho visto un’intervista in mattinata, e ho notato che una delle domande era: pensi che i tuoi figli dovranno subire altre sparatorie a scuola? E la nostra risposta è che i nostri ‘vicini’ non dovranno subire altre sparatorie a scuola. Quando abbiamo avuto voce in capitolo con il governo – e forse gli adulti ormai si sono abituati a dire che {la situazione} “è quella che è”, ma se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa.

Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno.

C’è un tweet sul quale vorrei concentrarmi. {C’erano} tanti segnali che il tiratore in Florida fosse disturbato mentalmente, {era stato} persino espulso per comportamento scorretto e irregolare. I vicini e i compagni di classe sapevano che era un grosso problema. È sempre necessario segnalare tali istanze alle autorità, ancora e ancora. L’abbiamo fatto, più e più volte. Fin da quando era alle scuole medie e non è stata una sorpresa per nessuno che lo conoscesse scoprire che era lui il tiratore. Chi parla di come non avremmo dovuto ostracizzarlo, non lo conosceva affatto. Beh, noi lo conoscevamo. Sappiamo che stanno rivendicando problemi di salute mentale, e io non sono una psicologa, ma dobbiamo stare attenti perché questo non era solo un problema di salute mentale. Non avrebbe ferito molti studenti con un coltello.

E che ne dite di smettere di incolpare le vittime di qualcosa che è stata colpa dello studente, colpa delle persone che gli hanno permesso di comprare le armi, quelli delle mostre di armi, le persone che lo hanno incoraggiato a comprare gli accessori per le sue armi in modo da renderle completamente automatiche, le persone che non gliele hanno portate via quando hanno saputo che esprimeva tendenze omicide, e non sto parlando dell’FBI. Sto parlando delle persone con cui ha vissuto. Sto parlando dei vicini, che lo hanno visto fuori, con in mano le armi.

Se il Presidente vuole venire da me e dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile, che non sarebbe mai dovuta succedere, e continuare a dirci che non si farà nulla al riguardo, allora sarò felice di chiedergli quanti soldi ha ricevuto dalla National Rifle Association {lobby americana delle armi}. E volete sapere una cosa? Non importa, perché lo so già. Trenta milioni di dollari. Che, diviso per il numero di vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti solamente nel primo mese e mezzo del solo 2018, risulta essere la bella cifra di $ 5,800 {a persona}. Questo è quanto valgono queste persone per te, Trump? Se non fai nulla per impedire che ciò continui ad accadere, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il il loro valore scenderà. E noi saremo senza valore per te. A ogni politico che prende donazioni dalla NRA io dico: vergognatevi!

Se il vostro denaro fosse tanto minacciato quanto lo siamo noi, il vostro primo pensiero sarebbe, come si rifletterà questo sulla mia campagna? Chi dovrei scegliere? Oppure scegliereste noi, e se ci rispondeste, per una volta vi comportereste di conseguenza? Sapete quale sarebbe un buon modo di comportarsi di conseguenza? Ebbene, ho un fulgido esempio di come non ci si dovrebbe comportare. Nel febbraio del 2017, un anno fa, il presidente Trump ha abrogato un regolamento approvato dalla presidenza Obama che avrebbe reso più facile bloccare la vendita di armi da fuoco a persone con determinate malattie mentali.
Dalle interazioni che ho avuto con il tiratore prima della sparatoria, e dalle informazioni che ho attualmente su di lui, non so davvero se fosse malato di mente. Ho scritto questo prima di sentire quello che ha detto Delaney. Delaney ha detto che gli era stato diagnosticato {un disordine mentale}. Non ho bisogno di uno psicologo e non ho bisogno di essere una psicologa per sapere che abrogare quel regolamento è stata un’idea davvero stupida.

Il senatore repubblicano dell’Iowa Chuck Grassley è stato l’unico sponsor di un disegno di legge che impedisce all’FBI di eseguire controlli di background su persone giudicate malate di mente e ora dichiara, a titolo informativo: “Beh, è un peccato che l’FBI non stia effettuando controlli di background su questi malati di mente.” Eh, caro. Sei stato proprio tu a togliere loro questa opportunità, l’anno scorso.

