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Roma, 21 aprile 2770 a.u.c. (2)

21 Apr

Con questa seconda puntata (la prima è qui) si completa il racconto pubblicato per celebrare oggi, 21 aprile 2017,  il 2770° anniversario della fondazione di Roma.  Se voleste leggerlo per intero, lo troverete qui:
http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

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Acquedotto romano

 

Il venerdì nero di Roma (2)

 

  1. Un minuto dopo, in via del Tritone, la berlina dell’editore de Il Messaggero si ferma davanti all’edificio del giornale per far scendere gli occupanti, ma non può accostare al marciapiede per la siepe di motorini ivi parcheggiati. Come d’abitudine, fa sosta in doppia fila ma dietro ad essa si forma l’usuale fila di mezzi e in particolare dei taxi che non possono attraversare il Traforo che, come detto, è bloccato dall’altra parte. Di conseguenza il traffico si paralizza fino a piazza Colonna, già sofferente per i fatti di piazza Venezia.
  2. All’inizio di via Veneto, un’ambulanza soccorre un noto e anziano alto prelato che ha avuto un malore nell’elegante suite di un grande albergo, ma il plotoncino di suorine che lo conforta intralcia i soccorsi mentre si scatenano i salaci commenti degli astanti. Malauguratamente, la personalità viene riconosciuta da alcuni fotografi che accorrono e si crea un assembramento che ferma il traffico in salita verso Porta Pinciana. Dall’altra parte della strada un automobilista che assiste alla scena si distrae e tampona l’auto che lo precede, scende – forse per giustificarsi – ma viene affrontato con violenza dall’investito, ne nasce una rissa, le auto provenienti dal Muro Torto non trovano sfogo e in alcuni secondi il blocco arriva a piazzale Flaminio, già in pessime condizioni per i passeggeri della metro riemersi dalla stazione.
  3. Più distante, nella zona di piazza Bologna, si apre una voragine in via Morgagni. I vigili cercano di deviare il traffico su viale Regina Margherita che non è però in grado di assorbire il volume improvviso ed imprevisto. Anche qui il traffico rallenta fino all’arresto totale.

 

Le conseguenze immediate.

Questi gli episodi principali, ma se ne contano a dozzine in quel maledetto intervallo di pochi minuti, quasi fossero stati concentrati ad arte da una mente perversa. Il risultato fu che il centro storico raggiunse la paralisi totale intorno alle 11.45, paralisi che contagiò velocemente i quartieri limitrofi; come un’onda anomala dilagò verso le zone più periferiche, straripò oltre il Grande Raccordo Anulare e si sparse sulle consolari, raggiungendo le colline dei Castelli ad est ed il litorale a ovest.

   Ma in quei primi momenti stava per sopraggiungere un altro problema: il traffico telefonico di chi era rimasto bloccato si era sommato a a quello tradizionale e il risultato dell’abnorme volume di messaggi e conversazioni fu il black out totale delle comunicazioni.  Allertata la Protezione Civile, radio e tv interruppero le trasmissioni per diffondere appelli alla popolazione di non muoversi per nessun motivo e dare assistenza a chi ne avesse avuto necessità. Un secondo problema fu l’assistenza a malati e bisognosi di cure, poiché con le ambulanze ferme divenne impossibile il trasporto e le emergenze in breve si moltiplicarono: i più esposti erano i cardiopatici, come pure i pazienti in dialisi e tutti quelli sottoposti a cure periodiche nei day hospital. Commovente fu il caso della barella allestita lì per lì per una partoriente portata a braccia da via Nomentana fino all’ospedale Pertini con gli improvvisati barellieri che quando esausti venivano sostituiti sul posto da volontari. Si venne a costituire così una catena umana che restò in servizio per quasi ventiquattro ore consecutive, consentendo di salvare alcune vite. Non sempre andò bene: furono registrati almeno due casi di decessi nelle ambulanze bloccate e non è possibile fare una stima di quanti ebbero a soffrire per la mancanza di cure tempestive. Da tutti gli ospedali medici e infermieri si inoltrarono nel traffico sventolando lenzuola con sopra dipinta grossolanamente una croce rossa e prestarono l’indispensabile soccorso a molti sfortunati. I bambini degli asili e delle scuole costituirono un caso a parte, essendo impossibile il rifornimento, tranne per quegli istituti, pochi purtroppo, già approvigionati e quelli che avevano una dispensa propria. In questo caso la popolazione fu invitata ad assistere i piccoli portando loro cibi preparati a casa e una nobile gara si scatenò tra le donne che raccolsero l’invito.

  
   I funerali sorpresi dalla paralisi costituirono un altro problema non da poco, comunque inferiore a quello che si ebbe con i deceduti nelle abitazioni, anche se per fortuna non si era in estate. Fu allora disposto che nei casi più urgenti i corpi fossero trasportati nei magazzini frigoriferi dei supermercati. Di questa incombenza, come di altre altrettanto delicate, furono incaricati pompieri e le forze dell’ordine, altrimenti inoperose. Un secolare problema della città, l’immondizia, assunse aspetti drammatici e non furono pochi i roghi che si accesero in varie parti dell’Urbe, aumentando rischi e pericoli.  Ci sarebbe poi da narrare degli episodi minori, per certi versi anche divertenti, come ad esempio quello dell’anziano incontinente che fu sorpreso ad urinare al riparo della portiera dell’auto e che stava per essere multato da una severa vigilessa che però tornò sui suoi passi quando l’uomo le chiese se in famiglia non si fossero mai verificati casi di prostatite, evidentemente cogliendo nel segno.

