Dalla storia di Ahed alle radici del conflitto tra palestinesi e Israele.

11 Apr

Un conflitto mai dichiarato e sproporzionato, osservando le forze in campo – oggi un esercito ben armato e addestrato contro cittadini inermi – che dalla sua origine ha condotto negli anni all’esasperazione degli  scontri fino alla nascita di Hamas, considerata da alcuni Paesi (ma non da altri)un’organizzazione terroristica.

Il caso di Ahed Tamimi, una giovane di 16 anni che affronta e schiaffeggia i soldati che si sono piazzati davanti all’ingresso di casa sua, è raccontato da Valigia blu con dovizia di particolari e la consueta precisione.
È un caso emblematico dell’arroganza con cui Tsahal, l’esercito israeliano, si comporta nel contatto con la popolazione palestinese. Ma è soprattutto la sublimazione di oltre sessant’anni di storia in questa parte del Medio Oriente: dalla nascita dello stato di Israele alla progressiva emarginazione dei palestinesi, dall’appropriazione forzata dei loro territori fino alla Marcia del ritorno di questi giorni che ha provocato finora più di venti morti e migliaia di feriti tra i dimostranti. Marcia che, nonostante le dichiarazioni di Israele è solo una dimostrazione, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz in un articolo riportato da Internazionale, cui si risponde con feroce cinismo uccidendo e ferendo civili disarmati (ne è prova il video pubblicato da TPInews):

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole. (Haaretz)

L’articolo di Valigia blu ripercorre tutta la storia del conflitto israelo-palestinese partendo da quello che è successo a Nabi Saleh, il villaggio dove Ahed vive con la sua famiglia, che rappresenta la sintesi di questi anni.

Sintesi che a sua volta costituisce un atto d’accusa verso la comunità internazionale che da decenni assiste senza intervenire, senza provare a limitare l’arrogante espansione di Israele a spese dei palestinesi, senza tentare di trovare soluzioni che pongano fine alla tragedia di questa storia.

 

 

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Abbiamo bisogno di persone per bene

28 Mar

L’enorme, inaspettato e incontenibile tributo di affetto che la gente comune sta tributando a Fabrizio Frizzi si può sintetizzare nel titolo che ho dato a questo post. Ed è forse la più grande eredità che quest’uomo buono e modesto poteva lasciarci. Non intendo qui aggiungere nulla a quello che personaggi famosi e semplici cittadini hanno testimoniato: non è lo scopo di queste righe e poi non ne avrei le capacità.

Ma non posso che evidenziare il messaggio che la fila di persone a viale Mazzini e i tanti che hanno partecipato col pensiero, il sincero dolore provato da compagni di lavoro e gente che lo conosceva solo per l’immagine vista in televisione continuano a dimostrare. E questo messaggio è di una semplicità sconvolgente: in questa Italia travolta da scandali, incompetenze, ruberie, meschinità, arroganza, ambizioni, la figura di un uomo per bene ha rappresentato quello che tutti vorremmo. Vorremmo che ai vertici dello Stato, tra i personaggi pubblici, tra chi guida il Paese nell’economia, nell’impresa, nella politica, a scuola come sul lavoro, ci fossero più Fabrizi Frizzi. Più persone che pensano agli altri, che lavorano con dedizione e discrezione, vorremmo più generosità e buona educazione, più empatia, più correttezza, più senso del dovere. E più sorrisi. Sinceri.

Italia 2018: convivenza o razzismo

10 Mar

 

La lettera che ho trovato sul sito Infoaut a proposito dei fatti di Firenze e che potete leggere più avanti rappresenta anche il mio punto di vista, meglio ancora le mie convinzioni. Confesso che mi pare scritta troppo bene per essere solo lo sfogo di un manifestante “bianco”, come si qualifica l’ignoto autore, ma poco o nulla importa. Quello che è importante, oltre alle considerazioni di Mentana al Tg7 (qui al  31’48”) che ovviamente condivido, è che la tolleranza, uno dei caratteri positivi e più specifici del popolo italiano, viene oggi messa in ombra ad arte per speculare sugli istinti più bassi di minoranze ignoranti e guadagnarne  i consensi.

E che ci sia tanta ipocrisia in tutto questo è dimostrato dal più banale degli esempi: lo sfruttamento degli immigrati, pagati la metà di un italiano nei campi del meridione o della Bassa. Quanti di quelli che si dichiarano razzisti si arricchiscono contemporaneamente  alle loro spalle? E allora vedi che il punto drammatico non è solo il razzismo, ma la disuguaglianza. Escludendo per un momento chi sta nell’empireo, i ricchissimi, la vera stridente  frattura nella nostra società è il divario che si è aperto tra i poveri cristi e gli altri, quelli che in un modo o nell’altro riescono ancora ad avere una parvenza di benessere o magari anche qualcosa di più. È stata fatta diventare una lotta per la sopravvivenza, strumento di distrazione di massa, e questo a me pare il peggior crimine sociale.

È  quindi indispensabile rivalutare tolleranza e solidarietà: un fatto culturale, certo, ma non rivoluzionario: dalle leggi Livornine del XVI secolo alla nostra Costituzione questi sentimenti sono ampiamente dimostrati, fanno parte dell’animus italiano. E poi, ma questo è compito dei nostri governi, occorre davvero impegnarsi per una reale integrazione di chi approda in Italia alla ricerca di un futuro migliore. L’alternativa è solo la regressione in un medioevo senza speranze.

