l’Italicum è fallito, avanti un altro

25 Giu

Alla fine, dopo parecchie letture e approfondimenti, l’avevo capito perfino io che questo Italicum o Porcellinum faceva schifo. Non sto a enumerare le critiche: ricorderò solo – perché mi sono piaciuti molto – un eccellente articolo del prof. Ignazi e un delizioso pezzo di fantapolitica di Daniela Ranieri su Il Fatto.

 

Su Repubblica oggi Stefano Folli dichiara che “l’Italicum è in archivio“.  Questa cosiddetta legge elettorale, per cui si sono sprecati i complimenti e i peana della solita corte di reggicoda, nani, ballerine, sicofanti e gli immancabili giornalisti, ha sfortunatamente (si fa per dire: l’autore era stato avvertito)  incontrato proprio quelle condizioni di rischio – ampiamente prevedibili e previste – che la rendono inapplicabile, a meno che l’attuale partito di maggioranza non voglia suicidarsi.
Quindi siamo daccapo. E vabbe’, chissà che chi di dovere non abbia imparato la lezione. Ma ci spero poco, la spocchia uno ce l’ha di natura.
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IL PUNTO  di Stefano Folli

Cattura 1

 

IL SALVATAGGIO alla Camera del sottosegretario Castiglione (Area Popolare), con i voti del Pd, era previsto. Non è questione di “garantismo”, bensì di convenienza politica: Renzi non può permettersi oggi un’incrinatura con Alfano e il suo partito. Perciò il centrista Castiglione viene difeso dal presidente del Consiglio in base alla stessa logica con cui il sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene invece condannato. Nel primo caso c’è da tenere unita una maggioranza che risente dell’indebolimento del premier. Nel secondo si tratta di disfarsi di un personaggio diventato scomodo nel marasma romano, pur non essendo egli indagato, così da impedire per riflesso l’ulteriore logoramento del leader. In entrambe le vicende pesa la ragion politica, ma gli esiti sono opposti. Un paradosso abbastanza tipico.

Sul piano simbolico, Castiglione e Marino dicono molto delle difficoltà di Renzi e della necessità per lui di non farsi mettere all’angolo. Ma si tratta pur sempre di due incidenti di percorso, nessuno risolutivo per le ambizioni del premier. C’è dell’altro, ci sono temi a cui si legano i futuri equilibri parlamentari e quindi l’avvenire del “renzismo” come esperimento destinato a durare.

Appare chiaro infatti che la legge elettorale – il cosiddetto Italicum – è già in archivio. Doveva cambiare l’Italia, imponendo il sistema bipartitico, e invece è a un passo dall’essere modificata in modo radicale. Renzi prevedeva che presto sarebbe stata copiata in altri Paesi, ma a quanto pare non accadrà. Anzi, persino noi italiani eviteremo di metterla alla prova almeno una volta. Eppure la riforma elettorale è stata quella su cui il premier ha insistito di più. Si è arrivati a mettere la fiducia sul testo in un clima di notevole tensione dopo che la coperta della maggioranza, all’inizio trasversale, si era via via ristretta. Tuttavia qualunque ritardo sembrava intollerabile di fronte all’esigenza di conoscere una maggioranza certa la sera stessa dello scrutinio.

Alla fine l’Italicum ha visto la luce, pur fra mille polemiche, ma si è capito quasi subito che era il vestito sbagliato per l’Italia di oggi. Per meglio dire, i risultati delle regionali e soprattutto delle comunali hanno creato parecchia inquietudine a Palazzo Chigi e in altri palazzi. Si è compreso che una convergenza elettorale anti- governo e anti-sistema, Cinque Stelle ma non solo, è sulla carta in grado di contendere la vittoria al Pd e in primo luogo a Renzi. Per la buona ragione che per il candidato del Pd è più difficile prendere voti al secondo turno di quanto non lo sia per il suo antagonista, figlio di una sinergia di fatto fra grillini, leghisti e altri nemici dell'”establishment”.