La soluzione.

L’unità di crisi che fu insediata d’urgenza nel primo pomeriggio si trovò così ad affrontare un’emergenza mai accaduta prima d’allora. I primi provvedimenti furono: 1. La requisizione di tutti i natanti sul Tevere, inclusi i barconi ormeggiati. Il fiume fu l’unica via che consentì spostamenti di uomini e mezzi. 2. Il presidio rinforzato di tutte le centrali elettriche e telefoniche. 3. L’utilizzo di tutte le frequenze riservate delle forze armate. 4. L’ordine perentorio a tutti i cittadini di conservare a casa i rifiuti fin quando la situazione non si fosse sbloccata. Ancora alle 21 circa, infatti, nulla consentiva una sia pur labile previsione ottimistica e il bollettino diramato verso la mezzanotte confermava il perdurare della paralisi. La notte trascorse così, con molti che riposarono nelle auto per non abbandonare il mezzo e ciò che conteneva, bagagli o merci, ignari delle tragiche ipotesi che si stavano prospettando sulle loro teste. Si stava infatti facendo lentamente strada, all’interno del sopradetto comitato, il progetto di una soluzione drastica, cinica, ai limiti dell’assurdo: far evacuare tutti gli occupanti dei mezzi fermi, invitandoli a salire ai piani superiori degli edifici e coprire il mare di lamiere con un’immensa colata di cemento e asfalto. Per quanto folle, la proposta trovò dei sostenitori tra gli industriali del settore e la lobby loro espressione si adoperò in ogni modo per sostenerla, arrivando al punto di utilizzare argomenti come la soluzione ‘più ecologica’. Per fortuna ci fu chi seppe resistere e verso l’alba l’alternativa presentata dal gruppo oppositore prese piede, cominciarono i contatti internazionali e già verso mezzogiorno il piano d’azione cominciava ad assumere una forma.

   La soluzione fu rappresentata dal più vasto, massiccio ed eterogeneo schieramento di elicotteri che mai si fosse visto fin’allora. Tutti i mezzi di aviazione, esercito e marina sarebbero stati solo l’avanguardia di uno stormo gigantesco formato dai velivoli delle forze armate di tutta Europa, cui presto si unirono anche quelli degli Stati Uniti (agevolati dalla presenza delle VI flotta nel Mediterraneo e delle basi militari in Italia), di Russia e man mano di decine altri stati. I primi a muoversi furono i giganteschi Chinook dell’esercito. Imbragati gli autobus che costituivano l’ostacolo maggiore in punti nevralgici con l’aiuto dei genieri dell’Esercito e dei valorosi e onnipresenti vigili del fuoco, li trasportarono poi in spazi predisposti. Dapprima negli stadi (il bel prato dell’Olimpico da poco rizollato fu distrutto in poco tempo) e poi nelle campagne, in aree agricole semideserte. Gli elicotteri adibiti al salvataggio si occuparono invece degli infermi, trasportati a mano sui terrazzi degli edifici. Nella seconda fase si passò ai camion e ai furgoni e già si poté cominciare, sia pur cautamente, a liberare piccole aree del centro storico della città. Il terzo giorno fu emanato un avviso che invitava i proprietari delle auto abbandonate a presentarsi presso il loro veicolo: quelle non reclamate furono rimosse dallo sforzo finale congiunto dei carri attrezzi e di volontari giunti da tutta Italia e, nei casi estremi, da potenti trattori che le ammucchiarono in punti prestabiliti. 96 ore dopo l’inizio della tragedia, Roma ricominciò ad essere in buona parte percorribile, sia pur tra mille cautele.

 

Conclusioni.

Le statistiche demografiche mostrarono un inatteso picco di crescita delle nascite l’anno successivo. L’ovvia spiegazione fu che i romani intrappolati nelle auto e nelle case avevano comunque trovato il modo di passare il tempo. Non ci sono, invece, statistiche sugli amori nati e cessati nell’occasione, ma si può presumere che siano rimasti nella norma.  I danni e le sofferenze subite da imprese e cittadini furono incalcolabili: si pensi solo alle derrate andate a male, alle giornate di lavoro perse, all’enorme massa di mezzi distrutti.                 

C’è invece un grande risvolto positivo, come spesso accade, nelle tenebre del dramma. Ed è la enorme, inattesa e commovente gara di generosità che i romani seppero mettere in atto. Fu la riscoperta di una dote dimenticata o fatta dimenticare dagli egoismi e dai meschini interessi che avevano travolto la Repubblica negli ultimi cinquant’anni e si chiama solidarietà. Tutto il Paese, l’Europa, il mondo intero fecero a gara per schierarsi a difesa della Città Eterna. Un patto fu scritto tacitamente da tutti: mai più si sarebbe dovuta verificare una tragedia di questo genere e fu indifferibile una drastica soluzione: Roma sarebbe diventata la prima città pedonale del mondo e il trasporto pubblico gratuito sarebbe stato l’unico mezzo di locomozione. Inoltre, autobus, minibus, camion, furgoni, qualunque mezzo sarebbe stato ammesso nell’area cittadina in numero limitato  e solo se alimentato a energie alternative pulite.    

