Il razzismo e gli stronzi.

4 Nov

Il post di Arianna Ciccone che riporto più sotto non ha bisogno di commenti, ma solo di essere condiviso. Perché entra così semplicemente nelle coscienze (di chi ce l’ha, ovviamente) da far apparire normale quello che invece è apparso così straordinario da meritare titoli e interviste.

É vero: c’è – parafrasando Hannah Arendt – una “banalità del bene” che oggi va difesa e raccontata perché è diventato vitale e indispensabile reagire, sempre, alla rozzezza del razzismo e dello squadrismo strisciante che tenta di forzare e sovvertire i principi fondamentali dell’essere umani, della solidarietà, della convivenza, del vivere civile, tutti quelli così splendidamente enunciati nella nostra Costituzione. Grazie Arianna. La viralità del bene e del giusto. Il video della signora Maria Rosaria, che dice al razzista gonfio di rabbia “Tu non si razzist’ tu si strunz”, è la necessaria dimostrazione dell’importanza di ciò che è buono e giusto. Ed è fondamentale la sua viralità: il bene va raccontato, condiviso, esaltato, celebrato. Prendere posizione, mettersi al fianco del più fragile, fargli da scudo. La bellezza della reazione di quella donna sta nella sua fierezza, nella naturalezza con cui decide di prendere posizione, di contrastare una furia incomprensibile contro altri esseri umani per il colore della loro pelle. Gli altri intorno a lei, spiega poi la signora, erano vigili, attenti, sembravano pronti ad intervenire nel caso le cose degenerassero. Bella e commovente la scena raccontata dell’altro uomo, non italiano, un muratore pare, che in silenzio scorta poi la signora fino all’uscita del treno. Il circolo virtuoso ha reso merito a tutta questa bellezza: il video diventa virale sui social, a questo punto arriva la copertura mediatica che a sua volta rilancia e potenzia la viralità sui social. E c’è un protagonista non visto ma altrettanto cruciale in tutta questa storia: chi ha girato il video con il suo cellulare e lo ha poi postato sui social. In quel momento ha intuito l’importanza della scena, l’importanza di documentare, condividere e far conoscere la “normalità” di quella signora e delle sue parole. È successa la stessa cosa su un volo Ryanair qualche settimana fa: un uomo bianco di un certa età comincia ad inveire contro una anziana signora nera seduta accanto a lui: “vacca nera” e giù insulti orrendi. Un ragazzo interviene “stop it”, “smettila”, “basta”, “non puoi fare questo”. A quel punto arriva uno steward e la signora cambia posto. La viralità dei social e l’indignazione per quella scena costringono la società dopo due giorni a chiarire: non eravamo consapevoli di quelle parole razziste, pensavamo ad un litigio, abbiamo visto il video e deciso di denunciare il fatto alla polizia. La viralità di quel video costringe l’uomo bianco responsabile dei violenti insulti a scusarsi pubblicamente. Il ragazzo che ha girato il video spiegherà: in quel momento dovevo decidere se intervenire o girare il video. Ho deciso di girare il video perché così potevo contribuire a far cambiare le cose, denunciando con quelle immagini cosa era successo. Maria Rosaria, la persona che ha girato il video rendendola “una storia da raccontare”, il muratore immigrato che fa da scorta, le persone che sui social hanno condiviso, i media che hanno coperto la storia: tutti loro hanno contribuito alla viralità del bene e del giusto. Ognuno per la sua parte. C’è un ultimo tassello che vale la pena raccontare: Umberto de Gregorio, presidente di Eav, l’azienda trasporti della Circumvesuviana, ha telefonato a Maria Rosaria per consegnarle il premio “cittadina coraggiosa” e un mazzo di fiori. Il video è stato trasmesso alla polizia per valutare eventuali reati. Ma il presidente fa una cosa in più, inaspettata e straordinaria: invita anche quel ragazzo ad andare a trovarlo. “Vorrei spiegargli che così non aiuta la convivenza, vorrei anche che si confrontasse con quella signora, così capirebbe che il richiamo che ha subìto è condiviso da tutte le persone aperte intellettualmente”. Questo fa il bene: scommette sul bene.  _____________________________ Qui il video dell’intervista di Repubblica alla signora protagonista dell’episodio. 
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Una sinistra senza sinistra.

