Archivio | gennaio, 2014

Ma che cagata.

31 Gen

Non so come definire altrimenti questo commento.  Ho apprezzato e apprezzo l’impegno di Saverio Lodato nella sua battaglia contro la mafia, ho letto alcuni suoi libri, ammiro sinceramente il suo impegno civico.  Ma l’invettiva di oggi non mi appare che abbia un senso, se non quello di uno sfogo viscerale dove si miscelano cattivi esempi – alcuni ancora da dimostrare – e opinioni personali per tentare di dimostrare una tesi insostenibile.
Non ti senti rappresentato dal Presidente della Repubblica? Fatti tuoi. Ma da qui a presentare una denuncia per attentato alla Costituzione ce ne corre, hai voglia. E infatti andando a leggere il testo appare tutta la vacuità dell’azione proposta dal M5S.
Il risultato è che io stesso, pur non avendo apprezzato alcune mosse del Presidente, mi ritrovo schierato dalla sua parte contro questo attacco pretestuoso e provocatorio. Strano che non si capisca che tale genere di azioni fa svanire in un attimo quella sensazione di simpatia per i Cinquestelle che si può percepire quando venga presentata, inaspettatamente, una critica ragionata e obbiettiva.
Fa quasi pensare che abbia ragione chi afferma che si tratti solo di un atteggiamento nichilista e fine a sè stesso, senza alcuna sostanza. Una protesta ottusa che non porta da nessuna parte.

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Cosa sta succedendo con la Banca d’Italia? Una risposta di Claudio Lombardi

30 Gen

Banca d’Italia vendesi?

La legge 262 del 2005 stabilisce che la Banca d’Italia è “istituto di diritto pubblico”. Però ha un capitale sociale che è detenuto quasi interamente da soggetti privati (banche). La stessa legge prevede il trasferimento delle quote allo Stato o ad altri enti pubblici (articolo 19, comma 10). Per disciplinare le modalità del trasferimento, si sarebbe dovuto varare un regolamento entro il 2008. Ad oggi non vi è traccia del regolamento.

Ci sono invece le norme approvate ieri. Cosa dicono?

Il capitale della Banca d’Italia viene rivalutato dai 156mila euro attuali a 7,5 miliardi. La rivalutazione viene pagata con le riserve della Banca stessa. Il valore delle singole quote passa da 0,52 euro a 25mila euro. Sulle quote possedute la legge di stabilità prevede che le banche azioniste debbano pagare un’imposta una tantum del 12% (lo Stato ci guadagnerebbe 900 milioni di euro).

Le nuove norme stabiliscono anche che nessun socio possa detenere oltre il 3% del capitale di Banca d’Italia. Dunque, le banche che oggi poscapitale banca d'Italiasiedono di più dovranno mettere in vendita la parte eccedente il 3% (su cui comunque non possono percepire dividendi). Chi sono e quanto hanno gli azionisti sopra il 3% ? Eccoli: Intesa Sanpaolo (circa il 30%); Unicredit (22%), Assicurazioni Generali (6%), Cassa di Risparmio di Bologna, Inps e Banca Carige. Tutti dovranno vendere a banche, assicurazioni e fondi pensioni italiani o alla stessa Banca d’Italia le quote eccedenti il 3% che, essendo rivalutate per legge, porteranno nelle loro casse miliardi di euro cioè con soldi pubblici si finanzieranno le banche private.

Certo che è strano che la Banca d’Italia sia di proprietà delle banche private (e di assicurazioni e fondi pensioni) sulle quali la Banca stessa esercita poteri di sorveglianza e di sanzione. Bisogna ricordare, comunque, che l’ingresso delle banche oggi private risale a quando erano tutte di proprietà pubblica. La stranezza però rimane.

