Parole. Musica. Una voce. Quante emozioni.

14 Ott

Rita Bellanza: “È come se Vasco Rossi avesse scritto la mia storia, non quella di Sally.”

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Una questione di principio

12 Ott

Giancarlo Ricci è un vero democratico con la schiena dritta, uno stimato  anche da chi non la pensa come lui.  Con altri militanti della stessa pasta l’anno scorso citò in giudizio il Pd romano – nella persona dell’allora commissario Matteo Orfini – per le arroganti delibere che calpestavano disinvoltamente regolamenti e statuto. Davide contro Golia.

Il Tribunale (c’è sempre un giudice a Berlino) ha dato ragione a Giancarlo e ai suoi, ma  Orfini è ricorso in appello contro la sentenza.  
Di qui l’appassionata lettera che Giancarlo ha scritto ad alcuni amici e compagni e che io riporto qui di seguito. La faccio breve: Giancarlo merita tutto il nostro rispetto e sostegno. Si è coraggiosamente battuto per tutti noi che crediamo nella democrazia e nel rispetto delle regole.
Se vi riconoscete i tra questi,  raccogliete la sua richiesta d’aiuto (bisogna trovare circa 2.500€) e contribuite, indipendentemente da tessere e credo politico. È, come si suol dire, per il principio. Della legalità.

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Carissime, carissimi,

come sapete il PD Roma, mentre era ancora commissario Orfini, ha deciso di ricorrere in appello avverso la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto le nostre ragioni e condannato il PD al pagamento delle spese. Di conseguenza, doverosamente, anche noi dobbiamo costituirci in appello per riaffermare i principi di democrazia che ci hanno spinto ad avviare la vertenza e per chiedere la conferma del primo giudizio a noi favorevole.

Come ho già avuto modo di considerare, purtroppo i tempi della giustizia civile sono così lunghi da superare ampiamente l’evoluzione delle vicende politiche e i cambiamenti di fase della situazione politica cittadina e nazionale. Tuttavia le nostre motivazioni mantengono intatto il loro valore e trascendono la sfera del contingente e del personale.

Dobbiamo quindi perseverare, con la tenacia e la convinzione che abbiamo finora dimostrato, e che spero continueremo a dimostrare collettivamente. Vi chiedo quindi un ulteriore contributo economico, il massimo che potete ragionevolmente sostenere, sapendo che alla conclusione del giudizio tutte le somme corrisposte, di cui ho tenuto minuziosamente conto, vi saranno interamente restituite.

Di seguito potrete leggere la nota che è stata inviata dai nostri legali in cui verificare il dettaglio delle spese da sostenere e la somma che dobbiamo raccogliere. Come in precedenza vi chiedo di versare il vostro contributo con un bonifico sul conto corrente IBAN IT20Z0301503200000004040305 a me intestato. E’ il metodo più trasparente e più pratico, e consente in qualsiasi momento a ciascuno di voi di chieder conto di quanto versato in precedenza, e a me di dar sempre conto di quanto ricevuto e di quanto versato allo studio legale.

Come di consueto, sono sempre a vostra disposizione per ogni ulteriore informazione e per ogni chiarimento, e non appena avrò il testo con cui ci costituiremo in appello ve lo trasmetterò,

Un sentito grazie per la vostra collaborazione, e un affettuoso abbraccio.

Giancarlo Ricci

Non voglio un Parlamento di pecore, ne ho il diritto

12 Ott

 

Di Rosatellum, rispetto per la Costituzione, per le regole e per il popolo sovrano

L’art. 72 della Costituzione dispone: 
Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza…..La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non bastasse, il Regolamento della Camera prescrive:
1. il voto segreto per le leggi elettorali (art. 49): Sono altresì effettuate a scrutinio segreto, sempre che ne venga fatta richiesta, le votazioni sulle modifiche al Regolamento…nonché sulle leggi elettorali.
2. che la questione di fiducia non può essere chiesta per gli argomenti per cui è previsto il voto segreto (art. 116, comma 4):
La questione di fiducia non può essere posta su proposte di inchieste parlamentari ….. e su tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive votazioni per alzata di mano o per scrutinio segreto. (*)

