Tag Archives: Mattarella

Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

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Resistenza. Civile.

29 Nov

Due parole che già da sole vogliono dire molto, moltissimo, per chi ha a cuore la storia del nostro Paese e coscienza dei doveri – che vengono prima dei diritti – di ogni cittadino. Due parole che unite acquistano maggior forza e indicano una strada: quella della Resistenza civile. E mi rincuora che l’ANPI  abbia fatto suo questo principio [“È ora di una straordinaria assunzione di responsabilità. Di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria.” ha detto la Presidente Carla Nespolo] . Perché la Resistenza, quella storica che fu il nostro riscatto agli occhi del mondo, oggi si misura con l’impegno dei cittadini a rispettare e difendere la Costituzione e i principi di umanità e solidarietà cui si ispira.

Chiunque abbia la sensibilità per avvertire quale momento difficile  stiamo vivendo e quali prospettive oscure si stiano delineando non immaginava, io credo, che si potesse arrivare a tanto: non bastava – per esempio –  l’incitamento agli italiani a difendersi da soli, come se non avessimo le forze dell’ordine a proteggerci e non ci fossero solide leggi a tutelarci. Non bastava, secondo la prospettiva muscolare e violenta che hanno assunto gli attuali protagonisti della vita politica nel nostro Paese. Come non bastava l’attacco brutale alla stampa che non plaude supina ad ogni starnuto del potere. Questo lo squallido quadro cui assistiamo oggi, ma non bastava.

Ieri il cosiddetto ‘Decreto sicurezza e immigrazione’ è stato approvato alla Camera: manca ora solo la firma del Capo dello Stato, dopo di che diverrebbe una legge, ma una legge apertamente in violazione della legalità costituzionale. L’art. 10 della nostra Carta recita così:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizionedello straniero per reati politici.”

Quando il decreto fu rinviato alle Camere per la sua discussione, il 4 ottobre scorso, il Presidente Mattarella fu assai sollecito nell’accompagnarlo con una sua lettera al Presidente del Consiglio (1) da cui  traspariva la sua preoccupazione per il rispetto degli “obblighi costituzionali e internazionali dello Stato“. (2) Una preoccupazione di cui non pare il Parlamento abbia voluto tener conto, genuflesso com’è dinanzi a un governo che sta conducendo l’Italia verso un destino che storicamente e culturalmente non ci appartiene. Il diritto d’asilo, l’accoglienza, la protezione dei deboli, il soccorso a chi è in pericolo rappresentano un nostro patrimonio che l’attuale maggioranza parlamentare vorrebbe cancellare con l’aperto ricorso a misure razziste e antidemocratiche.

Se questo governo avesse il coraggio delle sue azioni chiamerebbe le cose col proprio nome: questo è il ‘decreto anti-migranti’: cioè un decreto razzista che non si perita di predisporre misure meschine come la tassa sui trasferimenti di denaro all’estero (che potrà al massimo produrre volumi infimi), ma che allo stesso tempo favorirà lo sviluppo di forme alternative sul filo, se non oltre, della legalità. Che è, molto probabilmente, con la quasi chiusura degli SPRAR (e la persecuzione del sindaco di Riace e delle ONG, non dimentichiamolo) uno degli scopi del decreto: stringere i migranti nella morsa dei divieti, ridurli in condizioni inumane, costringerli a commettere un reato pur di sopravvivere ed avere così mano libera per perseguirli. Ma quanto potrà reggere questa tragica farsa dell’immigrazione come causa del degrado morale, sociale, industriale, economico del nostro Paese? Quando – molto presto – il sipario crollerà miseramente sarà chiaro anche ai più intossicati da questa infame propaganda che era tutto falso, era solo fumo negli occhi per nascondere la pochezza di chi crede di essere profeta e leader, ma non è che “un povero guitto che si agita per la sua ora sul palcoscenico.”

Resistenza civile. Ora e sempre.