Ora, se c’è una “azienda” in Italia che deve essere in mano pubblica questa è la Banca d’Italia. L’attività della regolamentazione, vigilanza, politica monetaria e così via richiede la massima indipendenza della banca centrale rispetto ai soggetti regolati. E certo è difficile che vi sia piena indipendenza se la proprietà è degli stessi soggetti controllati.

Anche sul prezzo vi è poi da ridire. Da calcoli fatti da economisti su http://lavoce.info sembra che la rivalutazione disposta per legge sia di molto superiore alla rivalutazione del capitale in base ai coefficienti Istat di rivalutazione monetaria. Infatti applicando tali coefficienti si arriverebbe a 1,30 miliardi di euro che potrebbe salire a 1,7 miliardi se si applicasse un altro metodo di calcolo che tenga conto dei dividendi.

L’ assetto attuale appare irrazionale perché la Banca d’Italia produce beni pubblici non commerciabili sul mercato e dovrebbe avere un unico azionista pubblico. Lo statuto della Banca dovrebbe, ovviamente, tutelarla dalle maggioranze politiche che volessero forzare l’utilizzo delle riserve, ma il modo migliore non è certo quello di fare della Banca una public company di proprietà di istituti finanziari e assicurativi. Più razionale sarebbe inserire in Costituzione lo status di indipendenza della Banca.

Quale è allora il senso dell’operazione rivalutazione del capitale? Evidentemente quello di mettere nelle casse delle banche proprietarie di quote eccedenti il 3% i capitali derivanti dalla loro partecipazione a Bankitalia e di permettere in futuro che anche altri partecipanti liquidino le loro quote vendendole o ad altri privati o alla stessa Banca d’Italia.

Claudio Lombardi
30 gennaio 2014

Quasi per par condicio

30 Gen

Amaca Italicum
Quasi per par condicio (ma NON è così, sia chiaro), quasi a bilanciare la sua Amaca di ieri, Michele Serra oggi commenta positivamente la conclusione della prima parte del cammino della proposta di legge elettorale varata da Renzi con la complicità di er banana. Tra l’altro, la chiama Italicum, mentre io mi ostinerò – fin quando non verranno introdotti gli indispensabili correttivi – a chiamarla Porcellinum, che mi appare perfetto sia come diminutivo che come fusione di Porcellum e Topolinum (la prima definizione che mi era venuta in mente).
Tornando a Serra, la chiave di lettura odierna è nella conclusione, là dove afferma plaudente, riferendosi a Renzi, che “ci ha messo un mese“. Mi permetto di dissentire vigorosamente: è vero che tutti gli altri partiti  non c’erano riusciti in anni di incontri, conciliaboli, commissioni, saggi riuniti a gruppi e a mazzi. Verissimo. Ma non mi stancherò mai di affermare che una buona legge non necessita certo della fretta per essere elaborata e quindi definita tale,  e sono solo l’ultimo di una nutrita folla di italiani a sostenerlo.
Soprattutto perchè, se varare una legge in poco tempo fosse il principale requisito per considerarla ‘buona’, Serra dovrebbe cambiare idea sul Porcellum ricordandosi come nacque: Calderoli e i suoi tre/quattro compagni di merende montane rinchiusi in una baita ci riuscirono in pochi giorni.

Ancora un altro.

30 Gen

Sto pensando che ho un anno di più. Sto pensando che, tutto sommato, non mi pesa. Sto pensando che temevo peggio. Sto pensando che potrebbe sempre andare peggio. Sto pensando che non immaginavo che tanta gente si sarebbe ricordata di me. Sto pensando che rifarei tutto quello che ho fatto, perché la coerenza viene prima di tutto e ti fa vivere in pace con te stesso.
Sto pensando che è ora di andare a letto.
🙂

SERRA vs serra: 10 (con lode) a zero

29 Gen

Un Serra maiuscolo (Michele) fustiga e stigmatizza un Serra minuscolo e meschino (Davide), uno zero in tutti i sensi.