La Carta prevede quindi che ci sia un “esame”, il normale e doveroso confronto parlamentare, del disegno di legge elettorale (che pur essendo ‘ordinaria’ non è una legge come le altre: viene infatti equiparata ai “disegni di legge in materia costituzionale”). Il ricorso alla fiducia non è previsto affatto: è un infimo stratagemma che è un vero e proprio insulto alla nostra Costituzione e alla sovranità del Parlamento.

Altresì, con la fiducia si chiede alla Camera di approvare una legge senza averla mai discussa in Aula, visto che non c’è stata neanche la discussione generale. Abbiamo così un Parlamento ridicolizzato ed i suoi componenti ridotti al ruolo di schiacciabottoni. Ma se lo meritano quelli che hanno eseguito docilmente e servilmente l’ordine e voteranno la fiducia: siamo noi cittadini che non meritiamo un parlamento fatto di pecore obbedienti, oggi in parte, domani quasi del tutto,  se questa legge indecente dovesse passare e nel quale la mia fiducia (e quella di molti, molti altri) si ridurrebbe quasi allo zero.

l Pd e il suo segretario (cui aggiungo il presidente del Consiglio dei ministri) hanno commesso un errore mortale: immemori della catastrofe romana dopo aver fatto decadere un sindaco democraticamente eletto, ripercorrono la strada che condusse tanti elettori a una reazione viscerale aprendo la porta del Campidoglio al populismo. Alle prossime elezioni succederà lo stesso.
I 5 stelle ringraziano e già si fregano le mani.

(*) Aggiornamento. La Presidente della Camera, Boldrini, ha chiarito in un articolo su Il Manifesto, perché non ha potuto negare il voto di fiducia. Ne prendo atto, ma resta tutta la mia indignazione per l’aver utilizzato uno stratagemma – e non una norma chiara e inequivocabile – per porre la fiducia su una legge indecente che sottrae ancora una volta al popolo il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Il risultato è che di tutto questo se ne avvantaggeranno il populismo più sbracato e la coppia Berlusconi-Salvini. Complimenti.

La memoria corta.

Il momento è ora: occorre una sinistra, civica, larga e partecipata

9 Ott

Qui di seguito il documento letto da Tomaso Montanari e Anna Falcone nella conferenza stampa che si è tenuta oggi nella sala della Stampa Romana che fa il punto della situazione politica in seguito alle vicende di questi giorni e rilancia con forza l’inizia del percorso per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza.

1.

Crediamo che davvero non si possa più aspettare, e lo diciamo con umiltà e con il massimo rispetto per ogni percorso politico: il momento è ora. Perché «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» (Oliver Goldsmith, The Deserted Village).

Di fronte all’ennesima legge elettorale-truffa, a un dibattito mediatico-politico concentrato su leadership e personalismi, invece che sulle soluzioni ai problemi delle persone e sulla costruzione di una nuova visione di società e di Paese, una parte importante di cittadini ed elettori si sta chiedendo se andare o no a votare alle prossime elezioni politiche. Perché rischia di trovarsi dinnanzi all’ennesimo Parlamento di nominati non scelti dagli elettori. Perché manca nell’offerta politica un progetto veramente innovativo capace di rappresentare chi non ha voce; di contrastare la precarietà in cui vivono i più, e la quasi totalità delle giovani generazioni; di proporre, oltre alla protesta, un nuovo modello sociale più giusto, inclusivo, solidale. Un progetto capace di rovesciare «la scandalosa realtà di questo mondo» (papa Francesco).

Per cambiare veramente lo stato delle cose non basta il professionismo politico che c’è, occorre qualcosa di veramente nuovo: un progetto unitario più grande e ambizioso dei singoli pezzi, un progetto che vada oltre le prossime elezioni e abbia come denominatore comune il contrasto alle politiche neoliberiste che in questi anni hanno decapitato diritti, futuro e ruolo della sovranità popolare e delle istituzioni democratiche.

