Tag Archives: Revisione costituzionale

Popolo, governo, Costituzione

20 Ott

 

La Costituzione non è uno strumento del governo per contenere il popolo: essa è uno strumento del popolo per contenere il governo.

The Constitution is not a document for the government to restrain the people: it is an instrument for the people to restrain the government.

Patrick Henry, 1789

 

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Patrick Henry (1736 – 1799), avvocato,  fu un protagonista della Rivoluzione americana. E’ considerato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America.

 

 

 

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Il Senato, prima e dopo

17 Ott

Non ci avevo mai pensato, poi mi è capitato questo tweet di Andrea Cantone (gloria a lui).
E questo sarebbe il futuro? Me cojoni.
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Le altre facce del referendum

12 Ott


Sì, le altre facce, perché  l’ingannevole interrogativo posto sulla scheda contiene, mascherate, almeno altre dieci questioni su cui decidere.  Il Fatto quotidiano  mi ha molto gentilmente risparmiato la fatica suddividendo il testo originario nel modo che trovate qui sotto.  Quindi, se prima c’era qualcosa assai poco comprensibile, ora è tutto certamente più chiaro.
E quando arriverete in fondo saprete sicuramente come votare il 4 dicembre.

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Dal bicameralismo perfetto a quello incasinato (2)

25 Set

Dicono i sostenitori dell’abolizione (pseudo-abolizione: ne riparleremo) del bicameralismo perfetto, che sarebbe meglio chiamare ‘paritario’ (ma tant’è:  usano questo termine e per farci capire da loro ci adegueremo): fa perdere tempo. Il perverso ping pong tra Camera e Senato, l’estenuante rimpallo dei provvedimenti che rallenta la produzione legislativa finirà una volta per tutte con la revisione della Costituzione.
Ora, tra quei sostenitori ci sono – ne sono certo, alcuni li conosco – quelli in buona fede (che però, spesso, non si sono informati e hanno ceduto e creduto a facili e ben confezionate dichiarazioni) e quelli in aperta malafede, perché sanno e sanno bene (molti di loro frequentano il Parlamento e conoscono le modalità e i numeri).

Volevo quindi scrivere qualcosa sull’argomento per dimostrare quanto sia falsa questa asserzione, ma per mia (e soprattutto vostra) fortuna ho trovato questo articolo nel  sito di Libertà e Giustizia (“Ma il bicameralismo non è una palude“) e mi sono risparmiato la fatica (lo trovate comunque più sotto). A parte tutte le considerazioni esposte, tutte validissime secondo il mio modesto parere, guardate i numeri. E’ davvero istruttivo, anche perché i numeri, a differenza dei politici, non mentono mai.

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MA IL BICAMERALISMO NON E’ UNA PALUDE
di Pierluigi Petrini