   Su questa base e sull’esempio che la città seppe dare a tutto il Paese, è nata la nuova Italia, quella che in questi dieci anni ha saputo rilanciarsi e promuoversi attraverso una nuova collaborazione tra cittadini e istituzioni, tra politica e pubblica opinione, basata sul senso del dovere e sul rispetto reciproco.

 

Ecco, in questo preciso momento le sirene hanno finalmente iniziato a suonare e ricordano come da una immane tragedia un popolo abbia saputo ritrovare sé stesso e i propri valori.

(2. Fine)

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Nota: questo racconto fa parte della raccolta pubblicata nel libro “La finestra aperta” che si può trovare qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

 

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Roma, 21 aprile 2770 a.u.c.

21 Apr

Oggi, 21 aprile 2017, si celebra il 2770° anniversario della fondazione di Roma. Secondo la leggenda, Romolo fondò la Città eterna il 21 aprile del 753 a. C. e il calendario romano teneva conto di questa data con la locuzione “ab urbe condita”, spesso abbreviata in a.u.c.
Ne ho tenuto conto anch’io, con questo raccontino di fantasia (fantasia fino a un certo punto, come i romani sanno bene). Buona lettura.

P.S. La seconda ed ultima puntata verrà pubblicata successivamente. Stay tuned!

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Acquedotto romano

 

 

Il venerdì nero di Roma (1)

Mancano ancora dieci minuti, poi alle 11,22 precise suoneranno le sirene e alcuni milioni di romani potranno finalmente muoversi di nuovo e tornare alla loro occupazioni dopo un quarto d’ora di immobilità assoluta, un gigantesco, biblico frozen flash-mob che coinvolge non solo l’area urbana ma anche buona parte dell’area metropolitana. E’ stata dura ma ne valeva la pena e infatti non si sentono critiche o proteste, tutti sono disciplinatamente fermi, gli occhi fissi nel vuoto. Il silenzio tombale che si sparge per la città è impressionante, rotto solo dagli stridii dei gabbiani che qui dove ci troviamo, sul lungotevere Marzio, abbondano più che altrove.

   Oggi, giovedì 21 aprile 2033, Roma respira un’aria particolare. C’è una vibrazione inusuale, un’atmosfera quasi effervescente, come di una grande attesa, non è insomma la giornata che si vive di solito e il motivo è di certo rappresentato dal decimo anniversario che stiamo celebrando. No, non ci si riferisce al compleanno della città, il ‘Natale di Roma’, cioè la ricorrenza della fondazione della città avvenuta, secondo la leggenda, il 21 aprile del 753 a.C., essendo questa data decaduta ad evento di assai minore importanza di fronte alla magnitudo di quello che si registrò, appunto, dieci anni fa.        

   Come è ben noto a tutti,  venerdì 21 aprile 2023 la Città Eterna rischiò di divenire una città morta e la catastrofe fu evitata letteralmente per un pelo. Da allora molte cose sono cambiate ed è nata una nuova coscienza civica, grazie anche agli sforzi congiunti del governo e della nuova amministrazione capitolina, entrambi consapevoli della vitale necessità di agire col massimo accordo. Il decennale che andiamo a celebrare dovrà tuttavia essere anche un momento di ampia riflessione per tutti, onde verificare che si sia sulla strada giusta, se ci siano nuove vie da percorrere, altri provvedimenti e progetti da intraprendere. A questo tende la sintetica analisi dei principali fatti di quel giorno che andiamo a presentare più avanti. 

   Andiamo con ordine. Era, come si è detto, un venerdì, un normalissimo venerdì, la città aveva cominciato come sempre a risvegliarsi di buonora e nulla avrebbe lasciato presagire quanto si sarebbe verificato di lì a poco: non era giorno di udienze papali, non erano previste manifestazioni di protesta, la Pasqua era appena trascorsa e non pioveva. Quindi un giorno, sotto tutti gli aspetti, normale, comunissimo. Tra le 8 e le 9 si verificò, come al solito, l’usuale picco di traffico costituito dalla massa della popolazione attiva, costituita principalmente da chi si recava al lavoro e dagli studenti diretti a scuola o all’università, che si ridusse gradualmente man mano che auto e moto raggiungevano le loro destinazioni e venivano, in qualche modo, parcheggiati. Si fa per dire, parcheggiati: escludendo i fortunati con un posto riservato nelle autorimesse, nei cortili o altre aree a ciò destinate, escludendo i disciplinati che riuscivano a conquistare un posto nelle strisce blu, ogni giorno l’immenso popolo degli erranti era condannato a trovare spazio dove poteva, in curva, sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, davanti ai cassonetti dei rifiuti, alle fermate degli autobus, agli scivoli per le carrozzine, ai passi carrabili e, nella stragrande maggioranza dei casi, in doppia o tripla fila. Tutte prede inermi (e consapevoli) di multe, ganasce e rimozione forzata con i carri attrezzi.

