Archivio | gennaio, 2019

Una confessione.

28 Gen

Scrivere mi è sempre piaciuto. Dar forma a un pensiero, descrivere uno stato d’animo, raccontare un’esperienza. Perfino nel lavoro, nella corrispondenza come nei documenti ufficiali, ho sempre cercato – per quanto possibile – di dare un’impronta diversa che donasse ai destinatari qualcosa in più, che gli facesse percepire attraverso quelle righe il calore di un dialogo.

E quando, come si diceva una volta,  mi sono ritirato a vita privata, improvvisamente mi è mancata l’opportunità quotidiana di scrivere. Non me ne sono accorto subito, però. Ogni tanto si affacciava la noia, anche se non è che stessi senza far niente: avevo ripreso a leggere come un tempo, visitavo musei e mostre,  frequentavo gruppi di discussione e associazioni di volontariato. Le giornate si riempivano, ma spesso restava la sensazione di aver occupato il tempo in modo artificioso. Ci ho messo un po’ per capire a cosa era dovuto quel vago e inspiegabile senso di privazione che si affacciava di tanto in tanto durante le mie giornate, che nonostante tutto intanto si stavano misteriosamente facendo più lunghe.

Un primo tentativo di accorciarle è stato rappresentato da facebook. Ma non mi è bastato, non poteva bastare. Ed ecco che ho aperto questo blog che va avanti, con alterne fortune, da ormai sei anni. Ma anche questo, alla lunga, si è dimostrato un banale palliativo, come un placebo. Poi un giorno, rimettendo a posto delle carte trovate in fondo a un cassetto chiuso da secoli, mi è capitato tra le mani una vecchia agenda che mi ricordava qualcosa. L’ho aperta ed è tornata alla luce una miniera dimenticata. Per diverso tempo, molti ma molti anni fa, in quell’agenda avevo appuntato pensieri, riflessioni, tentativi di poesie, abbozzi di storie, piccole cronache familiari: uno zibaldone disordinato, scritto con penne o matite diverse, quando capitava.

 È stato così che ho capito di cosa sentivo la mancanza. E subito dopo mi sono chiesto perché non provarci. A scrivere, voglio dire. Senza ambizioni da scrittore vero, ma come un pittore della domenica. Ecco, uno scrittore dilettante. Ed è uscito il primo libro, con un personaggio che mi piaceva fin dall’idea iniziale, il carabiniere Paternò. Un personaggio che un po’ mi assomiglia, per cui la questione morale è dirimente nel senso che prova le mie stesse ansie, si incazza come me per le ingiustizie, spesso antepone i suoi irrinunciabili principi a quel che converrebbe pagandone poi, ovviamente, le conseguenze.

E così, scherzando scherzando, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, ho editato tre storie e un libro di racconti. Tutti autopubblicati: non ho idea di come si avvicini un editore (posto che ne esista uno interessato alle mie cose) e non ho neppure la voglia di cercarlo. Se poi, malauguratamente, l’ipotesi dovesse diventare concreta, ecco che scrivere diventerebbe un impegno, un lavoro, con gli inevitabili corollari, la burocrazia, gli obblighi sociali, eccetera. E io non mi divertirei più.

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Una donna barbaramente assassinata, un suicidio sospetto, una vecchia morta a seguito di un furto maldestro, una rapina di quindici anni prima.  E ancora, le ambizioni smodate della nuova politica, servitori dello Stato corrotti e la criminalità organizzata che cerca di espandersi: tutto sullo sfondo di un nord est che porta ancora le cicatrici degli anni di piombo.
Questi gli elementi – a prima vista senza connessioni tra loro – che  ruotano intorno alla figura del carabiniere Rosaria Paternò: suo malgrado, si troverà coinvolta in una storia apparentemente senza soluzioni, ma con l’aiuto di un tenace e brillante giornalista  riuscirà a dare il suo contributo per far luce su un torbido intrico di vicende.






Puoi comprarlo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/466819/dovrete-essere-forti/



“Elimina Saviano!”

21 Gen

In altri tempi un ministro dell’interno che avesse sentito quel grido si sarebbe quantomeno indignato. Forse avrebbe anche ordinato alle forze dell’ordine di individuare l’imbecille autore per redarguirlo o l’avrebbe addirittura fatto lui di persona. In altri tempi.

