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Civati, la coerenza e gli altri.

21 Nov

 “Non c’è bisogno di aspettare l’intervento della magistratura. Di fronte a fatti così gravi, che ledono il prestigio delle istituzioni, sarebbe doveroso da parte dei ministri coinvolti rassegnare le proprie dimissioni e avere il gusto, lo stile, di ritirarsi dalla politica e cambiare mestiere.”
Enrico Berlinguer, Tribuna Politica, 15 dicembre 1981, a proposito dei ministri del Governo coinvolti nello scandalo P2
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Non credo sia un mistero, per i pochi che mi seguono qui e altrove, che sostengo Civati nella sua corsa per la segreteria del Pd ed è principalmente per questo motivo che i fatti dell’altra sera mi hanno sgradevolmente colpito. Invece di assicurare il rigore tanto sbandierato (bisogna «essere garantisti e garantire opportunità e rispetto delle regole» come «elemento chiave del nostro governo») invitando il ministro Cancellieri a presentare le dimissioni, Letta ha preferito sostituirsi al segretario del Pd – rimasto nell’occasione  inspiegabilmente silenzioso – per brandire la clava di una sfiducia al suo governo che non aveva motivo di minacciare, se non come disposizione pervenuta da una voce autorevole. Intendiamoci, quest’ultima è stata al momento una mia personalissima quanto emotiva  interpretazione dei fatti che però vedo stia assumendo ora contorni più concreti, anche se ribadisco che allo stato attuale non c’è prova che essa abbia riscontro nella realtà.

Ma torniamo a quanto accaduto l’altra sera alla riunione del gruppo parlamentare del Pd alla Camera. Per presentare una mozione di sfiducia alla Camera servono 63 voti e Civati di firme ne aveva raccolte una decina ma contava di raccoglierne altre principalmente tra i deputati schierati con Renzi, che aveva condiviso l’idea della mozione di sfiducia alla Cancellieri. E’ andato all’assemblea e ha presentato la mozione. Ma prima è intervenuto Letta a dire che se cadeva la Cancellieri cadeva il governo, poi è intervenuto Cuperlo e ha minacciato, infine i renziani hanno fatto inversione a U e mentre prima dicevano “si alla sfiducia” improvvisamente hanno detto “sì, signore”.

Dell’ intervento di Cuperlo riporto qui questo brano (diretto indovinate a chi), tanto per dare un’idea dell’aria che tirava: “La stessa chiarezza con la quale mi permetto di dire che non è accettabile che si assuma individualmente, e a mezzo stampa, l’iniziativa di una mozione di sfiducia verso un ministro del nostro governo, senza prima porre quel tema nella sede deputata che è l’assemblea del gruppo parlamentare al quale si è aderito. E però capisco che in un partito dove anche votare la fiducia al governo è diventata una variabile soggettiva, questa non sia considerata una priorità.” Ora, Civati era proprio lì, all’assemblea, a presentare la sua mozione e – come detto prima – cercava altre firme tra i seguaci di Renzi che nel frattempo avevano deciso di soprassedere. Perché? Chiedetelo a loro.

Dice Civati nell’intervista ad Alessandro Gilioli su l’Espresso: «Ho cercato di riportare la cosa al suo significato originale: la mozione di sfiducia individuale verso un ministro. Non un voto sul governo, dunque. Ho citato l’articolo 95 della Costituzione. Ho contestato il metodo e il merito con cui il Pd aveva gestito tutta la vicenda. Intorno ridacchiavano, facevano smorfie». A quel punto a Civati restavano solo due opzioni di testimonianza, cioè la partita l’aveva comunque persa, poteva solo fare un gesto dimostrativo, inutile.

La prima opzione era votare la mozione del M5S, che però faceva schifo sia per come era scritta tecnicamente, sia per i contenuti. Oppure poteva astenersi: ma in entrambi i casi rischiava l’espulsione dal PD a dieci giorni dalle primarie. E il tutto per non ottenere niente, solo una prima pagina sui giornali.

Oggi Civati ribadisce nel suo blog: “non ho affatto ritirato la mozione, come scrivono in molti, solo che la mozione era una proposta al Pd, come ho spiegato fin dal primo giorno, nonostante qualcuno avesse maliziato in proposito. Non era una mozione individuale era una sfiducia individuale. Peccato averla trasformata in qualcosa di diverso. Peccato che nessuno abbia voluto raccogliere la proposta. Peccato che nessuno abbia tenuto fede alle parole stentoree dei giorni precedenti.”