SERRA vs serra

Da la Repubblica di oggi, 29.01.2014

Una splendida iniziativa: #artenelpd ci stai?

29 Gen

E’ con grande piacere che ospito qui l’annuncio dell’iniziativa #artenelpd ci stai? ideata da Antonio Sicilia e l’invito a partecipare. Qui di seguito i dettagli.

#artenelpd ci stai?

PDiversi,
con grande entusiasmo vi comunico che l’interesse e la partecipazione verso “Metti in Circolo il Pittore” sta aumentando esponenzialmente. L’iniziativa per ora sarà presente in 15 regioni italiane, con la partecipazione inaspettata anche del circolo di Berlino e di Londra.
Molti ci hanno chiesto un documento da far girare e compilare,via mail o via fb, per aderire all’iniziativa.
Qui di sotto è riportato proprio il testo che stavate cercando.
Ci sono dei puntini di sospensione da riempire con il nome della vostra città, dei vostri circoli e con i vostri nomi a titolo di coordinatori locali.
Fatela girare il più possibile, in modo da diffondere al meglio l’iniziativa e aumentare le adesioni.
Copiate e incollate il testo qui di sotto e fatelo girare in ogni angolo del web.
Dopodiché confermatemi la vostra adesione via mail a :
antoniosicilia18@gmail.com
artenelpd@libero.it
Proviamo a rendere popolare questa sfida importante.
Buona giornata.
Antonio.

Cara Democratica e caro Democratico,

La Riforma Gelmini colpisce ancora. Questa volta a pagarne le conseguenze è l’insegnamento della Storia dell’Arte.

A causa della Riforma, l’Arte non accarezza il percorso di studi di oltre metà degli studenti italiani, ovvero quelli iscritti a Istituti Professionali e Tecnici.

Ma anche passando ai Licei Italiani, gli effetti della Riforma Gelmini sono evidenti e come: sulla carta non è cambiato molto rispetto a prima, ma nei fatti la riduzione è stata sensibile, poiché sono state abolite tutte le sperimentazioni che, soprattutto in molti licei classici, avevano potenziato la formazione artistica già nel ginnasio.

Il taglio del monte ore artistico ha avuto una ricaduta evidente anche sull’ultimo concorso della scuola: non è stata messa in palio alcuna cattedra di storia dell’arte, dato che di quegli insegnanti, dopo la cura Gelmini, c’è esubero in tutte le province italiane. In fila nelle graduatorie degli aspiranti professori di storia dell’arte ci sono 2.441 precari per la sola cattedra di arte, 5.847 che possono insegnare arte e disegno”  

(fonte: Roberta Carlini – L’Espresso)

 Sembra surreale in un Paese come il nostro. Il Paese dei 3.400 musei, delle circa 2.100 aree e parchi archeologici, dei 43 siti Unesco, i quali hanno un indice di ritorno economico 16 volte inferiore a quello degli Stati Uniti, 4 a quello francese, 7 volte sotto quello inglese. La storia dell’Arte con un patrimonio del genere non riguarderebbe quindi solo un arricchimento culturale ma anche potenzialmente economico. Ancora una volta la Cultura è stata considerata come una semplice voce di spesa e non come un investimento. 

 Nonostante i vari utilissimi e autorevoli appelli, la situazione è rimasta invariata. Al momento della discussione del decreto Istruzione, si è fin da subito compreso che trovare le risorse necessarie al ripristino sarebbe stato difficile e allora si è scelto di rinviare il problema. Per inserire una o due ore di arte a settimana nei tecnici del turismo, in alcuni indirizzi dei professionali e nei primi due anni dei licei, servono a regime 571 prof in più e 86 milioni l’anno.

Niente da fare. Ad oggi il Governo delle Larghe Intese sembra non prendere neanche minimamente in considerazione questo investimento.   

