Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon compleanno, unfilorosso!

16 Apr

Oggi unfilorosso compie sei anni.

In questo periodo ha pubblicato 941 post, quasi uno ogni due giorni.
Ma, guardando all’indietro, la soddisfazione maggiore è rappresentata da chi ha seguito, ha commentato, ha polemizzato. Segno che, per caso o per fortuna, gli argomenti trattati non erano fuor di luogo.

Spero che si continui così.
Intanto, i miei più affettuosi (e interessati) auguri a unfilorosso. 😀

N.B. unfilorosso è quello a sinistra.  🙂

Lo sfregio del pane calpestato e il riscatto di Simone.

5 Apr

Nel nostro immaginario, il pane è da sempre un elemento base dell’esistenza di un individuo, come l’acqua, l’aria. ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’ dice una ben nota preghiera. Quando ho visto le foto della furia bestiale con cui i manifestanti di Torre Maura hanno calpestato quello destinato ai Rom che dovevano essere alloggiati nel quartiere ho avuto un colpo al cuore: ho percepito l’odio quasi solido che trasudava dalla folla verso il ‘diverso’, verso le istituzioni che per anni hanno ignorato le periferie alimentando con le loro incapacità il degrado sociale.

Poi, ieri, è arrivato Simone. Ed è stato come se improvvisamente si accendesse una luce nel buio e la sua voce ha rappresentato il riscatto: “io so’ Torre Maura” ha detto, testimoniando con questa semplice asserzione – ma lo sapevo, aspettavo solo la conferma – che c’è un’altra Italia che ancora crede nella solidarietà, che sostiene i diritti delle minoranze disperate e oppresse, che difende la Costituzione, che la strumentalizzazione della rabbia – legittima – dei dimenticati di Torre Maura ha i suoi responsabili, primo tra tutti un ministro che dovrebbe salvaguardare proprio l’odine pubblico, anziché alimentare I peggiori istinti della folla, un ministro che in questa occasione, tacendo colpevolmente, si è reso complice di chi ha insultato il pane e si è dimostrato indegno del suo ruolo.

Grazie Simone, I tuoi quindici anni sono più di una speranza per questo povero Paese. Sei la Repubblica democratica, solidale, accogliente, che vogliamo. Ascoltatelo e tornate ad ascoltarlo, Simone è tutti noi.

 

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Il Medioevo avanza, grazie al Word Family Congress di Verona

13 Mar

The Vision informa che “in seguito alla diffusione di un’Ansa in cui si annunciava il ritiro del logo della Presidenza del Consiglio al World Congress of Families , [in programma dal 29 al 31 marzo Verona] è arrivata la smentita da parte della stessa istituzione. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha però specificato di aver richiesto “un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

È una questione che definire preoccupante è ancora poco: com’è possibile, chiede Giuseppe Francaviglia autore dell’articolo [che riporto integralmente di seguito] “che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?”

Eppure tutto lascia intendere che la furia integralista dei talebani di casa nostra, capeggiati dal ministro leghista per la Famiglia (!) Lorenzo Fontana, stia manovrando per ottenere addirittura il patrocinio della Presidenza del Consiglio e appare evidente l’imbarazzo dell’istituzione. 

Stiamo a vedere, ma è un altro segno della retromarcia sociale e umana che – con la scusa di non si sa bene quali principi ideali – qualcuno vorrebbe innestare.
Questo che segue è l’articolo integrale di The Vision, che ringrazio.

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Aggiornamento del 12 marzo 2019, ore 17.38

L’ufficio stampa di Palazzo Chigi, nella persona di Massimo Prestia, ha comunicato quanto segue:

“Premettendo che la concessione del patrocinio e l’utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio sono state frutto di un’iniziativa del ministero della Famiglia, Palazzo Chigi ha chiesto al Dipartimento per le politiche della famiglia (cui fa capo il ministero di Fontana, ndr) e al dipartimento dell’editoria un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

Prestia ha quindi smentito la notizia della revoca del logo al Congresso.