Le persone del governo, che sono state votate per arrivare al potere, ci stanno mentendo. E noi ragazzi sembriamo essere gli unici a notarlo, e i nostri genitori gli unici ad affermare che stanno dicendo cazzate. Voi, aziende che state cercando di rendere gli adolescenti delle caricature in questi giorni, dicendo che siamo tutti egocentrici e ossessionati dalla moda e ci zittite fino a sottometterci quando il nostro messaggio non raggiunge le orecchie della nazione, siamo pronti a dire che queste sono cazzate. Politici che sedete sulle vostre poltrone dorate della Camera e del Senato, finanziati dalla NRA, dicendoci che non si sarebbe potuto fare nulla per impedirlo, queste sono cazzate. Dicono che leggi più restrittive sulle armi non riducono la violenza. Queste sono cazzate. Dicono che un bravo ragazzo con un’arma ne ferma uno cattivo con una pistola. Queste sono cazzate. Dicono che le armi sono solo strumenti, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le auto. Queste sono cazzate. Dicono che nessuna legge avrebbe potuto impedire le centinaia di tragedie insensate che si sono verificate. Queste sono cazzate. Dicono che noi ragazzi non sappiamo di cosa stiamo parlando, che siamo troppo giovani per capire come funziona il governo. Queste sono cazzate. Se siete d’accordo, registratevi per votare. Contattate i vostri membri locali del Congresso. Dite loro cosa ne pensate.”

Fonti:
🔸Traduzione di Sarah Tuggey: goo.gl/QssBNg
🔸CNN: goo.gl/nrUaub

La Storia siamo noi

16 Feb

La Storia

La Storia siamo noi
Nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
La Storia siamo noi 
Attenzione
Nessuno si senta escluso
La Storia siamo noi
Siamo noi queste onde nel mare
Questo rumore che rompe il silenzio
Questo silenzio così duro da raccontare
E poi ti dicono tutti sono uguali
Tutti rubano nella stessa maniera
Ma è solo un modo per convincerti
A restare chiuso dentro casa quando viene la sera
Però la Storia non si ferma davvero
Davanti a un portone
La Storia entra dentro le nostre stanze
E le brucia
La Storia dà torto o dà ragione
La Storia siamo noi
Siamo noi che scriviamo le lettere
Siamo noi che abbiamo tutto da vincere
O tutto da perdere
Poi la gente
Perché è la gente che fa la Storia
Quando si tratta di scegliere
E di andare te la ritrovi
Tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare
Quelli che hanno letto un milione di libri
Insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la Storia dà i brividi
Perché nessuno la può cambiare
La Storia siamo noi
Siamo noi padri e figli
Siamo noi
Bella ciao
Che partiamo
La Storia non ha nascondigli
La Storia non passa la mano
La Storia siamo noi
Siamo noi questo piatto di grano.

 

Francesco De Gregori – Scacchi e tarocchi – 1985

 

 

 

La prerogativa: da dove viene?

11 Feb

Dal sito Una parola al giorno traggo questa interessante spiegazione sul significato e origine della parola:

Prerogativa

[pre-ro-ga-tì-va]

SIGN Privilegio, diritto; peculiarità, caretteristica distintiva
voce dotta recuperata dal latino [praerogativa], sostantivazione dell’aggettivo [praerogativus] ‘che esprime un parere prima degli altri’, da [prae rogatus] ‘interrogato prima’.

 

Questa parola ci apparecchia dei significati davvero interessanti e utili, ma soprattutto ha un’etimologia sorprendente.

Nell’ordinamento dell’antica Roma la prerogativa era la centuria che, fra i comizi centuriati, votava per prima. Per chi non lo ricordasse, quella dei comizi centuriati fu forse l’assemblea più importante di Roma, dai tempi di re Servio Tullio fino ad Augusto: secondo la logica per cui il cittadino era anche soldato, i cittadini romani erano suddivisi in classi in base al censo, cioè in base alla loro ricchezza; i cittadini delle classi più ricche erano tenuti ad avere (li pagavano di tasca propria) armamenti migliori, e ricoprivano ruoli militari più importanti, mentre quelli delle classi più povere portavano armi più modeste e avevano ruoli più umili – fino ad essere esentati del tutto dal servizio militare. Ciascuna classe si articolava in un certo numero di centurie, gruppi (non necessariamente di cento persone, a dispetto del nome) che, nell’assemblea dei comizi centuriati, esprimevano ciascuno un voto collettivo. Le competenze di quest’assemblea erano di assoluto rilievo, e andavano dall’elezione delle magistrature maggiori, alla votazione sulle leggi, fino anche a funzioni giurisdizionali. Ad ogni modo, nell’assemblea votavano per prime le centurie delle prime classi, in ordine discendente; e fra quelle della prima classe veniva estratta a sorte – e qui chiudiamo il cerchio – la prerogativa, quella che avrebbe votato avanti a tutte le altre. Un voto importante, perché ad esso volentieri si uniformavano i seguenti.