 Noi abbiamo deciso di non rimanere fermi. Da iscritti ed elettori del Partito Democratico e da cittadini italiani, dall’idea del giovane blogger PD Antonio Sicilia, abbiamo deciso di ospitare l’arte nei Circoli del PD del nostro territorio fino al tanto sperato ripristino nelle scuole italiane.

 “METTI IN CIRCOLO IL PITTORE” questo sarà il nome della nostra sfida. 
image

 

Ogni Circolo PD d’Italia aderente all’iniziativa ospiterà nel proprio Circolo lezioni di Arte tenute da Insegnanti, Insegnanti precari, Artisti e qualsiasi altra figura professionale in grado di rendere più comprensibile e apprezzabile il nostro patrimonio artistico.   

 Ci saremo anche noi a (………………)  nei Circoli di (………………..)

 Le modalità di svolgimento delle lezioni saranno completamente lasciate alla discrezione dei circoli e degli organizzatori. Qualsiasi eventuale forma di retribuzione dei professionisti sarà interamente coperta da un volontario autofinanziamento dei Circoli stessi (consigliata la modalità dei Voucher, pensati proprio per rapporti di lavoro occasionale)

Ad oggi contiamo circa 1000 adesioni e oltre 50 Circoli aderenti in tutta Italia. 

Sei interessato?

Hai voglia di coinvolgere il tuo Circolo?

Scrivi a  artenelpd@libero.it e indica il tuo nome e il luogo del Circolo dove desideri lanciare l’iniziativa.

Partiremo con un’iniziativa nazionale in contemporanea in tutti i Circoli aderenti domenica 2 marzo.

Proviamo a rendere popolari battaglie impopolari e a spalancare le porte dei nostri Circoli.
Uno schiaffo a chi insegna, uccide chi sta imparando

Ti aspettiamo 

 

Coordinamento Nazionale

Antonio Sicila

antoniosicilia18@gmail.com

 

Coordinamento Locale

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Legge elettorale: un altro solido contributo de lavoce.info

27 Gen

Questa di Marco Cucchini su lavoce.info è tra le più lucide e convincenti analisi che abbia letto sull’argomento e per questo motivo sono lieto di riproporla qui.

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Cosa va e non va nella proposta di Renzi

Più che un punto di arrivo, l’accordo tra Renzi e Berlusconi sulla riforma della legge elettorale sembra essere un punto di partenza. La proposta non risolve appieno i vecchi nodi: premio di maggioranza, liste bloccate e soglie di sbarramento. Il sistema delle garanzie e la questione del Senato.

I VECCHI PROBLEMI

Il testo base per la riforma elettorale frutto dell’incontro Silvio Berlusconi- Matteo Renzi è ufficialmente depositato, quindi si può sviluppare un ragionamento basato più sui fatti e meno sulle impressioni. Per un giudizio meditato è metodologicamente serio partire da quanto veniva quasi unanimemente criticato nella normativa precedente (legge 270/2005) e in buona parte rilevato anche dalla recente sentenza della Corte costituzionale che ne ha cassato alcuni punti fondamentali.

1. Un premio di maggioranza ritenuto incongruo perché troppo ampio e senza un quorum minimo per la sua attivazione (quorum che era presente non solo nella “legge truffa” del 1953, ma addirittura nella “legge Acerbo” del 1923, che prevedeva il raggiungimento del 25 per cento dei voti).
2. Un combinato disposto di riparto dei seggi su base nazionale e liste bloccate “lunghe” che hanno reso impossibile all’elettore influire in qualche modo sulla composizione dell’assemblea, anche a causa del meccanismo delle candidature in più circoscrizioni e successivi subentri.
3. La presenza di soglie di sbarramento plurime con incentivi all’apparentamento, che hanno concorso a costruire coalizioni artificiali, fondate più sulla volontà di conseguire il premio che su una effettiva coesione politica e programmatica.
4. Una indicazione del “capo della coalizione” in contraddizione con l’articolo 92 della Costituzione, sulla quale però non esiste formale parere della Corte perché questo aspetto non era compreso tra i punti del ricorso oggetto della sentenza.
5. Il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato, considerato anche il vincolo costituzionale dell’elezione del secondo “su base regionale” e la diversa base di elettorato attivo.