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Dal sito Infoaut.

Sono bianco e ieri ero a manifestare con i neri che hanno sfasciato le fioriere.

Qualche ora prima avevo letto su internet la notizia della “sparatoria”, come l’hanno chiamata i giornali. In realtà un uomo bianco ha freddato con sei colpi di pistola un nero, un senegalese di 60 anni che vendeva ombrelli in centro. Si chiamava Idy Diene. All’inizio pensavo fosse una bufala, ma la fatalità ha davvero voluto che fosse il marito della vedova di Modou Samb, un altro senegalese ucciso a pistolettate da un fascista di Casapound insieme a Diop Mor: i due morti della strage di piazza Dalmazia. Incredibile.

Dicono che stavolta è diverso. E’ diverso, ma dire che il razzismo non c’entra nulla è una cazzata. Ok, la disperazione. Ok, la follia. Ok, il gesto estremo. Il punto è il bersaglio. Il punto è che uomini e donne con la pelle nera siano stati trasformati in bersagli da colpire. Risultati di Salvini e TV. Qualche anno fa il “folle disperato” del tempo andava a Montecitorio per sparare a un politico, uno qualsiasi, e poi feriva un Carabiniere. Ve lo ricordate? Ve li ricordate i politici che lanciavano l’allarme e protestavano contro le “campagne di odio” che subivano in quei tempi? Era un fatto politico. Erano i tempi del governo Monti. Ora invece le “campagne di odio” le dirigono direttamente i politici e indicano gli immigrati come causa di tutti i mali. Ora sono loro il bersaglio dei discorsi incazzati al bar e delle pistolettate. Sono furbi questi politici. E sono fessi quelli che ci sono cascati… e che ora dicono: “è stato solo un pazzo, la politica non c’entra niente!”. C’entra. Questo la maggioranza degli italiani non l’hanno capito. I senegalesi che ieri hanno rotto le fioriere sì, ce l’hanno chiarissimo. Per questo ero con loro.

Dicono che, in realtà, il fatto è che lui – l’assassino – era pieno di debiti. E quindi? Banche e politici ci rovinano e a pagarne il prezzo sono gli immigrati. Oppure le donne, come le tantissime mogli uccise dai “raptus” dei mariti in crisi economica. Anzi, dopo ieri, credo che se dopo l’ennesimo femminicidio che viene “giustificato” dai giornali centinaia di donne scendessero in piazza e rompessero qualche fioriera nello vie dello shopping di lusso farebbero proprio bene. Ce ne sarebbe bisogno. Certo, non basterebbe a risolvere il problema. Ma ci sono cosa che non possono e non devono diventare “normali”. Bisogna reagire. In qualche modo. Sarei stato con loro.

Ero con i senegalesi che hanno rotto le fioriere e divelto le transenne dei cantieri perchè dicevano la verità: uno dei più grandi problemi di questo paese è il razzismo. Non lo è solo per loro. Lo è anche per me. Perchè mi fa schifo discriminare una persona per il colore della pelle. Perchè odio la guerra tra poveri. Perchè non sono come quelli che oggi, il giorno dopo, si indignano per due fioriere rotte e non gle ne frega nulla che un padre di famiglia è stato ammazzato come un cane, senza un motivo che non sia la vigliaccheria razzista dell’assassino.

Ieri ho parlato con alcuni ragazzi che erano in piazza. Avevano più o meno la mia età. Mi hanno raccontato delle loro vite, dei loro problemi. Come i nostri, un po’ più problemi dei nostri. Lavorano nei campi con i caporali, nelle fabbriche dei cinesi con turni massacranti. Lavorano e non sanno mai se verranno pagati ma sanno che verranno sempre pagati poco. Si arrangiano facendo i vucumprà. Sono stanchi di essere “trattati come animali”. Li capisco, me lo immagino che cosa vuol dire da neri vivere in questo paese di merda. E li capisco perchè, da bianco, mi illudo di avere dei privilegi da vantare. Ma appunto è un illusione. Perchè pure noi bianchi a volte ci sentiamo così trattati da animali, sempre più spesso. Ci rendiamo conto di non contare niente. Non i bianchi… i bianchi come noi, quelli senza soldi, che si devono sbattere per trovare un lavoro di merda, che vengono buttati fuori di casa perchè non riescono a pagare una rata del mutuo.

Al di là di questo ultimo morto ammazzato, questi ragazzi di ragioni per ribellarsi ne hanno da vendere. E ce le avremmo anche noi. Ho la sensazione che dietro tutto quell’odio che tanti stanno vomitato sui social contro i senegalesi, ci sia tanta invidia. Negli ultimi anni ci è stato fatto di tutto, ci sono stati tolti buona parte dei diritti che i nostri vecchi avevano conquistato battendosi, e non abbiamo mosso un dito. Io dico che nelle vie delle vetrine di lusso, dove una borsa costa più di un stipendio, a rompere qualche fioriera forse ci saremmo dovuti andare anche noi quando approvavano il jobs-act e la legge Fornero, quando regalavano 40 miliardi alle banche e tagliavano i soldi alla sanità pubblica… lo so, l’ho già detto, non avrebbe risolto il problema ma avremmo rotto questo clima insopportabile di rassegnazione, frustrazione e passività. Almeno avremmo ancora una dignità.

