Archivio | settembre, 2014

Renzi, l’art. 18 e sapere di cosa si parla

29 Set

Renzi da Faziohttp://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-111a387f-ecc6-4f61-9e59-701eb65626e5.html#p=

A Chetempochefa il Presidente del Consiglio dichiara polemicamente (vedere press’a poco al 14’02”)  che il sindacato – che difende con tanto ottuso accanimento l’art. 18 – sia “l’unica  azienda con più di 15 dipendenti che non è soggetta all’art.18”. Appare questa una dichiarazione sensata, che fa scalpore, non è vero? Quanta ipocrisia si nasconde nella difesa di questo odioso privilegio da parte dei sindacati, finalmente scoperti e  indicati al pubblico ludibrio.

Purtroppo per lui, e per tutti noi cittadini, la realtà è tanto semplice da apparire banale: ma non è affatto banale che il Presidente del Consiglio dimostri platealmente di non avere la minima idea di cosa stia parlando.
Oggi Valigia Blu pubblica un’ampia ed esauriente disamina di Andrea Zitelli della legislazione italiana  sul lavoro. Lo segnalo per chi volesse davvero informarsi. C’è tutto l’essenziale, inclusa la riforma Fornero e un confronto dell’art.18 con l’equivalente degli altri Paesi europei (perché non è vero che ci sia solo in Italia). Ma qui è sufficente un unico riferimento, quello che segue.

La legge n. 108 dell’11 maggio 1990, “Disciplina dei licenziamenti individuali”, afferma (il neretto è mio):

Art. 4,1. “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 3, le disposizioni degli articoli 1 e 2 non trovano applicazione nei rapporti disciplinati dalla legge 2 aprile 1958, n. 339. La disciplina di cui all’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall’articolo 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto.”

Quindi non SOLO i sindacati, ma anche i partiti, le onlus, le associazioni culturali, le organizzazioni religiose e via cantando sono – secondo la legge – esclusi dall’ambito dell’art. 18. E mi pare anche giusto e logico, visto che si tratta di attività che non hanno il profitto come fine. Ma forse è proprio questo che fa tanta meraviglia a qualcuno.e suscita tanta ostilità.

P.s. Con un ‘grazie’ a Chiara Baldi che mi ha risparmiato la ricerca. 🙂

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Rimettete De Falco al suo posto, cazzo!

26 Set

Esatto. Il capitano di fregata Gragorio De Falco, che nella tragica notte del naufragio della Concordia guidò con perizia, sangue freddo e lucidità le operazioni di salvataggio dalla sala operativa della cap. De FalcoCapitaneria di porto di Livorno, è stato rimosso dal suo incarico e destinato a non meglio precisati ‘compiti amministrativi’.
Ancora una volta pare che il male endemico dell’Italia, il non sapere o non volere riconoscere i meriti dei suoi figli migliori, abbia colpito.

Non si capisce la genesi del provvedimento e tantomeno lo capisce De Falco stesso, che confida in questa intervista a Repubblica lo stupore, il disagio, l’amarezza che io condivido in pieno,  insieme a una mia solida e solenne incazzatura. In una notte in cui il prestigio del nostro Paese veniva offeso nelle sue storiche ed epiche tradizioni marinaresche esponendoci al disprezzo del mondo, De Falco seppe ridarvi smalto e fulgore con la sua competenza e il suo coraggio, suscitando la generale ammirazione e contribuendo a salvare molte vite. Competenza e coraggio che sono valsi a poco, viste le conseguenze.

E’ in momenti come questo che l’opinione pubblica deve mobilitarsi e l’appello deve assumere le proporzioni di una protesta nazionale: RIMETTETE SUBITO AL SUO POSTO IL COMANDANTE DE FALCO, CAZZO!

PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE:
http://firmiamo.it/rimettete-de-falco-al-suo-posto–cazzo#petition

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De Falco: “Schettino in cattedra e io spedito in ufficio, questo Paese storto punisce i suoi servitori”