In italiano la prerogativa riemerge nel XIV secolo, indicando un privilegio, un diritto riconosciuto – qual era quello della prerogativa romana – specie attribuito a cariche pubbliche: parliamo della prerogativa regia per cui il Re d’Italia poteva nominare intere infornate di senatori, delle immunità che sono prerogative di capi di Stato, di parlamentari, di diplomatici. Ma possiamo anche parlare di come il più esperto della squadra abbia la prerogativa dell’ultima parola, o della moglie che ha la prerogativa nella scelta del menu. Inoltre – e sempre già dal XIV secolo – la prerogativa prende anche il significato di peculiarità, di caratteristica specifica: non proprio un privilegio, ma comunque qualcosa che distingue. L’abilità straordinaria nel passaggio è una prerogativa del tal giocatore di basket, il celebre accademico ha la prerogativa di una simpatia travolgente, e quel cuoco ha la prerogativa di un estro impareggiabile nella reinterpretazione dei piatti della tradizione.

Una parola delle più suggestive, che a partire da una consistenza storica notevole è stata capace di trovare sbocchi di significato sempre più vivaci.

La parte migliore dell’Italia.

11 Feb

Lo affermo con assoluta convinzione: a Macerata e con Macerata c’era la parte migliore del Paese.
E chi si è nascosto dietro scuse indecenti o pavidi distinguo si è disonorato da solo.

Perfetto  Christian Raimo: 

Macerata, non esserci andati è stato un errore gigantesco.

Un freddo becco, quasi zero gradi, un corteo boicottato in ogni modo, fatto sfilare in modo punitivo ai margini di una città in cui era stato di fatto decretato il coprifuoco, scuole chiuse, negozi chiusi, bar quasi tutti chiusi, bagni pubblici chiusi, chiese chiuse, e nonostante tutto questo, tanta gente, tra le 20mila e le 30mila persone, venuta da tutta Italia. Nessuna manifestazione dei tempi recenti fa dei numeri simili, nessuna manifestazione in tempi recenti organizzata senza l’aiuto (anzi con il sabotaggio delle organizzazioni grandi, come i grandi partiti e i sindacati confederali), riesce a radunare tutta questa gente in una piccola città di provincia mal collegata.

Nemmeno il cinismo elettorale ha fatto cambiare idea al partito della sicurezza, del nonègiustofarsigiustiziadasoli, del fascismoèmorto: il Pd, per come è stato finora, un partito in cui si potevano riconoscere gli antifascisti democratici, è morto a Macerata. Gli elettori lo dimenticheranno, i militanti già ridanno la tessera. Era facile oggi vedere in piazza gente che ha votato e voterebbe Pd, tra cui molti militanti dell’Anpi, dell’Arci, di Libera, che si sono rivoltati contro la dirigenza.

Femminista, antirazzista, antifascista, solidale, allegro, e in piazza, apertamente: esiste un’altra visione politica rispetto alla politica della paura. Se i giornali non la raccontano, la colpa è dei giornali. Se date la colpa ai giornali, che parlano di inesistenti polemiche sulle foibe, leggete altri giornali. 
Persino la definizione “giovani dei centri sociali” fa ridere chiunque fosse oggi a Macerata. C’erano molti ragazzi certo, ma la manifestazione era davvero intergenerazionale, e interclassista. C’erano persone come la partigiana Lidia Menapace che di anni ne ha 93, e ragazze di 16 anni di Nonunadimeno. Sfilavano affiancate, è la parte migliore del paese: e se non la riconoscete, se non la ringraziate che ha dedicato un giorno del suo tempo anche per ribadire i vostri diritti, per combattere le vostre lotte, per dare il sostegno che meritavano ai sei ragazzi neri feriti da un fascista esaltato, beh è un problema vostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un cartello che invita a partecipare alla manifestazione, 10 febbraio 2018 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

Un manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

>>>Le altre foto da Il Resto del Carlino e Il Post. Grazie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quello che i sei feriti di Macerata non sanno (e neppure molti italiani)

10 Feb

 

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che la nostra Costituzione è ispirata a ideali di uguaglianza e solidarietà. Non lo sanno perché quello che hanno visto finora intorno a loro è la negazione di quei principi.

Non sanno che c’è stato un tempo in cui gli italiani emigrati venivano trattati come bestie, sfruttati ai limiti della schiavitù, perseguitati e massacrati, come ad Aigues Mortes nel 1893, accusati (ingiustamente) di rubare lavoro ai francesi) o quelli linciati a New Orleans nel 1891. Poco importa se sia una bufala o sia vero, ma il rapporto dell’Ispettorato per l’immigrazione USA del 1912 rispecchia esattamente il sentimento degli americani dell’epoca verso gli emigrati italiani. La condanna di Sacco  e Vanzetti pochi anni dopo risentì di quei pregiudizi accumulati nel tempo.