 

 

 

 

Riprendere il filo rosso degli ideali

9 Mar

Il titolo dell’editoriale di Antonio Cipriani su Left mi ha fatto sentire chiamato direttamente in causa. Non è una battuta, o almeno non è solo questo: in questa appassionata disamina del voto del 4 marzo c’è la volontà di ricominciare, di riprendere la trama sgranata degli ideali e delle speranze che hanno animato il popolo della sinistra fin quando non si è reso conto – non ci  siamo resi conto – che troppi tra presunti leader e dirigenti cortigiani avevano smarrito le loro coscienze svendendole al mito della propria ambizione. Ancora una volta la questione morale è emersa in tutta la sua fredda e amara realtà.

Scrive Cipriani: “…niente di tutto questo era imprevedibile. Lo era forse per le segreterie dei partiti, o di quello che resta dei partiti, per i giornalisti dei media tradizionali che ignorano il mondo che raccontano, perché non lo frequentano. Non prendono mezzi pubblici, treni dei pendolari. Non rinunciano allo status e quello status li rende testimoni poco attendibili del tempo.

A tutti noi che non abbiamo mai smesso di credere, di batterci, di resistere, non resta che questo, ma non è poco: l’infinito e inestimabile patrimonio di idee, sacrifici, valori, esempi che ci portiamo appresso da decenni e che è ben vivo in ciascuno, che amiamo e rispettiamo. Ancora Cipriani: “La sinistra è sinistra se agisce contro il sistema di valori della destra, se opera per cambiare un mondo. Se studia, se comprende i punti vitali sui quali agire nel tempo. Frenando la crescita senza fine, bloccando la speculazione e il consumo del suolo agricolo, la devastazione del patrimonio artistico e culturale, ricominciando a coltivare cultura.”

Ascoltiamo questo appello.

 

RIPRENDERE IL FILO ROSSO DEGLI IDEALI

di Antonio Cipriani – LEFT – 8 marzo 2018

Alla fine dei conti, può anche andare bene così. Dopo la sconfitta elettorale bruciante che ha ridotto ai minimi storici la sinistra parlamentare si presenta un’occasione unica, fertile, di coraggio e chiarezza. Di “purezza”. Azzerare tutto. Azzerare modalità, aspettative, buon senso, quieto vivere, attendismo e indifferenza per la sorte delle nostre vite, per quella del bene comune. E riprendere il filo, quel filo rosso dell’utopia e della politica, della cultura e dell’attivismo, dell’interessarsi di tutto ciò che ci accade intorno, senza delegare giudizi e senso critico. Lo diceva tanti anni fa un grande innovatore del teatro contemporaneo, Leo de Berardinis: azzerare tutto, fare in modo che l’arte respiri, che dal deserto rinasca il fiore della verità. Solo così – aggiungeva – il teatro avrebbe ritrovato se stesso e il senso del suo valore profondo. La stessa occasione si offre oggi alla sinistra. A tutto quello che rappresenta nei cuori e nella volontà di chi continua a credere e a battersi per un mondo diverso.

Niente era imprevedibile
Che cosa turba di questo voto, dell’ondata che i media definiscono anti-sistema, del Sud e della Sardegna a Cinque stelle o dell’affermazione di un livore che sotterraneo ha trovato voce e forza in Salvini anche in territori che abbiamo sempre pensato democratici e tolleranti? Tutto ci turba. Eppure niente di tutto questo era imprevedibile. Lo era forse per le segreterie dei partiti, o di quello che resta dei partiti, per i giornalisti dei media tradizionali che ignorano il mondo che raccontano, perché non lo frequentano. Non prendono mezzi pubblici, treni dei pendolari. Non rinunciano allo status e quello status li rende testimoni poco attendibili del tempo.

Niente era imprevedibile. Il voto ha fotografato il Paese per quello che è, per quello che esprime, nella scissione potente tra le fatiche quotidiane delle persone e la rappresentanza politica, tra realtà e narrazione mediatica della realtà. Tra la vita di ognuno di noi e il racconto un po’ tossico, taroccato, che avvertiamo nell’aria. Mentre tutto intorno, quello che viviamo è disagio. Senza vie di uscita se non la rabbia e l’ululato. Risentimento senza coscienza. Senza quel valore politico popolare che lo trasforma in potenziale cambiamento. La società in questi anni si è lentamente trasformata in una collettività cieca, obbediente nel mantenere e aumentare i propri squilibri a proprio discapito. Era davanti agli occhi di tutti.