 

In seguito alla pubblicazione dell’articolo Il congresso contro le “donne lavoratrici” e i diritti LGBTQ+è in Italiafirmato da Jennifer Guerra, si è accesa la polemica sul patrocinio del governo concesso al World Congress of Families, in programma dal 29 al 31 marzo a Verona. Com’è possibile, ci si è chiesti, che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?

La cosa ha dell’incredibile, anche perché in una nota, Palazzo Chigi ha precisato che “La Presidenza del Consiglio non ha mai ricevuto nessuna richiesta di patrocinio per il ‘World congress of families’, in programma a fine marzo a Verona, né quindi ha potuto mai concederlo. Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio”. La nota è stata lo spunto per la presa di posizione dei sottosegretari Cinque Stelle Stefano Buffagni e Vincenzo Spadafora, che hanno condannato l’iniziativa in quanto portatrice di ideologie medievali. Spadafora ha anche dichiarato di aver scoperto che “Il patrocinio era firmato dal capo di gabinetto del ministro e non aveva seguito i percorsi che formalmente si seguono quando viene richiesto il patrocinio della presidenza del Consiglio. Generalmente, queste pratiche devono essere autorizzate non da una capo di gabinetto ma dalla dirigenza della presidenza del Consiglio”. 

Stefano Buffagni

Tutto molto, troppo strano, tanto che Giuditta Pini, deputata del Pd e firmataria di un’interrogazione parlamentare rivolta alla Presidenza del Consiglio depositata il primo marzo, in un commento su Facebook ha dichiarato: “La smentita di Palazzo Chigi, o meglio di Spadafora, semplicemente non ha senso. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha un iter preciso per i patrocini, non è che un ministro prende e regala il patrocinio.” Eppure, è esattamente quello che pare sia successo.

Giuditta Pini

Jacopo Coghe, contatto da The Vision, ha infatti ribadito di avere tutta la documentazione in ordine, con tanto di numero della pratica – che però non ha voluto condividere con noi. Abbiamo allora provato a contattare il capo di gabinetto del ministro Fontana, Cristiano Ceresani, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni, come del resto nessuno dal Ministero. Purtroppo anche il sottosegretario Spadafora non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti. Avremmo voluto domandargli come è possibile che sia venuto a conoscenza della vicenda solo “un paio di settimane fa” se già il 5 febbraio l’onorevole Emma Bonino aveva depositato un’interrogazione parlamentare – la prima – sulla vicenda. Avremmo avuto bisogno di qualche dettaglio in più riguardo la documentazione dal lui analizzata, ma per ogni delucidazione il sottosegretario ha preferito rimandarci al Dipartimento del Cerimoniale di Stato, che si occupa proprio della concessione dei patrocini. 

Vincenzo Spadafora

In base alla circolare UCE 0000901 P-2.11.1.2 del 16/02/2010, le richieste volte a ottenere la concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio devono essere preventivamente inviate al Dipartimento del Cerimoniale di Stato “Che effettuerà un’istruttoria al fine di una valutazione comparativa circa la validità della manifestazione, l’affidabilità, la serietà dell’organizzatore e dei promotori”, avvalendosi anche del parere delle prefetture. L’iter è contraddistinto da una certa cautela, ed è la stessa circolare a spiegarne il motivo: la concessione è infatti vincolata “all’alto rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico, sportivo” dell’iniziativa e, soprattutto, “all’assenza di scopi o finalità commerciali”. La mancanza di lucro è dirimente, tanto che si specifica che “non si considera opportuno fornire adesioni e concedere patrocini ad iniziative che abbiano, anche indirettamente, un fine lucrativo”. 