Tutto nasce dal bicameralismo perfetto, divenuto sinonimo dell’assurdo, del perverso, dell’inaccettabile, del mostruoso. E’ lui a rendere paludose la nostre istituzioni. Lui a rallentare, se non addirittura a insabbiare, ogni tentativo di cambiamento. Lui a indebolire fino all’impotenza la governabilità. Lui la trincea di ogni abietto conservatorismo, il monumento allo spreco, il simbolo della lussuria politica.
Non esiste in nessun’altra parte al mondo, denunciano gli intrepidi riformatori, ed è tale la loro sicumera che chi tenta di eccepire sulla sciagurata riforma del Senato non manca mai di premettere, per evitare la pubblica gogna, di voler comunque superare il bicameralismo perfetto. Naturalmente sono tutti convinti che questa unanime condanna origini da valutazioni approfondite e inconfutabili.
Vediamole.
Nella passata legislatura (2008-2013) il parlamento italiano ha licenziato 391 leggi. Di queste, 301 sono state licenziate con la doppia lettura. Vale a dire che la camera che ha ricevuto la legge dopo la prima lettura non ha ritenuto di dover modificare alcunché. 75 leggi hanno invece ricevuto una modifica e sono state, quindi, deliberate in terza lettura. Delle rimanenti 15 leggi, al netto delle 4 di natura costituzionale che esigevano un doppio passaggio, 8 leggi sono state deliberate in quarta lettura e solo 3 sono andate oltre alla quarta. Se andassimo ad analizzare questi sporadici casi troveremmo nella complessità giuridica del loro impianto e nella difficile valutazione delle ricadute una valida giustificazione per il lungo palleggio. In sintesi possiamo affermare che nel 77,8% dei casi il bicameralismo ha funzionato come un semplice controllo di qualità, nel 19,4% ha, invece, introdotto utili correzioni o integrazioni nel corpo legislativo e nel rimanente 2,8% è stato un opportuno strumento di approfondimento e riflessione.
Si potrebbe obiettare che questo è andato a discapito della velocità e della produttività. Ammesso e non concesso che le leggi abbiano quel potere taumaturgico che molti attribuiscono loro (per cui a ogni problema dovrebbe corrispondere una legge salvifica da deliberare a tambur battente) e che la qualità della democrazia possa misurarsi con criteri quantitativi o cronometrici, la statistica ci dice che il Parlamento italiano ha deliberato 71 leggi nel 2011 e 102 nel 2012, quello francese rispettivamente 111 e 82, quello spagnolo 50 e 25, quello inglese 25 e 23, quello tedesco 153 e 128.
La produttività del bicameralismo perfetto rimane quindi al di sopra della media dei principali parlamenti europei. Per quanto concerne la velocità bisogna rimarcare che i regolamenti parlamentari permettono grande flessibilità nei tempi. Esempio significativo è la cronistoria del cosiddetto lodo Alfano inteso a bloccare i processi di Berlusconi. La legge che aveva iniziato il suo iter parlamentare l’8 luglio 2008, il 23 luglio era già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale. 15 giorni in tutto.
Il bicameralismo perfetto non è quindi una palude. Lo conferma la logica. Siano A e B due leggi diverse per oggetto, ma entrambe afferenti alla competenza della commissione X. Nel monocameralismo esse si sovrapporranno obbligando una delle due a un periodo di attesa. Nel bicameralismo esse potranno essere approfondite contemporaneamente nelle commissioni X delle due camere. Poiché con buona probabilità la seconda lettura sarà un semplice vaglio di qualità, avremo leggi migliori in un tempo minore. Stupiti vero? Tutto vi sareste aspettato fuorché di immaginare il bicameralismo come strumento di velocizzazione dell’iter legislativo. In realtà il tallone di Achille del bicameralismo è nella duplicazione della liturgia necessaria all’insediamento del governo con il doppio voto di fiducia, ciò che lo rende, per l’appunto, “perfetto”. Proprio per questo alcuni “professoroni” hanno proposto di togliere al Senato questa prerogativa.
Slegato dalle congiunture politiche, avrebbe potuto alzare il livello qualitativo del dibattito politico e guardare agli effetti dell’azione politica su tempi più lunghi. Ma chi ha avuto la pazienza di seguire questo mio noiosissimo approfondimento avrà anche capito come esso sia irrimediabilmente perdente rispetto al fascino di chi promette la gratuità del Senato. Al sonno della ragione dobbiamo rassegnarci e, se proprio soffriamo d’insonnia, proviamo con il Tavor.

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Un uomo solo al comando

22 Feb

Un amico molto saggio, Nando Longoni, mi manda questa sua riflessione che mi onoro di far mia riportandola qui integralmente.

Ho apprezzato molto (al contrario degli ex di centrosinistra ora convertiti al renzismo) le parole della Presidente della Camera, Laura Boldrini, riportate nell’articolo di Silvio Buzzanca su Repubblica.it (Lavoro, Boldrini contro “l’uomo solo al potere”):

“Credo nei ruoli intermedi, associazioni, sindacati. Dunque, l’idea di avere un uomo solo al potere, contro tutti e in barba a tutto a me non piace perché non rispetta l’idea di democrazia.”