Riprendere il filo rosso
Per questo, agendo nella democrazia, occorre ripartire dai paradossi della società: dalle strade, dai quartieri, dalla difesa del bene comune contro l’arbitrio dell’interesse privato che scatena le guerre tra poveri e riduce i cittadini in utenti o sudditi. Per ricostruire l’idea di sinistra partendo dall’esperienza innovativa, semplice e interessante, di Potere al popolo, con lo sguardo forte e movimentista. Partendo dall’agire sul territorio dei volontari di Liberi e uguali («… una sinistra distrutta, un centrosinistra dissolto. È un dolore persino fisico per tanti di noi. Richiede rispetto e forse anche un po’ di silenzio. Faremo tutte le analisi che servono, guardandoci negli occhi, senza sconti, senza risparmiarci nulla. Poi dovremo riuscire a non ripeterli, a rispettare questo voto, a rimetterci in viaggio con umiltà. Dobbiamo iniziare a capirlo davvero, questo Paese, se vogliamo cambiarlo e renderlo migliore». Gessica Allegni di Leu). Partendo dall’energia di chi è nella base del Pd (o ha scelto di virare su M5s) e crede nel cambiamento, nella difesa dell’ambiente e nei diritti per tutti. E ce ne sono tanti che pensano che un altro mondo sia possibile e che la rappresentanza politica debba scaturire dalla lotta, dall’azione sui territori, da una diversa narrazione. E non da altro.

Tagliare i nodi invisibili dell’obbedienza
Occorre cancellare passo dopo passo quel fascismo senza storia che affonda le sue radici nella stupidità servile degli “indifferenti”, di chi non vede oltre la propria ombra e confonde la libertà con la licenza di berciare contro tutto, senza mai comprendere niente. Contro questo capolavoro delle classi dominanti è necessario lavorare. Con pazienza e tenacia. Con coraggio. Con la profondità dell’analisi e la dolcezza della convivialità umana. Rovesciando – perché occorre essere sovversivi – l’idea malsana che occorrano solo forza, superficialità da slogan veloce televisivo e conformismo. Sottraendosi dalle spire mediatiche che spingono a pensare che destra e sinistra pari sono. Invece no.

La destra è destra perché ritiene l’ingiustizia sociale la base filosofica sulla quale basare il diritto del più forte sul più debole. E declinando il concetto: dell’uomo sulla donna, del bianco sul nero, dell’inquinatore sugli straccioni che ne subiranno gli effetti, del costruttore seriale sul cittadino indifeso, del cementificatore sulla natura. La destra è destra perché se usa l’olio di ricino lo fa per il decoro e per il padrone. Se bastona in piazza lo fa per la disciplina. Se reprime lo fa per l’ordine. Altrimenti non sarebbe quello che è, in difesa di un sistema di valori in cui la miseria di molti è necessaria per il bene di pochi e per la stupidità interpretativa di tanti.

La sinistra è sinistra se agisce contro il sistema di valori della destra, se opera per cambiare un mondo. Se studia, se comprende i punti vitali sui quali agire nel tempo. Frenando la crescita senza fine, bloccando la speculazione e il consumo del suolo agricolo, la devastazione del patrimonio artistico e culturale, ricominciando a coltivare cultura. Pensando un’idea di rinascita rurale, riaccendendo le speranze, perché se il mondo è buio, si perderà la bellezza, governerà solo la paura. Oggi è così e sembra ineluttabile. Però la storia ci insegna che c’è qualcosa di più. Ci sono tutti quelli che non si arrendono e mentre leggono, camminano, difendono un albero da un abbattimento o un indifeso da un sopruso, la costruiscono la storia.

Il dopo voto e cosa c’è da fare

7 Mar

Una volta Mario Monicelli – che gli italiani li conosceva bene e altrettanto bene li aveva raffigurati nei suoi film – affermò in un’intervista che avrebbe desiderato “…quello che in Italia non c’è mai stato, una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, 300 anni che è schiavo di tutti.“ Ecco, il 4 marzo quella rivoluzione c’è stata, anche se non cruenta  come forse s’aspettava Monicelli, e ha cambiato radicalmente lo scenario.

Lo afferma lucidamente e senza giri di parole Fabio Chiusi in questo suo post che ho immediatamente condiviso. Ho anche aggiunto un commento, complimentandomi per la precisione con cui ha affondato il bisturi nella realtà della nostra mediocre politica, malata di compromessi, fatta di mezze misure che non risolvono mai nulla, di belle frasi inconcludenti, di interviste troppo spesso in ginocchio.

Come dice Chiusi “…gli elettori, lo dicono tutti gli indicatori di fiducia nelle istituzioni, nei media, nei centri del potere, non si sentivano più affatto rappresentati dalla classe dirigente pre-4 marzo. Non si sentivano di fidarsi del Parlamento. Non si sentivano di credere a ciò che leggevano sui giornali o sentivano in televisione.” L’antipolitica, cioè la politica fatta per il proprio tornaconto e non per il bene comune, quella che abbiamo vissuto, subito e di cui abbiamo avuto fin troppi esempi per decine d’anni, è stata sconfitta. Nella sua conclusione Chiusi si rivolge principalmente ai colleghi giornalisti, ma l’appello può benissimo essere rivolto a ciascuno di noi per la parte, piccola o grande che sia, che ci riguarda, che coinvolge tutti noi italiani. Perché c’è un’opportunità, e non possiamo permetterci di perderla.

È ora di ripensarci. E reclamare uno spazio nuovo.
E se neanche questa volta cadono le teste, neanche questa volta cambia alcunché, allora sì che invece dell’entusiasmo è ora di abbandonarsi alla paura.”