25 Set

Non troverete questo libro nella vostra solita libreria. Se vorrete leggerlo dovrete cercarlo sulle bancarelle di libri usati, oppure nei siti specializzati. Eppure è un libro che davandrebbe apprezzato per la forza ideale che esprime ed è anche profetico, a partire dal titolo: infatti  fu pubblicato nel 2008, all’indomani della nascita del Partito democratico. Nacque dal diffuso disagio che spiriti più sensibili e intelligenze più attente avevano percepito con un così grande anticipo: cinquanta intellettuali di varia ispirazione e competenze accettarono di misurarsi con i nodi cruciali di una realtà che, già allora, appariva da tempo in crisi. Già dieci anni fa i vecchi valori apparivano appannati, se non addirittura archiviati, dimenticati, scomparsi, mentre apparivano  ancora indefiniti quelli nuovi. Quella situazione fu analizzata in prospettiva da costituzionalisti, urbanisti, filosofi, sociologi, giuristi, operatori sociali, esponenti della società civile, politologi, economisti. Una summa del pensiero della sinistra attraversata da un comune sentimento di rabbia impotente per quello che avrebbe potuto essere e non era stato, e purtuttavia era ancora possibile fare. Ma non fu fatto.

Il libro nacque come un instant book da un’idea della Feltrinelli all’indomani delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008. Leggete la nota editoriale in basso, è un po’ una  prefazione: è stupefacente come, nel comune sentire espresso nei testi si anticipi il malessere trasformato  oggi nella tragicommedia impersonata dal governo e che tutti i giorni ritroviamo nell’azione dei suoi esponenti, nelle loro esitazioni, nelle contraddizioni, nel rimangiarsi quanto detto solo un’ora prima, in certe dichiarazioni che potrebbero anche essere divertenti se non contenessero tutti gli elementi che lasciano presagire un fosco futuro per il Paese.

La mia maggiore amarezza è rappresentata dal fatto che nessuno dei dirigenti del Pd che si sono succeduti in questi dieci anni ha mai avuto (e se così non è stato fu nascosto  molto davbene) un atteggiamento che lasciasse percepire la stessa preoccupazione, nessuno che si sia davvero impegnato per invertire la rotta, per instillare nuovi entusiasmi nel popolo della sinistra, per risalire la china. E quindi nessuno ha alibi da sventolare: era già evidente che l’Italia pareva avviata verso un degrado istituzionale e morale, che nel Pd il taglio brutale con il proprio patrimonio di ideali e  la contemporanea assenza di nuove elaborazioni culturali avrebbero condotto a un “indistinto, incolore, incolto“,  come dice Pasquino.

Nella sua recensione su Repubblica Simonetta Fiori scriveva: “In questa furia autolesionistica, sembra quasi fatale la subalternità agli slogan populisti della destra. Un cedimento denunciato dagli studiosi in terreni diversi, dalla sicurezza ai flussi migratori, dalla famiglia alla fecondazione artificiale, dalla teoria della città alla giustizia, fino all’uso pubblico della storia.” Sappiamo come è andata a finire: l’abbandono dell’elettorato del Pd assomiglia ad una diserzione di massa, come capita agli eserciti sconfitti, e la cui sintesi è la vignetta di Altan.

Eppure. Eppure non mi rassegno. Come dice il sottotitolo del libro, dobbiamo proporci, tutti,  “idee plurali per uscire dall’angolo“. Dobbiamo farlo.

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Urgente: un vaccino contro la stupidità

11 Ago

Tra le innumerevoli testimonianze e dichiarazioni di medici, specialisti, ricercatori in favore dell’obbligo di vaccinazione trovo particolarmente significativa questa lettera della dottoressa Silvia Braccini pubblicata su Vanity Fair.
Indirettamente è la migliore risposta ai vaneggiamenti esternati qui dalla senatrice Taverna  e da tanti come lei. Una lettera che funge un po’ come un vaccino contro la stupidità.
 

«Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini.

Ha reso questo Paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni. E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.

I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro. Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?