(1) Nota del Quirinale
(2) Principi fondamentali della Costituzione (Brocardi) 
Sul piano internazionale, è indispensabile richiamare la Convenzione sullo status dei rifugiati, siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e ratificata dall’Italia con L. 24 luglio 1954, n. 722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia con L. 14 febbraio 1970, n. 95. La partecipazione del nostro Paese ad entrambi gli atti, lo rende destinatario del sistema di garanzia e tutela dei rifugiati in essi contenuto. Sia la Convenzione che il Protocollo sono richiamati nell’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a conferma dell’importanza che il diritto di asilo riveste a livello nazionale, comunitario e internazionale.



Rispetto per il Capo dello Stato

30 Mag

Nel susseguirsi di reazioni più o meno sguaiate e di più o meno dotte elucubrazioni nella vicenda che sta dilaniando l’Italia in questi giorni, pare a me che sia mancato un elemento fondante della democrazia: il rispetto.
È mancato, peraltro, nei confronti della massima istituzione dello Stato, la Presidenza della Repubblica, accusata di aver perfidamente manovrato per far fallire la proposta di governo presentatagli : quando invece è compito precipuo del Presidente assicurare una guida al Paese nel rispetto dei principi costituzionali, di cui egli è garante verso tutti gli italiani.
Mi è venuto in mente, allora, di rinfrescare un po’ la memoria, andando a vedere come intendessero il ruolo del Presidente i Padri costituenti e come fossero pervenuti alla stesura del primo comma dell’art. 87 della Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

“Rappresenta l’unità nazionale”: vi par poco? Il Presidente non ha un colore politico, non è e non può essere di parte, costituisce il punto supremo di riferimento. E come si arrivò a questa splendida sintesi?

Nei lavori preparatori della Commissione dei 75, incaricata nel 1946 di redigere il testo della Costituzione, il Presidente Meuccio Ruini così descriveva il ruolo del Capo dello Stato: 


“…sta, ad ogni modo, che nel nostro progetto il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze. E il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore dì attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale…il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano; ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria.”

Una “missione di equilibrio e coordinamento“. Capito? 
Ora, se nella politica italiana ancora esistesse un senso della misura, il senso del dovere, in una parola il rispetto,  i massimi esponenti dei partiti che oggi si agitano scompostamente si sarebbero ben guardati dall’avanzare dubbi, esternare sospetti, proporre  perfino la messa in stato d’accusa del Presidente.
Invece è notte fonda. Nulla pare esser cambiato dai tempi di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

 

Il Pd e il “fattore di instabilità”

7 Apr

Mesi fa, come ha ricordato anche Cuperlo in un’intervista, Orlando dichiarò che il Pd rischiava di passare da fattore di stabilità politica a fattore di instabilità. Tutto era legato alla metabolizzazione o meno della sconfitta referendaria. Oggi, all’indomani dell’elezione di Torrisi alla presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, l’ipotesi di Orlando pare materializzarsi.

Sta a dimostrarlo l’incredibile richiesta del presidente del Pd (e attuale reggente della segreteria), cioè il sempre servizievole Orfini, di un incontro col presidente Mattarella, per valutare gli effetti della bocciatura del candidato Pd sulla tenuta della maggioranza. Cioè la ricerca di una scusa (risibile) per far precipitare la situazione e far tornare all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni anticipate. Che non sono altro che il pallino di Renzi, non avendola mai abbandonata: subito dopo il 4 dicembre parlò di elezioni a marzo, poi andando avanti di giugno, ora si vocifera di ottobre. Tutto questo senza un minimo di senso di responsabilità vero il Paese e gli appuntamenti che l’attendono, dal Def  al G7.