A questo punto tutti vedono i limiti dell’Italicum, A cominciare dal suo cesellatore, il politologo D’Alimonte, che sul “Sole 24 Ore” ammette che il premio di maggioranza assegnato alla coalizione, anziché alla lista, è “lo scambio possibile per riaprire la partita”. In realtà è quello che vuole un ampio spettro di forze parlamentari: dal centrodestra berlusconiano alla minoranza del Pd ai centristi. Gli stessi che intendono correggere la riforma costituzionale del Senato. E a certe condizioni anche Salvini non avrebbe obiezioni, perché una nuova legge elettorale lo spingerebbe a cercare alleati, isolando invece il partito di Grillo. Proprio i Cinque Stelle sarebbero i più danneggiati, ma dovevano aspettarselo. L’Italicum era ritagliato sulle esigenze di partiti che oggi si accorgono di quanto sia cambiato il quadro e di come sia rischioso lasciare campo libero al M5S. In Francia, oltre cinquant’anni fa, il generale De Gaulle aveva costruito un sistema presidenziale che poggiava sul modello elettorale a doppio turno di collegio. Servì a favorire l’alternanza, da Mitterrand in poi. In Italia si è seguita un’altra strada e l’Italicum è fallito, fra paure e angosce più o meno giustificate, prima ancora di cominciare.

 

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Una Risposta to “l’Italicum è fallito, avanti un altro”

  1. Torquato Cardilli 25/06/2015 a 10:10 am #

    Ormai la frittata è fatta

    A nulla sono valsi gli appelli inviati per mesi da chi mastica di storia e di diritto, da chi ha il senso dell’onore e della fedeltà al giuramento di obbedienza alla costituzione, da chi voglia difendere la democrazia per la quale, 70 anni fa, tanti giovani, uomini e donne, preferirono affrontare la prigionia e le torture, o sacrificare la vita.

    La Camera ha approvato in via definitiva, con una maggioranza risicata, e con l’opposizione fuori dell’aula, attraverso il voto di fiducia una legge elettorale mostruosa e infelice. A partire dal nome “italicum” che fa tanto pensare all’ espressione acetum italicum tipica del mondo del teatro, che indica il genere dotato di astuzia e mordacità con un certo retrogusto di amaro, tramandato dalla satira oraziana. Ma Orazio si dedicò alla satira dopo la sconfitta subita a Filippi, quale tribuno militare dell’esercito di Bruto, mentre Renzi, che ancora non è stato defenestrato da palazzo Chigi, insieme ai suoi ministri, sottosegretari, dirigenti di partito, tutti corifei di ambo i sessi, stanno facendo un bel tirocinio di satira e farsa ripetendo a iosa che nella storia d’Italia ci sono stati due precedenti di legge elettorale simili all’italicum, nel 1953 e nel 1923.

    Potevano risparmiarsi simili paragoni che vanno a tutto loro svantaggio.

    La legge elettorale voluta da De Gasperi nel 1953 prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza per il partito che avesse riportato il 50%+1 dei voti alle elezioni. Cioè una legge che non trasformava la minoranza in maggioranza, ma che consentiva al vincitore delle elezioni (ripeto vincitore onesto e diretto con la maggioranza assoluta) di governare più agevolmente. Se l’ambizioso e contraddittorio premier di oggi avesse veramente avuto a cuore il funzionamento della macchina statale e la difesa della democrazia, avrebbe potuto proporre una legge come quella ed avrebbe ottenuto un consenso plebiscitario del paese. Invece non è stato così.

    Detto per inciso la legge del 1953 non portò bene a De Gasperi: le sinistre unite, con il PCI in testa, scatenarono una feroce campagna contraria: pur sapendo che essa non avrebbe sovvertito i valori in campo, ma avrebbe agevolato solo la forma di governo, la definirono “legge truffa”. Alle elezioni la DC si fermò al 49% per cui non scattò il premio di maggioranza e la legge fu abrogata dal parlamento l’anno dopo.

    La nuova legge Boschi, attribuisce il 55% dei seggi cioè 340 su 630, a chi raggiunga il 40% dei voti o a chi vinca il ballottaggio al secondo turno con qualsiasi risultato, mentre tolti i 12 seggi riservati agli elettori all’estero, che continuano ad essere attribuiti con le regole vigenti dal 2006 (questa è una disparità di trattamento incostituzionale), i restanti 278 seggi saranno attribuiti proporzionalmente ai partiti che abbiano superato il 3% dei voti.