Quindi, (traggo sempre dall’intervista a Gilioli) “l’unica alternativa era lasciare il partito. A due settimane dalle primarie in cui sono candidato alla segreteria. E anche se può sembrare strano, non è affatto facile andare in una riunione di gruppo in cui sei quasi isolato e dire come la pensi. Ribadendolo anche in aula, il giorno dopo, con tutti pronti a saltarmi addosso”. Cosa che ha puntualmente fatto: “ho detto, nel tempo che avevo a disposizione, che la mia proposta di mozione di sfiducia individuale era diretta al gruppo del Pd, che invece aveva deciso diversamente, quindi avrei votato anch’io ‘no’ alla mozione del M5S, come tutto il gruppo”.

Lasciare il Pd? Confesso che io invece sono stato tentato di farlo, ma ho sempre abbandonato l’idea: nel Pd nonostante tutto ci sono tante, ma proprio tante persone valide, in quel partito ci sono ideali condivisi, in quel partito è stata investita fiducia e fatica. A quel partito fanno riferimento tanti cittadini che meritano ben altre risposte e con una adeguata leadership quel partito potrebbe rappresentare la tanto sospirata svolta che il nostro Paese attende. Per cui bene ha fatto Civati a tener duro: aspettiamo le Primarie dell’8 dicembre e ci sarà tempo per decidere il da farsi.

Concludo per aggiungere solo alle considerazioni su questa vicenda che non ho parole per definire, nell’ordine: Letta, Renzi e Cuperlo.
Letta, perché tenere in piedi un governo con questi metodi è impensabile; Renzi perchè questa era la sua occasione per far vedere come dovrebbe comportarsi il segretario di un importante partito e adeguandosi disciplinatamente si è invece giocato questa importante opportunità; Cuperlo, perchè ha dimostrato che non potrebbe fare il segretario di un partito, uno qualunque, perché farà sempre e comunque quel che gli viene detto di fare dal superiore di turno.

 

 

 

 

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Letta e il rigore a casi alterni: una (Idem) a due (Alfano e Cancellieri)

6 Nov

Ho augurato sinceramente al Presidente del Consiglio di ritrovare il promesso rigore nella vicenda Cancellieri, ma non sono stato esaudito. Tanto per dimostrare un pò di coerenza sarebbe allora il caso che si reintegrasse Josefa Idem nelle sue funzioni.

Mi era già venuta in mente ieri sera, sentendo le notizie dei tg, ma su Repubblica di oggi ho trovato che Curzio Maltese   è della stessa opinione.

E ADESSO RIDATECI JOSEFA IDEM

A questo punto ridateci Josefa Idem. In qualsiasi democrazia è giusto che un ministro vada a casa per un’evasione fiscale, sia pur minima, e quando la Idem nel giugno scorso si è dimessa per mille euro di Imu, abbiamo creduto di essere diventati un Paese normale. Ma non è così. In un Paese normale ieri il ministro Cancellieri si sarebbe dimessa, senza se e senza ma.
In Germania, Francia, Stati Uniti non sarebbe concepibile un guardasigilli che telefona alla compagna di un pregiudicato per «mettersi a disposizione» e rimane al proprio posto. Con una certa fierezza, per giunta.In un Paese normale si sarebbe dimesso da tempo il ministro dell’Interno Angelino Alfano, dopo aver permesso le scorribande dei servizi segreti kazaki sul suolo patrio. Ma come, si lascia morire in mare povera gente in fuga da una guerra e si permette a  delinquenti al servizio di un dittatore criminale di rapire una donna e una bambina a casa nostra?
In un Paese normale, per esempio la Francia, uno degli uomini più ricchi del Paese, proprietario di aziende e televisioni e squadre di calcio, fondatore di un partito ed eletto a furor di popolo in Parlamento, com’era Bernard Tapie, una volta condannato per frode fiscale decade il giorno stesso e finisce in galera. Qui invece blocca l’intera nazione e ricatta il governo da sei mesi.
Prendiamone atto. La moralità pubblica italiana è a un livello inferiore, per non dire infimo. Per i nostri parametri un ministro che ha evaso «soltanto» mille euro (in teoria tremila, ma duemila sarebbero da rimborsare) in tutta la vita è più che affidabile, è una santa, una martire, e dunque ridateci Josefa Idem. Mille euro, cosa volete che siano? Scritto per esteso fa lo 0,000003 per cento dei 368 milioni di dollari che Berlusconi ha sottratto ai controlli fiscali. È più o meno quanto ci costano ogni mese le cene a sbafo di due consiglieri regionali grillini, questi bei moralisti.
L’Italia è una democrazia europea soltanto per un paio di mesi ogni cinque anni, durante la campagna elettorale. Quando si tratta di portare a casa i voti, allora la destra vota compatta la legge Severino, il Pd s’impegna a cacciare i funzionari indegni che truccano il tesseramento, i mor taborse raccomandati.Passata la festa e gabbato l’elettore tutto ricomincia da capo. La destra scopre che la Severino è liberticida se applicata a Berlusconi e nel Pd rispuntano i trafficoni. Persino gli eroi anti-casta appena eletti fanno stipendiare a spese dei contribuenti fidanzati e parenti. Una pratica indecente, proibita anche dalla Democrazia cristiana ai tempi di Benigno Zaccagnini, figurarsi. Ammettiamo che non c’è speranza.
Il reintegro di Josefa Idem è un atto dovuto. È l’unico ministro che si sia dimesso ammettendo l’errore, non ha accampato scuse ridicole né adombrato oscuri complotti. Un atteggiamento di un’onestà e di una serietà impensabili per molti suoi colleghi. Forse perché è nata e cresciuta in Vestfalia.
Assieme alla Idem, modesta proposta, si potrebbe nominare nel prossimo governo un certo numero di cittadini stranieri, magari tedeschi. Tanto, per prendere ordini da Berlino e Francoforte sul Meno vanno benissimo. Oltre a conoscere la lingua, i ministri tedeschi presenterebbero una serie di vantaggi per i cittadini italiani. Non vanno quasi mai in televisione, concedono un paio d’interviste all’anno, tengono famiglia ma non la fanno assumere dallo Stato, guadagnano meno di un deputato grillino e pagano i ristoranti di tasca propria. Se nominati ministri della Giustizia, si mettono a disposizione dei cittadini incensurati piuttosto che dei latitanti. Ma soprattutto, quando sbagliano, si dimettono e basta.

