Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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Una confessione.

28 Gen

Scrivere mi è sempre piaciuto. Dar forma a un pensiero, descrivere uno stato d’animo, raccontare un’esperienza. Perfino nel lavoro, nella corrispondenza come nei documenti ufficiali, ho sempre cercato – per quanto possibile – di dare un’impronta diversa che donasse ai destinatari qualcosa in più, che gli facesse percepire attraverso quelle righe il calore di un dialogo.

E quando, come si diceva una volta,  mi sono ritirato a vita privata, improvvisamente mi è mancata l’opportunità quotidiana di scrivere. Non me ne sono accorto subito, però. Ogni tanto si affacciava la noia, anche se non è che stessi senza far niente: avevo ripreso a leggere come un tempo, visitavo musei e mostre,  frequentavo gruppi di discussione e associazioni di volontariato. Le giornate si riempivano, ma spesso restava la sensazione di aver occupato il tempo in modo artificioso. Ci ho messo un po’ per capire a cosa era dovuto quel vago e inspiegabile senso di privazione che si affacciava di tanto in tanto durante le mie giornate, che nonostante tutto intanto si stavano misteriosamente facendo più lunghe.

Un primo tentativo di accorciarle è stato rappresentato da facebook. Ma non mi è bastato, non poteva bastare. Ed ecco che ho aperto questo blog che va avanti, con alterne fortune, da ormai sei anni. Ma anche questo, alla lunga, si è dimostrato un banale palliativo, come un placebo. Poi un giorno, rimettendo a posto delle carte trovate in fondo a un cassetto chiuso da secoli, mi è capitato tra le mani una vecchia agenda che mi ricordava qualcosa. L’ho aperta ed è tornata alla luce una miniera dimenticata. Per diverso tempo, molti ma molti anni fa, in quell’agenda avevo appuntato pensieri, riflessioni, tentativi di poesie, abbozzi di storie, piccole cronache familiari: uno zibaldone disordinato, scritto con penne o matite diverse, quando capitava.

 È stato così che ho capito di cosa sentivo la mancanza. E subito dopo mi sono chiesto perché non provarci. A scrivere, voglio dire. Senza ambizioni da scrittore vero, ma come un pittore della domenica. Ecco, uno scrittore dilettante. Ed è uscito il primo libro, con un personaggio che mi piaceva fin dall’idea iniziale, il carabiniere Paternò. Un personaggio che un po’ mi assomiglia, per cui la questione morale è dirimente nel senso che prova le mie stesse ansie, si incazza come me per le ingiustizie, spesso antepone i suoi irrinunciabili principi a quel che converrebbe pagandone poi, ovviamente, le conseguenze.

E così, scherzando scherzando, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, ho editato tre storie e un libro di racconti. Tutti autopubblicati: non ho idea di come si avvicini un editore (posto che ne esista uno interessato alle mie cose) e non ho neppure la voglia di cercarlo. Se poi, malauguratamente, l’ipotesi dovesse diventare concreta, ecco che scrivere diventerebbe un impegno, un lavoro, con gli inevitabili corollari, la burocrazia, gli obblighi sociali, eccetera. E io non mi divertirei più.

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Una donna barbaramente assassinata, un suicidio sospetto, una vecchia morta a seguito di un furto maldestro, una rapina di quindici anni prima.  E ancora, le ambizioni smodate della nuova politica, servitori dello Stato corrotti e la criminalità organizzata che cerca di espandersi: tutto sullo sfondo di un nord est che porta ancora le cicatrici degli anni di piombo.
Questi gli elementi – a prima vista senza connessioni tra loro – che  ruotano intorno alla figura del carabiniere Rosaria Paternò: suo malgrado, si troverà coinvolta in una storia apparentemente senza soluzioni, ma con l’aiuto di un tenace e brillante giornalista  riuscirà a dare il suo contributo per far luce su un torbido intrico di vicende.






Puoi comprarlo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/466819/dovrete-essere-forti/



“Elimina Saviano!”

21 Gen

In altri tempi un ministro dell’interno che avesse sentito quel grido si sarebbe quantomeno indignato. Forse avrebbe anche ordinato alle forze dell’ordine di individuare l’imbecille autore per redarguirlo o l’avrebbe addirittura fatto lui di persona. In altri tempi.

Oggi invece il ministro dell’interno sorride e risponde augurando “lunga vita” allo scrittore minacciato dalla criminalità, magari pensando perfino di essere stato magnanimo. È invece uno sciagurato segno dei tempi. Che ha più facce. Da un lato, il popolo becero e incoraggiato a esternare i suoi più bassi istinti, dall’altro un alto esponente delle istituzioni che non fa una piega e avalla, da un altro ancora nessuno, tra gli astanti, che si dissoci dall’infame espressione, e poi nessuno, tra le forze dell’ordine presenti che senta il bisogno di intervenire. Mi viene da pensare che se non ci fosse stata la ferma ed esemplare risposta di Saviano forse l’episodio non avrebbe avuto maggior rilievo. Viene da chiedersi quanto sia lontano il giorno in cui la folla bestialmente eccitata invocherà il linciaggio fisico.