    Stando ai sondaggi più accreditati, nessun partito viene dato al di là della soglia del 35-37%, cioè lo stesso limite attribuito all’area dell’astensionismo. Chi vincesse in questo modo, pur rappresentando solo il 26% dell’elettorato, prenderebbe tutto: maggioranza ferrea alla Camera, scelta e nomina del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della RAI-TV ecc. instaurando un vero e proprio regime ed infischiandosene del parere del 74% della popolazione. Ciò significa che una minoranza (e non di poco conto) diventerà ipso facto maggioranza, alla faccia della democrazia.

    A ben vedere, non solo viene ripristinato sotto mentite spoglie l’abnorme premio di maggioranza della legge “porcellum”, partorita da quel genio di Calderoli, e bocciata dalla Consulta, ma viene ribadita la violazione del sacrosanto principio costituzionale del voto uguale, libero e segreto. Che vuol dire voto uguale? Vuol dire che il peso, il valore, l’effetto di ogni voto deve essere identico e quindi che non ci possa essere mai un voto che valga più di un altro, come invece prevede espressamente la nuova legge che finirebbe per assegnare premi immeritati ed assegnazioni di seggi forzose.

    I punti controversi della nuova legge che a differenza di quella del 1953 finisce per sovvertire la volontà popolare, non cessano qui. Ve ne sono altri: la legge è valida solo per la Camera dei Deputati, in vista della riforma costituzionale che abolisce l’elettività popolare del Senato, per cui se questa non andasse in porto avremmo due leggi elettorali assolutamente diverse una per la Camera ed una per il Senato; non entra in vigore subito, ma solo il 1 luglio 2016, per cui la minaccia di andare a votare con il “porcellum” se questa legge fosse stata bocciata era un vero bluff, una minaccia del calibro di una pistola ad acqua: se il Presidente della Repubblica avesse sciolto le Camere in base alla sentenza della Corte Costituzionale si sarebbe votato comunque con la legge proporzionale precedente.

    C’è poi la questione dei capi lista bloccati in ciascuno dei 100 collegi elettorali (ancora da stabilire) che rappresenterebbero i favoriti del principe, cioè i deputati nominati direttamente dal vertice del partito in base a principi di obbedienza e non di capacità o di collegamento con il territorio, con l’aggiunta dello specchietto per le allodole che consente ai capilista la candidatura plurima fino a un massimo di 10 collegi; l’elettore avrà la possibilità di esprimere due preferenze, obbligatoriamente di genere diverso, quindi non premiando il merito o la competenza, ma esclusivamente il sesso; il partito con il maggiore resto dovrà cederlo a quello più piccolo; potranno partecipare alla competizione elettorale solo i partiti con uno statuto e non i movimenti di opinione.

    L’altro precedente richiamato da Renzi e compagni è ancora più raccapricciante perché risale alla legge elettorale Acerbo varata nel 1923. Con essa Mussolini, superando il sistema proporzionale in vigore, attribuì i 2/3 dei deputati alla lista che avesse superato il 25% dei voti, sancendo la fine della rappresentatività democratica e l’inizio della fascistizzazione delle istituzioni con il partito unico nazionale. Il richiamo a questo precedente è un vero e proprio autogol per le sue impressionanti e preoccupanti analogie, tanto dettagliatamente illustrate nel blog dell’economista Federico Dezzani dal quale sono stati tratti le notizie e i fatti che seguono.

    Cominciamo con la scalata al potere. Le analogie tra Renzi e Mussolini travalicano la semplice età anagrafica: a 39 anni entrambi salgono al Quirinale, non in base ad una vittoria elettorale, ma a seguito di un’oscura crisi di governo, e vi trovano un complice decisivo nell’assegnare loro l’incarico di primo ministro. Pur disponendo di un esiguo numero di parlamentari strettamente fedeli, ambiscono ad attuare riforme decisive per le sorti dello Stato: la riforma della Costituzione e della legge elettorale.

    Mussolini, anticlericale ed ateo fino alla morte, non nutrì mai simpatia verso la massoneria ma, memore dell’aiuto decisivo ricevutone durante la marcia su Roma (i vertici militari che sconsigliarono il Re dal proclamare lo stato d’assedio e la grande industria e finanza), restò in ottimi rapporti con la loggia di Piazza del Gesù, manifestando la sua “simpatia per “un ordine nazionale che all’infuori di ogni settarismo serve la Patria con fedeltà al Governo nazionale”.