   Come ogni giorno, si veniva così delineando il gigantesco serpente sempre più lento dei vari veicoli che di tanto in tanto si arrestava qua e là, per l’improvvisa sporgenza di un’auto parcheggiata per traverso, incuneata nei pochi centimetri disponibili, o per un furgone da cui si stavano scaricando merci; superato l’ostacolo si rimetteva poi, sempre lentamente, in moto e sempre più simile a un corteo di dannati nel moderno inferno dantesco del traffico. Molti dei testimoni interrogati successivamente al fatto che si sta per raccontare parlarono di insolite vibrazioni nell’aria, come se fosse pervasa di elettricità; un turista giapponese – considerato per la sua nazionalità un esperto attendibile della materia – disse che gli era parso di trovarsi alla vigilia di un terremoto (e per qualche tempo gli fu anche dato un certo credito), ipotizzando chissà quale imminente sommovimento che avrebbe potuto ancora avverarsi nei giorni a seguire. Ma tutti comunque concordano sul concludere che si trattò, senza ombra di dubbio, di pure reazioni emotive a posteriori e non di un allarme lanciato dalla natura, poiché quanto si verificò di lì a poco non aveva, infatti, nulla di naturale.

   Tutte le inchieste svoltesi negli anni convergono su un’unica conclusione. L’inizio del ‘venerdì nero’, come fu poi chiamato, è concentrato nel periodo tra le 10,20 e le 10,40, con uno scarto massimo di due minuti per ogni estremo. In questo limitato intervallo temporale, un insieme di eventi e fattori di per sé minimi e trascurabili, coniugati e mescolati insieme, diedero luogo ad una mistura micidiale che rimase indelebile nella memoria di chi visse quel giorno: neppure la più diabolica mente perversa sarebbe stata capace di architettare l’insieme di circostanze che coincisero – tutte fortuite e nessuna dolosa, ma tutte comunque riconducibili a trascuratezza, impreparazione, disprezzo delle leggi – realizzando la devastante, totale e assoluta paralisi di una metropoli di cinque milioni di abitanti. Tanto che il corposo rapporto delle commissioni riunite per investigare sull’accaduto concluse testualmente e mestamente così: “…ed è pertanto con assoluto e vivo rammarico che non si ritiene sia in alcun modo possibile individuare il/i responsabile/i “. E’ tuttavia disponibile la cronaca ed è ad essa che ci si può rifare per ricostruire almeno la successione degli eventi più importanti. Tra tutti, sono stati isolati i sette che sono apparsi ai più come quelli effettivamente scatenanti dell’evento e che pertanto vengono sommariamente riportati qui di seguito.

I fatti salienti.

  1. Il primo in ordine di tempo riguarda il guasto (non infrequente) sulla linea A della metropolitana con il massiccio e caotico deflusso dei viaggiatori che si verifica in particolare all’uscita delle principali stazioni: in particolare,Termini, Barberini, Spagna, Flaminio e Lepanto producono un inatteso volume di persone che si riversano disordinatamente in superficie nell’ansiosa ricerca di un mezzo di trasporto, accapigliandosi per appropriarsi i pochi taxi disponibili o per salire sugli autobus strapieni. Il traffico veicolare in quelle aree si fa più pesante, vischioso.
  2. Quasi contemporaneamente, all’altro capo della città, nei pressi di piazza Venezia, l’improvvisa detonazione causata dall’esplosione del pneumatico di un furgone allarma il corteo di auto che trasporta il Presidente del Consiglio: i mezzi vengono immediatamente abbandonati e la scorta, armi in pugno, fa riparare la personalità in un vicino locale (nella concitazione del momento non ci si accorge che trattasi di un club privato riservato agli scambi di coppia). Un trio etnico che si esibisce sulla strada viene scambiato per il gruppo di terroristi autori del presunto attentato e con una pattuglia di polizia che cerca di chiarire l’equivoco si rischia lo scontro a fuoco, alcuni colpi di pistola vengono comunque esplosi (in aria,per fortuna): il panico si espande in un attimo, i negozianti abbassano le saracinesche, la gente corre per cercare rifugio, chi arriva in quel momento non sa, non capisce, e va a ingrossare la massa che fugge in preda al panico, il traffico si blocca.
  3. Minuti dopo, poco più sopra, all’inizio di via Nazionale, un pullman turistico si ferma (in doppia fila) davanti ad un albergo per far scendere i clienti, mentre pochi metri più avanti un mezzo della nettezza urbana sta vuotando i cassonetti. Di conseguenza il traffico che segue rallenta, proprio mentre all’ingresso del Traforo un camion che trasporta tubi Innocenti perde il carico nel contraccolpo subito passando su una profonda buca nell’asfalto: la massa di ferro rotola sulla strada travolgendo le auto che seguono e l’intero quadrilatero si blocca pressoché istantaneamente.
  4. In via Tomacelli, quasi in prossimità di largo Goldoni, due furgoni addetti alla consegna delle merci vengono a collisione tamponandosi. Siamo intorno alle 10,30 ormai, lo shopping è appena iniziato ma il punto è nevralgico per lo scorrimento del traffico proveniente da Prati: in pochi minuti la paralisi raggiunge piazza Cavour e di lì si dilata per l’intero quartiere.