da La Repubblica del 6 novembre 2013

La Idem, la Cancellieri, Letta e “il rispetto delle regole” (aggiornamento).

3 Nov

Il 28 aprile di quest’anno Josefa Idem fu nominata ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili ma neppure due mesi dopo si dimetteva dall’incarico in seguito al polverone strumentalmente sollevato circa una tassa non pagata per intero. In questo post, pubblicato il 26 giugno, manifestavo la mia solidarietà alla Idem, travolta a mio avviso da una vicenda ingigantita oltre misura  in un paese dove gli scandali assumono ben altre proporzioni, investendo anche altissimi livelli, perché sostenevo che andava dimostrato il dolo, cioè la precisa intenzione di non pagare il dovuto. Il Presidente del Consiglio Enrico Letta fu  oltremodo tempestivo e dopo un breve colloquio con la Idem arrivarono le sue dimissioni. Per la cronaca, chiarita la questione col comune di Ravenna la faccenda si chiuse ai primi di agosto col pagamento di circa 3000 euro.

E’ di oggi la notizia che il ministro della Giustizia, Cancellieri, si è adoperata per concedere gli arresti domiciliari a un’imputata, su indicazione di un suo conoscente parente di quest’ultima. A me suona già strano che un ministro prenda in considerazione un caso – per quanto particolare possa essere – quando sollecitata direttamente e sulla base di rapporti personali. Ma i miei dubbi aumentano quando si viene a sapere che il figlio della ministra lavorava fino a poco prima nell’azienda dell’imputata in una posizione di rilievo e all’interruzione del rapporto di lavoro, durato pressappoco un anno, aveva riscosso una liquidazione milionaria.

Sono comunque certo che Letta saprà risolvere il problema con la stessa tempestività e decisione con cui affrontò la questione Idem.
All’epoca il premier commentò  che occorre “essere garantisti e garantire opportunità e rispetto delle regole” come “elemento chiave del nostro governo”.

Più chiaro di così.

AGGIORNAMENTO

Chiedo scusa a quei pochi che mi leggono, ma mi ero dimenticato della strana indulgenza del Presidente del Consiglio – in contrasto col rigore mostrato nel caso Idem – anche in un’altra occasione e cioè nella faccenda Alfano-Kazakistan (su cui anche Makkox  ebbe a dire, con molta efficacia, la sua).
Letta mi ricorda molto il detto ‘forte coi deboli e debole coi forti’.

La Idem, la Cancellieri, Letta e “il rispetto delle regole”.