Il capitano del “Torni a bordo…” rimosso dal settore operativo della Capitaneria: “Sto pagando per tutto quello che ho fatto la notte della Concordia”. Tanti colleghi hanno avuto ruoli di comando, io no. Non mi lamento ma trasferirmi è troppo

di LAURA MONTANARI

“Sono amareggiato e sto riflettendo su molte cose, comprese le stellette che porto addosso”. Stacca le parole, le intervalla ai silenzi, il capitano Gregorio De Falco, l’eroe della notte della Concordia, quello che ordinò a Francesco Schettino il celebre e rabbioso “torni a bordo cazzo”. Lo stesso che dalla sala operativa della capitaneria di Livorno sospettò prima di tutti gli altri, assieme al collega Alberto Tosi, che il black out a bordo della grande nave da crociera fuori rotta, fosse una colossale bugia.Il capitano di fregata è stato informato ieri che dovrà lasciare il settore operativo della Capitaneria di Livorno: a fine settembre infatti sarà trasferito in altri uffici, sempre della Direzione marittima di Livorno. Uffici amministrativi. Lui non ci sta e sta meditando in queste ore anche di abbandonare la divisa.Cosa è accaduto?
“Il comandante Faraone mi ha chiamato nel suo ufficio per comunicarmi che devo lasciare il servizio operazioni perché vengo destinato a un ufficio di carattere amministrativo”.

È stato lei a chiederlo?
“No di certo, da dieci anni la mia ragione professionale è nel settore operativo, credo di aver maturato lì una professionalità… ma sono un militare”.

Quindi obbedirà?

“Il 28 settembre mi presenterò al nuovo ufficio che deve ancora probabilmente essere individuato dal comando. Sono molto amareggiato, sto riflettendo su tante cose…”.

Anche di lasciare la divisa?
“Sono molto turbato. Questo cambio di incarico non mi era neppure stato prospettato”.

Schettino va in cattedra alla Sapienza, rilascia interviste, si fa fotografare sui rotocalchi, lei invece…
“Io no”. Silenzio.

Schettino in vetrina, lei levato dal servizio operativo. Qualcosa penserà di questo?
“Mi fa riflettere sulla circostanza che questo Paese è storto, privo di riferimenti corretti in cui le persone rispondano per il ruolo e la responsabilità che hanno”.

Pensa che ci sia un collegamento fra il suo spostamento di incarico e quello che accadde la notte di Concordia?
“Penso di sì, mi sono fatto questa idea: che ci possa essere un collegamento col lavoro che ho fatto per il soccorso e forse nelle indagini”.

In che senso?

“Preferisco non rispondere”.

Le hanno rimproverato un’esposizione mediatica o qualcos’altro?
“Formalmente nessuno mi ha rimproverato mai niente”.

Eppure…

“Eppure queste conseguenze non sono coerenti con i riconoscimenti formali. Lo Stato su di me ha speso soldi per formarmi come responsabile del soccorso marittimo, responsabilità di cui mi sono fatto carico anche quando non mi competeva, come per esempio nella notte di Concordia”.

Può spiegare perché non le competeva?
“Ero a capo dell’unità costiera di guardia a Livorno che ha un ambito geografico coincidente con le acque antistanti la provincia. Il naufragio avvenne a Grosseto e io sono stato chiamato dalla sala operativa della direzione marittima regionale: ho risposto subito salendo in sala e assumendo ogni decisione operativa”.

Ripensando al 13 gennaio 2012 ha qualcosa da rimproverarsi?

“Proprio niente. Le faccio un esempio: al comandante della guardia costiera americana, chiesero se gli Stati Uniti fossero pronti a intervenire in caso di evacuazione di navi molto grandi e lui rispose che avevano fatto 37 esercitazioni, quando gli chiesero se avesse avuto qualcosa da suggerire alla guardia costiera italiana, disse: nulla, tutto era stato fatto correttamente”.

Ad un certo punto è sembrato che lei stesse per scendere in politica…
“Lo scrisse un giornale, io non fui contattato. Era lontano da me. Ma sto cercando di valutare tante cose per capire se ci possano essere relazioni tra i fatti e le conseguenze di oggi”.

Comandante, a lei nemmeno una promozione.
“Non era nel profilo di carriera, mi dovevano valutare quest’anno semmai. Il punto non è la promozione…”.

Quale è il punto?
“Per esempio il fatto che un anno fa non fui destinato ad alcun incarico di comando come invece è successo a tutti gli altri miei colleghi. Io non mi sono lamentato, ma ora il trasferimento è un’altra cosa”.

Chi sono i suoi nemici?
“Non ho nemici. Probabilmente c’è qualcuno che non vede il servizio come lo vedo io. Mi viene in mente un’espressione di Zagrebelsky, “l’eterogenesi dei sì”, camminiamo nella stessa direzione, ma ciascuno ha finalità differenti. Quella notte io la ricordo bene, non sapevamo nemmeno esattamente quante persone ci fossero sulla nave e i vertici di Costa alla domanda di un giornalista tre giorni dopo il naufragio su quante persone fossero sulla Concordia risposero di chiedere alla Protezione civile… il filmato è su youtube, tutti lo possono vedere. Quando ho fatto scendere le persone dalla biscaggina, ordinai di mettere sotto le zattere gonfiabili e in questo modo salvammo due bambini che caddero dalla scaletta”.