UNA PROPOSTA DA MIGLIORARE

Come notato anche da Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon nel loro contributo , il testo della proposta di riforma mantiene i difetti dei primi tre punti, non influisce sul quarto e rimanda il quinto alla riforma costituzionale. Infatti leggendo nel dettaglio, si nota che:

a) il premio di maggioranza scatterebbe al 35 per cento, con ballottaggio nel caso in cui nessuna forza politica raggiunga tale soglia. Quindi un premio del 18 per cento se va bene e molto più elevato se va male, grazie al meccanismo del ballottaggio al quale – nel 2013 – sarebbero state ammesse due coalizioni nessuna delle quali capace di raggiungere il 30 per cento dei voti al primo turno;
b) le liste sono ancora bloccate, anche se più corte (tre-sei eligendi). Ma poiché si mantiene un riparto su base nazionale con quozienti interi e più alti resti, rimane impossibile garantire la scelta dell’eletto da parte dell’elettore, così come assicurare un adeguato equilibrio territoriale. Si replica che “si faranno le primarie”, ma queste sono una mera conta interna ai partiti, non un modo per rilegittimare in chiave sistemica il rapporto tra classe politica e comunità;
c) rimangono gli sbarramenti plurimi e l’incentivo a creare coalizioni eterogenee al solo scopo di abbassare il “costo” di accesso al Parlamento, considerata anche la soglia – assurdamente alta – da superare per i partiti non apparentati, fissata all’8 per cento: con i dati 2013 significa circa 3 milioni di voti nazionali.
d) per i cittadini residenti in Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta rimangono i vecchi collegi uninominali al fine di garantire una rappresentanza delle minoranze linguistiche. Questo però li esclude dal determinare la coalizione vincente, tagliandoli così fuori dalla scelta del Governo.
La proposta potrebbe essere migliorata facilmente con pochi ritocchi, rendendola meno contraddittoria negli strumenti e meno “borderline” per quanto riguarda la legittimità costituzionale. Sarebbe sufficiente elevare la soglia per il conseguimento del premio al 40 per cento; sostituire le liste bloccate con collegi uninominali da attribuirsi con un riparto proporzionale su base circoscrizionale, così da evitare il problema dei resti e garantire l’equilibrio territoriale (non è difficile, è il sistema in vigore per l’elezione dei consigli provinciali e fu quello utilizzato per il Senato dal 1948 al 1994). Infine, lo sbarramento, che dovrebbe essere il medesimo a prescindere dalla partecipazione o meno a coalizioni.
Rimarrebbe molto da dire sul sistema elettorale del Senato, che non può essere con premio e riparto nazionale (l’articolo 57 della Costituzione prevede il “riparto su base regionale”) e, soprattutto, riesce difficile immaginare la “soppressione” pura e semplice della seconda Camera e la sua sostituzione con una indefinita “Camera delle autonomie” la cui composizione, poteri, modalità di elezione è ancora tutta da verificare.