Renzi intende far sentire la sua presenza in ogni modo, con le nomine sulle aziende statali, con la rimozione della bruciante sconfitta al referendum sostituita da queste primarie che l’elettorato (Pd e non) sta osservando con stanchezza se non con noia, la fa sentire incaricando il fido Orfini di una commissione al Quirinale. Il povero Orfini pensava di replicare l’iniziativa del notaio con cui fece cadere Marino, il sindaco di Roma, facendosi beffe della sovranità popolare che l’aveva eletto con una maggioranza schiacciante, ma Mattarella non è un notaio a parcella e ignorandolo ha fatto capire quanto lo valuti. 

Non sembra capire, l’ex-segretario del Pd, che l’unica strada per riconquistare una credibilità politica non è rilanciare sfide, non nuovi appelli al “con me o contro di me”, non le manovre dietro le quinte per ritardare la legge elettorale e via cantando. L’unica strada sarebbe presentare all’Italia un serio programma di politica economica, con l’addio agli interventi a pioggia, ai bonus erga omnes, con un piano che riduca le disuguaglianze, combatta l’evasione e la corruzione, risollevi l’occupazione, prima di tutto quella giovanile, eccetera eccetera. 

Al momento, sembra che a tutto questo ci stia pensando Gentiloni e sorge il sospetto che a Renzi questo non garbi: hai visto mai che qualcuno noti la differenza nella concretezza dell’agire (e magari anche nello stile)? Ecco, così si potrebbero spiegare certe intromissioni (sui progetti di Padoan, ad esempio); certe reazioni un po’ scomposte, certe irrazionali accelerazioni verso il voto. L’uomo è fatto così, non conosce mezze misure, non vede alternative oltre quelle in cui lui crede, cerca la vittoria smagliante come alibi anche degli errori passati. Ma una cosa è la vittoria nel suo partito, ben altra quella nel Paese. E quindi il rischio, se Renzi non dovesse rendersene conto, di un Pd protagonista sì, ma di instabilità. Il tweet è pronto: “Paolo, stai sereno”.
Ma Mattarella, per nostra fortuna, non è Napolitano.

AGGIORNAMENTO
Leggo solo ora, con colpevole ritardo, questo pezzo di De Marchis su Repubblica, che mi conferma le sensazioni esplicitate qui sopra.

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Stefano Rodotà: una falsa democrazia anticipa il nuovo regime

4 Gen

Dal sito Coordinamento democrazia Costituzionale riporto questa intervista a Stefano Rodotà di Andrea Fabozzi, pubblicata su Il Manifesto del 31.12.2015.

Intervista a Stefano Rodotà.
«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo
a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza».

L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna. «In entrambi i casi il bipolarismo va in crisi. Ma in Francia il fenomeno assume tinte regressive. Lì il Front National coltivava da tempo il disegno di sostituirsi ai due grandi partiti in crisi, ed è stato facilitato dalla rincorsa a destra di Sarkozy e Hollande, che hanno finito per legittimare Le Pen. In Spagna Podemos ha interpretato un movimento reale, quello degli Indignados, e ha predisposto uno strumento di tipo partitico per raccogliere il fenomeno. Il risultato pare essere un’uscita in avanti dal bipolarismo».

Renzi benedice la nuova legge elettorale italiana e sostiene che da noi non potrà succedere.
Non coglie il senso di quello che sta succedendo e con la sua risposta non fa che aumentare la distanza tra il partito e la società. Sostanzialmente dice: «A me della rappresentanza non importa nulla, a me interessa la stabilità». Ma con un governo che rappresenta appena un terzo degli elettori ci sono enormi problemi di legittimazione, di coesione sociale e al limite anche di tenuta democratica.