Sono andato a rileggermi un capitolo di “Scegliere il Principe” libretto di Maurizio Viroli (Gius. Laterza & Figli, 2013), per l’esattezza il Capitolo XVI dal titolo: “Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni …ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale ordine pessimo” ovvero “Solo politici saggi e onesti possono toccare la Costituzione” e ve ne propongo qui la lettura dei paragrafi iniziali:

“Anche le costituzioni, come le strategie politiche, devono adeguarsi ai tempi. Sia i leader del centro-destra che quelli del centro-sinistra ritengono da anni che sia opportuno avviare la riforma della Costituzione repubblicana. Tale riforma obbedirebbe, secondo i suoi propugnatori, ad un sano realismo politico: quello appunto di adeguare le regole ai tempi, al fine di avere ordinamenti che promuovano il buongoverno. Poiché abbiamo la fortuna di poter consultare uno dei maestri riconosciuti del realismo politico (Machiavelli, mia nota), chiediamogli se e quando è saggio cambiare la Costituzione di una repubblica e, in caso di risposta affermativa, quale deve essere il criterio da seguire per realizzare tale cambiamento.

Niccolo-Machiavelli«Poteva uno tribuno, e qualunque altro cittadino, preporre al Popolo una legge, sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perché sempre fu bene che ciascuno che intende uno bene per il pubblico lo possa preporre; ed è bene che ciascuno sopra quello possa dire l’opinione sua, acciocché il popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale ordine pessimo; perché solo i potenti proponevano leggi, non per la comune libertà, ma per la potenza loro; e contro a quelle non poteva parlare alcuno, per paura di quelli: talché il popolo veniva o ingannato o sforzato [costretto] a diliberare la sua rovina»(Discorsi, I,16)

Saluti a tutte e tutti. E buona meditazione.
Nando

De Siervo a Renzi: sulle riforme meno fretta

12 Feb

Costituzione GUNon è un monito da poco.  Ugo De Siervo è stato Presidente della Corte Costituzionale ed è titolare della cattedra di diritto costituzionale all’università di Firenze. Ma De Siervo è anche padre di Luigi e Lucia, fedelissimi del Presidente del Consiglio. Il primo, direttore di RaiCom, è stato uno dei registi dei comitati “Adesso” nelle primarie contro Bersani. Assessore nella giunta Domenici, Lucia ha partecipato nel 2007 alla costituzione dell’associazione Link,  creata per sostenere finanziariamente  l’ascesa di Renzi alla Provincia. Con Renzi sindaco, fa una rapida carriera e diventa direttore generale della Cultura. Il marito, Filippo Vannoni, vanta incarichi in varie società pubbliche fiorentine  ed è presidente di Publiacqua.

Ma De Siervo non pare appartenga – per lo meno, ufficialmente – al ‘giglio magico’, la schiera dei fan del Presidente del Consiglio. E’ soprattutto e prima di tutto un profondo conoscitore della Costituzione e un suo difensore: in questa veste nell’estate del 2013, già da ex presidente della Corte Costituzionale, gelò con un’intervista le speranze di Berlusconi di ricevere la grazia dopo la sua condanna: “Per ora questa persona, condannata a ben quattro anni per un delitto serio, sta semplicemente minacciando la stabilità del governo, ma non ha dato alcun segno di accettazione di una condanna definitiva, né ha cominciato neppure a scontare ciò a cui lo Stato lo ha condannato. In più, è coinvolto in tante altre vicende indagate dalla magistratura.”

Ecco perché la sua nota affidata alle pagine de La Stampa, cui collabora, assume fin dal severo titolo  un significato ben più sostanziale (il neretto è mio): “… le molte modifiche fatte nei mesi scorsi al testo iniziale della riforma elettorale dovrebbero far riflettere sulla qualità delle originarie progettazioni di riforma e sulla necessità, quindi, di operare anche sul testo di revisione costituzionale con adeguata prudenza ed attenzione, pur nel rispetto delle finalità fondamentali di questi tentativi di riforma”. Speriamo sia ascoltato.

Eccola integralmente qui di seguito.