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Lo speravo non perché tifi “populismo”. Lo speravo perché tifo per un rovesciamento radicale del sistema di potere costituito. L’Italia, a mio avviso, se vuole una pur tenue speranza di salvarsi da se stessa non ha bisogno di niente di meno.

E no, non parlo solo della politica. La politica, come splendidamente illustrava Altan in questi giorni, non è che la rappresentazione – infedele, imperfetta, eppure la migliore possibile – degli elettori. E gli elettori, lo dicono tutti gli indicatori di fiducia nelle istituzioni, nei media, nei centri del potere, non si sentivano più affatto rappresentati dalla classe dirigente pre-4 marzo.

Non si sentivano di fidarsi del Parlamento. Non si sentivano di credere a ciò che leggevano sui giornali o sentivano in televisione. Non si sentivano in massima parte degnamente rappresentati dai propri ordini professionali e di categoria.

Dopo le infinite manovre di palazzo, i commissariamenti, le larghe intese e chi più ne ha ne metta, reclamavano democrazia. E, bella o brutta che sia, l’hanno avuta.

È stata la democrazia il terremoto. E per questo chi si dice democratico oggi, a mio avviso, lo deve accogliere come la scossa che rade al suolo qualcosa che comunque non avrebbe retto, perché nemmeno in assenza di scosse reggeva in realtà da un pezzo.

A patto che la si colga nella sua interezza. Che si capisca che quella scossa richiede una ricostruzione radicale: al governo, certo, ma anche all’opposizione – per esempio, un paese senza sinistra non è un paese sano.

Soprattutto, è una scossa che grida “autocritica!” a noi che facciamo parte del sistema dei media. Ancora una volta, incapaci di parlare ai lettori, per i lettori. Ancora una volta, convinti di poter proseguire come nulla fosse – coi retroscena, i salotti, i favori, le smancerie, le non domande.

Grillo dice che l’epoca del “vaffanculo” è finita, ma io credo che questo voto mostri che qui è appena cominciata. E non è questione di assecondare la pancia, i razzisti, gli opportunisti, gli ignoranti, i complottisti. La democrazia non è bella solo quando vincono quelli che ci piacciono o reputiamo intelligenti: è bella e basta, oppure non lo è.

È questione piuttosto di cogliere il crollo come imperativo a ricostruire, e farlo meglio. Di provare a guardare più in alto, per una volta: fare giornalismo migliore, pensare di più, spingersi oltre il prossimo tweet, formulare visioni di lungo periodo, studiare soluzioni inedite, e ancora studiare, studiare, studiare, umilmente e ventre a terra, questa realtà impossibile che ci rotola sotto agli occhi come un film senza fine, velocissimo e incomprensibile.

Pensare di avere le risposte senza farsi domande, ergerci sul piedistallo, moralizzare, denigrare, giudicare: questo ci ha condannato – e parlo prima di tutto di noi, classe “intellettuale” senza più intelletto.

È ora di ripensarci. E reclamare uno spazio nuovo.

E se neanche questa volta cadono le teste, neanche questa volta cambia alcunché, allora sì che invece dell’entusiasmo è ora di abbandonarsi alla paura.

 

 

Un voto che rispetti – per quanto possibile – la Costituzione. La guida di Libertà e Giustizia

1 Mar


 

Libertà e Giustizia fornisce questa bellissima ed esauriente guida al voto. I principali articoli della Costituzione, la legge elettorale e i suoi limiti (inclusi gli estremi di incostituzionalità, tanto per cambiare), come verranno assegnati i voti e i seggi.  Come dice Tomaso Montanari nella presentazione “è davvero fortissima, a questa tornata elettorale, la tentazione di non andare a votare, o di annullare il voto. Una delle cause è una legge elettorale così orribile da rigettare anche i più volenterosi. E poi un’offerta politica nel complesso sconfortante e una campagna elettorale che arranca, mille miglia lontana dalle grandi questioni del Paese, incapace di mettere a confronto visioni diverse: che forse, semplicemente, non esistono.”

Eppure mai come ora è vitale, per la democrazia di questo nostro povero Paese, andare a votare. Ancora Montanari “Anche per un’associazione di cultura politica come Libertà e Giustizia non è facile affrontare questa marea montante di motivata disillusione. Eppure, crediamo che non sia tempo di disimpegno. Come gli ateniesi di Pericle anche noi siamo convinti che chi non partecipa al discorso pubblico non sia innocuo, ma inutile.”

Infine, c’è da aggiungere che comunque vada, per quel che ho capito,  difficilmente sapremo la stessa notte del 4 marzo chi ha vinto. Chi ha perso lo so già: ancora una volta noi elettori, defraudati di una legge chiara che ci consenta di esprimere liberamente la nostra volontà.

 

Basta con lo sbarabiribiribirri! Vogliamo candidature trasparenti

26 Feb

Condivido qui tutto quello che dichiara Riparte il futuro.