Comandante torniamo alle indagini.
“Preferisco di no. Le posso dire soltanto che nei giorni immediatamente successivi mi chiamò il procuratore capo di Grosseto e io ebbi difficoltà a distaccarmi dal mio comando per raggiungere la procura perché mancava un atto di richiesta formale… ma non so se c’è una relazione… Forse no, farò i miei accertamenti”.

Se lasciasse la divisa ha pensato a cosa farà?
“Se dovessi lasciare sarebbe una brutta, brutta giornata”.

Però a quel punto potrebbe accettare un incarico dalla politica se arrivasse…
“Io sono un militare”.

Burocradiozìa (3): l’INPS

25 Set

INPS 2
Ci risiamo: dopo i miei simpatici recenti incontri con la burocrazìa idiota (vedi qui e qui) ieri mi è capitato, inatteso, un nuovo approccio con la parte ottusa dell’apparato che governa le nostre vite di semplici cittadini.
Guardate questo modulo. Si ottiene – se non vuoi andare presso uno sportello INPS – tramite il sito dell’istituto dopo essere entrato in ‘Servizi per il cittadino’ ed esserti fatto riconoscere tramite il PIN. Come sappiamo tutti il PIN è un codice personale da trattare con cura, perchè consente l’accesso ai tuoi dati; addirittura, per maggior sicurezza l’INPS lo cambia d’ufficio periodicamente.

INPS 1La mia questione era (credevo) banale: cambiare la banca presso la quale l’INPS mi accredita la pensione e credevo anche di poter fare l’operazione via web, risparmiandomi una mattinata di file.  Accedo quindi al sito, e quando richiesto digito il mio PIN. Il sistema mi riconosce e procedo. Tra i servizi offerti per ‘accredito pensione’ trovo solo questo qui a destra, che mi chiede matricola e  numero ‘fascicolo’: non ho nè l’una nè l’altra, per cui arguisco che non mi riguarda e opto per i moduli on line.

INPS modulo accr via Poste

E qui le mie illusioni si infrangono perché appare il modulo che vi ho  mostrato sopra, dove la fantasia del burocrate si è sbizzarita: L’INPS sa tutto (o quasi) di me, ha tutti i miei dati, sa che sono sposato, quanti figli ho, dove ho lavorato, che ho avuto un cane, quanto ho guadagnato in ogni singolo anno della mia esistenza, sospetto anche sappia che talvolta mi caccio le dita nel naso. Ciononostante mi RI-chiede tutti i miei dati anagrafici. Non bastano il nome e cognome (con cui il sito mi ha salutato appena mi ha riconosciuto): no, devo RI-scriverli tutti e, dopo aver scaricato e stampato il modulo, a mano: data e luogo di nascita, codice fiscale, telefono, indirizzo e-mail; ripeto: tutti, lo vedete da voi. Ed è tutto tempo e denaro persi, per me e per chi dovrà trattare la mia pratica cartacea successivamente. Ma non basta ancora: nella seconda pagina l’INPS pretende anche la firma di un  funzionario della banca presso cui ho chiesto di appoggiare ogni mese quanto mi spetta. E perchè mai? A cosa può servire, visto che il cliente sono io che ho fatto la richiesta? A cosa maledizione serve la firma del funzionario della mia banca, ad autorizzare forse la mia richiesta? Domande che rimarranno senza risposta.

Ora dovrò andare in banca, ottenere la firma, riportare il modulo all’INPS e poi attendere (mesi, mi è stato anticipato da altri sciagurati che hanno fatto lo stesso percorso di guerra). Non si poteva fare on-line, come si fa in ogni paese civile? No, non si può. Ed è così che la mattinata che volevo risparmiare si è materializzata, con l’aggiunta di una sorda e robusta incazzatura.