Ovunque andassero, in Europa, in Sudamerica o Australia, gli italiani affamati e in cerca di lavoro ad ogni costo erano manodopera a basso prezzo ed esposti ai rischi maggiori: le tragedie di Marcinelle (1956) e Mattmark (1965) sono ancora ferite recenti, così come l’immigrato in Svizzera  impersonato da Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, rappresentava la cruda realtà di tanti italiani neppure mezzo secolo fa. Oggi, lo dicono i dati INAIL, aumentano gli infortuni sul lavoro di addetti stranieri e diminuiscono quelli degli italiani. E a massacrarsi a raccogliere i pomodori 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, sono gli africani di Rosarno. Tanto per fare un esempio.

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani ignorano la nostra storia. Ma mentre ai primi si può perdonare, a noi non è consentito. Certo, ci sono le responsabilità della scuola che non insegna tutto questo, che non alleva i giovani nel ricordo del fascismo e della Resistenza, che non insegna ad amare, rispettare e seguire la Costituzione: ma io mi chiedo – e chiedo – cosa mai è successo in questo Paese che abbia congelato i sentimenti dell’accoglienza, dell’integrazione, della solidarietà. Quei sentimenti per cui gli ebrei perseguitati dal fascismo furono aiutati da tanti semplici cittadini a proprio rischio e per cui i prigionieri alleati in fuga venivano rifocillati  e assistiti da poveri contadini che si levavano letteralmente il pane di bocca per sfamarli.

In un articolo su Wired Simone Cosimi si chiede: “Siamo ancora gli “italiani brava gente”? Probabilmente no. E forse non lo siamo mai stati: la nostra storia novecentesca è ricca di macchie indelebili,dalla violenza del Fascismo alle leggi razziali che ha portato in seno e, pochi anni prima della caccia agli ebrei, l’uso dei gas asfissianti (iprite e fosgene) allo scopo, per altro mancato, di accelerare le operazioni belliche in Etiopia. Il problema è proprio quello: abbiamo di noi stessi una considerazione eccessiva, sballata, sfocata, ignorante. Che tuttavia sta cambiando. Stiamo quasi arrivando a fare i conti con noi stessi. Stiamo scoprendo il mostro che ci vive dentro.”

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno – scrive ancora Cosimi – che “un’inchiesta dell’associazione Lunaria, anche questa abbastanza recente, ha registrato 1.483 casi di “violenza razzista e discriminazione” fra gennaio 2015 e maggio 2017, nel biennio precedente erano stati 319. Il maggior numero (615) tocca i sindaci e le loro ordinanze “anti-immigrazione”. E non sanno neppure “delle aggressioni neofasciste che stanno puntellando il Paese: la mappa di Infoantifa [date un’occhiata: quella mappa vi raggelerà. Ndr] ne censisce centinaia e continua ogni giorno la sua opera di informazione.” Questa riemersione strisciante del fascismo, appoggiata scientemente da Salvini con le sue demenziali crociate razziste, sta riavvolgendo l’Italia illuminata, accogliente, aperta, che conosco e che amo. Lo Stato, attraverso la scuola – l’ho scritto prima – ha una enorme responsabilità, così come il governo e i suoi uomini, dove spicca il ministro Minniti che, come dice Giulio Cavalli su Left, “è quello che oggi vorrebbe convincerci che le manifestazioni fasciste e quelle antifasciste pari sono.”

Vignetta di Vauro per “Non sono razzista, ma”
di Luigi Manconi, Federica Resta

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che Minniti non è solo: è degnamente accompagnato da tutti quelli che cercano di celare il virus malato del terrorismo razzista e fascista che tenta di emergere. Come scrive correttamente Valigia Blu: La sparatoria di Macerata è stata terrorismo politico di matrice fascista: va riconosciuto e detto, e poi affrontato. Lo è dal background dell’esecutore, Luca Traini – il tatuaggio neonazista sopra l’occhio destro, la rivendicazione col braccio destro teso e la bandiera tricolore, la militanza politica e le testimonianze sulla sua progressiva estremizzazione – e dalla dinamica dell’azione – il proiettile contro la sede del partito democratico, i sei stranieri feriti. Lo è contestualmente al clima di propaganda diffuso dall’estrema destra che trova cassa di risonanza nei mezzi di informazione – dalle prime pagine di Libero e Il Giornale a trasmissioni giornalisticamente fasulle come Quinta Colonna, fino alla debolezze strutturali del giornalismo, che diffonde nei titoli i virgolettati più beceri, e così ne aumenta la portata – i commenti e le analisi arrivano dopo il boato degli slogan, intanto che questi si moltiplicano nelle condivisioni in rete e assediano il nostro sguardo. Questo clima consiste in quotidiane ondate di immondizia ideologica, in bufale conclamate che cementano di rabbia e paura parte dell’opinione pubblica. Invocazioni di ruspe, gli “Stop Invasione”, i “Prima gli italiani”, gli “Aiutiamoli a casa loro”, gli appelli alla pulizia etnica, l’indicare gli oppositori come a libro paga di Soros o di qualche altro cosiddetto “potere forte”, l’equiparazione tra stranieri e potenziali terroristi, la fuffa xenofoba del piano Kalergi, la criminalizzazione delle Ong, l’accusa di “buonismo” per chi parla di diritti umani, gli strumentali attacchi alla Presidente della Camera Laura Boldrini a ogni fatto di cronaca che coinvolge immigrati o persino dopo attentati di matrice islamica. E quelle stesse bocche da odio ora apostrofano come “sciacalli” chi punta il dito contro Salvini & co, nella patetica inversione della realtà che vorrebbe farli passare persino per vittime.