Proibiamo tutte le chirurgie.
Proibiamo il vaccino anti Hpv contro i tumori della cervice uterina.
Proibiamo le coronarografie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.
Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebrali.
Proibiamo le trasfusioni.
Proibiamo gli antibiotici.
Spegniamo la luce, torniamo nel Medioevo.

Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.
La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una «politica» che riduce a voti politici e a tweet la scienza.

Mi vergogno, onorevole.
Mi vergogno profondamente.
Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente a parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono sei anni di università, uno di abilitazione statale e cinque di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante. Per fare il suo lavoro da Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. E questo non è giusto. Perché voi per un voto condannate il nostro Paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere. Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza. È un mondo ingiusto il nostro, Senatrice. È un paese ingiusto il nostro. Ma soprattutto è ingiusto che chi come lei, accompagnata da cattivi consigli e ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. Lei non lo farà. Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro, non li vedrete. E quando sarà il momento, darete la colpa a qualcun altro.

Dorma bene Senatrice, stanotte.
Dorma bene Senatrice, sempre.
Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza.
Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più e di cui mi vergogno.

Dorma bene, Senatrice.
E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo».

Silvia Braccini, un medico

 

Rispetto per il Capo dello Stato

30 Mag

Nel susseguirsi di reazioni più o meno sguaiate e di più o meno dotte elucubrazioni nella vicenda che sta dilaniando l’Italia in questi giorni, pare a me che sia mancato un elemento fondante della democrazia: il rispetto.
È mancato, peraltro, nei confronti della massima istituzione dello Stato, la Presidenza della Repubblica, accusata di aver perfidamente manovrato per far fallire la proposta di governo presentatagli : quando invece è compito precipuo del Presidente assicurare una guida al Paese nel rispetto dei principi costituzionali, di cui egli è garante verso tutti gli italiani.
Mi è venuto in mente, allora, di rinfrescare un po’ la memoria, andando a vedere come intendessero il ruolo del Presidente i Padri costituenti e come fossero pervenuti alla stesura del primo comma dell’art. 87 della Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

“Rappresenta l’unità nazionale”: vi par poco? Il Presidente non ha un colore politico, non è e non può essere di parte, costituisce il punto supremo di riferimento. E come si arrivò a questa splendida sintesi?

Nei lavori preparatori della Commissione dei 75, incaricata nel 1946 di redigere il testo della Costituzione, il Presidente Meuccio Ruini così descriveva il ruolo del Capo dello Stato: 


“…sta, ad ogni modo, che nel nostro progetto il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze. E il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore dì attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale…il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano; ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria.”

Una “missione di equilibrio e coordinamento“. Capito? 
Ora, se nella politica italiana ancora esistesse un senso della misura, il senso del dovere, in una parola il rispetto,  i massimi esponenti dei partiti che oggi si agitano scompostamente si sarebbero ben guardati dall’avanzare dubbi, esternare sospetti, proporre  perfino la messa in stato d’accusa del Presidente.
Invece è notte fonda. Nulla pare esser cambiato dai tempi di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

 

Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

De Masi su Il Manifesto: il giorno più nero della sinistra

14 Mag

Su il Manifesto dell’11 maggio è uscita questa intervista di Daniela Preziosi a Domenico De Masi. Condivido e la pubblico integralmente.
N.B. Il neretto nelle risposte è mio.
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L’altolà del sociologo: «La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»

«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”». Domenico De Masi sorride, ma è serio. Sociologo del lavoro, è stato uno degli studiosi più ’aperturisti’ verso i 5 stelle, per i quali ha condotto anche una ricerca. Oggi però la musica cambia, spiega. Virano a destra. «Marx distingueva la classe in sé e la classe per sé. I 5 stelle hanno una doppia composizione, sociologicamente omogenea ma ideologicamente molto divisa. La loro base sociale è stata analizzata dall’Istituto Cattaneo: il 45 per cento è di di sinistra, il 25 di destra, il 30 fluttuante. Ha votato per loro il 37 per cento degli insegnanti, il 37 degli operai, il 38 dei disoccupati e il 41 dei dipendenti della pubblica amministrazione. Li ha votati un iscritto della Cgil su tre e 2milioni di ex elettori del Pd».

Insomma una base sociale di sinistra.