Deve essere chiaro che in base a queste prerogative il WCF di Verona non avrebbe mai potuto ottenere il patrocinio: è infatti promosso da organizzazioni fondate sull’omofobia e sulla misoginia, prima tra tutte il WCF stesso: un gruppo d’odio che fra le sue fila può vantare numerosi personaggi condannati per aver rilasciato dichiarazioni omofobe e razziste, nonché firmatari di leggi che criminalizzano l’omosessualità. Un evento che farà salire sul palco Lucy Akello, ministra ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che vorrebbe reintrodurre la pena di morte per le persone gay, o la nigeriana Theresa Okafor, una sostenitrice della famiglia naturale convinta che gli attivisti LGBTQ+ cospirino con il gruppo terroristico Boko Haram. 

E che dire del fine lucrativo? Non solo l’evento è promosso da una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, ma per di più la convention di Verona non è né gratuita né aperta a tutti, ma prevede il pagamento di un biglietto di 15 euro a persona, 7 a persona invece per i membri di una famiglia. Sul sito si possono addirittura comprare una serie di pacchetti per il soggiorno veronese, che vanno dal “Bronze” da 280 euro fino al “Platinum” che, alla modica cifra di 1250 euro, comprende tre notti in un hotel a 5 stelle per due persone, servizio di limousine da e per l’aeroporto o la stazione e accoglienza Vip. Non è dato sapere a chi andranno gli introiti dell’evento, ma con tutta probabilità il lucro c’è, e si vede.

Lorenzo Fontana

Quanto detto rende evidente come, con ogni probabilità, dall’istruttoria del Cerimoniale sarebbe scaturito un parere negativo. Ma ecco l’escamotage: la circolare prevede un caso in cui tale istruttoria non viene attivata: “Qualora le richieste provengano da organismi ad alta rappresentatività o da strutture pubbliche“ i singoli Ministeri e i Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei ministri “possono accordare direttamente patrocini ed adesioni ministeriali nelle materie di propria competenza senza il preventivo nullaosta del Dipartimento per il Cerimoniale”. Ed è a questa particolare fattispecie che sarebbe ricorso il ministro Fontana, come sembra confermare lo stesso Cerimoniale, che ha anche specificato una volta di più che a loro non è pervenuta alcuna richiesta. 

Il ministero avrebbe quindi potuto far passare come organo ad “alta rappresentatività” (termine che si riferisce solitamente ad associazioni di categoria come i sindacati) una lobby statunitense, e così concedere di “personale iniziativa”, e senza consultare altri organi, il patrocinio. Tutta la faccenda assume toni ancora più foschi se si considera la ragione per cui si è potuto utilizzare il logo della Presidenza del Consiglio. Normalmente infatti, per la concessione del logo è necessaria un’ulteriore trafila, che coinvolge il Dipartimento per l’informazione e l’editoria (Die). Ma non in questo caso, e la motivazione, nella sua assurdità, è tipicamente italiana: il Ministero della Famiglia e dei Disabili infatti è stato creato ad hoc da questo governo, e fa parte del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Non ha portafoglio e non ha un suo logo, per questo gli è concesso utilizzare quello della Presidenza. 

Ricapitolando, oggi il WCF può godere del patrocinio del governo – fino a prova contraria questo ministero fa parte dell’esecutivo – e del logo di Palazzo Chigi perché il ministro avrebbe sfruttato una “falla burocratica” che ha fatto sì che nessuno si interessasse e controllasse sia la natura degli organizzatori sia i fini, economici e culturali, dell’iniziativa. 

Se così fosse, non ci sarebbe di che sorprendersi. Lorenzo Fontana starebbe semplicemente facendo quello per cui sembra sia stato messo lì, e cioè fare lobbying per curare gli interessi della Lega e dei gruppi pro-life. Non a caso tra gli sponsor del WCF di Verona ci sono anche Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e ProVita Onlus, vicinissime alla Lega e a Lorenzo Fontana. Ma sono estremamente vicini anche a un altro personaggio, il senatore Simone Pillon – creatore del gruppo interparlamentare “Vita, famiglia e libertà”, di cui fa parte anche Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, ma soprattutto promotore dell’insostenibile Ddl su affidi e divorzi. 

