La lettera che non avrei mai voluto scrivere

24 Giu

Non l’ho scritta io ma un mio caro e valoroso amico, Filippo Messineo, che ha deciso di lasciare il Pd di cui è stato fondatore e informa il direttivo del suo circolo. Ci siamo sentiti più volte, in quest’ultimo periodo, interrogandoci a vicenda sull’incrociarsi delle contraddizioni, delle palesi violazioni delle regole, sulle posizioni inaccettabili assunte dai maggiorenti del partito e altro ancora. Sentivo, però, che si era incamminato su un percorso che aveva solo un traguardo.
Non è l’unico, peraltro, che non ha resistito al disagio e alle amarezze che il Pd dispensa generosamente – da qualche tempo in qua – a molti dei suoi  più sinceri sostenitori.
Le ragioni che Filippo spiega sono le mie: lui lo fa con maggiore eleganza di quanto avrei fatto io (che con testardaggine degna di miglior causa continuo a sperare – forse irragionevolmente – in un ravvedimento del vertice).  Ma tant’è. L’esperienza e il buon senso mi dicono di non essere ottimista (Gramsci aveva ragione): resta la volontà di battersi fino in fondo. Ma quanto durerà?

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Car* direttiv*,

questa è la mail che non avrei mai voluto scrivere: ho deciso di non rinnovare quest’anno la tessera del PD e penso sia doveroso da parte mia darvene, anche se sinteticamente, le motivazioni, innanzi tutto per rispetto verso quanto è stato fatto assieme in questi 7 anni.

Grande , infatti, era l’entusiasmo, alla nascita del partito, ma poi le cose non sono andate come in tanti abbiamo sperato.

Da parte mia la discontinuità “dolorosa” si è realizzata, soprattutto, in questi ultimi due anni. Prima con l’episodio del siluramento della “candidatura Prodi”, che ha rappresentato drammaticamente la situazione  di un partito in cui per troppi suoi rappresentanti è prioritaria una cinica gestione del potere personale rispetto alla realizzazione del progetto politico scritto sul programma. Un episodio su cui non c’è mai stata uno straccio di elaborazione pubblica e riconoscimento di responsabilità.

Poi il governo Letta che inaugura la triste stagione delle “larghe intese”.

Poi l’”uomo solo al comando” con le “riforme” annunciate a gran voce con slogan e twitter , in gran parte frutto di scelte che tradiscono il programma della nostra coalizione (ricordate “Italia Bene Comune” per cui abbiamo votato?) . Il decisionismo venduto come “bene in sé”, indipendentemente dal merito e dal metodo delle decisioni. Il confronto politico sostituito dall’evocazione, di volta in volta, dei gufi/nemici di turno ( sindacati, professori, magistrati, insegnanti, ….).

Le anticostituzionali riforme costituzionali.

Una legge elettorale frutto di presunta furbizia più che di competenza e rispetto dei principi di democrazia (e infatti adesso magari verrà ricambiata…)

Le leggi ispirate da Confindustria, come il Jobs Act : più precariato sostanziale, più defiscalizzazione per le imprese, il che non sarebbe di per sé un male se non fosse , così come concepito, un regalo senza contropartita in reali aumenti netti di posti di lavoro.

O lo SbloccaItalia, libertà di colpire l’ambiente, deroghe al codice degli appalti ed alle procedure realizzative, a fronte di  regali per vecchie lobby, come i gestori delle autostrade e le multinazionali dei settori gas e idrocarburi

La riforma della scuola :  http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/uno-nessuno-e-centomila.html  e poi http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/non-si-puo-bloccare-il-dialogo-sulla.html.  Il  ricatto “o mi approvi la legge o niente assunzioni” ( 150.000 precari !), cioè la concussione come metodo per il governo della cosa pubblica.

In tutto questo la drammatica assenza di una visione capace di indirizzare la battaglia dell’economia, di gran lunga la più importante, perché condiziona la possibilità stessa di combattere con successo tutte le altre. Una azione, peraltro, da indirizzare non solo sul piano nazionale, ma anche in Europa, dove, dopo le promesse del “semestre italiano”, non risultano pervenuti risultati particolari derivanti dalle iniziative dei nostri rappresentanti. Al contrario tanta subordinazione passiva, come, ad esempio, l’ “accordo totale ed incondizionato del governo italiano al TTIP”.

La gestione degli organi locali del partito. Poco rispetto per le regole statutarie e molti accordi tra le filiere .

E poi gli errori alle ultime regionali. l’aver spesso imbarcato nelle liste elementi dal chiaro passato nella destra italiana. Un modo di fare politica che sembra annullare qualsiasi differenza tra destra e sinistra . Le sprezzanti dichiarazioni sulle percentuali di votanti. L’aver imbarcato troppi personaggi politicamente non spendibili, per i loro noti problemi giudiziari

E infatti su tutto l’incapacità di esprimere e far comprendere una posizione chiara del partito sui temi della legalità e della “questione morale”, che invece hanno avuto sempre grande importanza nel profilo identitario dei suoi elettori.