 

 

 

 

La legalità secondo Francesco e secondo il governo

25 Set

Questa mi pare facile. Secondo papa Francesco davanti alla legalità non si guarda in faccia a nessuno.
Secondo il governo italiano c’è caso e caso. Per esempio, il reato di riciclaggio, contenuto nel “nuovo disegno di legge anti-corruzione, nel quale, agli articoli 3, 4 e 5, sono contenute le nuove norme sull’auto-riciclaggio e sul falso in bilancio. Chi ipotizzava una trattativa sotto banco tra Pd e Forza Italia, con lo zampino decisivo anche degli alfaniani di Ncd, è convinto che quei sospetti si stiano rivelando fondati. Perché il reato, atteso da anni, secondo quanto si sente nelle procure, rischia di essere controproducente“, come dice bene Liana Milella su Repubblica.

la giustiziaChe così prosegue (il neretto è mio): “La ragione è semplice. Basta leggere il testo. Che prevede di colpire soltanto chi ha commesso “un delitto colposo punito con la reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni“. Come spiegano subito le toghe, già in allarme, restano fuori i reati tipici dei riciclatori, la truffa, l’appropriazione indebita, ma soprattutto l’infedele dichiarazione e l’omessa dichiarazione dei redditi. Reati puniti nel massimo fino a tre anni. Quindi fuori dal futuro reato di auto-riciclaggio. Si potrà fare una truffa, o fare una dichiarazione infedele, e riciclare conseguentemente i proventi di quel reato senza che il magistrato possa fare nulla.

Questa è la versione definitiva di un testo che, tra palazzo Chigi e ministero della Giustizia, ha subito molte modifiche e nel quale hanno molto inciso i mal di pancia di Ncd, identici nel contenuto a quelli di Forza Italia. I berlusconiani chiedevano ancora di più. Volevano che il reato fosse contestabile soltanto qualora ci si trovasse di fronte ai delitti di mafia e di traffico di stupefacenti. Via tutti gli reati, corruzione compresa. Questo braccio di ferro ha bloccato il ddl anti-corruzione per settimane. Alla fine ha prevalso un compromesso che le toghe considerano però del tutto inaccettabile.

Alla fine viene fuori un reato a metà. Innanzitutto cala la pena rispetto alla previsione originaria, doveva essere dai 3 agli 8 anni, ma il minimo si ferma a due. Verrà punito con questa pena chi “sostituisce, trasferisce, ovvero impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”. Ma ci sarà il tetto a monte, se cioè è stato commesso un reato che supera i 5 anni di pena.

Non solo. Al comma principale ne segue un secondo, nel quale si dice che “l’autore del reato non è punibile quando il denaro o i beni vengono destinati all’utilizzazione e al godimento personale“. Una precisazione che, se non fa proprio danno, viene valutata dai magistrati come una possibile fonte di confusione. Per intenderci, potrebbe avvenire quello che è avvenuto con il famoso testo del voto di scambio tra politica e mafia, il 416-ter, che per essere troppo dettagliato e arzigogolato, alla fine è caduto davanti alla Cassazione. Dicono i pm che questa clausola dell’auto-ricioclaggio potrebbe portare a lunghe diatribe con l’imputato con la necessità di dimostrare che effettivamente il denaro riciclato era o non era usato per fini solo personali. Una fonte di confusione e non di vantaggio.

Ma il vero problema della norma è il suo uso immediato. Già oggi, nella commissione Finanze della Camera, sarà utilizzata come emendamento del governo al testo sul rientro dei capitali dall’estero che il governo, e il ministro Padoan in particolare, ha particolare premura di approvare. Lì dentro c’è la voluntary disclosure, per cui chi si auto accusa di aver portato fuori capitali, potrà godere di uno sconto nella sanzione. In commissione c’è già una versione del reato di auto-riciclaggio, su cui aveva lavorato il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco. Testo diverso da quello del governo e che non conteneva la limitazione dei reati fino a 5 anni. Proprio su questo testo ci sono state le pressioni di Forza Italia e Ncd per una versione più morbida. Il rischio adesso è che salti tutto, rinviando ancora nel tempo l’entrata in vigore di un reato che ancora non esiste”.

Come la legalità, almeno per come la pensa papa Francesco.

Lo dico da molto prima di De Bortoli e ho i testimoni

25 Set

Ottimi, per di più: molti miei ex-amici (ma molti di più amici tuttora) del Pd, per esempio. Gli ex sono in genere di quelli fulminati sulla via di Damasco, quelli che vista all’orizzonte la figura del leader si sono prontamente genuflessi e da allora non si sono più rialzati. Ci sono naturalmente anche coloro che si sono genuflessi più tardi, ma guarda caso, sono anche quelli che in realtà tanto amici non erano. Ma mi accorgo che sto divagando, anche perchè non ho molto da aggiungere a quello che il direttore a tempo determinato (lascerà il Corriere ad aprile del prossimi anno) ha pubblicato nel suo editoriale di stamattina.