Dopo la lunga stagione dei governi e delle politiche nell’interesse dei pochi contro i bisogni e i desideri dei molti è giunto il tempo di immaginare una politica e un governo nell’interesse della maggioranza delle persone. Un mezzo, insomma: e non un fine.

È per questo che consideriamo chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti. E per far questo serve costruire la Sinistra che ancora non c’è.

2.

È per questo che, a giugno, abbiamo lanciato il percorso ‘del Brancaccio’: quello di un’alleanza popolare, tra cittadini e forze politiche, per la democrazia e l’eguaglianza. L’abbiamo fatto per rimettere al centro del dibattito politico la prepotente richiesta di democrazia e partecipazione scaturita dalla vittoria del 4 dicembre: non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi.

Ora, quattro mesi e molte assemblee dopo, è a tutti chiaro che era la strada giusta.

È per questo che rilanciamo lo stesso obiettivo, con l’imperativo di partire, senza ulteriori tentennamenti, per la costruzione di un Polo civico e di Sinistra che confluisca, nell’immediato, in una lista unica nazionale e, in prospettiva, in un soggetto capace di dar vita a quella Sinistra che, in questo Paese, non c’è ancora. Un progetto politico stabile e credibile di Sinistra, più grande e più ambizioso dei singoli partiti e movimenti, e che permetta, anche nel nostro Paese, la liberazione e l’espressione di quelle energie che altrove hanno dato vita – ad esempio – a Podemos in Spagna, e al nuovo Partito laburista di Corbyn in Gran Bretagna.

Un caso emblematico, quest’ultimo: anche il partito che ha inaugurato la “Terza Via” in Europa ha invertito la rotta e riguadagnato consensi e credibilità dopo una lunga crisi. Ciò che accade in Europa, ci insegna che la Sinistra vince solo se è unita su programmi radicali e innovativi, senza alcuna “connivenza” o appoggio a forze conservatrici e di ispirazione neoliberista. Dobbiamo guardare oltre, non fermarci alle prossime elezioni, ma costruire insieme i presupposti per un nuovo umanesimo globale, un mondo giusto in cui trovino posto non solo i vecchi diritti che ci sono stati tolti, ma anche i nuovi, come il diritto a una partecipazione democratica vera, il diritto al tempo, il diritto alla felicità di tutti e di ognuno. Questa è la nostra ambizione, e per attuarla sappiamo che la dimensione nazionale non è sufficiente. Per questo vogliamo rafforzare quei rapporti con gli altri movimenti che in Europa e nel mondo hanno già percorso questa via e hanno inaugurato una nuova stagione politica e di democrazia, rimettendo al centro del dibattito i cittadini e le loro reali priorità.

Insomma, siamo convinti, con Tony Judt, che «C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande. Dobbiamo sottoporre a critica radicale l’ammirazione per mercati liberi da lacci e laccioli, il disprezzo per il settore pubblico, l’illusione di una crescita senza fine. Non possiamo continuare a vivere così».

3.

Quel popolo unito noi lo abbiamo incontrato lungo tutto il 2016, nella grande campagna referendaria che ha portato alla vittoria del 4 dicembre, le tante bandiere della Sinistra si sono inchinate di fronte all’unica bandiera della Costituzione. E abbiamo vinto!

Questa unità è andata oltre, nonostante un dibattito mediatico e politico tutto concentrato sui cambi d’umore di un ‘leader’ autodesignato e divisivo, ed ha  preso corpo fin dalle prime assemblee del ‘Brancaccio’ che, dal 18 giugno ad oggi, hanno attraversato e per tutto ottobre attraverseranno l’Italia. E anche nei nostri incontri sul programma si è ritrovato un solo popolo: cittadini senza tessera, altri che militano in partiti e movimenti della Sinistra, tanti delusi dal PD e dalla politica in genere, cittadini che non votano più o si rifugiano nel voto di protesta. Tutti chiedono la stessa cosa: una forza unitaria e popolare che possa e voglia realmente cambiare l’Italia con un programma radicale e coraggioso di rivendicazione dei diritti negati, a partire da quelli riconosciuti e tutelati dalla Costituzione, per arrivare ai nuovi diritti posti dalle sfide del presente e del futuro.