Queste alcune delle ragioni profonde che mi portano oggi a non ritrovarmi più nella maggior parte delle scelte, nel merito e nel metodo, di quello che è diventato il PD.  Troppo lontano ormai, a mio avviso, dai principi fondativi di 8 anni fa.

Ma a tutto questo si sono aggiunte, quasi come detonatore per un esplosivo già accumulato, le vicende romane di questi mesi. Abbiamo discusso più volte sulle dinamiche che hanno generato e caratterizzato questa storia.  Ma aggiungo altro ancora, con riferimento a questi ultimi giorni.

Il comportamento di Orfini (commissario nato e cresciuto politicamente nello stesso ambiente che deve gestire?) che ha subito accusato tutti gli iscritti in modo indiscriminato. Ad una assemblea con Barca l’ho sentito dichiarare : “La responsabilità per Mafia Capitale è anche di tutti coloro che hanno protestato, perché evidentemente non hanno alzato la voce abbastanza”. Capito ?

Orfini ha voluto lavorare da solo senza coinvolgere gli organismi che a norma degli statuti sono ancora pienamente legittimati a lavorare, in primis l’assemblea romana. Assemblea che avrebbe dovuto essere convocata, tra l’altro, perché richiesta da più del dieci per cento dei suoi componenti. Ma Giuntella ed Orfini hanno irriso e denigrato sui social i richiedenti, dicendo che erano espressione del correntismo. Cioè l’Assemblea non si convoca perché frutto del passato inquinato, mentre la Direzione si può tenere, anche se eletta proprio dalla stessa Assemblea. E quindi frutto anch’essa – Direzione – del tesseramento inquinato.

Ma la Direzione viene chiamata a decidere su modifiche per le quali non ha l’autorità ( vedi quesiti alla Commissione Nazionale di Garanzia e il [già precedentemente espresso. ndr] parere della CNG). E decisioni non da poco : la riorganizzazione con i subcommissari municipali , ad es., va contro lo Statuto , e dà luogo ad un accentramento (tesseramento e gestione economica in particolare) mai visto nelle mani di pochissimi. Del resto la giurisprudenza sulle associazioni prevede che le modifiche statutarie e regolamentali le approva l’assemblea, e si intende l’assemblea degli iscritti ! Allora quale credibilità può avere un commissario che da una parte dovrebbe far rispettare la legalità, ma dall’altra è il primo a compiere atti contrari alle norme esistenti ?

Quanto sopra è basato, si è detto, sull’analisi della mappatura di Barca ( che però è stata resa nota venerdì  scorso) . Un lavoro interessante, per molti aspetti. Ma le domande cruciale a cui non trovo risposta sono : ma chi saranno stati i responsabili “politici” di questo stato di cose ? I Circoli  Potere per il potere”, ad es., da chi erano gestiti e come? E chi sono i consiglieri comunali e regionali, i deputati e senatori cresciuti sulla forza di queste “anomalie” ? E i capibastone nemici della Giunta Marino? di quali protezioni ed alleanze , dentro e fuori l’amministrazione, godono? Saranno messi fuori del partito, oppure si faranno uscire solo i loro tesserati fasulli?  In questo stato di cose pensare di rifondare il Pd romano solamente con un nuovo tesseramento raccolto con i banchetti per strada o via email è o un’illusione o una presa in giro.

E infatti nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica.

Dopo quanto detto, dovrebbe essere chiaro che non è Renzi il solo responsabile della “mutazione genetica” di quel partito che aveva iniziato la sua storia con grandi ambizioni ed aspettative da parte dei suoi iscritti e militanti (non devo ricordare qui i “tassi di abbandono” di questi anni). Comunque sino a poco tempo fa ho immaginato e fortemente sperato che un’alternativa politica a questa mutazione non potesse che essere espressa all’interno del PD. Purtroppo le vicende nazionali e anche romane mi hanno portato a ritenere che non esistono in questo partito ( a parte poche eccezioni ) forze con visione e capacità politica adeguate per costruire un’alternativa progettuale valida. E quindi , oggi, mi paiono ormai inutili gli sforzi per costruire il “PD che vogliamo”. Del resto si è poco credibili quando, ogni volta,  si alza la voce contro ciò che non va, ma poi si abbassa la testa perché è doveroso seguire la logica della “ditta”. Questa è una cultura politica del passato che, personalmente, non ritengo tollerabile.

Essenzialmente da qui, dopo la mancata condivisione  della linea politica , lo svanire di ogni senso, per me, di una  tessera del PD.

Scusate la lunghezza: del resto i problemi sono tanti e, se non fossero stati tanti non sarei stato qui a scrivervi.

Penso agli anni passati insieme, alle iniziative, ai congressi, alle elezioni. Sono orgoglioso , in particolare, dei candidati – dal circolo al Parlamento – che ho sostenuto, perché comunque quei nomi hanno sempre rappresentato per me la concreta speranza per il PD che vorrei. Prime, tra questi, le “mie” candidate ai congressi di Circolo, Delizia e Fabrizia.

Auguro a tutti buon lavoro di cuore: mi piace pensare che, comunque, nelle battaglie per l’affermazione dei valori della democrazia ci ritroveremo dalla stessa parte

Filippo

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