Eppure c’è stato qualcuno che in altri casi ha sentito il bisogno intervenire. L’8 dicembre, a Roma a piazza del Popolo, durante un comizio dello stesso ministro dell’interno. A Propaganda live Diego Bianchi ha mostrato il video di un giovane che quel giorno è stato affrontato da alcuni energumeni (sostenitori del ministro, gorilla, guardaspalle, non è dato sapere. Qui li ho paragonati ai ‘bravi’ del Manzoni) appena ha cominciato a camminare con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo”. Gli sconosciuti lo hanno strattonato e trascinato fino al posto di polizia, dove è stato ovviamente rilasciato.

Mi sia consentito affermare che c’è un parallelo tra i due episodi. E che entrambi indicano una tendenza che si sta facendo preoccupantemente reale: la libertà di pensiero di chi si oppone al potere si riduce rapidamente mentre quella di chi lo sostiene si dilata fino a sopravanzare il lecito e sconfinare nella bestialità del fascismo.

Mala tempora currunt. E il futuro non promette nulla di buono. C’è un eloquente cartello, in un film che ho visto tempo fa, che riporta una frase: “L’ingiustizia deve farti infuriare. Non abbattere.” Ecco il motivo per cui i cittadini che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione devono mobilitarsi, non assistere rassegnati al crecscere della violenza e della prevaricazione.

#facciamorete


Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

La mia cara amica Lidia.

4 Gen

Il 31 dicembre un maledetto incidente ha sottratto – a me come a tanti altri – una persona straordinaria. E sento ora terribilmente la sua mancanza,
sento ora il vuoto che Lidia ha lasciato, mi mancano i suoi consigli, le considerazioni, gli incoraggiamenti, perfino i rari ma affettuosi rimbrotti.
Forse è per questo che solo oggi ho trovato la forza per scrivere queste righe.

Lidia ha rappresentato per me il vero senso dell’amicizia: altruista, disponibile, sorridente, gentile,  sempre pronta a darsi per una causa, che fosse quella della nostra amata città, delle combattenti curde, dei palestinesi, dei migranti. Una persona, come si usa e si abusa dire, ‘solare’, nel senso reale della parola.

C’eravamo scambiati qualche battuta su facebook nella notte precedente: ‘che fai ancora sveglia?’ le avevo scritto e lei aveva risposto con la consueta allegria. L’ultima volta che ci siamo  sentiti le avevo ricordato l’impegno a incontrarci per un gelato da Fassi, le nostre piccole trasgressioni da irrecuperabili golosi, e avevo sentito ancora una volta, l’ultima ma non lo sapevo, la sua risata contagiosa. Le avevo anche anticipato che stavo per scrivere un altro libro. Come in passato, molto generosamente mi aveva anticipato che era impaziente di leggerlo e allora le avevo detto che le avrei dato la prima bozza. Non la leggerà.

Ho deciso allora di dedicarlo a lei: lo so, è ben piccola cosa, ma è il minimo che possa fare per dimostrarle il mio affetto e ringraziarla per l’amicizia che mi ha dato. E poi cambierò il titolo: adotterò una frase che lei sicuramente ci direbbe, se potesse. Qualcosa che ricordi la sua passione civile, il suo coraggio, la tenacia, l’amore per la democrazia, la sua testarda convinzione che le ingiustizie vanno combattute senza risparmiarsi.

Ciao cara Lidia, cara grande donna, cara amica mia.



Aggiornamento.
Ci avresti detto così, credo: “dovrete essere forti.”

Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

Io sto con/NON sto con Fredy

2 Dic

Io sto con Fredy, che ha ucciso il ladro che si era introdotto nel suo negozio, nella sua angoscia per aver spento una giovane vita. Nessuno ha il diritto di farlo. Capisco il suo tormento, e gli sono idealmente vicino.

Io NON sto con Fredy se invece pensa di aver agito per il meglio, che altro non poteva fare, che  ha il supporto e il plauso di chi crede che per difendere la proprietà sia normale uccidere .

Io NON sto con chi dovrebbe tutelare i cittadini, offrirgli sicurezza, assicurargli protezione e al contrario li invita ad armarsi e farsi giustizia da soli, con chi incita – sia pur indirettamente – alla violenza: non sto e non posso stare con  chi invece di lavorare per l’ordine ci conduce  incoscientemente verso la barbarie. Non è il mio ministro dell’Interno e se continua così sarà presto il ministro del Terrore. Non abbiamo futuro, lo Stato non ha futuro, se implicitamente ammette la sua incapacità. Abbiamo diritto al rispetto della giustizia, non vogliamo giustizieri.