Oggi siamo qui per prendere atto, finalmente, che sono maturati anche in altri le ragioni e la volontà di lavorare per una lista unica della Sinistra. Le vicende di questi ultimi giorni, hanno reso evidente la faglia di separazione tra chi rimane arroccato a vecchi schemi e condizionato dall’egemonia del Partito democratico, e le forze che intendono davvero cambiare lo stato delle cose. Lavoro, redistribuzione della ricchezza, tutela dell’ambiente e del clima, diritto alla salute e all’istruzione, pace e accoglienza dei migranti: esiste un popolo, unito, che su tutto questo vuole invertire la rotta.

4.

Per questo vogliamo mettere a disposizione il metodo e l’esperienza del Brancaccio, che dall’inizio è nato come uno spazio politico aperto a tutti coloro che condividessero questi obiettivi. Noi continueremo con le assemblee locali delle “Cento piazze per il Programma”, che culmineranno in un grande incontro nazionale, a novembre.

Contemporaneamente, e fin da oggi, verificheremo con i responsabili di porti ad eleggere – col metodo una testa un voto – e secondo le modalità più trasparenti e plurali possibili, una grande assemblea che decida tuttdemocraticamente sul programma finale e su candidati realmente espressione dei cittadini, con il più ampio spazio per donne e giovani. Le regole di questo processo saranno fondamentali: noi crediamo, per esempio, che sia inaccettabile il modello mediatico e ambiguo delle primarie, e che i modi di partecipazione debbano invece valorizzare l’impegno di coloro che si spendono in attività politiche, sociali, di volontariato, ecc. E crediamo che un comitato die le forze politiche che si dichiarano alternative alle destre e al Pd la possibilità di costruire un calendario e un metodo – condivisi da tutte le forze, civiche e politiche, e non imposti da nessuno – che portino, prima della fine dell’anno, ad una lista unica ed unitaria per le prossime elezioni.

Per questo ribadiamo la centralità di una vasta partecipazione dal basso, che  facilitatori non candidati debba assumere un ruolo di garanzia, in questo processo.

Sinistra Italiana, Possibile, Mdp, Rifondazione Comunista, l’Altra Europa e le altre sigle politiche che si uniranno sono solo una piccola parte della sinistra che va costruita: e crediamo che questa nuova Sinistra o sarà civica, larga, democratica e partecipata, nei metodi e nei fini, o non sarà.

Perché il nostro impegno sia credibile e sia l’inizio di una nuova stagione politica è necessario un radicale rinnovamento di linguaggio e di leadership, un rinnovamento anche generazionale che rappresenti nei volti e nelle storie una sinistra non solo finalmente unita, ma realmente nuova, espressione dei cittadini e dei territori, in una parola diversa rispetto alle esperienze passate e con lo sguardo rivolto al futuro. Una sinistra finalmente credibile.

La nostra stessa condizione di cittadini, e non di politici di professione, ci impone un ruolo di garanzia, di stimolo e di controllo: al quale non verremo meno. Da oggi inizieremo a realizzare questo programma: con tutte e tutti coloro che vorranno starci.

La politica – come ha detto Jeremy Corbyn – non deve tornare nelle scatole. E non lo farà.

Anna Falcone, Tomaso Montanari

http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/

 

CHE !

8 Ott

“Mai fare un passo indietro, neanche per prendere la ricorsa.”

 

Guerrillero heroico, di Alexander Korda

 

Il 9 ottobre del 1967, cinquant’anni fa, nei dintorni di uno sperduto villaggio boliviano veniva ucciso Ernesto Che Guevara. Aveva 39 anni.