1 Nov

Il 28 aprile di quest’anno Josefa Idem fu nominata ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili ma neppure due mesi dopo si dimetteva dall’incarico in seguito al polverone strumentalmente sollevato circa una tassa non pagata per intero. In questo post, pubblicato il 26 giugno, manifestavo la mia solidarietà alla Idem, travolta a mio avviso da una vicenda ingigantita oltre misura  in un paese dove gli scandali assumono ben altre proporzioni, investendo anche altissimi livelli, perché sostenevo che andava dimostrato il dolo, cioè la precisa intenzione di non pagare il dovuto. Il Presidente del Consiglio Enrico Letta fu  oltremodo tempestivo e dopo un breve colloquio con la Idem arrivarono le sue dimissioni. Per la cronaca, chiarita la questione col comune di Ravenna la faccenda si chiuse ai primi di agosto col pagamento di circa 3000 euro.

E’ di oggi la notizia che il ministro della Giustizia, Cancellieri, si è adoperata per concedere gli arresti domiciliari a un’imputata, su indicazione di un suo conoscente parente di quest’ultima. A me suona già strano che un ministro prenda in considerazione un caso – per quanto particolare possa essere – quando sollecitata direttamente e sulla base di rapporti personali. Ma i miei dubbi aumentano quando si viene a sapere che il figlio della ministra lavorava fino a poco prima nell’azienda dell’imputata in una posizione di rilievo e all’interruzione del rapporto di lavoro, durato pressappoco un anno, aveva riscosso una liquidazione milionaria.

Sono comunque certo che Letta saprà risolvere il problema con la stessa tempestività e decisione con cui affrontò la questione Idem.
All’epoca il premier commentò  che occorre “essere garantisti e garantire opportunità e rispetto delle regole” come “elemento chiave del nostro governo”.

Più chiaro di così.

PROMEMORIA

5 Ott

Promemoria


per: Angelino Alfano (urgentissimo-importante)
cc:   Enrico Letta

da: popolo italiano

ellekappa bossi-fini

Con un sentito ringraziamento a ellekappa
(da Repubblica del 5 ottobre)

Legge elettorale: Giachetti vs Letta (per me ha ragione Giachetti)

1 Ott

Dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio circa la legge elettorale e la posizione del deputato Pd Roberto Giachetti, quest’ultimo ha pubblicato la risposta sul suo sito e che viene integralmente riportata qui sotto. Risposta che mi trova perfettamente d’accordo: sono ormai sette anni che i partiti rinviano allegramente la sostituzione dell’attuale oscena legge con una degna di questo nome. La mozione di Giachetti andava in questa direzione e pertanto doveva essere sostenuta. Non averlo fatto è stato un errore (blando eufemismo), che sommato al mostruoso progetto di revisione costituzionale ha di fatto costruito un nuovo muro tra politica ed elettori. Cioè noi cittadini.

Caro Enrico non ci siamo.

Foto articolo

Roma, 30-09-2013

Siccome il mio amico Enrico Letta oggi mi chiama direttamente in causa, penso sia doveroso da parte mia uscire dall’amaro riserbo di queste ore e dire poche cose.

Io non so cosa voglia in questo momento Grillo. Ho visto superficialmente la proposta di riforma elettorale del Movimento 5 Stelle e mi sembra forse peggiore del Porcellum. Solo qualche giorno fa lo stesso Grillo ha detto che a questo punto è meglio tornare a votare con l’attuale legge elettorale. Sì, bene, questo è vero. Ma non è tutto. Io penso che in politica, al di là delle dichiarazioni (sono anni che inseguiamo dichiarazioni roboanti sulla volontà di cancellare il Porcellum), delle buone o delle cattive intenzioni, contano i fatti.

Ed i fatti purtroppo parlano chiaro: quando più di quattro mesi fa 100 deputati di quasi tutti i gruppi misero a disposizione del Parlamento la possibilità di passare dalle parole ai fatti, cioè di cancellare il Porcellum, Letta chiese al Pd di votare contro quella mozione, ponendo sostanzialmente una questione di fiducia; il Pd si sottomise a quella richiesta e quella mozione fu votata solo da Sel, dal Movimento 5 stelle, dal deputato PDL Martino e dal sottoscritto. Questi sono i fatti. Avrei tanto voluto che i fatti stessero in altro modo. Oggi non saremmo in queste condizioni ed in questa trappola.