    Nell’editoriale di addio al Corriere della Sera del 30 aprile 2015 il direttore Ferruccio De Bortoli parlando di Renzi lo ha definito un giovane caudillo maleducato di talento che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche, sottolineando che c’è da diffidare fortemente del suo modo di interpretare il potere e c’è da augurarsi che il Presidente Mattarella non firmi l’Italicum che è una legge sbagliata. Già alcuni mesi prima, a settembre 2014, De Bortoli facendo cenno alla ostentata politica muscolare renziana, che tradiva una disarmante debolezza per l’inconsistenza della squadra dei ministri, uomini e donne scelti in base alla fedeltà invece che per la competenza, alludeva al fatto che intorno a Renzi ed al patto del nazareno si sentisse un certo odore stantio di massoneria.

    Non ci sono prove notarili per affermare con sicurezza che Renzi appartenga a qualche loggia dal grembiulino e dal compasso, ma è certo che i personaggi che lo hanno assistito nella fulminea carriera politica e nell’ascesa a palazzo Chigi sono riconducibili alle Logge ed ai suoi principi. Dice Dezzani “massone è la maggioranza politica che lo insedia a Palazzo Vecchio, spodestando gli ex-PDS Leonardo Domenici e Graziano Cioni, ostili, secondo il piduista Licio Gelli, alle potentissimi logge massoniche di Firenze; massone di rito scozzese è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intimo degli ambienti nord-atlantici fin dagli anni ’70; massone è Denis Verdini, il braccio destro di Silvio Berlusconi che soprintende alla stesura ed all’esecuzione del Patto del Nazareno e che sarebbe pronto a votare l’Italicum per poi fondersi con i suoi fedelissimi nel futuro Partito della Nazione”.

    Renzi sapeva che la sua posizione era in bilico ed aveva urgenza di blindarsi modificando in senso maggioritario la legge elettorale e abrogando il bicameralismo perfetto. La modifica della legge elettorale, di cui è fatto indefesso sostenitore Giorgio Napolitano, è stata la sua stella polare sin dalla sua nomina a segretario del PD. Un mese prima di sfrattare in malo modo Letta da palazzo Chigi (complice Napolitano), durante una direzione del partito delineò già a grandi linee la riforma elettorale affibbiandogli il soprannome di Italicum. La minoranza del PD insorse e lui, conscio di non poter contare sui voti degli ex-DS, allacciò un canale diretto con Silvio Berlusconi, sigillato quegli stessi giorni dal Patto del Nazareno, auspice il conterraneo Verdini. Il capolavoro di astuzia politica dei due fiorentini e di imbecillità della minoranza PD si consumò al Senato il 27 gennaio 2015. Renzi era perfettamente consapevole che senza i voti determinanti di FI a Palazzo Madama non avrebbe potuto portare a casa nessuna riforma. Il Patto del Nazareno svolse alla perfezione il suo scopo e l’Italicum fu approvato con il sostegno decisivo di Silvio Berlusconi.

    A quel punto Renzi cinicamente si rimangiò la parola sul candidato al Quirinale provocando la rottura del patto del Nazareno di cui non aveva più bisogno dato che il percorso dell’Italicum era diventato in discesa con un Berlusconi messo fuori gioco.

    Tuttavia per non avere complicazioni proprio all’interno del partito il 20 aprile 2015 Matteo Renzi ha epurato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera i dieci esponenti della minoranza interna del Pd, in modo da impedire che fossero apportate modifiche alla riforma licenziata dal Senato sostituendoli con deputati fidati ed obbedienti.

    Quindi l’imposizione del voto di fiducia contro il quale ben poco hanno potuto i dissenzienti dell’ultima ora.

    Non c’è altro da aggiungere su questo capolavoro di incoerenza democratica, approvato da un parlamento pieno di abusivi, di inquisiti, di condannati, di ignoranti attaccati alla poltrona insensibili alle esigenze del popolo, di spergiuri di fronte al programma elettorale sul quale avevano chiesto il voto, indegni di rappresentare la nazione.
    Torquato Cardilli

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