 

 

Governabilità, il nuovo totem

5 Ott

‘Governabilità’ è la nuova parola d’ordine che si aggira nei corridoi della politica. Non so quanti l’abbiano notato: una nuova parola d’ordine che viene ripetuta con più che sospettabile frequenza, vista la sua incongruità con la nuova (speriamo) legge elettorale. In suo nome, in nome della ‘governabilità’, si è infatti arrivati perfino a sostenere che il sistema elettorale deve servire a eleggere il governo. E quindi, che la legge elettorale di cui si discute dovrà essere concepita in modo da garantire la ‘governabilità’.

È un trucco. Come nel gioco delle tre carte si fa apparire una realtà che non esiste.

Andiamo per ordine. ‘Governare’ vuol dire ‘dirigere, condurre, guidare, gestire (una nave, una casa, perfino una stalla viene governata). ‘Governabilità’ è quindi l’insieme di condizioni per cui l’atto può essere realizzato. Afferma la Treccani: “Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese.” Tutto qui: non si aggiunge che la governabilità sia una condizione necessaria ed obbligata come invece, con un trucco da fiera paesana, si tenta di insinuare subdolamente nella mente degli elettori.

Non basta. Nell’intera Costituzione questo concetto – non solo la parola – è assente del tutto. Perché la Costituzione prevede tutt’altro: dispone l’irrinunciabile rappresentanza nel Parlamento cioè la presenza – in proporzione ai voti espressi – dei rappresentanti delle forze politiche attive nel paese. Dispone pertanto che il Parlamento sia liberamente (art. 48) eletto dai cittadini, dal popolo sovrano, affinché esso sia effettivamente rappresentativo della volontà degli elettori che non può essere stravolta.  È quindi la rappresentatività la principale condizione  cui deve ispirarsi la legge elettorale. Dispone infine la Carta che sia il Presidente della Repubblica a nominare il capo del governo e che esso governo debba avere la fiducia del Parlamento, essendovi subordinato. Questo – e non altro – afferma la nostra Costituzione.

È il Parlamento che controlla l’operato del governo, non il contrario: se così fosse,  non ci si dovrebbe scandalizzare  dei 314 deputati supinamente fedeli a Berlusconi (ma non leali verso il loro mandato) che si dissero convinti che Ruby era la nipote di Mubarak.

Si tenta insomma di metter da parte il dettato costituzionale per far  primeggiare una supposta e mai dimostrata prevalenza della governabilità sulla rappresentatività: progressivamente, attraverso sistemi elettorali indegni di questo nome, con liste bloccate e ingiustificabili premi di maggioranza ” i gruppi politici al potere vanno cercando di persuaderci che è più importante un governo stabile rispetto al fatto che i cittadini scelgano i loro rappresentanti liberamente e proporzionalmente secondo le loro opinioni e spesso perfino che i cittadini possano essere effettivamente i protagonisti nella scelta dei loro rappresentanti.”(1)

La legge elettorale non serve a eleggere il governo; essa deve rispondere unicamente a requisiti irrinunciabili di neutralità, affinché la rappresentanza del Parlamento sia il più possibile fedele alla volontà popolare. E per rispondere a questa irrinunciabile quanto vitale esigenza, piaccia o non piaccia  c’è solo il sistema elettorale proporzionale.

 

(1) Una falsa democrazia: governabilità vs rappresentatività
Prof. Giovanni Levi , Università Ca’ Foscari, Venezia

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

 

 

È la brutta politica che crea l’antipolitica

4 Ott

Non è la protesta fine a sé stessa, non il populismo alimentato ad arte. È quel mondo che guarda alla politica come un posto (benissimo remunerato) da occupare e da cui poter dispensare favori (remunerati anch’essi), mediante il quale poter fare affari (anche non del tutto o per niente legali), con cui sfruttare la posizione a proprio vantaggio.