Siamo alla vigilia di importanti confronti nel nostro Parlamento sulla riforma della Costituzione e sulla legge elettorale e già questa settimana la Camera dovrebbe cominciare a decidere della riforma del Senato e della nuova configurazione delle Regioni. Il ministro Boschi ha confermato il suo ottimismo e la volontà di arrivare addirittura in settimana all’approvazione del ddl costituzionale, ma le molte modifiche fatte nei mesi scorsi al testo iniziale della riforma elettorale dovrebbero far riflettere sulla qualità delle originarie progettazioni di riforma e sulla necessità, quindi, di operare anche sul testo di revisione costituzionale con adeguata prudenza ed attenzione, pur nel rispetto delle finalità fondamentali di questi tentativi di riforma.

Tanto più se si intende modificare addirittura la Costituzione, una fonte che è chiamata a disciplinare le nostre istituzioni e quindi a reggere alle tante tensioni che si producono naturalmente intorno ai processi decisionali ed alla gestione dei grandi poteri pubblici: in settori del genere sono assolutamente necessarie un buon livello qualitativo e la piena coerenza delle nuove norme costituzionali, poiché altrimenti i danni possono essere gravissimi, tanto da far dubitare che in tal modo si possa produrre un effettivo miglioramento delle nostre istituzioni.

Facciamo due esempi concreti (fra i molti che sarebbero possibili) sulle serie conseguenze che si potrebbero produrre se non ci si impegnerà a fondo nel miglioramento di parti importanti del progetto in discussione.

Anzitutto non appare affatto probabile che possa diminuire l’attuale pesante contenzioso fra Stato e Regioni malgrado l’enorme espansione dei poteri legislativi dello Stato che ci si ripromette, dal momento che la tecnica elencativa di ciò che spetta allo Stato o, invece, alle Regioni, appare largamente imprecisa ed incompleta. Contemporaneamente i poteri legislativi del nuovo Senato sono così confusamente (ed insufficientemente) configurati, che ne potrebbero derivare dubbi di legittimità costituzionale su molte leggi statali approvate con l’uno o con l’altro procedimento previsto nel progetto di revisione costituzionale (se ne possono distinguere sette od otto).

In secondo luogo, tutta questa profonda riforma del nostro regionalismo in senso fortemente riduttivo, non si applicherebbe, se non in alcuni modestissimi ambiti, alle cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia) e cioè alcune delle Regioni di cui – a ragione o torto – più si discute criticamente. Anzi, queste Regioni non solo manterrebbero i loro poteri attuali, ma conquisterebbero con questa modifica costituzionale il potere di condizionare l’ipotetica futura riforma dei loro Statuti speciali (che sono leggi costituzionali, ma che il Parlamento non potrebbe più approvare autonomamente, perché dovrebbe previamente ottenere l’accordo della Regione interessata). Ma un trattamento così manifestamente diseguale non solo produrrebbe nuove disfunzionalità legislative ed amministrative, ma susciterebbe naturalmente pesanti polemiche politiche.

In generale sembra opportuno rileggere con adeguata attenzione critica il testo a cui si è giunti nei confronti parlamentari, magari anche sottoponendo le varie disposizioni ipotizzate a qualche «prova di resistenza» alla luce del buon senso. Mi viene in mente, ad esempio, l’innovazione introdotta al Senato relativa alla nomina del Presidente della Repubblica: probabilmente nel tentativo di sottrarla alla volontà della mera maggioranza politica presente nel nuovo Parlamento, si prevede che dal quinto scrutinio il Presidente della Repubblica possa essere nominato con la maggioranza del 60% dei voti e che solo dal nono scrutinio sia sufficiente il 60% dei votanti. Ma ciò vorrebbe dire che l’elezione del Presidente potrebbe divenire anche irraggiungibile, ove le forze politiche minoritarie siano indisponibili, senza neppure prevedersi una via di uscita istituzionale. Solo in via ipotetica si accenna alla possibilità (tutt’altro che rassicurante) che possa allora essere eletto un Presidente «di minoranza», che evidentemente potrebbe essere troppo debole.