In Spagna e Francia si è votato con sistemi elettorali non proporzionali. Di più, lo «spagnolo» è stato a lungo un modello per i tifosi del maggioritario spinto. I risultati dimostrano però che l’ingegneria elettorale da sola non basta a salvare il bipolarismo. Può fallire anche l’Italicum?
L’ingegneria elettorale è un modo per sfuggire alle questioni importanti. In questi anni non solo
è stato invocato il modello spagnolo, ma anche quello neozelandese e quello israeliano. Sembrava di stare al supermarket delle leggi elettorali. Tutto andava bene per mortificare la rappresentanza, sulla base dell’idea che ciò che sfugge agli schemi è populismo. Invece è una legittima richiesta dei cittadini di partecipare ed essere rappresentati. Il nuovo sistema italiano, l’abbiamo spiegato tante volte, presenta il rischio di distorsioni spaventose. Può aprire la strada a soluzioni pericolose, ma anche ad alternative interessanti. Penso per esempio alla stagione referendaria che abbiamo davanti: dal referendum costituzionale, a quelli possibili su Jobs act, scuola e Italicum.

Il primo referendum, quello sulle trivellazioni, il governo ha deciso di evitarlo. Renzi è meno tranquillo di quanto dice?
È possibile, del resto le previsioni sul referendum costituzionale sono difficili, ancora non sappiamo esattamente come si schiereranno le forze politiche. Di certo la partita non è chiusa. E vorrei ricordare che nel 1974 una situazione elettorale che sembrava chiusa fu sbloccata proprio da un referendum, quello sul divorzio. I cittadini furono messi in condizione di votare senza vincoli di appartenenza politica e l’anno dopo si produsse il grande risultato alle amministrative del partito comunista.

In questo caso il presidente del Consiglio sta politicizzando al massimo il referendum, anzi lo sta personalizzando: sarà un voto su di lui ancora più che sul governo.
Il fatto che abbia deciso di giocarsi tutto sul referendum costituzionale apre una serie di problemi, il primo è la questione dell’informazione. C’è già un forte allineamento di giornali e tv con il governo,
la riforma della Rai non potrà che peggiorare le cose. Renzi ha già impropriamente politicizzato tutto il percorso della riforma, il dibattito parlamentare è stato gestito in modo autoritario. In teoria quando si scrivono le regole del gioco il cittadini dovrebbero poter votare slegati da considerazioni sul governo, in pratica non sarà così. Il gioco è chiaro: se dovesse andargli male, Renzi punterà alle elezioni anticipate con un messaggio del tipo: o partito democratico o morte, o me o i populisti.

La strategia è evidentemente questa. Il ballottaggio serve a chiedere una scelta tra il Pd e Grillo, al limite Salvini. E se fosse un calcolo sbagliato? L’Italia non è la Francia, «spirito Repubblicano» da far scattare ne abbiamo poco.
Può essere un calcolo sbagliato. l’Italia non è la Francia per almeno due ragioni. Il Movimento
5 Stelle non fa paura come il neofascismo del Front National. E la mossa dei candidati socialisti in favore di quelli di Sarkozy è stata seguita perché lì la dialettica politica restava aperta. Da noi al contrario si rischierebbe l’investitura solitaria, rinunciare significherebbe consegnarsi pienamente a Renzi. L’appello al voto utile non credo funzionerà anche perché l’Italia non solo non è la Francia, ma non è più neanche l’Italia di qualche anno fa. Renzi non può chiedere il voto a chi quotidianamente delegittima, negando il diritto di cittadinanza alle posizioni critiche. Infatti si comincia a sentire che il vero voto utile, quello che può servire a mantenere aperta la situazione italiana, può essere quello al Movimento 5 Stelle. Sono ragionamenti non assenti dall’attuale dibattito a sinistra, mi pare un fatto notevole.

Sulle riforme costituzionali la sinistra spagnola va all’attacco, Podemos ha cinque proposte puntuali. Perché in Italia siamo costretti a sperare che non cambi nulla?
Proposte ne abbiamo fatte per uscire dal bicameralismo in maniera avanzata, per favorire la rappresentanza e la partecipazione, non escludendo la stabilità. Sono state scartate, nemmeno discusse. Alcuni di noi avevano denunciato il rischio autoritario della riforma costituzionale, siamo stati criticati, poi abbiamo cominciato a leggere di rischi plebiscitari, «democratura» e via dicendo. Troppo tardi, ormai lo stile di governo di Renzi è già un’anticipazione di quello che sarà il sistema con le nuove regole costituzionali e la nuova legge elettorale. Il parlamento è già stato messo da parte, addomesticato o ignorato, com’è accaduto sul Jobs act per le proposte della commissione della camera sul controllo a distanza dei lavoratori. Lo stesso sta avvenendo sulle intercettazioni.