Oggi Enrico, per replicare a Grillo, spiega che il Pd non era contro nel merito ma sul metodo. Mi viene da sorridere: l’accusa sarebbe quella che 4 mesi fa occuparsi di legge di salvaguardia sarebbe stata un’accelerazione impropria visto l’avvio del percorso delle riforme istituzionali. A prescindere da ogni valutazione sul concetto di accelerazione, dopo anni in cui si chiacchiera inutilmente di abolizione del Porcellum, anche in questo caso parlano i fatti. Stoppare quella iniziativa è servito solo a farci trovare nell’attuale situazione d’impasse. Oggi tutti mi spiegano che per cambiare il Porcellum non ci sarebbero i numeri e che quindi si potrà fare solo qualche correzione (legata ai possibili interventi della Corte Costituzionale) e quindi, addirittura, peggiorare l’attuale legge elettorale. Non so se sarà così ma certamente questo ragionamento vale per l’oggi.
Il 28 maggio vi erano le condizioni per farlo e se non lo si è fatto è perché Letta, Franceschini, Finocchiaro vertici del PD non hanno voluto. La conseguenza, temo di non sbagliarmi, è che torneremo a votare con questa legge o con una peggiore senza aver per lo meno garantito quello che tutti gli italiani si attendono: scegliere i propri rappresentanti. Ed i primi responsabili di questo siamo noi. Occorre dirlo.

Un’ultima osservazione. A sentire il Presidente del Consiglio sembrerebbe che al Senato sia imminente l’approvazione di un testo di riforma della legge elettorale su cui vi sarebbe una sorta di largo accordo. Temo che abbia informazioni sbagliate. A due mesi dallo scippo del dibattito da parte del Senato stiamo ancora in alto mare. Anzi nei prossimi giorni ci è stato annunciato che avremo un “pillolario”, cioè una serie di punti su cui verificare convergenze. Ancora lontano appare un testo vero sul quale magari votare. Cioè siamo più o meno al punto di partenza. Una fotografia molto simile a quella che abbiamo visto nello scorcio della precedente legislatura.

Ma è possibile una maggioranza al Senato?

30 Set

 

Al Senato siedono oggi 321 senatori così suddivisi nei gruppi (dal sito del Senato):

Composizione dei Gruppi parlamentari
Grandi Autonomie e Libertà 10
Il Popolo della Libertà 91
Lega Nord e Autonomie 16
Movimento 5 Stelle 50
Partito Democratico 108
Per le Autonomie (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE 10
Scelta Civica per l’Italia 20
Misto 16
Totale 321

La maggioranza richiesta è quindi di 161. Diciamo che per stare in area di sicurezza a Letta ne occorrerebbero circa 170.
Ora facciamo due conti.  Sommando PD, Scelta Civica e una decina del gruppo misto, dove siedono i 7 di SEl e quelli a vita, abbiamo 148 voti. Ne mancano quindi ancora una ventina: dove trovarli? Tra i 5 stelle, i ribelli del PdL, nel gruppo delle Autonomie?
Staremo a vedere.

L’appello di Libertà e Giustizia: salviamo la Costituzione

10 Set

Enrico, fermati

9 settembre 2013

Lo abbiamo sperato in molti, senza avere certezze: ora possiamo dire con una certa serenità che quella di ieri è stata una giornata importante. Si può dire che la discussione sul manifesto “La via maestra” è stata qualcosa di più che un’indicazione per il futuro: nell’arco di poche ore si sono ascoltate parole autentiche sul passato della sinistra, sulle responsabilità di ieri, sulla situazione drammatica in cui si trova oggi la politica dei politici di tutte le aree tradizionali.
Molte sono le cose positive emerse alla fine: il riconoscimento che i cinque firmatari sono anche punti di riferimento da tutti rispettati e riconosciuti; la volontà di procedere insieme a mobilitazioni che occuperanno il tempo da qui al 12 ottobre, quando ci sarà la grande manifestazione che ci permetterà di cominciare il cammino sulla via maestra.
Sappiamo che è molto difficile tenere insieme associazioni e cittadini che hanno alle spalle tradizioni diverse, ma sappiamo anche che quella “politica costituzionale” di cui parlano Zagrebelsky e Rodotà è già di per sé un’indicazione concreta e non uno slogan provvisorio.
Mentre passavano le ore, mi pareva di vedere con una chiarezza che mi era mancata fino a quel momento la vera posta in gioco di questa fase, la diabolica manovra che è stata innescata il giorno in cui si è intravisto quella che viene definita “la grande occasione”: approfittare cioè di una crisi tremenda come l’attuale per “blindare” l’imposizione di una nuova Costituzione legandola alla sorte di un governo che non può cadere pena l’abisso, lo spread, ecc.
La riforma della Costituzione e il metodo scelto per attuarla è un atto con cui il governo Letta ha sostanzialmente espropriato il Parlamento da scelte che la Costituzione stessa aveva ad esso riservato. Questa è la sostanza della questione, comunque si voglia rigirarla. La Costituzione italiana nata dalla Resistenza sta per essere sostituita, nel nome del decisionismo, dalla Costituzione delle Larghe intese, le quali stanno impiegando tutto il potere governativo e privato mediatico per propagandare qualcosa di assolutamente incostituzionale (nel giudizio di una cittadina, che costituzionalista non è).
In altri tempi questa manovra (che sarà compiuta con l’arrivo di Giuliano Amato, presidenzialista da sempre, alla Corte Costituzionale) avrebbe avuto definizioni assai meno tranquille di quelle che sto adoprando io.
Il presidente del Consiglio non perde occasione per affermare che l’Italia è un Paese incatenato, da qui la difficoltà di governare: lo dice lui, come lo dicevano Craxi e Berlusconi.
Vorrei dirgli: Enrico, fermati. Ma lui non mi sentirebbe.
Vorrei dirgli: gli aggiustamenti che potrebbero essere fatti, a cominciare dalla diminuzione del numero dei parlamentari, non si fanno così e non toccano al governo. Ma lui non mi sentirebbe.
Sentirà forse la voce del 12 ottobre. Sarebbe bello che la ascoltasse.