Allora forse è raccomandabile correre un po’ meno e considerare meglio il contenuto delle innovazioni proposte.

Ugo De Siervo

http://www.lastampa.it/2015/02/10/cultura/opinioni/editoriali/riforme-la-fretta-mette-a-rischio-la-funzionalit-T6iWKNcDN3FBMlpgnCTVDN/pagina.html

È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali

9 Ago

“Tuttavia, anche nei momenti più negativi bisogna cercare il lato positivo. Almeno l’incantesimo non serve più. Da oggi si torna alla realtà. È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali. I governi dovranno dimostrare di avere le idee e le capacità di governare”.

Questa la conclusione della dichiarazione di voto di Walter Tocci sulla revisione costituzionale, pronunciata al Senato l’8 agosto 2014. Segue il testo integrale, che suggerisco caldamente di leggere e meditare. Non se ne sentono più molti di interventi così sentiti, competenti, appassionati.

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Tornare alla realtà

Dichiarazione di voto sulla revisione costituzionale dell’8 Agosto 2014.
Speravo di modificare il giudizio negativo espresso nella discussione generale. Invece, sono costretto ad aggravarlo non solo per i contenuti, anche per il metodo. Non parteciperò al voto, ma rimango al mio posto per rispetto dell’aula e del mio partito.
Il governo ha impedito di apportare al testo quei miglioramenti che sarebbero stati ampiamente condivisi. Alcuni senatori di maggioranza sono stati costretti a ritirare gli emendamenti che avevano firmato. L’Assemblea ha mostrato di non apprezzare la revisione costituzionale. Molti colleghi hanno fatto sentire il dissenso solo con il voto segreto. Peccato che non lo abbiano espresso alla luce del sole. D’altro canto, chi ha criticato in modo trasparente e leale non ha ottenuto risposte di merito, ma è stato ricoperto di insulti a livello personale. Quando si tratta della Costituzione, è la qualità del dibattito a decidere in gran parte l’esito.
Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il capo del governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta.
Aveva cominciato con l’intenzione di raccogliere il malessere dell’opinione pubblica verso le prerogative del ceto politico. Ma poi ci ha ripensato, conservando l’immunità per i consiglieri regionali che diventano senatori. Aveva promesso di tagliare i costi della politica, ma ha deciso di non ridurre il numero dei deputati. Questo cedimento ha creato uno squilibrio. La Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale. Diciamo la verità: se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della Presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze.
Nel ventennio passato, non solo a destra, anche a sinistra si è rafforzato il potere esecutivo a discapito del legislativo. Eppure la Seconda Repubblica non aveva concluso l’opera. Ci voleva un uomo nuovo per attuare il programma della vecchia classe politica.
La crisi italiana non è istituzionale, è politica, perché dipende dalla mancanza di progetti chiari e distinti. La destra non ha realizzato il liberismo che aveva promesso e la sinistra non ha contrastato le diseguaglianze come le competeva. I due poli poli hanno chiesto più poteri di governo senza sapere cosa farne. Tutto ciò ha prodotto tante leggi, ma nessuna vera riforma. Il vuoto è riempito dalle illusioni mediatiche. La cancellazione del Senato elettivo è un incantesimo per far credere ai cittadini che ora le decisioni saranno più spedite e produrranno di milioni di posti di lavoro. Purtroppo la realtà è ben diversa. Questa legge non porterà alcun beneficio ai cittadini.
Bisognava spendere la formidabile vittoria elettorale per ottenere la svolta in Europa. Avevamo tanto atteso il semestre a guida italiana, poteva dare un impulso all’iniziativa diplomatica del vecchio continente, proprio mentre si accendevano i fuochi di guerra a Est e nel Mediterraneo. Invece, si è bloccata la nomina del ministro degli esteri europeo. Se il premier avesse candidato Enrico Letta, prima che altri facessero quel nome, avrebbe dato prova di uomo di Stato che mette l’interesse generale prima delle inimicizie personali.
Torna il rischio di un avvitamento della crisi economica. Erano stati chiesti margini di flessibilità all’Europa, ma sono arrivate risposte negative. Il governo italiano si è rassegnato, passando a occuparsi solo del Senato e oggi raggiunge il suo obiettivo.
Il nostro ordinamento ne uscirà più confuso, gli elettori non sceglieranno gli eletti e si indeboliranno i contrappesi che rendono forti le democrazie europee.
Tuttavia, c’è un lato positivo. L’incantesimo non serve più. Da oggi si torna alla realtà. È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali. I governi dovranno dimostrare di avere le idee e le capacità di governare.
Walter Tocci