Cioeè, un paio di cose voglio aggiungerle. La prima è che ho aspettato oggi a pubblicare questo post perché volevo sentire e leggere i commenti all’uscita di De Bortoli. E qui, qui e qui ne trovate qualcuno preso a caso. La seconda è che qualcosa di diverso da quello che affermavo io è stata detta e precisamente nella conclusione. Indovinate cos’è. Poi se vi va ne parliamo.
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 Renzi tema soprattutto se stesso

Il nemico allo specchio

di FERRUCCIO DE BORTOLI

Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere. Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso. Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del presidente del Consiglio è ipertrofica. Ora, avendo un uomo solo al comando del Paese (e del principale partito), senza veri rivali, la cosa non è irrilevante.

Renzi ha energia leonina, tuttavia non può pensare di far tutto da solo. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario. L’esperienza un intralcio, non una necessità. Persino il ruolo del ministro dell’Economia, l’ottimo Padoan, è svilito dai troppi consulenti di Palazzo Chigi. Il dissenso (Delrio?) è guardato con sospetto. L’irruenza può essere una virtù, scuote la palude, ma non sempre è preferibile alla saggezza negoziale. La muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan. Un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto. Circondarsi di forze giovanili è un grande merito. Lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier. E se addirittura a prevalere è la toscanità, il dubbio è fondato.

L’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa. Il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso. In Europa, meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti. Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi. Un consiglio: quando si specchia al mattino, indossando una camicia bianca, pensi che dietro di lui c’è un Paese che non vuol rischiare di alzare nessuna bandiera straniera (leggi troika). E tantomeno quella bianca. Buon lavoro, di squadra.

Emma Watson-Hermione alle NU per la parità di genere

24 Set


“Se non ora quando?” chiede Emma Watson, la famosa interprete di Hrermione nei film di Harry Potter da poco nominata ‘Ambasciatrice di buona volontà’ dell’ONU.

Non avevo certo bisogno di essere incoraggiato a sostenere la parità di genere e non mi faccio merito di questo. Ma l’appassionato discorso di questa ragazza di soli 24 anni e il calore con cui invita gli uomini a unirsi nella battaglia contro gli stereotipi maschili merita un convinto applauso. Ed è ancora una dimostrazione di quanto talento e personalità possano trovarsi là dove meno te l’aspetti, solo che il pregiudizio venga accantonato.

Questo il testo del discorso di Emma Watson, con un sentito grazie a LINKIESTA.

Oggi stiamo lanciando la campagna “HeForShe” [LuiPerLei].

E sono qui a parlare con voi perché ho bisogno del vostro aiuto. Vogliamo far finire l’era della disparità di genere, e per farlo abbiamo bisogno che tutti siano coinvolti.

Questa è la prima campagna di questo genere delle Nazioni Unite: vogliamo provare a convincere il maggior numero possibile di ragazzi e uomini a diventare sostenitori della parità di genere. E non vogliamo semplicemente parlarne, vogliamo essere sicuri di fare qualcosa di tangibile.

Sono stata nominata [ambasciatrice] sei mesi fa e più ho parlato di femminismo, più ho capito che lottare per i diritti delle donne è troppo spesso diventato sinonimo di “odiare gli uomini”. Se c’è una cosa di cui sono sicura è che questa cosa deve finire.

Per la cronaca, la definizione di femminismo è: «il credere che uomini e donne debbano avere uguali diritti e opportunità. È la teoria della parità dei sessi in politica, economia e nella società”.

Ho iniziato a essere confusa dai preconcetti di genere quando avevo otto anni e venivo chiamata “prepotente” perché volevo dirigere la recita che stavamo preparando per i genitori, mentre ai maschi non veniva detto altrettanto.

Quando a 14 anni ho iniziato a essere sessualizzata da alcune parti della stampa.

Quando a 15 anni alcune delle mie amiche hanno iniziato a uscire dalle squadre sportive in cui erano per paura di apparire troppo muscolose.

Quando a 18 anni i miei amici maschi erano incapaci di esprimere i loro sentimenti.

Ho deciso che ero una femminista e la cosa non mi è sembrata complicata. Ma le mie recenti ricerche mi hanno fatto scoprire che femminismo è diventata una parola impopolare.

A quanto pare, sono una di quelle donne i cui modi di fare sono visti come troppo forti, troppo aggressivi, isolanti, respingenti per gli uomini e non attraenti. Perché questa parola è così scomoda?