Gazebino estivo: “NOSTALGICI O FIGHETTI? MA PRIMA DEL CONGRESSO DITECI COS’E’ IL PD”

3 Ago

Un grande Zoro -Diego Bianchi – la vede così sul Venerdì di Repubblica. Sono entusiasticamente d’accordo con lui.
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 NOSTALGICI O FIGHETTI? MA PRIMA DEL CONGRESSO DITECI COS’E’ IL PD

 

“Nel Pd c’è un clima da abbandono silenzioso” sussurra Cuperlo in tv, a voce bassa ma determinata quell’amen in più che dovrebbe servirgli a farsi conoscere, riconoscere e risultare popolare e plausibile come candidato alla segreteria del partito. Lui, eterno giovane consapevole di non essere più tale da tempo, dopo una vita di studi che in molti tendono a far coincidere con una vita di dalemismo, auspica che a scendere in campo per il congresso venturo sia il Pd. Ascoltandolo non è chiaro quanto, nel dirlo, percepisce lo scetticismo e il disincanto generale che un così tautologico obbiettivo inevitabilmente può generare nello spettatore da sempre alle prese con l’ostico quesito: “che cos’è il Pd?”. A seguire, nella testa dell’elettore alla continua ricerca di risposte che gli risolvano almeno il problema della leadership se non quello più complicato dell’identità, l’altra inquietante domanda: “chi è che in questo momento rappresenta meglio il Pd?”.
Il Pd è un partito di fighetti con tanti follower, un partito di democristiani rampanti con tanti voti, un partito di nostalgici abbrustolitori di salsicce, un partito di opinionisti televisivi, un partito che vince quasi dappertutto sul territorio salvo non riuscirci praticamente mai a livello nazionale, o un partito di centouno persone (espressione di quasi altrettante correnti) pronte a tutto e soprattutto a tradire pur di non farlo apparire un partito affidabile?
Nel dubbio costante che ognuna di queste definizioni abbia troppo fondamento per essere archiviata come provocazione, Enrico Letta, l’uomo al momento più rappresentativo della forza politica in questione, dichiara che alla sua maggioranza non c’è alternativa politica (voto compreso) e che “questo è il tempo che ci è dato” , il tutto scagliandosi contri i “fighetti” del Partito alla ricerca di facile consenso online. Ora, ammesso e non  concesso che il fighetto principale puntato da Letta sia Civati, chiarito a beneficio del mondo e di Letta che la parola fighetto risulti di rara antipatia, cacofonia e lontananza cromosomica almeno da Roma in giù, il rischio che il clima di abbandono venga bollato di fighettismo per il solo fatto di esistere, in tempi di dibattito congressuale sembra lusso eccessivo, se non inutile arroganza.
Perché se non si abbandona quando il partito che hai votato sembra sacrificare sull’altare del “tempo che ci è dato” ogni ambizione di incidere sul tempo che nessuno ci ridarà, quando l’approccio è talmente passivo da permettere ad Alfano altri tre mesi di stage al Ministero dell’Interno, quando le frequentazioni con ciò che dovrebbe essere per dna diverso da te portano uno come Fassina ad affermazioni equivocabili con quelle di Brunetta, c’è poco da fare i fighetti col fighettismo degli altri.

Un grande editoriale di Ezio Mauro – Il bene del Paese

1 Mag

Il Paese prima di tutto, avevamo detto qualche giorno fa.