Attenzione a quello che dice Marx. Era la base della sinistra a cui però i partiti pedagogicamente insegnavano ad avere una coscienza di sinistra, un’anima e una coscienza di sinistra. Ma ora i partiti la pedagogia non la fanno più. I 5 stelle hanno la base più vicina a quella che aveva il Pci di Berlinguer. Ma manca Berlinguer. E Gramsci.

C’è Renzi.

Se il Pd avesse accettato il governo con loro gli sarebbe stato facile riconquistare la propria base. Oggi Salvini può fare l’opposto: attrarre gli elettori di destra dei 5 stelle. Nel 2013 la base sociale del Pd era ancora simile. L’operazione di Renzi è stata quella di cambiare la base sociale del suo partito. Un’operazione riuscita, ma suicida.

Ma se ci sono tutti questi elettori di sinistra nei 5 stelle, perché si sono rivoltati all’idea di accordo con il Pd?

Non si sono rivoltati loro, si sono rivoltati quegli altri.

Adesso questi elettori come reagiranno all’accordo con la Lega?

Ora questo gruppo è sconcertato, sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione. Non credo che M5S abbia la forza di traghettarli a destra. Questi due milioni di voti sono usciti dal Pd da sinistra del Pd. Ora sono in libera uscita. Ma non c’è una sinistra in cui rientrare.

Può succedere invece che il governo giallo-verde faccia dei provvedimenti popolari, come investire soldi sulle pensioni. La sinistra sarebbe costretta ad apprezzare.

Il problema sono i soldi.Le priorità di Salvini e quelle di Di Maio sono diverse. A Di Maio al sud serve un generoso reddito di cittadinanza. Salvini sarà disposto a una via di mezzo. Ma di una cosa sono certo: prima faranno provvedimenti a costo zero ma altamente simbolici. Liberalizzeranno il porto d’armi per la legittima difesa, un provvedimento che violenta la cultura italiana. Aumenteranno i controlli sugli immigrati, ridurranno gli aiuti ai richiedenti asilo, che già oggi stanno in campi di concentramento orribili. Insomma con cose così rischiano di modificare la nostra struttura antropologica.

Crede che non troveranno le risorse per cambiare la legge Fornero?

Potrebbe essere che fanno un ritocco alla legge ma nel frattempo cambiano tutti i quadri Rai, e questo piccolo ritocco diventa una grande conquista.

C’è stata una luna di miele fra 5Stelle e sinistra radicale. Anche lei ha dato loro molto credito. Sebbene non poche cose, per esempio l’uso della piattaforma Rousseau consigliavano prudenza. Ora lei ha cambiato idea?

Faccio una premessa. Sono stato a Ivrea, invitato da loro (alla kermesse in ricordo di Gianroberto Casaleggio, ndr). In quell’occasione ho potuto capire bene questa piattaforma, che mi hanno fatto studiare per due giorni. La piattaforma ha otto filoni e uno di questo, per esempio, serve ai consiglieri comunali come formazione e-learning per sapere, di un dato argomento, quali leggi esistono a che punto sono gli altri comuni eccetera. Una cosa da pionieri che tutti gli copieranno presto. Comunque il grande elettore dei 5 stelle è stato Renzi, e lo dico io che avevo nel Pd il mio partito di riferimento. Liberisti non siamo, e invece ci siamo ritrovati un Pd neoliberista. Un Pd che ha maltrattato per esempio gran parte del costituzionalismo italiano. Il mio contatto con i 5 stelle è stato di natura professionale, ma comunque mi consentiva di intrufolarmi in questo movimento: un sociologo non può non essere intrigato da un fenomeno così. Ho visto che nel M5S c’è un’anima di sinistra e una di destra. Di qui il tentativo di aiutare, nel mio piccolo, quest’incontro fra 5 stelle e Pd. Poteva nascere la più bella socialdemocrazia del Mediterraneo, una colonizzazione intellettuale dei 5 stelle. Oppure si può creare il governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana e quello più a destra della Ue. In due anni Salvini si mangerà i 5 stelle.

Lei crede che si apra un ciclo lungo della destra?