Massimo Gandolfini

Si è già avuto modo di analizzare il modus operandi della lobby WCF, basato sulle pressioni esercitate non solo sull’opinione pubblica, ma anche sugli organi politici e statali, in occasione di votazioni riguardanti leggi o mozioni sui temi a loro cari. Come quando qualche giorno prima dell’approvazione della legge “anti propaganda gay” in Russia, l’attuale presidente del World Congress of Families Brian Brown ha testimoniato in favore di queste leggi a Mosca, di fronte alla Duma. È successa la stessa cosa proprio a Verona in occasione della mozione anti-aborto: il 2 ottobre Brian Brown è passato dal capoluogo veneto, dove insieme con Jacopo Coghe del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e Toni Brandi, sono passati a trovare il sindaco Federico Sboarina, e il consigliere della Lega Alberto Zelger, promotore della mozione anti-aborto che prevede il finanziamento di associazioni “a favore della vita”. Il 4 ottobre 2018, il consiglio comunale di Verona ha approvato la mozione. Lo stesso giorno il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini dava ufficialmente il suo appoggio al WCF di Verona.

In questo periodo i parlamentari si stanno occupando proprio di un disegno di legge molto caro alla compagine pro-life. Il 23 ottobre infatti è iniziata in commissione Giustizia al Senato la discussione sul Ddl Pillon. Essendo sede redigente, la Commissione può fare tutto il lavoro sulla legge, emendandola, esaminandola e poi votandola articolo per articolo. Quale momento migliore allora per una convention internazionale organizzata proprio dalle lobby e dalle associazioni che appoggiano quella politica, soprattutto se può vantare il patrocinio del governo e il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri?

C’è poi un altro aspetto, ancora più oscuro. Se in questa vicenda risultano evidenti gli interessi politici della Lega – il partito di Salvini da anni è strenuo difensore della “famiglia tradizionale”, oppositore delle leggi sull’aborto e di qualsiasi norma preveda un allargamento dei diritti anche in direzione LGBTQ+ – c’è una figura che lascerebbe intravedere ulteriori scenari: Alexey Komov. L’ambasciatore del World Congress of Families e presidente onorario dell’Associazione Culturale Lombardia Russia di Luca Savoini è uno stretto collaboratore di Konstantin Malofeev, l’oligarca russo titolare del fondo d’investimento Marshall Capital Partners e socio della più grande compagnia telefonica del Paese. Dall’inchiesta sui finanziamenti illeciti alla Lega, pubblicata in questi giorni su L’Espressoproprio Komov risulta essere il collegamento fra il partito di Salvini e Malofeev, che tra le altre cose è anche sospettato da Stati Uniti e Unione europea di aver finanziato la conquista della Crimea e la guerra nel Donbass, e per questo è stato inserito nella black-list del Tesoro statunitense e del Consiglio d’Europa.

Tutta la storia del World Congress of Families è sì assurda, grottesca, a tratti paradossale, ma del tutto prevedibile. Era abbastanza prevedibile infatti che un politico con le posizioni di Fontana una volta al governo si comportasse in questo modo. Era prevedibile che la Lega facesse entrare dalla porta principale organizzazioni fondate su ideali tipici dell’Inquisizione. E purtroppo era anche prevedibile che questo governo concedesse il proprio patrocinio a un tale scempio. Ovunque tranne che in Italia, sarebbe prevedibile anche che il governo ritirasse quel patrocinio e quel logo. Ma siamo in Italia, e prevedibilmente questo non accadrà.

 

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Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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Una confessione.

28 Gen

Scrivere mi è sempre piaciuto. Dar forma a un pensiero, descrivere uno stato d’animo, raccontare un’esperienza. Perfino nel lavoro, nella corrispondenza come nei documenti ufficiali, ho sempre cercato – per quanto possibile – di dare un’impronta diversa che donasse ai destinatari qualcosa in più, che gli facesse percepire attraverso quelle righe il calore di un dialogo.