Fatti sentire, pretendi trasparenza dai candidati alle elezioni del 4 marzo. Aspirano a rappresentarci in Parlamento, ma ci chiedono di votare al buio. Non conosciamo le loro competenze, i ruoli e gli incarichi che ricoprono, i loro potenziali conflitti di interessi, se hanno condanne o processi in corso, nemmeno chi finanzia la loro campagna elettorale. Sono informazioni semplici, ma necessarie per scegliere bene chi aspira a governare il Paese. Dobbiamo poter vigilare sul loro operato e sapere se rappresentano davvero gli interessi dei cittadini e non quelli di poteri occulti. Firma per avere ora trasparenza dai candidati e per esigere il loro impegno ad approvare una legge sulla trasparenza delle candidature.”

E poi basta co’ ‘sto “sbarabiribiribirri” 😀

I giovani coraggiosi che si oppongono all’America che uccide i suoi figli

24 Feb

Grazie a Valigia Blu e a Sarah Tuggey riporto la traduzione del discorso di Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage di Parkland. Negli USA le sparatorie con vittime di giovani si susseguono (la CNN ricorda che ce ne sono state 8 dall’inizio dell’anno)  sotto gli occhi indifferenti dei produttori di armi e del presidente Trump che di fronte a questa tragedia immane è riuscito solo a proporre di armare gli insegnanti, come se contro la follia che dilaga questi nuovi sceriffi potessero qualcosa.

#NeverAgain è la parola d’ordine che ha dato origine all’organizzazione degli studenti, spalleggiati dalle famiglie e da un’opinione pubblica in crescente loro favore (tra gli altri personaggi dello spettacolo come George Clooney, Steven Spielberg, Oprah Witney). Per il 24 marzo è prevista a Washington una imponente manifestazione contro la diffusione indiscriminata di armi e per un loro controllo.

Ecco l’articolo di Valigia Blu.

Il potentissimo discorso di una studentessa sopravvissuta al massacro nella scuola in Florida 

 

«Se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa. Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno».

Mercoledì scorso, 17 studenti della scuola superiore Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, a circa 80 chilometri a nord di Miami, sono stati uccisi da un ex studente di 19 anni, Nicholas Cruz, espulso dalla scuola per motivi disciplinari. È l’ottava sparatoria in una scuola statunitense dall’inizio dell’anno. In un discorso nell’auditorium della scuola, Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage, ha ricordato le 17 vittime e ha lanciato un messaggio potente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quei politici che ricevono donazioni dalle multinazionali che vendono armi. Riportiamo la traduzione del suo intervento a cura di Sarah Tuggey:

“Non abbiamo ancora avuto un momento di silenzio alla House of Representatives, quindi mi piacerebbe averne uno. Grazie.

Ogni singola persona qui oggi, tutte queste persone dovrebbero essere a casa, in lutto. Eppure siamo qui, insieme, perché se tutto quello che il nostro governo e il nostro Presidente sanno fare è inviare pensieri e preghiere, allora è tempo che le vittime siano il cambiamento al quale dobbiamo assistere. Dai tempi dei Padri Fondatori, e da quando il Secondo Emendamento è stato aggiunto alla nostra Costituzione, le nostre armi si sono sviluppate a un ritmo che mi fa girare la testa. Le armi sono cambiate, ma le nostre leggi no.
Non riesco proprio a capire perché dovrebbe essere più difficile fare progetti con gli amici nel fine settimana che comprare un’arma automatica o semiautomatica. In Florida, non hai bisogno né di un permesso né di una licenza a portare armi per comprare un’arma, e una volta acquistata non è necessario registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare un fucile, normale o da caccia, nascosto alla vista. Puoi comprare tutte le armi che vuoi, in un singolo acquisto.

Oggi ho letto qualcosa di molto potente per me. Era dal punto di vista di un insegnante. Cito testualmente: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma, tutto quello che riesco a sentire è che il mio diritto a possedere una pistola è più importante del diritto alla vita del tuo studente. Tutto ciò che sento è ‘mio, mio, mio, mio’.” Invece di preoccuparci del nostro test sul Capitolo 16 dell’AP Gov {sul sistema giudiziario americano, ben spiegato qui: http://college.cengage.com/…/study_g…/wilson_11e_sg_ch16.pdf}, dobbiamo studiare i nostri appunti per assicurarci che i nostri argomenti basati sulla politica e sulla storia politica siano ineccepibili. Gli studenti di questa scuola hanno presenziato a dibattiti sulle armi per ciò che ci sembra essere la nostra intera vita. AP Gov è stato oggetto circa tre dibattiti quest’anno. Alcune discussioni sull’argomento si sono verificate anche durante la sparatoria, mentre gli studenti si nascondevano negli armadietti. Le persone coinvolte in questo momento, quelle che erano lì, quelle che hanno postato, quelle che hanno twittato, quelle che fanno interviste e parlano con la gente, vengono ascoltate per quella che sembra la prima volta su questo argomento che è apparso oltre 1.000 volte solo negli ultimi quattro anni.

Oggi ho scoperto che esiste un sito web, www.shootingtracker.com. Nulla nel titolo suggerisce che stia monitorando solamente le sparatorie negli Stati Uniti, eppure, ha bisogno di farlo? Perché l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa, nel 1999 a Port Arthur {e dopo il} il massacro ha introdotto leggi sul controllo delle armi da fuoco, e da allora non ne ha più avuto nemmeno uno. Il Giappone non ha mai avuto una sparatoria di massa. Il Canada ne ha avuti tre, e il Regno Unito ne ha avuto uno, ed entrambi questi Stati hanno introdotto il controllo delle armi eppure siamo qui, con siti web dedicati a segnalare queste tragedie, in modo che possano essere formulate statistiche da mettere a vostra disposizione.