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che il festival della “follia” di Traini è già cominciato: il linciaggio fascista di cui è stato autore ha già trovato le voci a difesa, tese a sminuire la portata criminale di quell’atto. Così come  anni fa per Cassieri, il fascista che a Firenze uccise due senegalesi e poi si suicidò,  è già cominciato il coro che anticipa la causa della ‘sanità mentale’. Ancora Valigia Blu: “Se è bianco è folle, se è di colore o islamico è un terrorista – anche per Breivik si parlò di “follia“. 

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar – che hanno atteso giorni prima che qualche rappresentante delle istituzioni si degnasse di portargli personalmente un minimo di partecipazione alla loro sofferenza – devono invece sapere che tutti gli italiani democratici sono con loro, per l’accoglienza, la legalità, la tolleranza, la solidarietà. Oggi a Macerata l’Italia che resiste all’infamia del razzismo si ribella.
Oggi a Macerata c’è l’Italia vera.

 

 

 

Scusate il ritardo

9 Feb

Filastrocca di Capodanno

 

Filastrocca di Capodanno:

fammi gli auguri per tutto l’anno.

Voglio un gennaio col sole d’aprile,

un luglio fresco, un marzo gentile;

voglio un giorno senza sera,

voglio un mare senza bufera;

voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fior del pesco;

che siano amici il gatto e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo non darmi niente,

dammi una faccia allegra solamente.

Gianni Rodari

La disuguaglianza: il mostro che sta esasperando i conflitti sociali nel mondo (2)

8 Feb

 

Non c’è alcun dubbio che la disuguaglianza sa il peggior nemico della pace sociale e della cristallizzazione dei processi evolutivi dei popoli. Fa quindi riflettere amaramente che – alla vigilia delle elezioni nel noistro Paese – i leader politici (salvo pochissimi) ne parlino quasi en passant, come di un argomento che non si può eludere ma di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

Tony Atkinson, di cui Piketty  fu allievo, ha speso una vita per studiarne cause, effetti e rimedi. Poco prima si morire, nel 2017, pubblicò il suo ultimo libro, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, in cui elaborava quindici proposte radicali, tra le quali una più alta tassazione per i più ricchi, una maggior redistribuzione del reddito, impiego pubblico con più garanzie, aumento del potere dei sindacati e uno sviluppo tecnologico di cui gli Stati avrebbero dovuto farsi carico.

Quest’ultimo tema, sia detto per inciso, è sostenuto vigorosamente da Mariana Mazzuccato, professor di Economia dell’innovazione all’University College di Londra e autrice di The Entrepreneurial State, tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato Innovatore, uno dei saggi più influenti degli ultimi anni in cui ha indicato l’origine pubblica delle principali innovazioni del nostro tempo. In Italia un ottimo testo è quello di Maurizio Franzini e Mario Pianta “Disuaglianze – Quante sono, come combatterle”, Laterza, 2016 (e di cui si è parlato qui: “Disuguaglianze: cause e rimedi”). 

Ma torniamo alla sintesi de “Il capitalismo del XXI secolo” gentilmente proposto da La città futura. Ecco la seconda e ultima parte.