Oggi possiamo aggiungere: in particolare nei momenti di difficoltà. Ma dove sta il bene del Paese? Proviamo a ragionare, se è ancora possibile fare una discussione serena anche con chi non si riconosce nel pensiero dominante di questa primavera italiana 2013.

O almeno col tentativo di usare l’emergenza politica per un cambio di stagione generale e definitivo, che trucchi i conti della piccola storia italiana di questi anni. Non voltando pagina, perché questo accade spesso. Ma riscrivendola.

Tre punti mi sembrano non controversi. 1) – L’Italia è in difficoltà, la crisi dell’economia reale sta sopravanzando il rischio finanziario rivelandosi in tutta la sua gravità per le aziende, per i lavoratori, per la coesione sociale. 2) – Un governo è indispensabile, e chi ha detto il contrario è uno sprovveduto in linea con i populismi vari, che campano spacciando risposte semplici a problemi complessi. La Spagna proprio in questi giorni ha negoziato con Bruxelles due anni in più di tempo per il rientro del deficit, dimostrando che un esecutivo con conti e programmi alla mano può farsi ascoltare in Europa fino a bucare il muro dell’austerity dogmatica. 3)- Dopo aver sfiorato il default finanziario, il sistema ha rischiato il default istituzionale. Equesto perché le tre minoranze uscite dalle urne anche grazie ad una legge sciagurata non sono state capaci di formare una maggioranza di governo, e addirittura non sono riuscite a dare forma all’istituzione suprema, la presidenza della Repubblica. Da qui il corto-circuito che ha portato tre partiti a chiedere a Napolitano di ricandidarsi perché il parlamento era bloccato, accettando nel contempo la richiesta del capo dello Stato di impegnarsi a far nascere un governo, due mesi dopo il voto. Quindi un governo di necessità, una situazione estrema, una soluzione eccezionale fortemente contraddittoria, perché trova unite questa destra e questa sinistra, che si sono contrapposte duramente per vent’anni.

Com’è chiaro, non sono le responsabilità che devono spaventare. Ci sono parecchie cose che non solo si possono, ma si devono fare insieme tra forze politiche molto diverse (Scalfari ha ricordato Togliatti) e riguardano le regole del gioco e le sue varie forme, quindi la legge elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, la correzione del bicameralismo perfetto, il taglio dei costi della politica: tutte misure che potrebbero ridare efficienza alla macchina democratica, ma soprattutto potrebbero avviare un recupero di fiducia nel rapporto in crisi tra partiti, istituzioni e cittadini.

Anzi, le politiche di cambiamento e di novità (come la scelta da parte di Enrico Letta del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge) sono l’unica strada per governare la contraddizione politica di questa maggioranza, provare a superarla nei fatti e guardare avanti, ricordando che la premiership viene dal Partito democratico e deve averne il segno.

Il punto in discussione è il tentativo ormai evidente, sistematico, insistito e molto diffuso di vendere un’alleanza di emergenza come uno stato d’animo del Paese, trasformando un governo di necessità in un’opportunità culturale per rimodellare la vicenda storica di questi anni. L’operazione cambia le carte in tavola, e assume un unico punto di vista – quello della destra, con le sue convenienze – come fondamento oggettivo della nuova fase. È evidente a tutti che Berlusconi, giunto terzo alle elezioni, arriva al tavolo delle grandi intese per scelta, con un’opinione pubblica che si sente premiata, una classe dirigente che appare miracolata. Dall’altra parte, il Pd – sconfitto politicamente nel momento in cui prevaleva numericamente – arriva alla condivisione di governo per obbligo, con un’opinione pubblica contraria e frastornata, un gruppo dirigente disorientato e diviso. La sinistra vuole governare per fare poche riforme necessarie, affrontare la crisi del lavoro, rinegoziare la stretta dell’austerity con l’Europa e andare al voto. La destra vuole rilegittimarsi come forza di governo dopo il fallimento del ministero Berlusconi, vuole istituzionalizzare la carica “rivoluzionaria” che aveva in passato portandola dentro il sistema, vuole sacralizzare la figura del suo leader ripulendola dalle troppe macchie degli ultimi anni attraverso un ruolo da padre della Repubblica: senatore a vita, o presidente della convenzione per le riforme. Dunque il governo può durare finche servirà a questo scopo.

In sostanza è come se la destra dicesse al sistema: l’anomalia berlusconiana (composta dalle leggi ad personam e dal rifiuto di accettare il giudizio dei tribunali, dal conflitto di interessi, dallo strapotere economico e mediatico, da una cultura populista che intende il potere eletto dal popolo sovraordinato rispetto agli altri poteri, dunque insofferente per natura speciale ad ogni controllo) è troppo grande e troppo permanente per essere risolta. Il sistema è stremato per lo scontro senza soluzione con la presenza fissa di questa anomalia.