(1. Segue)

 

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Nota
: questo racconto fa parte della raccolta pubblicata nel libro “La finestra aperta” che si può trovare qui:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

Tutte le strade portano a Roma

25 Dic

I miei amici Rocco e Claudia assicurano che è proprio così.
Hanno trovato infatti per il loro impagabile sito Una cosa al giorno, che ogni mattina fornisce gentilmente un argomento interessante oppure un elemento di riflessione o ancora una semplice curiosità, la conferma del vecchio detto. Se volete saperne di più seguite il link.

tuttelestradearoma

http://roadstorome.moovellab.com/countries?utm_source=Una+cosa+al+giorno&utm_campaign=c55ae84868-straderoma&utm_medium=email&utm_term=0_170e3ab091-c55ae84868-191261297&mc_cid=c55ae84868&mc_eid=a9eddddb25

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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

Olimpiadi, perché meglio di no

10 Set

Meglio, molto meglio di quanto avrei potuto dire io in proposito, lo dice Ettore  Livini qui, su Repubblica. Magari io avrei aggiunto qualcosina (non propriamente benevola) sulla rete di interessi, amicizie, poteri,  (politici e imprenditoriali)  che già si stava disegnando chiaramente e che ancora una volta avrebbe avvolto e spolpato Roma e  le fragili finanze nazionali.
Meglio così, quindi.

 

I GIOCHI, UN SOGNO CON TROPPI RISCHI

di Ettore Livini

IL FASCINO antico delle Olimpiadi, però, non è più quello di una volta. Tutti, sulla carta, le vogliono. Pochi, però, sono disposti a prendersele davvero.

Il “no” alle Olimpiadi della giunta di Virginia Raggi — per dire — ha il sapore per il Cio di un amaro déjà vu. La gara per ospitare i Cinque cerchi — una volta una sfida affollatissima e dove ogni colpo era lecito per vincere — è diventata ormai una corsa ad eliminazione. Troppo alti — e con cronica tendenza alla lievitazione — i costi. Poco chiare le ricadute su occupazione, infrastrutture ed economia locale. Anche se Roma, forse, aveva l’occasione unica di ripensare una città orfana da tempo di progettualità urbanistica. Morale: i tanti aspiranti organizzatori dei Giochi della prima ora si perdono per strada a tempo record. E la selezione finale si è ridotta sempre più spesso a un confronto tra pochi intimi.

La defezione della capitale italiana porta a sei le candidature sfumate per il 2024. Quella di Amburgo è stata silurata in un referendum popolare (51,6% i no) malgrado persino il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble avesse dato disco verde. Boston si è fatta da parte dopo aver dato un’occhiata più approfondita a costi e sondaggi tra i suoi cittadini. Madrid, San Diego e Dubai hanno alzato bandiera bianca e in gara restano Parigi, Budapest e Los Angeles.

Peggio ancora è andata alle Olimpiadi invernali del 2022: ai nastri di partenza si sono presentati in otto. Ma in un battito di ciglia le sei proposte europee si sono sciolte come neve al sole: Cracovia, Monaco e l’abbinata elvetica Sankt Moritz-Davos sono state affossate da altrettanti referendum popolari. Stoccolma e Oslo si sono defilate per non spendere miliardi che potevano essere utilizzati meglio su altre priorità. Lviv, in Ucraina, si è fatta da parte causa guerra. Il Comitato olimpico così si è trovato a dover scegliere tra due proposte: Pechino, quella vincente malgrado disti due ore dal primo impianto di sci, e Almaty.

L’appeal delle Olimpiadi, ovviamente, non si discute. Oltre 3,5 miliardi di persone, mezzo mondo, hanno acceso la tv per vedere i Giochi di Rio. Il motivo per cui sempre meno città le vogliono è più prosaico: i soldi. Organizzarle è un’impresa costosa e in perdita. L’ultima edizione chiusa in attivo è quella di Los Angeles. Che non avendo avversari dopo i flop di Montreal e Mosca, non era stata costretta a promettere mari e monti all’atto della candidatura. Londra è costata circa 10 miliardi di euro. Rio De Janeiro 4,6 che salgono a oltre 10 mettendo insieme tutti i lavori pubblici dello Stato. E tutte e due hanno chiuso il bilancio in pesante passivo, con l’edizione carioca salvata in zona Cesarini da un’iniezione di soldi pubblici. Le spese messe nero su bianco prima delle gare, oltretutto, non sono mai state rispettate. I costi reali delle Olimpiadi — calcola uno studio dell’Università di Oxford — sono stati in media superiori del 156% rispetto a quelli previsti dal budget. Montreal li ha “bucati” del 720% e ci ha messo 30 anni per pagare il conto. Barcellona (+226%) almeno ha lasciato alla città un volto nuovo di zecca. L’eredità di quelle di Atene invece sono state un buco in bilancio che qualche anno dopo ha contribuito a portare la Grecia al crac. A Nagano l’organizzazione ha bruciato nell’inceneritore i 90 faldoni con i conti dei Giochi per non svelare i favori milionari fatti al Cio per aggiudicarseli.