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Segue dalla prima parte

L’Autore fa notare che tutti i dati disponibili suggeriscono che, a dispetto dei luoghi comuni ideologici, la mobilità sociale nell’America del XX secolo e all’inizio del XXI (nazione che presenta la maggiore disparità dei redditi da lavoro), sia molto bassa ed inferiore a quella dell’Europa. Ciò viene messo in relazione con l’elevato costo degli studi universitari, proibitivo per le classi popolari e medie, ed in particolare di quelli più prestigiosi (ad Harvard, che non è nemmeno l’università più cara, le quote di iscrizione ammontavano a 54.000 dollari nel 2013). Certamente l’accesso esclusivo agli studi più qualificati e prestigiosi impedisce qualsiasi vera mobilità sociale, accelerando ed aggravando piuttosto il processo di riproduzione intergenerazionale (altro che opposizione tra generazioni o divisione della ricchezza sulla base dell’età, come pure viene affermato ideologicamente!). Ma c’è di più: gli economisti ad esempio, soprattutto i più quotati, provengono proprio dalle classi più privilegiate e svolgono un ruolo tecnico per i decisori politici, oltre a quello di insegnamento e divulgazione. La loro appartenenza di classe comporta pertanto anch’essa, indirettamente, un’azione di autorigenerazione delle stesse disuguaglianze. A tal proposito Piketty sostiene che teorie e metodologie nella scienza economica risentano profondamente di tali interessi e cita l’utilizzo diffuso di indicatori astratti di disuguaglianza, quali il Coefficiente di Gini o il Principio di Pareto o i rapporti interdecili, i quali si propongono di edulcorare le stesse disuguaglianze, presentandole come naturali, ovvie, eterne. Nel testo viene smentito anche il mito, riduttivo e infondato, dell’accumulazione come “ciclo di vita”, suggerito dall’economista italiano Modigliani, apologeta del liberismo economico, secondo cui il capitale sarebbe accumulato nel corso della vita lavorativa mediante il risparmio, per essere utilizzato interamente, dopo il pensionamento, per mantenere il tenore di vita, anziché essere destinato a trasmettersi con l’eredità.

Le grandi ricchezze generano ovviamente potere e capacità di lobbying e ciò è certamente una delle spiegazioni della tendenza alla riduzione della progressività delle imposte che a sua volta aumenta di fatto il reddito netto della classe più benestante (si pensi, passando all’attualità, alla drastica riduzione delle imposte alla imprese americane stabilita dal tycoon Trump, o, nel piccolo, alla assurda proposta di una flat tax, nella campagna elettorale italiana in corso, da parte del magnate Silvio Berlusconi). Un altro fattore di divergenza deriva dal fatto che i capitali maggiori rendono di più di quelli piccoli o minimi (immaginiamo i tassi di interesse irrisori, spese a parte, di un conto corrente bancario o postale), grazie alla maggiore economia di scala nei costi della gestione finanziaria come pure al migliore accesso di informazioni sui mercati finanziari, riservate e non. In più al crescere della dimensione dei capitali aumenta la capacità di evasione fiscale, legale ed illegale (si pensi ai cosiddetti paradisi fiscali, maanche alla costituzione di fondazioni private e di trust funds o allo spostamento delle sedi fiscali delle società o della residenza personale dove conveniente, ecc.). Tutto ciò comporta, in un circolo vizioso, una crescita esponenziale dei patrimoni più grandi.

Piketty sostiene, a ragione, contro Pareto, che non esiste un limite “naturale” al livello di disuguaglianza della distribuzione di redditi e ricchezze, non esistono fattori automatici di regolazione che lo stabilizzino, ma sono i fattori esogeni che giocano. D’altra parte non ritiene verosimile la teoria del futuro crollo automatico del capitalismo come conseguenza della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto. Tale andamento infatti può essere attenuato o persino temporaneamente bloccato o invertito da una serie di controtendenze tra cui lo sviluppo tecnologico o le politiche neoliberiste pro capitale.

La soluzione preferibile formulata da Piketty sarebbe, in sostanza, una imposta annuale individuale sul capitale fortemente progressiva, a tassi quasi confiscatori per le maggiori ricchezze ed estesa a livello mondiale. Per rendere ciò attuabile, sottolinea l’Autore, occorre però creare strumenti nuovi, fondati teoricamente su un sistema altamente trasparente di scambi automatici di informazioni bancarie, affidabili e globali, sulla distribuzione dei patrimoni, in mano al potere pubblico e che svolga interessi generali. Questo secondo l’Autore sarebbe l’unico modo, non certo semplice da attuarsi, che consentirebbe alla democrazia di riprendere il controllo del capitalismo finanziario globale, salvaguardando allo stesso tempo il dinamismo imprenditoriale. E sarebbe pertanto una soluzione più “pacifica” di quella, peraltro definita fallimentare, attuata dall’Unione Sovietica nel XX secolo. L’Autore suggerisce anche che la soluzione illustrata consentirebbe di rimborsare tutto o in parte l’astronomico debito pubblico, accumulato da molti Paesi del sud Europa tra cui l’Italia. In maniera condivisibile questi afferma che il debito pubblico costituisce una ricchezza privata che grava sulla povertà pubblica e va incontro agli interessi di chi dispone di mezzi finanziari per prestare soldi allo Stato, a cui sarebbe stato invece meglio far pagare le imposte.