Oggi ho visto un’intervista in mattinata, e ho notato che una delle domande era: pensi che i tuoi figli dovranno subire altre sparatorie a scuola? E la nostra risposta è che i nostri ‘vicini’ non dovranno subire altre sparatorie a scuola. Quando abbiamo avuto voce in capitolo con il governo – e forse gli adulti ormai si sono abituati a dire che {la situazione} “è quella che è”, ma se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa.

Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno.

C’è un tweet sul quale vorrei concentrarmi. {C’erano} tanti segnali che il tiratore in Florida fosse disturbato mentalmente, {era stato} persino espulso per comportamento scorretto e irregolare. I vicini e i compagni di classe sapevano che era un grosso problema. È sempre necessario segnalare tali istanze alle autorità, ancora e ancora. L’abbiamo fatto, più e più volte. Fin da quando era alle scuole medie e non è stata una sorpresa per nessuno che lo conoscesse scoprire che era lui il tiratore. Chi parla di come non avremmo dovuto ostracizzarlo, non lo conosceva affatto. Beh, noi lo conoscevamo. Sappiamo che stanno rivendicando problemi di salute mentale, e io non sono una psicologa, ma dobbiamo stare attenti perché questo non era solo un problema di salute mentale. Non avrebbe ferito molti studenti con un coltello.

E che ne dite di smettere di incolpare le vittime di qualcosa che è stata colpa dello studente, colpa delle persone che gli hanno permesso di comprare le armi, quelli delle mostre di armi, le persone che lo hanno incoraggiato a comprare gli accessori per le sue armi in modo da renderle completamente automatiche, le persone che non gliele hanno portate via quando hanno saputo che esprimeva tendenze omicide, e non sto parlando dell’FBI. Sto parlando delle persone con cui ha vissuto. Sto parlando dei vicini, che lo hanno visto fuori, con in mano le armi.

Se il Presidente vuole venire da me e dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile, che non sarebbe mai dovuta succedere, e continuare a dirci che non si farà nulla al riguardo, allora sarò felice di chiedergli quanti soldi ha ricevuto dalla National Rifle Association {lobby americana delle armi}. E volete sapere una cosa? Non importa, perché lo so già. Trenta milioni di dollari. Che, diviso per il numero di vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti solamente nel primo mese e mezzo del solo 2018, risulta essere la bella cifra di $ 5,800 {a persona}. Questo è quanto valgono queste persone per te, Trump? Se non fai nulla per impedire che ciò continui ad accadere, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il il loro valore scenderà. E noi saremo senza valore per te. A ogni politico che prende donazioni dalla NRA io dico: vergognatevi!

Se il vostro denaro fosse tanto minacciato quanto lo siamo noi, il vostro primo pensiero sarebbe, come si rifletterà questo sulla mia campagna? Chi dovrei scegliere? Oppure scegliereste noi, e se ci rispondeste, per una volta vi comportereste di conseguenza? Sapete quale sarebbe un buon modo di comportarsi di conseguenza? Ebbene, ho un fulgido esempio di come non ci si dovrebbe comportare. Nel febbraio del 2017, un anno fa, il presidente Trump ha abrogato un regolamento approvato dalla presidenza Obama che avrebbe reso più facile bloccare la vendita di armi da fuoco a persone con determinate malattie mentali.
Dalle interazioni che ho avuto con il tiratore prima della sparatoria, e dalle informazioni che ho attualmente su di lui, non so davvero se fosse malato di mente. Ho scritto questo prima di sentire quello che ha detto Delaney. Delaney ha detto che gli era stato diagnosticato {un disordine mentale}. Non ho bisogno di uno psicologo e non ho bisogno di essere una psicologa per sapere che abrogare quel regolamento è stata un’idea davvero stupida.

Il senatore repubblicano dell’Iowa Chuck Grassley è stato l’unico sponsor di un disegno di legge che impedisce all’FBI di eseguire controlli di background su persone giudicate malate di mente e ora dichiara, a titolo informativo: “Beh, è un peccato che l’FBI non stia effettuando controlli di background su questi malati di mente.” Eh, caro. Sei stato proprio tu a togliere loro questa opportunità, l’anno scorso.

Le persone del governo, che sono state votate per arrivare al potere, ci stanno mentendo. E noi ragazzi sembriamo essere gli unici a notarlo, e i nostri genitori gli unici ad affermare che stanno dicendo cazzate. Voi, aziende che state cercando di rendere gli adolescenti delle caricature in questi giorni, dicendo che siamo tutti egocentrici e ossessionati dalla moda e ci zittite fino a sottometterci quando il nostro messaggio non raggiunge le orecchie della nazione, siamo pronti a dire che queste sono cazzate. Politici che sedete sulle vostre poltrone dorate della Camera e del Senato, finanziati dalla NRA, dicendoci che non si sarebbe potuto fare nulla per impedirlo, queste sono cazzate. Dicono che leggi più restrittive sulle armi non riducono la violenza. Queste sono cazzate. Dicono che un bravo ragazzo con un’arma ne ferma uno cattivo con una pistola. Queste sono cazzate. Dicono che le armi sono solo strumenti, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le auto. Queste sono cazzate. Dicono che nessuna legge avrebbe potuto impedire le centinaia di tragedie insensate che si sono verificate. Queste sono cazzate. Dicono che noi ragazzi non sappiamo di cosa stiamo parlando, che siamo troppo giovani per capire come funziona il governo. Queste sono cazzate. Se siete d’accordo, registratevi per votare. Contattate i vostri membri locali del Congresso. Dite loro cosa ne pensate.”