E quando, come si diceva una volta,  mi sono ritirato a vita privata, improvvisamente mi è mancata l’opportunità quotidiana di scrivere. Non me ne sono accorto subito, però. Ogni tanto si affacciava la noia, anche se non è che stessi senza far niente: avevo ripreso a leggere come un tempo, visitavo musei e mostre,  frequentavo gruppi di discussione e associazioni di volontariato. Le giornate si riempivano, ma spesso restava la sensazione di aver occupato il tempo in modo artificioso. Ci ho messo un po’ per capire a cosa era dovuto quel vago e inspiegabile senso di privazione che si affacciava di tanto in tanto durante le mie giornate, che nonostante tutto intanto si stavano misteriosamente facendo più lunghe.

Un primo tentativo di accorciarle è stato rappresentato da facebook. Ma non mi è bastato, non poteva bastare. Ed ecco che ho aperto questo blog che va avanti, con alterne fortune, da ormai sei anni. Ma anche questo, alla lunga, si è dimostrato un banale palliativo, come un placebo. Poi un giorno, rimettendo a posto delle carte trovate in fondo a un cassetto chiuso da secoli, mi è capitato tra le mani una vecchia agenda che mi ricordava qualcosa. L’ho aperta ed è tornata alla luce una miniera dimenticata. Per diverso tempo, molti ma molti anni fa, in quell’agenda avevo appuntato pensieri, riflessioni, tentativi di poesie, abbozzi di storie, piccole cronache familiari: uno zibaldone disordinato, scritto con penne o matite diverse, quando capitava.

 È stato così che ho capito di cosa sentivo la mancanza. E subito dopo mi sono chiesto perché non provarci. A scrivere, voglio dire. Senza ambizioni da scrittore vero, ma come un pittore della domenica. Ecco, uno scrittore dilettante. Ed è uscito il primo libro, con un personaggio che mi piaceva fin dall’idea iniziale, il carabiniere Paternò. Un personaggio che un po’ mi assomiglia, per cui la questione morale è dirimente nel senso che prova le mie stesse ansie, si incazza come me per le ingiustizie, spesso antepone i suoi irrinunciabili principi a quel che converrebbe pagandone poi, ovviamente, le conseguenze.

E così, scherzando scherzando, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, ho editato tre storie e un libro di racconti. Tutti autopubblicati: non ho idea di come si avvicini un editore (posto che ne esista uno interessato alle mie cose) e non ho neppure la voglia di cercarlo. Se poi, malauguratamente, l’ipotesi dovesse diventare concreta, ecco che scrivere diventerebbe un impegno, un lavoro, con gli inevitabili corollari, la burocrazia, gli obblighi sociali, eccetera. E io non mi divertirei più.

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Una donna barbaramente assassinata, un suicidio sospetto, una vecchia morta a seguito di un furto maldestro, una rapina di quindici anni prima.  E ancora, le ambizioni smodate della nuova politica, servitori dello Stato corrotti e la criminalità organizzata che cerca di espandersi: tutto sullo sfondo di un nord est che porta ancora le cicatrici degli anni di piombo.
Questi gli elementi – a prima vista senza connessioni tra loro – che  ruotano intorno alla figura del carabiniere Rosaria Paternò: suo malgrado, si troverà coinvolta in una storia apparentemente senza soluzioni, ma con l’aiuto di un tenace e brillante giornalista  riuscirà a dare il suo contributo per far luce su un torbido intrico di vicende.






Puoi comprarlo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/466819/dovrete-essere-forti/



“Elimina Saviano!”

21 Gen

In altri tempi un ministro dell’interno che avesse sentito quel grido si sarebbe quantomeno indignato. Forse avrebbe anche ordinato alle forze dell’ordine di individuare l’imbecille autore per redarguirlo o l’avrebbe addirittura fatto lui di persona. In altri tempi.