Appello contro le riforme costituzionali e il presidenzialismo

12 Ott

Mi associo all’appello de Il Fatto Quotidiano contro il progetto di manomissione della Costituzione della maggioranza delle larghe intese che “affossa l’articolo 138, umilia i parlamentari e tiene all’oscuro l’opinione pubblia. Mentre il Porcellum resta”.
Si può firmare qui.

Ignorando il risultato del referendum popolare del 2006 che bocciò a grande maggioranza la proposta di mettere tutto il potere nelle mani di un “Premier assoluto”, é ripartito un nuovo e ancor più pericoloso tentativo di stravolgere in senso presidenzialista la nostra forma di governo, rinviando di mesi la indilazionabile modifica dell’attuale legge elettorale. In fretta e furia e nel pressoché unanime silenzio dei grandi mezzi d’informazione la Camera dei Deputati ha iniziato a esaminare il disegno di legge governativo, già approvato dal Senato, di revisione dall’articolo 138, che fa saltare la “valvola di sicurezza” pensata dai nostri Padri costituenti per impedire stravolgimenti della Costituzione.

 

Ci appelliamo a voi che avete il potere di decidere, perché il processo di revisione costituzionale in atto sia riportato sui binari della legalità costituzionale. Chiediamo, innanzitutto, che l’iter di discussione segua tempi rispettosi del dettato costituzionale, che garantiscano la necessaria ponderazione delle proposte di revisione, il dovuto approfondimento e anche la possibilità di ripensamento. Chiudere, a ridosso delle ferie estive, la prima lettura del disegno di legge costituzionale, impedisce un vero e serio coinvolgimento dell’opinione pubblica nel dibattito che si sta svolgendo nelle aule parlamentari.

 

In secondo luogo vi chiediamo di restituire al Parlamento e ai parlamentari il ruolo loro spettante nel processo di revisione della nostra Carta costituzionale. L’aver abbandonato la procedura normale di esame esplicitamente prevista dall’articolo 72 della Costituzione per l’esame delle leggi costituzionali, l’aver attribuito al Governo un potere emendativo privilegiato, l’impossibilità per i singoli parlamentari di sub-emendare le proposte del Governo o del Comitato, la proibizione per i parlamentari in dissenso con i propri gruppi di presentare propri emendamenti, le deroghe previste ai Regolamenti di Camera e Senato, costituiscono altrettante scelte che umiliano e comprimono l’autonomia e la libertà dei parlamentari e quindi il ruolo e la funzione del Parlamento.

 

Vi chiediamo ancora che i cittadini possano liberamente esprimere il loro voto su progetti di revisione chiari, ben definiti e omogenei nel loro contenuto. L’indicazione generica di sottoporre a revisione oltre 69 articoli della Costituzione, contrasta con questa esigenza e attribuisce all’istituendo Comitato parlamentare per le riforme costituzionali indebiti poteri “costituenti” che implicano il possibile stravolgimento dell’intero impianto costituzionale.
Non si tratta di un intervento di “manutenzione” ma di una riscrittura radicale della nostra Carta fondamentale non consentita dalla Costituzione, aperta all’arbitrio delle contingenti maggioranze parlamentari. Chiediamo che nell’esprimere il vostro voto in seconda lettura del provvedimento di modifica dell’articolo 138, consideriate che la maggioranza parlamentare dei due terzi dei componenti le Camere per evitare il referendum confermativo, in ragione di una legge elettorale che distorce gravemente e incostituzionalmente la rappresentanza popolare, non coincide con la realtà politica del corpo elettorale del nostro Paese. Rispettare questa realtà, vuol dire esprimere in Parlamento un voto che consenta l’indizione di un referendum confermativo sulla revisione dell’articolo 138.