Vengo dall’Inghilterra e penso che sia giusto che io, come donna, sia pagata lo stesso di quanto sono pagati i miei colleghi uomini. Penso che sia giusto che io possa prendere delle decisioni riguardo al mio corpo. Penso sia giusto che ci siano donne coinvolte per mio conto nel processo politico e decisionale del mio Paese. Penso che sia giusto che mi sia dato lo stesso rispetto che è riservato agli uomini. Ma purtroppo posso dire che non c’è un singolo Paese in tutto il mondo dove le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessun Paese del mondo può dire di aver raggiunto la parità di genere.

Considero questi diritti, dei diritti dell’umanità ma io sono una delle fortunate. La mia vita è da privilegiata, perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina. La mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza. I miei mentori non hanno pensato che sarei andata meno lontano perché un giorno potrei avere un figlio. Queste persone erano gli ambasciatori della parità di genere che mi hanno resa ciò che sono oggi. Forse non lo sanno, ma sono dei femministi inconsci. E abbiamo bisogno di più persone come loro. E se ancora odiate la parola, sappiate che non è la parola ad essere importante ma l’idea che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno avuto gli stessi diritti che ho avuto io. Anzi, statisticamente ben poche li hanno avuti.

Nel 1997, Hillary Clinton ha tenuto un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Purtroppo, molte delle cose che voleva cambiare sono ancora oggi una realtà. Ma quello che mi ha colpito di più è che solo il 30% di chi la stava ascoltando quel giorno era maschio. Come possiamo cambiare il mondo quando soltanto metà di esso è invitato o si sente a suo agio a partecipare alla conversazione?

Uomini, vorrei sfruttare questa opportunità per farvi un invito formale. La parità di genere è anche un vostro problema.

Perché a oggi, ho visto il ruolo di genitore di mio padre essere svalutato società, nonostante io avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini soffrire di malattie mentali incapaci di chiedere aiuto per paura che la cosa li facesse sembrare meno maschi — in Inghilterra, il suicidio è la più grande causa di mortalità per gli uomini tra i 20 e i 49 anni, superando gli incidenti stradali, il cancro e l’infarto. Ho visto uomini resi fragili e insicuri da un’idea distorta di quello che significa successo per un maschio. Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere.

Non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere ma io vedo che lo sono, e che quando ne sono liberi, le cose cambiano di conseguenza anche per le donne.

Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno spinte a essere arrendevoli. Se gli uomini non devono avere il controllo, le donne non saranno controllate.

Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere forti… è ora che iniziamo a pensare al genere come uno spettro, non come due insiemi opposti di ideali.

Se smettiamo di definirci l’un l’altro con quello che non siamo, possiamo iniziare a definirci con quello che siamo — possiamo tutti essere più liberi, ed è a questo che è dedicata la campagna HeForShe. Alla libertà.

Voglio che gli uomini si prendano questo compito. Perché le loro figlie, le loro sorelle e le loro madri siano libere dal pregiudizio, ma anche perché ai loro figli sia permesso di essere vulnerabili e umani — recuperando quelle parti di loro che hanno abbandonato e diventando così delle versioni più complete e vere di loro stessi.

Potreste pensare, chi è questa ragazza da Harry Potter? E cosa sta facendo sul palco delle Nazioni Unite? È una buona domanda e, credetemi, me la sono posta anche io. Non so se sono qualificata per essere qui. L’unica cosa che mi importa è il problema. E voglio migliorare la situazione. E avendo visto quello che ho visto — e avendo ottenuto questa opportunità — sento che è mio dovere dire qualcosa. Il politico inglese Edmund Burke ha detto: «perché il male trionfi è sufficiente che gli uomini e le donne buoni rinuncino all’azione».

Nei momenti di nervosismo e di dubbio per questo discorso mi sono detta fermamente: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dubbi simili, quando l’opportunità si presenta, spero che queste parole possano esservi d’aiuto.

Perché la realtà è che se non facciamo nulla, ci vorranno 75 anni, o per me di compierne 100, prima che una donna possa aspettarsi di essere pagata quanto un uomo. Nei prossimi 16 anni, ci saranno 15,5 milioni di spose bambine. E al ritmo attuale, ci vorrà fino al 2086 prima che le ragazze dell’Africa rurale possano avere accesso all’educazione secondaria.

Se credete nella parità, potreste essere uno dei femministi inconsapevoli di cui parlavo prima. E per questo mi complimento.

Stiamo faticando per trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama “HeForShe”. Vi invito a fare un passo avanti, a farvi vedere, ad alzare la voce, a essere lui per lei. E a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?

Grazie.