Dunque al sistema conviene costituzionalizzarla, introiettandola: ne uscirà in qualche misura sfigurato ma definitivamente pacificato, perché a quel punto tutto troverà una sua nuova deforme coerenza. Per questo, la grande coalizione è un’occasione irripetibile, guai a non sfruttarla ben al di là del governo.

Per arrivare fin qui, al vero scopo, è necessario lavorare sul “contesto”. Ingigantire l’aura di questo governo, parlando di “pacificazione”, di uscita dalla “guerra civile”. Bisogna cioè creare un senso comune accettato che ricrei le basi del confronto politico e rinneghi la lettura di questo ventennio, sia la lettura di destra che quella di sinistra (quella centrista o liberale non conta, perché è sempre al traino della cultura dominante in quel momento). E il senso comune è quello della grande omologazione nazionale, dove si scopre all’improvviso che destra e sinistra sono uguali, le vicende di questi ultimi anni non contano più per gli uni e per gli altri, non hanno lasciato segni nella storia, nella cultura istituzionale, nella piccola vicenda dei partiti, nel loro rapporto che pure è stato per lunghi tratti vivo, vitale e addirittura vivace con le opinioni pubbliche di base.

Ne discendono norme nuove di comportamento, inviti insistenti. Valga per tutti “il principio di realtà”, quindi non le culture di riferimento, gli interessi legittimi che si rappresentano, addirittura gli ideali diversi.

No, conta solo la “realtà”, cioè il dato di oggi che prevale sul futuro e sulla storia italiana di questi anni. La politica si conformi. I giornali cambino addirittura tono, abbassando la voce, come se ci fosse un tono prefissato secondo le stagioni di governo, e i toni non fossero ogni volta la reazione a precise azioni dei protagonisti, dichiarazioni, proclami. Il risultato da ottenere è evidente: una grande amnistia culturale deve scendere sul ventennio, non lo si deve più ricordare per non giudicarlo, tutto è alle spalle, tutto si confonde, gli statisti non sono a targhe alterne ma in servizio permanente effettivo.

E qui, il nuovo senso comune ben coltivato porterà all’esito finale di tutta l’operazione: la fine del giudizio penale ancora in corso per definitiva autoconsunzione, in quanto il nuovo clima dominante di conciliazione governante prevarrà sul clima che pretendeva giustizia, o sosteneva per anni la pretesa di volere addirittura la legge uguale per tutti. Giuliano Ferrara lo ha detto lucidamente: la strada maestra per Berlusconi è spingere per la grande politica, «obliterando in questo modo ogni valore morale delle condanne che lo riguardano». Vale a dire che il nuovo senso comune spodesterà quello precedente, vivo per anni, maggioritario o di minoranza secondo le fase, e tuttavia vivo. Alla fine si presenterà tutto questo come una vittoria della politica, mentre è un’altra cosa. L’abuso semantico e politico, dunque culturale, del concetto di governo di salute pubblica si estenderà prosaicamente alla salute privata di qualcuno. E quando questo clima sarà instaurato, potranno venire come al solito le norme ad personam, visto che a quel punto non sembreranno più un vulnus, ma un esito naturale e accettato.

Nella lettura a reti unificate che i giornali danno della grande intesa, si vedono tutti i segni di questa costruzione complessa che si richiama alla “realtà”, ma che configura un’iper-realtà politica di comodo, addirittura ideologica. È una lettura dalla quale ci discostiamo. Si possono – si devono – fare le cose che servono al Paese, ma salvando il vero principio di realtà, che consiste nel preservare le diverse “visioni sostantive” del Paese, le identità distinte di destra e sinistra, le letture degli ultimi vent’anni che sono state fatte in forme tutt’affatto difformi nei due campi, le due diverse idee dell’Italia. Qui c’è la base di un’onesta responsabilità condivisa, proprio perché qui c’è la coscienza dei limiti dell’emergenza, il rispetto delle pubbliche opinioni, la consapevolezza del fatto che il Paese ha bisogno di una maggioranza e di una minoranza, a cui si deve tornare appenai nodi principali sono stati sciolti. Qui, nelle differenze occidentali, nel rispetto onesto delle diversità, sta la base del futuro scontro elettorale, della ripartenza del Paese e del confronto democratico. Ecco perché tutto questo ci sta a cuore. Perché non tutto è emergenza, e nelle differenze culturali sta il bene del Paese.

da Repubblica del 30 aprile 2013

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