 

Vi chiediamo infine di escludere dalle materie di competenza del Comitato per le riforme costituzionali la riforma del sistema elettorale che proprio per il suo significato politico rilevantissimo ha un effetto distorsivo nell’ottica della revisione costituzionale. E’ in gioco il futuro della nostra democrazia.

 

Assumetevi la responsabilità di garantirlo.

Hanno già firmato, tra gli altri:
Fiorella Mannoia, Alessandro Pace, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Don Luigi Ciotti, Michela Manetti, Raniero La Valle, Claudio De Fiores, Paolo Maddalena, Cesare Salvi, Massimo Siclari, Massimo Villone, Silvio Gambino, Domenico Gallo, Antonio Ingroia, Beppe Giulietti, Antonello Falomi, Raffaele D’Agata, Mario Serio, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Aldo Busi, Salvatore Settis, Gian Carlo Caselli, Salvatore Borsellino, Roberta De Monticelli, Paolo Flores D’Arcais, Maurizio Viroli, Maurizio Crozza, Gustavo Zagrebelsky, Mario Almerighi, Franco Baldini, Bianca Balti, Aldo Busi, Adriano Celentano, Luisella Costamagna, Ennio Fantastichini, Ficarra e Picone, Fabrizio Gifuni, Gene Gnocchi e Valentina Lodovini, Davide Dileo “Boosta”, Milena Gabanelli, Daniele Luttazzi, Francesca Neri, Ottavia Piccolo, Claudio Santamaria, Giulia Maria Crespi, Massimiliano Fuksas, Gianna Nannini, Marco Tullio Giordana, Gino Strada, Giancarlo De Cataldo, Dario Fo, Andrea Occhipinti, Sandro Ruotolo e Vauro, Paola Turci, Donatella Versace, Gianni Boncompagni, Sabrina Impacciatore, Franco Battiato, Riccardo Iacona, Andriano Sansa, Gianni Vattimo, Gigi Proietti, Milly Bossi Moratti, Piergiorgio Odifreddi, Carlo Lucarelli, Carlo Freccero, Elio e le Storie Tese, Giovanna Maggiani Chelli, Lidia Ravera, Natalino Balasso, Paul Ginsborg, Luca Guadagnino, Luca Mercalli, Stefano Bonaga, Nicoletta Mantovani, Maurizio Maggiani, Marisa Laurito, Fabio Picchi, Armando Spataro, Associazione Addiopizzo, Giuseppe Cederna, Alessandro Haber, Enrico Lucherini, Nicola Piovani, Carlo Smuraglia, Lorella Zanardo, Giorgio Cremaschi, Aldo Nove, Isabella Ferrari, Bruno Gambarotta, Francesco Pinto, Marina Rei, Valeria Parrella, Ugo Mattei, Roberto Faenza, Giulio Casale, Nicola Di Grazia-Movimento per la Giustizia, Enrico Di Nicola, Paolo Rossi, Sergio Rubini, Carlo Verdone, Gianfranco Bettin, Sabrina Ferilli, Marco Revelli, Gianfranco Amendola, Roberto Esposito, Stefano Sollima, Andrea Camilleri, Anna Kanakis, Giovanni Veronesi, Ileana Argentin, Caparezza, Oliviero Toscani, Claudio Baglioni, Geppi Cucciari, Sandro Gerbi, Silvio Muccino, Federica Sciarelli, Carmen Llera, Valeria Golino, Loredana Taddei, Gherardo Colombo, Elio Germano, Claudia Zuncheddu, Dacia Maraini, Stefano Benni, Maurizio Scaparro, Serena Dandini, Paolo Sollier, Vinicio Capossela, Francesco Rosi, Paolo Sorrentino.

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