Ma certo. Intanto è un governo che avrà un sacco di aiuti. Parliamoci chiaro: a tifare Lega-5 stelle sono stati quasi tutti, il Corriere, Repubblica, la Confindustria diceva «fate presto», le centrali mediatiche hanno dato ordine alle tv di dire che comunque ci voleva subito un governo, e cioè quel governo, visto che il Pd era indisponibile.

Qual è il destino dei 5 stelle dopo questa svolta?

La Lega se li mangerà. Gli elettori più a destra passeranno con Salvini. Quelli di sinistra tenderanno alla fuga. Da oggi serve un’opposizione militante. Lo dico chiaro, nessuno pensi neanche lontanamente che voglio una delle duecento cariche che ora verranno distribuite da loro. No, serve un’opposizione vera. Ma senza riferimenti è impossibile. Poco fa ero in una trasmissione. In una giornata come questa, il giorno più nero della sinistra, mentre nasce il governo più a destra d’Europa, l’esponente del Pd e quello di Mdp che facevano? Litigavano fra loro.

 

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Parlamentari con doppio incarico: tutto normale?

29 Apr

Nient’affatto: lo affermano il buon senso, la legge e lo descrive dettagliatamente un rapporto della sempre più benemerita Openpolis. Qui di seguito se ne può leggere la sintesi, mentre il report completo di nomi e dati è qui.

Quale efficienza, infatti, può garantire un parlamentare che sia anche solo consigliere comunale? Dovrà decidere a quale dei due incarichi dare la priorità – sacrificando l’altro – senza dimenticare che per tutti esiste (legge elettorale a parte: dovrei dire “dovrebbe esistere”) l’impegno a tenere rapporti costanti ed effettivi con l’elettorato.

Ma questo non è altro che l’ennesimo aspetto di una politica che ha perso il senso del dovere e tiene in minimo conto il valore del compito che i parlamentari sono chiamati ad assolvere. È sempre la questione morale, sempre più ignorata.

Lo dico ancora una volta e sempre più deluso (ma mai rassegnato): l’antipolitica non è un sentimento che nasce immotivatamente tra i cittadini. È nata ed è alimentata dalla cattiva politica  messa in atto con una frequenza e un disinteresse allarmanti per un paese civile.

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Camera dei Deputati.
Foto di RomaSegreta.it

 

Il caricometro della XVIII legislatura  

Oltre 150 parlamentari svolgono incarichi politici sul territorio. Tra iter per risolvere le incompatibilità troppo lenti, e incarichi compatibili che fanno discutere.

Il nuovo parlamento si è insediato da oltre un mese.

Deputati e senatori sono ormai nel pieno delle loro funzioni, anche se in attesa del governo molti organi parlamentari si devono ancora costituire.

Fuori dal parlamento però molti di essi già ricoprono altri ruoli politici. Con il report “Caricometro – XVIII legislatura” abbiamo analizzato i dati di questo fenomeno. Quanti neo deputati e neo senatori hanno incarichi in consigli e giunte comunali e regionali?

Per rispondere a questa domanda è stato svolto un accurato censimento degli incarichi politici in Italia. Un lavoro di monitoraggio che openpolis porta avanti sistematicamente da anni con la piattaforma openpolitici. È giusto ricordare che nessuna istituzione ha in piedi un censimento di questo tipo, in quanto la principale fonte pubblica in materia, l’anagrafe degli eletti del ministero dell’interno, non include gli eletti nel parlamento italiano e in quello europeo.

155 parlamentari svolgono al momento anche un incarico politico a livello comunale o regionale.

In totale sono 155 i parlamentari (108 deputati e 47 senatori) che al momento hanno anche altri incarichi politici, cioè il 16,42% dell’aula. Un dato che varia notevolmente a seconda della lista di elezione. Su 183 seggi assegnati alla Lega, ben 86 sono occupati da parlamentari che hanno anche altri incarichi politici sul territorio. Con questa percentuale (il 46,99% degli eletti) la Lega è di gran lunga la lista con la quota più alta, quasi tre volte la media del parlamento. A seguire gli eletti con Fratelli d’Italia (30,61%), di Liberi e uguali (22,22%) e di Forza Italia (21,12%). Molto più distanti invece gli altri principali partiti come Partito democratico (7,78%) e soprattutto il Movimento 5 stelle (0,59%).