Tuttavia non è chiaro come possa essere imposta una tale soluzione, che non è certo tecnica ma politica, la quale in pratica significherebbe la perdita del controllo del potere da parte del capitalista e la sua, pur graduale, espropriazione. Tant’è vero che oggi, in effetti, prevale un senso di impotenza da parte delle classi popolari e delle classi medie, e, all’opposto di quanto auspicato, persino a livello europeo gli Stati entrano in concorrenza, divisi dall’esigenza, penalizzante, di attrarre capitali, come lo stesso testo ci espone.

Assistiamo infatti ormai ad una gara continua per ridurre le imposte sui redditi delle imprese e per detassare i redditi finanziari, al punto che già oggi il prelievo fiscale sui vertici della gerarchia sociale di fatto ha già perso ogni progressività. Il modo di produzione capitalistico si è sviluppato e si regge, possiamo dire, non perché sia più efficiente di altri modi di produzione, ma perché esso fornisce ai capitalisti il più grande profitto e il più grande potere. Consentiranno mai i capitalisti di attuare la soluzione proposta da Thomas Piketty che, pur mantenendo il capitalismo, eliminerebbe i più grandi privilegi alla classe detentrice del potere, cioè a loro stessi?

Infine, il titolo del testo non può non richiamare la maggiore opera filosofica di Marx, ma naturalmente la distanza tra di esse, a parte qualche minore analogia (quali diversi richiami alla letteratura francese ottocentesca) e minimi riferimenti allo stesso Marx, rimane siderale: l’indagine di Piketty, pur attenta alle dinamiche del processo storico, si svolge da una prospettiva strettamente socio-economica e quantitativa ed è lontana da qualsiasi profondità valutativa filosofica. Chiarito ciò, il testo dell’autore francese può essere indubbiamente uno strumento molto utile come punto di partenza per una discussione politica, in considerazione dei drammatici dati oggettivi e del loro andamento generati dal sistema capitalistico ed opportunamente qui mostratici.

Per concludere, si potrebbe dire che le soluzioni individuate da Piketty, posto che risolverebbero il problema della ingiusta distribuzione della ricchezza nel sistema capitalistico e della connessa perdita della democrazia, siano l’ultima possibilità di dimostrare l’eventuale riformabilità del capitalismo. Ad oggi, a quasi cinque anni dalla pubblicazione dell’opera, che pure ha venduto nel mondo oltre un milione di copie, passi avanti anche minimi verso l’applicazione delle ricette qui proposte non risulta siano state fatti, e questo deve far riflettere.

(2. fine)

La disuguaglianza: il mostro che sta esasperando i conflitti sociali nel mondo (1)

8 Feb

Questa sintesi de “Il capitale del XXI secolo“ di Thomas Piketty la dobbiamo a Paolo Massucci de La città futura, che ringrazio vivamente. Qui di seguito la prima parte che riporto integralmente.

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In questa corposa opera scientifica di quasi mille pagine (Il Capitale nel XXI secolo) Piketty – sulla base dei dati disponibili – presenta in maniera dettagliata, talvolta persino ridondante, lo stato attuale delle nostre conoscenze storiche sulla dinamica della distribuzione dei redditi e dei patrimoni a partire dal XVIII secolo, traendone, in ultimo, insegnamenti per il secolo in corso. La lezione principale – che conferma peraltro molti altri studi nonché la comune esperienza – è che il sistema capitalistico, se abbandonato a se stesso, continua a produrre progressiva divergenza economica all’interno della società, mettendo persino in discussione quello stato sociale faticosamente conquistato dai cittadini europei.

Il testo, non certo sintetico, costituisce uno studio serio che ha il merito di chiarire, su basi oggettive, la distribuzione della ricchezza mondiale, la sua dinamica storica e la direzione futura prevedibile, nonché quello di formulare una possibile soluzione chiara dei gravi problemi, della quale espone anche gli attuali ostacoli da rimuovere per la sua effettiva realizzazione. La proposta formulata consiste in un processo di redistribuzione della ricchezza, mediante una elevata imposta mondiale fortemente progressiva da applicarsi sul capitale individuale, per invertire l’attuale andamento, altrimenti inarrestabile, di concentrazione della stessa ricchezza prodotta (con formazione di un’oligarchia internazionale). Secondo l’Autore, tale riforma si dovrebbe comunque realizzare per vie democratiche all’interno dell’attuale sistema capitalistico e sarebbe l’unico modo per impedire una situazione insostenibile di sempre più estrema disuguaglianza economica, tale da poter inficiare gli stessi meccanismi del funzionamento economico e da generare inevitabilmente disastri umanitari e sociali al punto da ipotizzare la fine della civiltà così come oggi la conosciamo.