Diritti tv, sponsor, marketing e biglietti non bastano assolutamente a coprire le uscite. Londra — pur catalogata come manifestazione di successo — ha incassato 3 miliardi contro i 10 pagati per metterla in piedi. E il lascito in termini di occupazione ed economico sulla città, conferma l’Università di Oxford, è stato ridotto nel tempo e nelle dimensioni. Nessuno, naturalmente, può mettere in discussione ex ante la buona fede, la capacità, e i progetti del Comitato Roma 2024. Ma riuscire dove ha fallito la Gran Bretagna non sarebbe stato in ogni caso facile per nessuno. Lo sa anche il Cio, impegnato in un esame di coscienza per studiare la formula per organizzare Giochi meno costosi, anche se proprio la scarsa trasparenza dei suoi conti resta uno dei motivi per cui molte nazioni sono restie a giocare la carta olimpica. Negli ultimi mesi ha preso quota una soluzione provocatoria: dare in pianta stabile i Giochi ad Atene e alla Grecia, nel rispetto della tradizione. Ma con i soldi e gli interessi in ballo, più che un sogno, pare un’utopia.

Se Roma fosse Londra

3 Set

Foto Roberto Monaldo / LaPresse14-12-2015

Foto Roberto Monaldo / LaPresse14-12-2015

Se Roma fosse Londra (o Barcellona, o Parigi, o Berlino, non importa, fate voi)
Se fosse cioè una città come le altre, dove – più o meno – tutto funziona
Se chi ci vive e vi opera sentisse  il dovere civico del bene comune
Se la raccolta dei rifiuti e la pulizia delle strade non rappresentassero un evento straordinario
Se i suoi monumenti, il verde, il paesaggio fossero manutenuti e rispettati
Se i trasporti pubblici non fossero qualcosa a metà tra l’avventura e la scommessa
Se la rete della metropolitana fosse sempre adeguata alle necessità quotidiane
Se il traffico e le soste delle auto fossero costantemente regolati
Se le infrazioni fossero prontamente sanzionate
Se la polizia metropolitana fosse sempre attiva in forze sufficienti
Se la manutenzione di strade e percorsi pedonali non fosse una chimera
Se l’incapacità, la speculazione, la corruzione non imperassero
Se non ci fosse un deficit di 14 miliardi
Se l’amministrazione comunale fosse affidata a mani e menti capaci
Se, insomma, Roma non fosse una città allo sbando
allora e solo allora si potrebbe forse pensare alla sua candidatura per le Olimpiadi.
Ma fino a quel momento io dirò No.

Qui una breve storia della candidatura di Roma alle Olimpiadi e qui un  altro appello di eminenti personalità:

Montanari, Settis e altri scrivono alla Raggi: no alle Olimpiadi Roma2024
raggi-olimpiadi-2

Niente da aggiungere.

2 Ago

Ellekappa sulla Muraro: meglio di un editoriale.

ellekappa Muraro

Che fare?

21 Giu

“Che fare?” è il titolo dell’opera di Lenin che dette il via alla costruzione del partito comunista come movimento rivoluzionario ed ha per sottotitolo ‘questioni urgenti del nostro movimento’. L’accostamento potrà sembrare irrispettoso e anche presuntuoso, ma mi è parso che esprima perfettamente uno stato d’animo che non è certo solo mio. Penso infatti che questa domanda cerchi una risposta nelle menti della moltitudine di elettori del Pd che si sono trovati improvvisamente davanti lo straordinario successo del M5s da un lato – che assume un particolare significato a Roma con l’elezione  di Virginia Raggi – e dall’altro alla catastrofe che ha travolto il Pd cittadino. Non è questa solo una sconfitta elettorale: è una dichiarazione di aperta sfiducia, è la condanna senza appello di una dirigenza incapace di ascoltare la sua gente, di guardare al bene comune – del partito come della città –  tesa solo ad affermare il proprio potere e i propri interessiLeninDiscorso