Dobbiamo considerare un’anticipazione anche il modo in cui è stata gestita l’elezione dei giudici costituzionali?
È stata data un’immagine della Consulta come luogo ormai investito dalla lottizzazione, cosa che ha sempre detto Berlusconi. Un altro posto dove viene rappresentata la politica partitica, più che un’istituzione di garanzia. Lo considero un lascito grave della vicenda. La Corte dovrà prendere decisioni fondamentali, mi auguro che le persone che sono state scelte si liberino di quest’ombra, hanno le qualità per farlo.

L’altra istituzione di garanzia che finisce nell’ombra di fronte a questo stile di governo è il presidente della Repubblica.
Sulle banche il presidente Mattarella ha giocato un ruolo attivo. Le sue mosse possono essere considerate irrituali, ma di fronte al rischio per la tenuta del sistema bancario e per il rapporto tra cittadini e istituzioni ha fatto bene a intervenire. Stiamo scivolando verso una democrazia scarnificata, rinunciamo pezzo a pezzo agli elementi sostanziali — la rappresentatività, i diritti sociali e individuali — in cambio del mantenimento di quelli formali — il voto, la produzione legislativa. La situazione è grave ma le conclusioni un po’ affrettate per il momento me le risparmierei. Se questo orientamento proseguirà non credo che il presidente della Repubblica distoglierà il suo sguardo.

L’Italia e la legalità

2 Gen


Con tutto il rispetto, signor Presidente, a tutto questo dovrebbe pensare il Governo e il Parlamento. Temo che Lei dovrà vigilare: non li vedo molto attenti.

Dal discorso di fine anno del Presidente Mattarella.

“Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità per il valore della legalità.

Soprattutto i più giovani esprimono il loro rifiuto per comportamenti contrari alla legge perché capiscono che malaffare e corruzione negano diritti, indeboliscono la libertà e rubano il loro futuro.
Contro le mafie stiamo conducendo una lotta senza esitazioni, e va espressa riconoscenza ai magistrati e alle forze dell’ordine che ottengono risultati molto importanti.
Vi è, poi, l’illegalità di chi corrompe e di chi si fa corrompere.

Di chi ruba, di chi inquina, di chi sfrutta, di chi in nome del profitto calpesta i diritti più elementari, come accade purtroppo spesso dove si trascura la sicurezza e la salute dei lavoratori.

La quasi totalità dei nostri concittadini crede nell’onestà. Pretende correttezza.

La esige da chi governa, ad ogni livello; e chiede trasparenza e sobrietà. Chiede rispetto dei diritti e dei doveri.

Sono numerosi gli esempi di chi reagisce contro la corruzione, di chi si ribella di fronte alla prepotenza e all’arbitrio.

Rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme ma una realtà viva di principi e valori.

Tengo a ribadirlo all’inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant’anni della Repubblica.

Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica.

Cosa vuol dire questo per i cittadini? Vuol dire anzitutto farne vivere i principi nella vita quotidiana sociale e civile.”

Le parole chiave nel discorso del Presidente

3 Feb

Sono davvero molto grato a Repubblica per questa immagine. L’evidenza di alcune parole, ripetute più volte nel discorso di Mattarella, dà un particolare senso a quello che sarà il suo settennato.
Buon lavoro, Presidente. L’Italia per bene, quella che lavora e paga le tasse, quella che soffre e resiste, che ama la Costituzione e i suoi princìpi, si aspetta molto da lei.Nuvola Mattarella

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