Analizzando i dati statistici mostrati nel testo si evince che con il crescere delle disuguaglianze nella proprietà di capitali, la cosiddetta “classe media” tende a sparire e si proletarizza, determinandosi una separazione sempre più netta tra i nullatenenti e la classe possidente. Si evince anche che la “classe media”, che costituisce ancora una sorta di cuscinetto tra il proletariato vero e proprio e la borghesia e che ha costituito il perno dello sviluppo delle cosiddette “democrazie occidentali”, non è sempre esistita storicamente (e geograficamente), ma si è formata prevalentemente nei primi decenni del secondo dopoguerra, a seguito di peculiari fattori storici occorsi nei Paesi sviluppati. La classe media piccolo-proprietaria è stata una grande creazione del XX secolo, dovuta alla redistribuzione di una importante quota di ricchezza proveniente dai centili superiori, nonché -ma questo punto non sembrerebbe essere citato nel testo- dall’esproprio sistematico della ricchezza prodotta dai paesi colonizzati da parte dell’imperialismo occidentale. E oggi sempre più in crisi…

Il punto è che i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i Trente Glorieuses, come ci illustra Piketty, sono stati l’unico periodo nella storia del capitalismo in cui si sono verificate le seguenti condizioni, in particolare nei Paesi del cosiddetto “Primo Mondo”:

  • Crescita molto elevata del Prodotto Interno lordo (PIL). In nessun altro periodo storico, né antecedente o né successivo, si è mai avuta una tale continuativa crescita economica.
  • Minime disuguaglianze patrimoniali di partenza. Ciò è stata la conseguenza dei disastri di trent’anni delle due guerre mondiali e della Grande Crisi economico-finanziaria che hanno quasi azzerato i valori dei capitali mobiliari ed immobiliari.
  • Contenute (seppur crescenti) disuguaglianze dei redditi da lavoro.
  • Politiche economiche pro-lavoro e socialmente più egualitarie (ad esempio la creazione dell’imposta progressiva sul reddito).

In tale congiuntura storica l’accumulo di ricchezza è provenuta prevalentemente dai redditi di lavoro anziché dal capitale ereditato o accumulato nel passato e ciò ha determinato una maggiore mobilità sociale ed una effettiva, sebbene parziale, emancipazione sociale.

L’Autore mette opportunamente in rilievo come questa fase storica si sia andata esaurendo intorno agli anni settanta e come, conseguentemente, la sua fenomenologia sociale in termini di distribuzione della ricchezza (minore disuguaglianza economica, espansione di una classe media, sviluppo dello stato sociale), a partire da quel periodo, pur con un ritardo inerziale, si stia ritrasformando in senso regressivo. Si è trattato infatti di una fase peculiare e temporanea, non del naturale sviluppo capitalistico.

Ci stiamo ormai avviando, in tutti i Paesi Sviluppati e in buona parte del mondo, verso una diseguaglianza economica in termini patrimoniali simile a quella vissuta dall’Europa nel XIX secolo -con l’1% di rentiers che possedeva il 50-60% dei patrimonio nazionale, il 10% che ne possedeva il 90% e il resto della popolazione che viveva di stenti- e tendenzialmente potremo persino superarla se non si interverrà. Ancora più drammatica è la crescente disuguaglianza dei redditi da lavoro: a partire dagli anni settanta-ottanta assistiamo, soprattutto e ad iniziare dagli Stati Uniti, ad una esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito, con una crescita impressionante del reddito da lavoro essenzialmente a beneficio esclusivo dell’1% più benestante. Ciò è dovuto in particolare ad una classe di supermanager delle multinazionali con stipendi annui di diversi milioni di dollari (o di euro) e persino di centinaia di milioni per le posizioni di vertice: nessuno può prevedere fino a quale livello ci si potrà spingere da oggi in avanti. La polarizzazione dei redditi da lavoro sta facendo sì che le famiglie ad alto reddito – oltre il novantesimo o i novantacinquesimo percentile -, impiegando appena una piccola parte del loro reddito, possano sempre più impiegare come domestici una buona parte della popolazione a minor reddito. Si sta ricreando il lavoro servile ?

La crescita estrema della disuguaglianza, con l’attuale andamento, potrà raggiungere un livello tale da essere considerata intollerabile e dar luogo a lotte violente a cui si opporrebbero da una parte un più forte apparato repressivo dall’altra un’operazione di vitale legittimazione ideologica della posizione dei vincitori, operazione che naturalmente è già pienamente in atto. Quest’ultima si propone sia di giustificare la ricchezza e gli alti redditi con il merito sul lavoro (capacità e sacrificio) sia con la loro necessità sociale, nel senso che la eventuale riduzione degli alti redditi nuocerebbe al resto della popolazione.

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