Parto quindi da Roma. Questa è la base da cui muoversi per capire, per analizzare la situazione e cercare soluzioni, idee, progetti. Qui c’era un sindaco inviso a un Pd incrostato di risaputi interessi, personali e consociativi, incrociati con quelli di certi ambienti imprenditoriali,  di un certo potere insomma, venuti alla luce con Mafia Capitale. Che Marino fosse stato eletto da due votanti su tre e avesse conquistato tutti e quindici Municipi romani venne vissuto come una sciagura di cui liberarsi il prima possibile, soprattutto da chi, nel partito romano, si muoveva nell’ambito delle correnti che tuttora lo infettano. Ma a costoro Renzi ha dato ascolto, preferendo il consenso dei capicorrente a quello della base e degli elettori. E questo è stato il primo errore. Il secondo è stato nominare un commissario, Orfini, che ha badato – ed era facile immaginare che l’avrebbe fatto – solo a liberarsi di chi avrebbe potuto fargli ombra (Marino in primis) e a rafforzarsi, muovendosi in spregio allo statuto e alle norme del partito con l’appoggio anche di insospettabili (a proposito: che dice Barca?). Tralascio le rozze modalità con cui Orfini ha gestito l’estromissione di Marino, calpestando la sovranità popolare con la grottesca commedia dell’atto notarile e rifiutando di prestare attenzione alla vibrata protesta che è seguita (sbagliata per definizione, secondo lui). Insomma, ciò che è stato fatto a Roma ha rappresentato il detonatore per un’ondata di indignazione generale che si è diffusa rapidamente ovunque e che Renzi non ha tenuto in nessun conto. Terzo errore: provocare la caduta di Marino senza avere un candidato pronto, preparato e gradito all’elettorato, senza insomma l’alternativa vincente. L’arroganza e l’inettitudine avranno fatto pensare che non ce n’era bisogno? A Giachetti, poveraccio, è stata imposta all’ultimo momento (nessun altro aveva voglia di massacrarsi) una prova disumana: chissà quale peccato aveva da scontare. Quarto errore: le liste delle candidature zeppe di “traditori”, come li ha chiamati Marino, prova indiscutibile di un mercato boario svoltosi impudentemente alla luce del sole, calate dall’alto, senza il processo di selezione necessario, auspicato e richiesto dalla base. Il quinto errore Renzi l’ha fatto con la nomina di Tronca, un commissario algido ed estraneo alla città, ed è stata la ciliegina amara su una torta immangiabile. E ora ci si meraviglia del disastro?

Quindi, che fare a Roma? Opposizione in Campidoglio? A leggere i nomi dei 9 che rappresenteranno il Pd nel Consiglio comunale lo sconforto aumenta: oltre a Giachetti, abbiamo Antongiulio Pelonzi, Michela De Biase (l’unica che abbia aumentato i voti rispetto alla scorsa elezione: che ciò sia dovuto al fatto che venga chiamata ‘lady Franceschini’ è solo cattiveria) Valeria Baglio, Orlando Corsetti, Marco Palumbo, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e Svetlana Celli della lista civica. Gli ultimi 7 sono tra quelli noti per la nauseante vicenda del notaio. Quale opposizione potranno mettere in atto costoro lo sanno solo gli dei della politica e quale fiducia e supporto potranno avere dai furiosi rimanenti iscritti del Pd idem. Le pennellate finali al capolavoro al contrario di Orfini sono queste.  Non illudiamoci, quindi: il Pd romano, ancorché popolato tuttora da sinceri militanti (gli opportunisti che l’hanno infestato faranno presto a riciclarsi altrove), ce ne metterà per riprendersi.

La strada dev’essere un’altra e ci coinvolge tutti: spetta a noi cittadini vigilare sull’operato della nuova Giunta e occorre farlo con obbiettiva severità, senza preconcetti, in nome del bene comune, senza far sconti ma senza  condanne anticipate. Per questo, le forze della società civile e quelle politiche, ancorché disperse e deluse, dovranno trovare un terreno comune, anzi, un tavolo comune intorno al quale sedersi e pianificare il prossimo futuro. La sinistra tradita ha tutte le carte per ricostruire un domani: dai mariniani di ParteCivile a Possibile, dai militanti di SeL ai vari movimenti per l’acqua o contro il TTIP, dai centri sociali ai sindacati di base, dalle associazioni civiche fino agli stessi tanti iscritti del Pd delusi e demotivati, c’è tutto un popolo che non si arrende e non si accontenta dei sondaggi on line e dei proclami del leader maximo. Quello che non mi convincerà mai del M5s è il populismo esasperato e fine a sé stesso, è la finta democrazia della Rete, è l’assenza di trasparenza dei vertici, sono certe inaccettabili e avventurose prese di posizione (l’incontro con Farage, tanto per dirne una, è per me una macchia indelebile, una vergogna scolpita nella pietra). Tocca a noi, ripeto, a chi continua a credere in quella che io continuo, forse   nostalgicamente, a chiamare “sinistra” e che non ha mai dimenticato la solidarietà, la lotta alle disuguaglianze, la difesa di tutti i diritti di tutti e prima ancora di quelli degli ultimi.