 DA SAPERE

Sono stati considerati tutti gli incarichi elettivi a livello comunale, regionale ed europeo.

FONTE: openpolitici

Il 55% dei doppi incarichi analizzati sono svolti in consigli comunali, di gran lunga la tipologia più ricorrente. A seguire troviamo gli assessori comunali (18%) e i sindaci di comuni con meno di 15.000 abitanti (17%). Tre tipologie di incarichi che sono compatibili con il mandato parlamentare a cui bisogna aggiungerne altre 4 che invece non lo sono, e che sono presenti nella neo-nata XVIII legislatura: sindaci di comuni con oltre 15.000 abitanti, consiglieri regionali, assessori regionali e presidenti di regione.

Quali incarichi sono incompatibili

Nel nostro sistema legislativo il mandato parlamentare è incompatibile con una serie di incarichi. Oltre a non poter svolgere l’incarico di presidente della repubblica (art. 84 della costituzione italiana), deputati e senatori non possono essere né membri del consiglio superiore della magistratura (art. 104), né della corte costituzionale. In aggiunta l’articolo 122 della nostra carta costitutiva stabilisce l’impossibilità per i membri del parlamento di essere allo stesso tempo deputati al parlamento europeo e membri di giunte o consigli regionali. Recentemente la legge 56 del 2014 ha fatto chiarezza sul tema dei sindaci. Come specificato dal manuale elettorale della camera dei deputati pubblicato a gennaio del 2018, la soglia dei comuni interessati, originariamente fissata a 5.000 abitanti, è stata inalzata. Quindi le cariche di deputato e senatore sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore a 15.000 abitanti. Sono invece ineleggibili i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Tra iter lenti e abusi di regolamento

L’organo predisposto all’accertamento delle incompatibilità per i parlamentari è la giunta per le elezioni, a cui spetta il compito di procedere alla verifica dei titoli di ammissione dei parlamentari ed alla valutazione delle cause sopraggiunte di ineleggibilità o di incompatibilità. Se la giunta certifica la presenza di cariche incompatibili, viene dato al parlamentare un termine entro il quale scegliere quale mandato portare avanti. La giunta per le elezioni svolge quindi un ruolo fondamentale nel contestare la legittimità di portare avanti più incarichi contemporaneamente, ed è l’organo che, nei casi contestati, decide in via definitiva cosa deve avvenire.

Finché non viene costituita la giunta delle elezioni, nessun organo parlamentare può dichiarare l’incompatibilità di alcuni deputati e senatori.

Un iter che a volte, soprattutto in un momento di stallo istituzionale come l’attuale, può essere particolarmente lungo e complesso: con l’attuale mancanza di una giunta per le elezioni, per esempio, non è stata avviata la verifica dei requisiti per la convalida dei nuovi parlamentari e, di conseguenza, non sono ancora stati contestati eventuali doppi incarichi non leciti. Nei casi di incompatibilità costituzionale però, possiamo già parlare di un abuso del regolamento per mantenere il doppio incarico il più a lungo possibile. Situazione nota è quella del governatore della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso (Pd), che ha più volte sottolineato la sua volontà di mantenere la carica di presidente di giunta finché il regolamento glielo consente.

 DA SAPERE

Sono stati considerati i 76 parlamentari che prima di essere eletti ricoprivano, o ricoprono ancora, un ruolo incompatibile con il mandato parlamentare.

FONTE: openpolis


Lecito ma da monitorare

Oltre a ciò che la legge non permette di fare, abbiamo dato uno sguardo agli incarichi politici che è possibile mantenere durante il mandato parlamentare. Qualsiasi consigliere comunale, nonché assessore, può proseguire il suo incarico anche una volta eletto in parlamento. Una possibilità che però solleva due questioni non da poco. La prima è che non tutti i comuni hanno lo stesso peso. È chiaro che fare l’assessore in un comune capoluogo di regione, non è la stessa cosa che farlo in un comune con meno di 15.000 abitanti. Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione.

Anche se compatibili, svolgere alcuni incarichi politici contemporaneamente non sembra essere fattibile e soprattutto opportuno.

Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione. Le opportunità politiche che si hanno nello svolgere due mandati del genere allo stesso momento sono enormi: si può parlare di conflitto di interessi quando un’assessore comunale di Roma, per fare un esempio, è anche parlamentare? E ancora: un consigliere al comune di Milano come Matteo Salvini, quanto riesce a seguire i lavori essendo stato contemporaneamente prima parlamentare europeo e ora senatore?

 

Da un incarico all’altro

La tendenza ad accumulare incarichi ha un’altra degenerazione: il passare da un ruolo all’altro senza completare il proprio mandato politico. Come ci sono stati parlamentari europei che sono entrati alla camera o al senato lasciando il seggio a Bruxelles anzitempo, così alcuni neo eletti sono già candidati altrove. È il caso per esempio di Massimiliano Fedriga, rieletto per la terza volta alla camera con la Lega, e candidato governatore del centrodestra per le elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia.

 

Bella Ciao. È sempre 25 aprile e in tutto il mondo

25 Apr

 

Grazie, mondo.

 

E grazie, Francia.

 

N.B. Post aggiornato.

Galleria

Caduti dall’amaca

22 Apr

Per mia fortuna (ma forse anche colpevolmente: è sempre buona cosa ascoltare chi non la pensa come te) ho smesso di leggere Serra da molto tempo. Lo dico con rammarico, perché per tanti anni è stata la mia voce e la mia penna. Eppure qualcosa è cambiato in lui e Anna Mallamo (che ringrazio ancora una volta) lo ha come sempre magistralmente illustrato in questo post che ripubblico con molto piacere.

manginobrioches

Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale…

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Dalla storia di Ahed alle radici del conflitto tra palestinesi e Israele.

11 Apr

AGGIORNAMENTO 1.
Secondo TPINews, i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano sono ad oggi saliti a 35. I feriti ammontano a 4.279.

AGGIORNAMENTO 2.
Da Repubblica del 21.4 .2018: 
La follia lungo il confine di Gaza di Roger Cohen dal New York Times.
   Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: «occhio per ciglio», come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
   Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco.
   Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. E importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per «l’accordo definitivo» e vede luccicare la Corea del Nord.
   Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: «Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’98, replica: “È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci». È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
   Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni (Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
   Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da ll anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
   I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
   I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’96 ha dichiarato: «Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?»

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Un conflitto mai dichiarato e sproporzionato, osservando le forze in campo – un esercito ben armato e addestrato contro cittadini inermi – che dalla sua origine ha condotto negli anni all’esasperazione degli  scontri fino alla nascita di Hamas, considerata da alcuni Paesi (ma non da altri) un’organizzazione terroristica.

Il caso di Ahed Tamimi, una giovane di 16 anni che affronta e schiaffeggia i soldati che si sono piazzati davanti all’ingresso di casa sua, è raccontato da Valigia blu con dovizia di particolari e la consueta precisione.
È un caso emblematico dell’arroganza con cui Tsahal, l’esercito israeliano, si comporta nel contatto con la popolazione palestinese. Ma è soprattutto la sublimazione di oltre sessant’anni di storia in questa parte del Medio Oriente: dalla nascita dello stato di Israele alla progressiva emarginazione dei palestinesi, dall’appropriazione forzata dei loro territori fino alla Marcia del ritorno di questi giorni che ha provocato finora più di venti morti e migliaia di feriti tra i dimostranti. Marcia che, nonostante le dichiarazioni di Israele è solo una dimostrazione, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz in un articolo riportato da Internazionale, cui si risponde con feroce cinismo uccidendo e ferendo civili disarmati (ne è prova il video pubblicato da TPInews):

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole. (Haaretz)

L’articolo di Valigia blu ripercorre tutta la storia del conflitto israelo-palestinese partendo da quello che è successo a Nabi Saleh, il villaggio dove Ahed vive con la sua famiglia, che rappresenta la sintesi di questi anni.

Sintesi che a sua volta costituisce un atto d’accusa verso la comunità internazionale che da decenni assiste senza intervenire, senza provare a limitare l’arrogante espansione di Israele a spese dei palestinesi, senza tentare di trovare soluzioni che pongano fine alla tragedia di questa storia.

rpt

 

 

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