Oggi invece il ministro dell’interno sorride e risponde augurando “lunga vita” allo scrittore minacciato dalla criminalità, magari pensando perfino di essere stato magnanimo. È invece uno sciagurato segno dei tempi. Che ha più facce. Da un lato, il popolo becero e incoraggiato a esternare i suoi più bassi istinti, dall’altro un alto esponente delle istituzioni che non fa una piega e avalla, da un altro ancora nessuno, tra gli astanti, che si dissoci dall’infame espressione, e poi nessuno, tra le forze dell’ordine presenti che senta il bisogno di intervenire. Mi viene da pensare che se non ci fosse stata la ferma ed esemplare risposta di Saviano forse l’episodio non avrebbe avuto maggior rilievo. Viene da chiedersi quanto sia lontano il giorno in cui la folla bestialmente eccitata invocherà il linciaggio fisico.

Eppure c’è stato qualcuno che in altri casi ha sentito il bisogno intervenire. L’8 dicembre, a Roma a piazza del Popolo, durante un comizio dello stesso ministro dell’interno. A Propaganda live Diego Bianchi ha mostrato il video di un giovane che quel giorno è stato affrontato da alcuni energumeni (sostenitori del ministro, gorilla, guardaspalle, non è dato sapere. Qui li ho paragonati ai ‘bravi’ del Manzoni) appena ha cominciato a camminare con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo”. Gli sconosciuti lo hanno strattonato e trascinato fino al posto di polizia, dove è stato ovviamente rilasciato.

Mi sia consentito affermare che c’è un parallelo tra i due episodi. E che entrambi indicano una tendenza che si sta facendo preoccupantemente reale: la libertà di pensiero di chi si oppone al potere si riduce rapidamente mentre quella di chi lo sostiene si dilata fino a sopravanzare il lecito e sconfinare nella bestialità del fascismo.

Mala tempora currunt. E il futuro non promette nulla di buono. C’è un eloquente cartello, in un film che ho visto tempo fa, che riporta una frase: “L’ingiustizia deve farti infuriare. Non abbattere.” Ecco il motivo per cui i cittadini che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione devono mobilitarsi, non assistere rassegnati al crecscere della violenza e della prevaricazione.

#facciamorete


Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

La mia cara amica Lidia.

4 Gen

Il 31 dicembre un maledetto incidente ha sottratto – a me come a tanti altri – una persona straordinaria. E sento ora terribilmente la sua mancanza,
sento ora il vuoto che Lidia ha lasciato, mi mancano i suoi consigli, le considerazioni, gli incoraggiamenti, perfino i rari ma affettuosi rimbrotti.
Forse è per questo che solo oggi ho trovato la forza per scrivere queste righe.

Lidia ha rappresentato per me il vero senso dell’amicizia: altruista, disponibile, sorridente, gentile,  sempre pronta a darsi per una causa, che fosse quella della nostra amata città, delle combattenti curde, dei palestinesi, dei migranti. Una persona, come si usa e si abusa dire, ‘solare’, nel senso reale della parola.

C’eravamo scambiati qualche battuta su facebook nella notte precedente: ‘che fai ancora sveglia?’ le avevo scritto e lei aveva risposto con la consueta allegria. L’ultima volta che ci siamo  sentiti le avevo ricordato l’impegno a incontrarci per un gelato da Fassi, le nostre piccole trasgressioni da irrecuperabili golosi, e avevo sentito ancora una volta, l’ultima ma non lo sapevo, la sua risata contagiosa. Le avevo anche anticipato che stavo per scrivere un altro libro. Come in passato, molto generosamente mi aveva anticipato che era impaziente di leggerlo e allora le avevo detto che le avrei dato la prima bozza. Non la leggerà.

Ho deciso allora di dedicarlo a lei: lo so, è ben piccola cosa, ma è il minimo che possa fare per dimostrarle il mio affetto e ringraziarla per l’amicizia che mi ha dato. E poi cambierò il titolo: adotterò una frase che lei sicuramente ci direbbe, se potesse. Qualcosa che ricordi la sua passione civile, il suo coraggio, la tenacia, l’amore per la democrazia, la sua testarda convinzione che le ingiustizie vanno combattute senza risparmiarsi.

Ciao cara Lidia, cara grande donna, cara amica mia.

Aggiornamento.
Ci avresti detto così, credo: “dovrete essere forti.”

 

Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

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