Approvata finalmente la legge sulle leggi

22 Set

Un membro del Parlamento di cui sono amico mi ha confidato che la Commissione bicamerale per la semplificazione della burocrazia ha approvato in sede referente una legge che farà storia.
Tutti noi cittadini conosciamo e soffriamo l’astruso linguaggio della burocrazia. Non è italiano: è un gergo comprensibile solo ai facenti parte della consorteria dei burocrati e a pochi altri.
Non solo: nelle volute, oscure circonlocuzioni di questo pseudo-linguaggio si annidano talvolta tranelli micidiali, per cui una legge offre spesso possibilità di controverse  interpretazioni giungendo perfino e per assurdo a rendere possibile quel che vuole vietare. La cosa piò orrenda è poi il rinvio a innumerevoli commi, articoli ecc. di altre leggi,  che devi andare a cercare per orizzontarti.
Con l’approvazione di questa legge benemerita noi, semplici cittadini abituati a parlare la lingua di tutti giorni, non saremo più costretti a faticose decifrazioni e potremo finalmente comprendere immediatamente le leggi che ci governano.
Anche questo serve per un’Italia migliore.

La persona di cui parlavo mi ha anche consegnato la bozza provvisoria di testo che riproduco qui di seguito.

LEGGE n. ….. del ….

Norme sulla stesura delle leggi

Art. 1 – Le leggi vanno scritte in italiano corrente.

Art. 2 – I funzionari incaricati di scrivere il testo di una legge  devono usare termini comuni.
Chi contravviene a questa norma verrà punito con una multa pari al 10% dello stipendio annuo.

Art. 3 – Nel caso di aggiornamento di una legge, il primo articolo prevede l’abolizione della precedente e e nei seguenti la riscrittura in italiano corrente del nuovo testo.

Art. 4 – Prima di essere pubblicato, il testo della nuova legge andrà sottoposto ai primi dieci passanti: nel caso che solo uno non comprenderà qualcosa la legge andrà riscritta da capo.

Non potete immaginare la soddisfazione e l’entusiasmo che ho provato.

E poi, maledizione, mi sono svegliato.

Una Costituzione sovversiva

22 Set

Comincio a temere che tra un pò qualcuno se ne uscirà a dire che è ora di riformarla anche qui.

Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Art. 36 – Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Speriamo lo vedano Alfano o Giovanardi.

21 Set

Different families 1

Guardate questa foto. Il manifesto è affisso all’interno della vetrina di un centro sanitario (l’equivalente di una nostra ASL) di Londra a Islington. “Famiglie diverse – la stessa attenzione” dice. E se guardate bene (la qualità della mia foto è pessima, scusate, ma le immagini sono leggibili), si capisce subito cosa si intende.

C’è la famiglia tradizionale, quella con i bambini adottati, ci sono le famiglie degli immigrati, e ci sono le famiglie omogenitoriali. Lo stesso impegno – dichiarato – per tutti, senza differenze e senza ipocrisie. Perché è un diritto elementare.

Se Giovanardi o Alfano passano di qui gli viene un colpo.

 

 

Accountability politica: responsabilità di eletti ed elettori

21 Set

Cioè, tanto per capirci subito, l’accountability è un qualcosa di pressoché sconosciuto dalla politica italiana. E il sottotitolo di un libro che ne parla è infatti necessario per indirizzare il lettore potenzialmente interessato: “la virtù della politica democratica”.  Il libro (in realtà un vero e proprio piccolo trattato) di Anna Ascani, una giovane deputata del Pd, colma questa lacuna che affligge – ne sono tristemente certo – la stragrande maggioranza dei suoi colleghi in Parlamento. In poco più di 120 pagine analizza profondamente il significato del termine anglosassone accountability (sarà un caso che è complicato tradurlo in italiano e tocca fare un giro di parole?), rivisitandolo anche storicamente, ripercorrendone quindi l’evoluzione fino ai nostri giorni e indicando vigorosamente e razionalmente l’esigenza di dar vita a questo strumento nella politica italiana.

di Anna Ascani - Edtrice Città nuova - pagg. 128, 12,00 €

di Anna Ascani – Editrice Città nuova – pagg. 128,  €12,00

L’origine del termine è economica e infatti si traduce letteralmente con “fare, presentare un rendiconto“. Ma applicato alla politica implica un notevole salto culturale e infatti gli studiosi specificano: “political accountability“, cioè l’insieme di norme e consuetudini che regolano la relazione elettore-eletto. Relazione che – inutile dirlo – in Italia è andata quasi smarrita negli ultimi vent’anni a seguito di una sciagurata legge elettorale che ha riservato l nomina dei candidati al Parlamento ai leader dei partiti. Al contrario, è solo attraverso l’arma del ricambio che il delegato prescelto liberamente  e direttamente dal popolo sarà tenuto a render conto ai suoi elettori del proprio operato, degli impegni presi e perfino – periodicamente – della sua attività.