Fonti:
🔸Traduzione di Sarah Tuggey: goo.gl/QssBNg
🔸CNN: goo.gl/nrUaub

La Storia siamo noi

16 Feb

La Storia

La Storia siamo noi
Nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
La Storia siamo noi 
Attenzione
Nessuno si senta escluso
La Storia siamo noi
Siamo noi queste onde nel mare
Questo rumore che rompe il silenzio
Questo silenzio così duro da raccontare
E poi ti dicono tutti sono uguali
Tutti rubano nella stessa maniera
Ma è solo un modo per convincerti
A restare chiuso dentro casa quando viene la sera
Però la Storia non si ferma davvero
Davanti a un portone
La Storia entra dentro le nostre stanze
E le brucia
La Storia dà torto o dà ragione
La Storia siamo noi
Siamo noi che scriviamo le lettere
Siamo noi che abbiamo tutto da vincere
O tutto da perdere
Poi la gente
Perché è la gente che fa la Storia
Quando si tratta di scegliere
E di andare te la ritrovi
Tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare
Quelli che hanno letto un milione di libri
Insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare
Ed è per questo che la Storia dà i brividi
Perché nessuno la può cambiare
La Storia siamo noi
Siamo noi padri e figli
Siamo noi
Bella ciao
Che partiamo
La Storia non ha nascondigli
La Storia non passa la mano
La Storia siamo noi
Siamo noi questo piatto di grano.

 

Francesco De Gregori – Scacchi e tarocchi – 1985

 

 

 

La prerogativa: da dove viene?

11 Feb

Dal sito Una parola al giorno traggo questa interessante spiegazione sul significato e origine della parola:

Prerogativa

[pre-ro-ga-tì-va]

SIGN Privilegio, diritto; peculiarità, caretteristica distintiva
voce dotta recuperata dal latino [praerogativa], sostantivazione dell’aggettivo [praerogativus] ‘che esprime un parere prima degli altri’, da [prae rogatus] ‘interrogato prima’.

 

Questa parola ci apparecchia dei significati davvero interessanti e utili, ma soprattutto ha un’etimologia sorprendente.

Nell’ordinamento dell’antica Roma la prerogativa era la centuria che, fra i comizi centuriati, votava per prima. Per chi non lo ricordasse, quella dei comizi centuriati fu forse l’assemblea più importante di Roma, dai tempi di re Servio Tullio fino ad Augusto: secondo la logica per cui il cittadino era anche soldato, i cittadini romani erano suddivisi in classi in base al censo, cioè in base alla loro ricchezza; i cittadini delle classi più ricche erano tenuti ad avere (li pagavano di tasca propria) armamenti migliori, e ricoprivano ruoli militari più importanti, mentre quelli delle classi più povere portavano armi più modeste e avevano ruoli più umili – fino ad essere esentati del tutto dal servizio militare. Ciascuna classe si articolava in un certo numero di centurie, gruppi (non necessariamente di cento persone, a dispetto del nome) che, nell’assemblea dei comizi centuriati, esprimevano ciascuno un voto collettivo. Le competenze di quest’assemblea erano di assoluto rilievo, e andavano dall’elezione delle magistrature maggiori, alla votazione sulle leggi, fino anche a funzioni giurisdizionali. Ad ogni modo, nell’assemblea votavano per prime le centurie delle prime classi, in ordine discendente; e fra quelle della prima classe veniva estratta a sorte – e qui chiudiamo il cerchio – la prerogativa, quella che avrebbe votato avanti a tutte le altre. Un voto importante, perché ad esso volentieri si uniformavano i seguenti.

In italiano la prerogativa riemerge nel XIV secolo, indicando un privilegio, un diritto riconosciuto – qual era quello della prerogativa romana – specie attribuito a cariche pubbliche: parliamo della prerogativa regia per cui il Re d’Italia poteva nominare intere infornate di senatori, delle immunità che sono prerogative di capi di Stato, di parlamentari, di diplomatici. Ma possiamo anche parlare di come il più esperto della squadra abbia la prerogativa dell’ultima parola, o della moglie che ha la prerogativa nella scelta del menu. Inoltre – e sempre già dal XIV secolo – la prerogativa prende anche il significato di peculiarità, di caratteristica specifica: non proprio un privilegio, ma comunque qualcosa che distingue. L’abilità straordinaria nel passaggio è una prerogativa del tal giocatore di basket, il celebre accademico ha la prerogativa di una simpatia travolgente, e quel cuoco ha la prerogativa di un estro impareggiabile nella reinterpretazione dei piatti della tradizione.

Una parola delle più suggestive, che a partire da una consistenza storica notevole è stata capace di trovare sbocchi di significato sempre più vivaci.

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