Oggi invece il ministro dell’interno sorride e risponde augurando “lunga vita” allo scrittore minacciato dalla criminalità, magari pensando perfino di essere stato magnanimo. È invece uno sciagurato segno dei tempi. Che ha più facce. Da un lato, il popolo becero e incoraggiato a esternare i suoi più bassi istinti, dall’altro un alto esponente delle istituzioni che non fa una piega e avalla, da un altro ancora nessuno, tra gli astanti, che si dissoci dall’infame espressione, e poi nessuno, tra le forze dell’ordine presenti che senta il bisogno di intervenire. Mi viene da pensare che se non ci fosse stata la ferma ed esemplare risposta di Saviano forse l’episodio non avrebbe avuto maggior rilievo. Viene da chiedersi quanto sia lontano il giorno in cui la folla bestialmente eccitata invocherà il linciaggio fisico.

Eppure c’è stato qualcuno che in altri casi ha sentito il bisogno intervenire. L’8 dicembre, a Roma a piazza del Popolo, durante un comizio dello stesso ministro dell’interno. A Propaganda live Diego Bianchi ha mostrato il video di un giovane che quel giorno è stato affrontato da alcuni energumeni (sostenitori del ministro, gorilla, guardaspalle, non è dato sapere. Qui li ho paragonati ai ‘bravi’ del Manzoni) appena ha cominciato a camminare con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo”. Gli sconosciuti lo hanno strattonato e trascinato fino al posto di polizia, dove è stato ovviamente rilasciato.

Mi sia consentito affermare che c’è un parallelo tra i due episodi. E che entrambi indicano una tendenza che si sta facendo preoccupantemente reale: la libertà di pensiero di chi si oppone al potere si riduce rapidamente mentre quella di chi lo sostiene si dilata fino a sopravanzare il lecito e sconfinare nella bestialità del fascismo.

Mala tempora currunt. E il futuro non promette nulla di buono. C’è un eloquente cartello, in un film che ho visto tempo fa, che riporta una frase: “L’ingiustizia deve farti infuriare. Non abbattere.” Ecco il motivo per cui i cittadini che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione devono mobilitarsi, non assistere rassegnati al crecscere della violenza e della prevaricazione.

#facciamorete


Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

La mia cara amica Lidia.

4 Gen

Il 31 dicembre un maledetto incidente ha sottratto – a me come a tanti altri – una persona straordinaria. E sento ora terribilmente la sua mancanza,
sento ora il vuoto che Lidia ha lasciato, mi mancano i suoi consigli, le considerazioni, gli incoraggiamenti, perfino i rari ma affettuosi rimbrotti.
Forse è per questo che solo oggi ho trovato la forza per scrivere queste righe.

Lidia ha rappresentato per me il vero senso dell’amicizia: altruista, disponibile, sorridente, gentile,  sempre pronta a darsi per una causa, che fosse quella della nostra amata città, delle combattenti curde, dei palestinesi, dei migranti. Una persona, come si usa e si abusa dire, ‘solare’, nel senso reale della parola.

C’eravamo scambiati qualche battuta su facebook nella notte precedente: ‘che fai ancora sveglia?’ le avevo scritto e lei aveva risposto con la consueta allegria. L’ultima volta che ci siamo  sentiti le avevo ricordato l’impegno a incontrarci per un gelato da Fassi, le nostre piccole trasgressioni da irrecuperabili golosi, e avevo sentito ancora una volta, l’ultima ma non lo sapevo, la sua risata contagiosa. Le avevo anche anticipato che stavo per scrivere un altro libro. Come in passato, molto generosamente mi aveva anticipato che era impaziente di leggerlo e allora le avevo detto che le avrei dato la prima bozza. Non la leggerà.

Ho deciso allora di dedicarlo a lei: lo so, è ben piccola cosa, ma è il minimo che possa fare per dimostrarle il mio affetto e ringraziarla per l’amicizia che mi ha dato. E poi cambierò il titolo: adotterò una frase che lei sicuramente ci direbbe, se potesse. Qualcosa che ricordi la sua passione civile, il suo coraggio, la tenacia, l’amore per la democrazia, la sua testarda convinzione che le ingiustizie vanno combattute senza risparmiarsi.

Ciao cara Lidia, cara grande donna, cara amica mia.

Aggiornamento.
Ci avresti detto così, credo: “dovrete essere forti.”

 

Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

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