Io invece (in modo abbastanza sommario, confesso), avevo sempre inteso questo termine semplicemente come il “rendere conto del proprio operato agli elettori“. Ma trovo perfetta la definizione più estesa e precisa che ho letto a pag. 48: “l’accountability politica consiste nel rendere effettivo il requisito dei rappresentanti di rispondere ai rappresentati circa l’utilizzo del proprio potere ed il rispetto dei propri doveri, di agire secondo le critiche o le richieste che vengono loro fatte e di accettare (alcune) responsabilità per il fallimento, l’incompetenza e la disonestà“.

Anna Ascani alla presentazione del libro, tra Gianni Riotta e Federico Fubini.

Anna Ascani alla presentazione del libro, tra Gianni Riotta e Federico Fubini.

E fa particolare sensazione scoprire che, già nel XVIII secolo, al Congresso degli Stati Uniti si parlava di ‘accountability’ durante le dispute tra federalisti e antifederalisti: nonostante fossero anche molto  distanti su diversi punti del tema, tuttavia entrambi gli schieramenti erano assolutamente concordi sulla forma “verticale” da adottare: “far sì che gli eletti dipendano il più possibile dai loro elettori” (pag.79).

Per farla breve, la mia personale opinione è che se dal dopoguerra in poi in Italia si fosse investito per creare una cultura del “senso del dovere“, nella scuola come nella famiglia e quindi nella società, si sarebbe provveduto a realizzare una forma avanzata di educazione civica che autonomamente avrebbe regolato e sollecitato l’evoluzione culturale, economica, sociale e politica del Paese. Come purtroppo sappiamo bene, così non è stato, ma l’obbiettivo deve essere mantenuto e perseguito con tutte le forze: raggiungere l’accountability politica mediante una nuova legge elettorale degna del nome è un modello di sviluppo e uno strumento fondamentale per – come conclude l’autrice – “definire una nuova modalità della libertà e dell’autorità, che includa l’imprescindibile dimensione del dialogo“.

P. s. Piccola nota personale.
Ho conosciuto Anna Ascani nel 2008. Erano i primi di luglio ed era stato appena inquisito Ottaviano Del Turco, alto esponente del Pd. Mi venne in mente l’intervista di Scalfari a Berlinguer nel 1981, il 28 luglio per l’esattezza, in cui l’espressione “questione morale” aveva assunto un particolare significato. Proposi a due amici, Claudia Costa e Massimo Cardone, di preparare un incontro pubblico per celebrare l’anniversario e i malcapitati accettarono. Pochi giorni prima dell’evento mi telefonò una ragazza per informarsi sugli orari: sarebbe venuta da fuori e voleva regolarsi per il ritorno.
All’incontro parteciparono, contro ogni aspettativa, 120 o 130 persone, la storica libreria Bibli di Roma era strapiena e il dibattito fu vivace e appassionato. Uno degli interventi più applauditi fu quello della ragazza che aveva telefonato – era Anna  – e che si scusò per dover abbandonare la riunione anzitempo, ma l’attendeva l’ultimo treno per Città di Castello di lì a poco. Città di Castello, capite? Tre ore di treno per partecipare a un incontro di cittadini su Berlinguer e la questione morale che dopo l’alba di Mani pulite era tornata a corrodere l’Italia.

Alla Festa dell'Unità di Corciano Magione

Alla Festa dell’Unità di Corciano Magione

Per dirvi la determinazione di Anna Ascani. Da allora ha fatto strada, si è laureata brillantemente, partendo dalla base ha conquistato una posizione di rilievo nel Pd in Umbria, nel 2013 ha vinto le primarie e a 26 anni è entrata alla Camera dei deputati.
Ma è rimasta la ragazza in jeans che anni fa si fece in una torrida giornata di luglio sei ore di treno per partecipare a un dibattito su Berlinguer e la questione morale. La stessa grinta, la stessa tensione etica, lo stesso impegno, attributi mixati  sapientemente con l’esperienza, la coerenza, il naturale talento e la maturità. E l’altra sera era nella foto qui sopra, con la stessa passione di allora, fedele ai suoi ideali.

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