GARANZIE DA TUTELARE

Nel caso in cui la riforma dovesse però andare in porto anche nella sua dimensione costituzionale (cioè l’abrogazione-ridimensionamento del Senato) si apre un tema oggi ignorato nel dibattito, ma di importanza centrale: quello del rafforzamento del sistema delle garanzie e dei checks and balances istituzionali.
In nessuna grande democrazia dove le competizioni hanno esito maggioritario esiste un capo dello Stato “garante” eletto dal Parlamento. Regno Unito e Spagna sono monarchie (così come Canada e Australia), Francia e Stati Uniti hanno un presidente eletto direttamente dal popolo e la Germania per eleggere il presidente federale crea un’assemblea ad hoc composta in via paritaria dai membri del Bundestag e da delegati regionali (un’assemblea di 1.200 persone, che si scioglie dopo aver adempiuto al suo compito). E quindi abolire o ridimensionare fortemente il Senato prevede anche un ritocco alle modalità di elezione del Presidente della Repubblica e degli altri organi di garanzia eletti dal Parlamento in seduta comune: Corte Costituzionale e Consiglio superiore della magistratura, considerato che la nostra Costituzione, in tutti i suoi equilibri formalizzati, mostra in filigrana il sistema proporzionale.
Sarebbe opportuno pensare anche al rafforzamento delle garanzie per i parlamentari dell’opposizione. Ad esempio, la Costituzione francese (paese maggioritario fortemente sbilanciato verso l’esecutivo) all’articolo 61 comma 2 stabilisce che: “[…] le leggi possono essere deferite al Consiglio costituzionale, prima della loro promulgazione, dal Presidente della Repubblica, dal primo ministro, dal presidente dell’Assemblea nazionale, dal presidente del Senato, da sessanta deputati o da sessanta senatori”. Si tratta di un controllo preventivo di costituzionalità molto più concreto ed efficace rispetto a quello previsto nel nostro procedimento parlamentare: in Italia la “pregiudiziale di costituzionalità” è discussa direttamente dall’assemblea e quindi, inevitabilmente, viene dato un voto di tipo politico (la minoranza a favore, la maggioranza contro).
In conclusione, più che un punto di arrivo, quello stipulato tra Renzi e Berlusconi sembra essere il punto di partenza, ma resta molto da fare, se solo il dibattito politico smetterà di ruotare attorno alle sorti personali di questo o quell’altro leader.

Marco Cucchini
Consulente politico e legislativo, dal 2009 docente di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato presso il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia, in precedenza ha insegnato Diritto Pubblico Comparato e Analisi delle Politiche Pubbliche a Udine, facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

Il sistema bicamerale è il meno diffuso nel mondo: ma chi l’ha detto?

27 Gen

Bicameralismo

   Sistema unicamerale
   Sistema bicamerale
   Senza Camere
   Non disponibile
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Infatti è il contrario: è proprio il bicameralismo il sistema più diffuso nel mondo. Il punto di discrimine è se esso sia perfetto o imperfetto: nel primo caso le due camere hanno le medesime competenze, nel secondo no. In Italia i sostenitori della trasformazione del Senato e della conseguente  riduzione della Camera dei Deputati a unica sede legiferante fanno osservare che in molti paesi il bicameralismo perfetto è superato. Ergo, ritengono sia giunte l’ora  di adeguarsi anche per il nostro Paese.
Wikipedia fornisce un’ampia e dettagliata informazione a proposito delle due forme. Per quanto riguarda l’Italia si afferma, in particolare, che: “Il bicameralismo italiano è un bicameralismo eguale e perfetto, cioè sovrapposto, in quanto entrambe le Camere, Camera dei deputati e Senato della Repubblica, godono della stessa legittimazione e svolgono le stesse funzioni su un piano di parità (essendo non ancora stata attuata la “promessa” di riforma del Senato della Repubblica contenuta nella legge costituzionale n. 3 del 2001, e prefigurata dalla nuova definizione di Repubblica, che a norma dell’art. 114 della Costituzione è ora «costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato»). Questo particolare assetto, che ha il vantaggio di garantire una maggiore elaborazione e ponderazione delle deliberazioni (e quindi, in primo luogo, delle leggi del parlamento) va a scapito della rapidità delle decisioni, producendo veri e propri ingorghi legislativi.”
Non è da oggi che si critica l’affrettata e malfatta modifica costituzionale attuata dal centrosinistra nel 2001: oggi la questione però riguarda ancora la necessità di sveltire i passaggi tra le due Camere e non di rinunciare del tutto alle garanzie date dal duplice esame. Nel mio piccolo, osservo che la nostra giovane e ancora fragile democrazia non ci consente la disinvoltura del rischio di un balzo in avanti delle proporzioni prospettate dal passaggio al bicameralismo imperfetto. Dobbiamo, insomma, ancora imparare tanto e soprattutto riuscire a disporre di un Parlamento dove la stella polare sia sempre il bene comune. E aggiungo che non fu per caso che solo sessant’anni fa i nostri costituenti ritennero di dover stabilire l’esigenza di sottoporre a un doppio controllo le proposte di legge. In forza di quali ragionamenti e di quali dati di fatto si può oggi ragionevolmente sostenere che l’Italia sia, purtroppo contro ogni evidenza, improvvisamente diventata matura per un passaggio epocale come quello indicato?