Chi non considera la politica come una missione civica fa parte di quel mondo. Ed è allora che leggiamo di cambi di bandiera a metà tra il cinismo e la disinvoltura, oppure fatti come quelli qui riportati oggi dai media.
Che squallore, che disgusto, che vergogna.

Qui sotto trovate la cronaca di Repubblica.

Le raccomandazioni, le molestie, le minacce: il video delle Iene svela il disonore degli onorevoli

Le raccomandazioni, le molestie, le minacce: il video delle Iene svela il disonore degli onorevoli
(ansa)
 Dalle frasi mafiose alle allusioni sessuali, dalle assunzioni farlocche ai favori agli amici: una lunga lista di illegalità nelle accuse della collaboratrice parlamentare (in nero) agli esponenti centristi Rossi e Caruso

di MICHELA SCACCHIOLI

04 ottobre 2017
ROMA – Minacce in stile mafioso e molestie. Assunzioni farlocche e favori agli amici. Un elenco di comportamenti ‘disonorevoli’. Un rosario di irregolarità. Una lista di condotte illecite sulle quali ora si invocano accertamenti da parte della procura di Roma. A partire dalla prima circostanza: il figlio del sottosegretario risulta assunto con un contratto a tempo indeterminato dal deputato amico. E quel deputato col sottosegretario condivide pure l’ufficio istituzionale, oltre che il partito centrista di appartenza: Democrazia solidale-Centro democratico. Di fatto, ex montiani più ex Udc che ora dicono di “attendere spiegazioni” su quanto accaduto (qui l’audio Capital).

La sfilza però continua: il figlio del sottosegretario non viene pagato dal deputato per il ruolo di ‘assistente parlamentare e ufficio stampa’ ma percepisce la retribuzione direttamente dal padre, cioè il sottosegretario. Come se non bastasse, il figlio incassa, sì, il compenso ma sul posto di lavoro non si vede mai: “Papà ha aperto un ufficio vicino casa mia e io sto sempre là… Mio padre mi vuole piazzare all’ufficio suo…”, replica il giovane a chi gli chiede conto della situazione. Lui non sa che le sue parole, intanto, sono registrate senza censura. Imbarazzanti anomalie che emergono dal servizio tv delle Iene: una video-denuncia sulla ‘parentopoli’ in Parlamento che ha già scatenato polemiche e spinto il generale (in aspettativa) Domenico Rossi, 66 anni, sottosegretario alla Difesa eletto nel 2013 alla Camera in quota Scelta civica (guidata dal ‘moralizzatore’ Mario Monti), a lasciare l’incarico di governo. Lo scandalo dell’uso improprio delle auto della Difesa – che già lo aveva travolto nei mesi passati – all’epoca non era riuscito a fargli maturare la medesima scelta. Forse perché, stando al video attuale, quell’uso non si è interrotto con la debole difesa che Rossi tentò di fornire allora: “Ho sbagliato, onestamente e in buona fede”. 

Illegalità, queste, rese note dalle parole di una collaboratrice del deputato. Lui è Mario Caruso, siciliano, 62 anni. A Montecitorio entra nel 2013 (dopo averci provato pure nel 2006 nella lista ‘Per l’Italia nel mondo’ di Mirko Tremaglia, esponente della destra italiana) con una candidatura all’estero in quota ‘Futuro e Libertà per l’Italia’ nella lista di Mario Monti. La ragazza gli lancia, nell’ordine, molteplici accuse: è da un anno e mezzo che lei lavora come assistente del deputato senza essere pagata. Ma non è solo una questione di soldi: terminato lo stage gratuito di tre mesi, infatti, Caruso non l’ha mai contrattualizzata nonostante le ripetute promesse. Ciò nonostante, per 18 mesi la giovane ha varcato tutte le mattine l’ingresso della Camera per svolgere le proprie mansioni (pattuite soltanto a parole). Come ha fatto? Con un regolare tesserino nominativo e tanto di foto. Non è tutto: a ciò si aggiungono le molestie sessuali. La collaboratrice racconta di un invito a cena a Prati condito di avances e sottintesi. Poi gli sms: “Stasera sono a casa da solo, valuta tu cosa fare”. Lui dopo proverà a difendersi e a dire che le (eventuali) relazioni private nulla hanno a che fare con i contratti di lavoro da stipulare.