Ma non ci si può fermare a Roma, anche se è da qui che è partito il segnale che poi ha provocato il corto circuito. Torino, Trieste, Napoli, perfino Sesto Fiorentino, il limitato successo di Sala a Milano sono tutti segnali ben visibili, non solo campanelli d’allarme. Ha voglia di dire Renzi che non è un voto di protesta ma una richiesta di cambiamento: è tutt’e due, incontestabilmente. E’ da Roma quindi che si deve ripartire per una nuova stagione e il primo passo è dato dai referendum. Ne abbiamo due: quello contro l’Italicum e quello contro le modifiche alla Costituzione. Se io fossi Renzi cercherei di modificare la legge elettorale, perché se è vero che le elezioni nazionali ci saranno nel 2018, il trend vittorioso innescato dai 5 stelle è di là da esaurirsi: l’elettore ha annusato la possibilità di eliminare la parte marcia del sistema dei partiti e neppure un miracolo potrà fargli cambiare idea. Non sto a ripetere qui i difetti macroscopici dell’Italicum: sta di fatto che si corre il rischio grave e concreto – col combinato disposto delle modifiche costituzionali – di consegnare l’Italia a un soggetto politico che non offre tutte le necessarie garanzie per governare il Paese, a cominciare dalla sua struttura politica. Il referendum di ottobre sulle modifiche alla Costituzione sarà quindi il nuovo banco di prova del Pd di Renzi e non è difficile pronosticare che l’entusiasmo montante dei 5 stelle sarà l’onda lunga che getterà un’ombra pesante sul futuro del presidente del Consiglio.  In queste condizioni Renzi dovrebbe quindi paradossalmente sperare che i referendum smantellino tutta l’architettura  messa in piedi e ricominciare daccapo. Farà qualcosa per accelerare o favorire questa marcia indietro? Non ho molte speranze. L’uomo è cocciuto e anche arrogante, come gli ha recentemente rinfacciato Cuperlo, e difficilmente ammetterà di aver sbagliato. “Non cambio certo idea perché abbiamo perso” pare abbia dichiarato ieri sera di fronte allo tsunami elettorale. Quindi il primo passo è unirsi per smontare la macchina disegnata dalla Boschi e dal cerchio magico fiorentino quando tutto sembrava andasse nella direzione da loro auspicata. Oggi lo scenario si è capovolto e abbiamo a portata di mano una preziosa occasione per la prima prova di quell’unione di forze che mi sono immaginato e augurato per Roma, ma con una proiezione nazionale che ne è la naturale evoluzione.
E quindi non rassegnatevi. Non siate indifferenti. La sinistra ha le forze, le persone, i talenti, le capacità per riprendere in mano i fili di una tela strappata e ricucire i rapporti, risvegliare le coscienze. Soprattutto, ne ha la responsabilità.

A Roma i rifiuti sono un problema antico: la testimonianza di Dickens

21 Mar

Come molti inglesi del suo tempo, anche Charles Dickens fece il suo Grand tour in Italia a cavallo tra il 1844 e il 1845. Visitò così molte città, tra cui Roma, e dai suoi appunti avrebbe poi ricavato un libro, Pictures of Italy.

Dickens arrivò a Roma il 4 gennaio 1845 con i suoi amici. Aveva 32 anni ed era già famoso. La sua attenzione ai problemi sociali del tempo trovò nella Città Eterna ampio materiale: i contrasti tra la ricchezza monumentale ed artistica e il degrado urbano, lo sfarzo del clero e dell’aristocrazia a fronte della povertà del popolo sono tratteggiati con una penna attenta e implacabile.

Da quel libro le Edizioni Intra Moenia hanno tratto un libretto (€ 14) che contiene la parte dedicata a Roma, intitolato Pictures of Rome – Immagini di Roma.
Riporto un brano interessante per la sua attualità e che contribuisce a dimostrare che a Roma il problema dell’immondizia ha radici antiche.

“All’estremità della strada c’era uno slargo che sarebbe potuto essere una discarica, perché vi giacevano in terra una montagna di cocci rotti e avanzi di verdura, se non fosse per il fatto che la spazzatura a Roma viene gettata dappertutto, senza fare alcuna distinzione o favoritismo tra un luogo e l’altro.”

Foto tratta dal sito di Sergio Natalizia: Istanti di bellezza – Le targhe del monnezzaro

Foto tratta dal sito di Sergio Natalizia: Istanti di bellezza – Le targhe del monnezzaro

Non credo che Dickens conoscesse l’italiano: avrebbe potuto capire che, come dimostrano le targhe in marmo che si trovano spesso nel centro storico, neppure la minaccia di pene pecuniarie, e perfino corporali, dissuadevano i romani dal disporre dei rifiuti come fanno ancora oggi.
 

 

 

Com’è triste Roma

13 Nov

Mi sento abbandonato. Mi pare di vivere in una situazione irreale, manco fossi in un’altra dimensione. E’ una sensazione alienante aprire il giornale, ascoltare la radio, guardare i tg e scoprire improvvisamente che a Roma non ci sono più cassonetti che traboccano di immondizia, niente più buche nelle strade, niente scioperi della metro, niente bus e tram fermi nei depositi o vigili assenti.  Non si parla più di scontrini, di costose bottiglie di vino, di inviti di cardinali o del papa, di pande rosse o viaggi negli USA. Roma non pare più lei.
Improvvisamente le cronache dei quotidiani locali, Repubblica in testa, appaiono spente e vuote, banali, monotone.
Direte: beh, finalmente una settimana di quiete. Macchè, ‘na tristezza.

I Fori Imperiali con l'illuminazione di Vittorio Storaro voluta dal sindaco Marino. (ANSA/ANGELO  CARCONI)

I Fori Imperiali con l’illuminazione di Vittorio Storaro voluta dal sindaco Marino. (ANSA/ANGELO CARCONI)

 

 

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