Dall’uomo solo all’uomo forte: sempre peggio

27 Gen

UOMO FORTE

Trovo molto preoccupante questa tabella disegnata oggi da Ilvo Diamanti. Già “un uomo solo al comando” era un’espressione riferita all’opinione abbastanza diffusa in buona parte degli italiani, quella che preferisce  una guida più o meno illuminata cui demandare le questioni del Paese, della collettività,   potendosene così fregare e dedicarsi solo ai propri affari ed interessi.  Viene accertato ora che non basta: occorre, ahinoi,  “l’uomo forte”. Da dove proviene, come nasce, questa tendenza?
Barbara Collevecchio lo ha spiegato bene: “Perché deleghiamo? Perché sul gran comunicatore come sui santi o le star, proiettiamo dei nostri contenuti psichici, tutto il bene e il male, tutto il meglio e il peggio delle nostre caratteristiche come popolazione. Siamo così poco evoluti e indipendenti come società che abbiamo ancora bisogno che i contenuti e i pensieri, ce li veicolino gli altri. Seguiamo l’hashtag emotivo, le idiosincrasie eteroindotte, abbiamo bisogno che qualcuno pensi per noi e ci restituisca l’immagine emotiva di ciò che proviamo. Allora, dico io, fin quando si delegherà in modo così proiettivo, di cosa ci si lamenta? Chi comanda lo fa perché tu gli hai dato questo potere.
La classe politica è lo specchio del paese dove tu vivi. Facile dire che i politici rubano, difficile dire che se rubano e raccomandano è perché la famosa società civile, aziende, professionisti e cittadini lo chiedono. L’immaginario collettivo ora simbolizza in Renzi o tutto il bene ( il salvatore che sbloccherà il paese) o tutto il male ( il nuovo Berlusconi) . Io credo che ciò avvenga perché nel frattempo non siamo cresciuti noi. Le cose non accadono mai senza un contesto e un attore non recita mai senza un pubblico. Nel bene e nel male. Libertà è responsabilità, non accentrare su un uomo solo e su un leader tutto il potere delle nostre aspettative.”

E pensare che “l’uomo forte” l’abbiamo avuto, molto disgraziatamente, ma evidentemente qui da noi c’è parecchia memoria corta.

La gatta frettolosa e le riforme di Renzi

27 Gen

Tutte le volte che polemizzo con un sostenitore delle riforme proposte dal segretario del Pd,  sostenendo la necessità di profonde modifiche e soprattutto del tempo per apportarle, a un certo punto l’interlocutore/trice sentenzia (scuotendo lentamente il capo con un atteggiamento patermalistico-pensieroso), citando un vecchio adagio: “il meglio è nemico del bene”.

Ho preso allora a rispondere – se questa è la modalità della discussione faccio presto ad adeguarmi – con un altro vecchio detto romanesco: “E la gatta presciolosa [= frettolosa] fece i gattini ciechi”. Non so se funzioni, ma improvvisamente l’altro/a si ricorda che ha da fare qualcosa e  la discussione si tronca lì.

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Considering the situation, I am reasonably self-possessed

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