#IoNONstoconSalvini

Non mi faccio illusioni

30 Nov

Fatelo vedere a quello stronzo.

Non mi faccio illusioni, ma lasciatemi sperare.

Resistenza. Civile.

29 Nov

Due parole che già da sole vogliono dire molto, moltissimo, per chi ha a cuore la storia del nostro Paese e coscienza dei doveri – che vengono prima dei diritti – di ogni cittadino. Due parole che unite acquistano maggior forza e indicano una strada: quella della Resistenza civile. E mi rincuora che l’ANPI  abbia fatto suo questo principio [“È ora di una straordinaria assunzione di responsabilità. Di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria.” ha detto la Presidente Carla Nespolo] . Perché la Resistenza, quella storica che fu il nostro riscatto agli occhi del mondo, oggi si misura con l’impegno dei cittadini a rispettare e difendere la Costituzione e i principi di umanità e solidarietà cui si ispira.

Chiunque abbia la sensibilità per avvertire quale momento difficile  stiamo vivendo e quali prospettive oscure si stiano delineando non immaginava, io credo, che si potesse arrivare a tanto: non bastava – per esempio –  l’incitamento agli italiani a difendersi da soli, come se non avessimo le forze dell’ordine a proteggerci e non ci fossero solide leggi a tutelarci. Non bastava, secondo la prospettiva muscolare e violenta che hanno assunto gli attuali protagonisti della vita politica nel nostro Paese. Come non bastava l’attacco brutale alla stampa che non plaude supina ad ogni starnuto del potere. Questo lo squallido quadro cui assistiamo oggi, ma non bastava.

Ieri il cosiddetto ‘Decreto sicurezza e immigrazione’ è stato approvato alla Camera: manca ora solo la firma del Capo dello Stato, dopo di che diverrebbe una legge, ma una legge apertamente in violazione della legalità costituzionale. L’art. 10 della nostra Carta recita così:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizionedello straniero per reati politici.”

Quando il decreto fu rinviato alle Camere per la sua discussione, il 4 ottobre scorso, il Presidente Mattarella fu assai sollecito nell’accompagnarlo con una sua lettera al Presidente del Consiglio (1) da cui  traspariva la sua preoccupazione per il rispetto degli “obblighi costituzionali e internazionali dello Stato“. (2) Una preoccupazione di cui non pare il Parlamento abbia voluto tener conto, genuflesso com’è dinanzi a un governo che sta conducendo l’Italia verso un destino che storicamente e culturalmente non ci appartiene. Il diritto d’asilo, l’accoglienza, la protezione dei deboli, il soccorso a chi è in pericolo rappresentano un nostro patrimonio che l’attuale maggioranza parlamentare vorrebbe cancellare con l’aperto ricorso a misure razziste e antidemocratiche.

Se questo governo avesse il coraggio delle sue azioni chiamerebbe le cose col proprio nome: questo è il ‘decreto anti-migranti’: cioè un decreto razzista che non si perita di predisporre misure meschine come la tassa sui trasferimenti di denaro all’estero (che potrà al massimo produrre volumi infimi), ma che allo stesso tempo favorirà lo sviluppo di forme alternative sul filo, se non oltre, della legalità. Che è, molto probabilmente, con la quasi chiusura degli SPRAR (e la persecuzione del sindaco di Riace e delle ONG, non dimentichiamolo) uno degli scopi del decreto: stringere i migranti nella morsa dei divieti, ridurli in condizioni inumane, costringerli a commettere un reato pur di sopravvivere ed avere così mano libera per perseguirli. Ma quanto potrà reggere questa tragica farsa dell’immigrazione come causa del degrado morale, sociale, industriale, economico del nostro Paese? Quando – molto presto – il sipario crollerà miseramente sarà chiaro anche ai più intossicati da questa infame propaganda che era tutto falso, era solo fumo negli occhi per nascondere la pochezza di chi crede di essere profeta e leader, ma non è che “un povero guitto che si agita per la sua ora sul palcoscenico.”

Resistenza civile. Ora e sempre.

(1) Nota del Quirinale
(2) Principi fondamentali della Costituzione (Brocardi) 
Sul piano internazionale, è indispensabile richiamare la Convenzione sullo status dei rifugiati, siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e ratificata dall’Italia con L. 24 luglio 1954, n. 722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia con L. 14 febbraio 1970, n. 95. La partecipazione del nostro Paese ad entrambi gli atti, lo rende destinatario del sistema di garanzia e tutela dei rifugiati in essi contenuto. Sia la Convenzione che il Protocollo sono richiamati nell’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a conferma dell’importanza che il diritto di asilo riveste a livello nazionale, comunitario e internazionale.



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