Sarà lei a registrare di nascosto la chiacchierata con Fabrizio, il figlio del generale, e a chiedergli perché sul posto di lavoro lui non c’è mai. La medesima domanda – sempre con telecamera nascosta – la giovane la rivolgerà direttamente a Caruso. Con tanto di strafalcioni grammaticali, il deputato dirà apertamente di aver fatto un favore al sottosegretario il quale, da padre, provvede pure a ‘remunerare’ il ragazzo.

L’elenco delle illegalità, tuttavia, non è finito. Incalzato dall’inviato delle Iene che gli chiede spiegazioni su quanto emerso e denunciato, Caruso perde le staffe. Le parolacce fioccano, i gesti scomposti pure. Se la prende con la telecamera puntata su di lui. E infine cede al peggio, la minaccia in stile mafioso: “Vai a f…..o, e se vuoi di più vienimi a trovare dove io abito sempre… ti faccio vedere io come si ragiona al paese mio”. Il suo gruppo parlamentare, nel frattempo, ha deciso che a Caruso basterà scusarsi, pagare alla collaboratrice quanto dovuto e interrompere immediatamente il rapporto di collaborazione col figlio di

 

Rossi. Quanto al sottosegretario dimissionario, invece, gli scranni della Camera lo attendono. In qualità di generale, nel 2013 fu posto in licenza straordinaria per partecipare alle Politiche. E una volta eletto, collocato d’ufficio in aspettativa per la durata del mandato parlamentare.

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Renzi  e l’interpretazione della democrazia

3 Ott

Una sera alla festa del Pd a Testaccio, a Roma.

Se un sindaco non è capace va a casa“.
E chi lo decide? Il segretario o gli elettori?

Renzi non ha ancora capito, proprio non ci arriva, che la democrazia non si può interpretare ma si rispetta sempre, non  solo quando è lui ad avere i voti, e si rifiuta di riconoscere il clamoroso errore di Roma: il disastro romano del Pd, i 5 stelle e la Raggi in Campidoglio sono solo una sua responsabilità.

A tenergli compagnia possiamo aggiungerci lo spicciafeccende Orfini, un paio di cortigiani messi in Giunta, il gregge che si lasciò docilmente condurre dal notaio e prima ancora i dirigenti del Pd romano che fecero opposizione a Marino dal momento che salì al Campidoglio. Per esempio, D’Ausilio che commissionò un sondaggio artefatto contro Marino pagato coi soldi del gruppo consiliare Pd, Michela De Biase che lanciava anatemi contro il sindaco in una Direzione romana del partito solo pochi giorni prima di Mafia Capitale, Coratti che come presidente dell’assemblea capitolina spostava gli ordini del giorno per ostacolare l’attività della Giunta. Una bella congrega di picconatori – di cui Orfini ovviamente non si avvedeva – che dobbiamo ringraziare unitamente ai media scatenati sulla Panda rossa e sugli scontrini.

Su tutto questa primeggia la vergogna di un segretario del partito che si dichiara ‘democratico’ e che alla democrazia – cioè la sacrosanta volontà degli elettori – antepone disinvoltamente  (chissà poi perché: ma dovrà uscire prima o poi) quello che vuole lui.

http://youmedia.fanpage.it/video/al/Wbuq1OSwLgt7Gixo/u1/

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Sovraffollamento nelle carceri: Antigone denuncia un problema drammatico e irrisolto

2 Ago

L’associazione Antigone segue da anni i problemi legati alla giustizia penale e, in particolare, quelli sulla realtà carceraria italiana. Di recente ha presentato alla Camera dei deputati il pre-rapporto 2017 : più avanti il comunicato ufficiale.

Come è noto, le carceri italiane non sono un modello: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha già stigmatizzato le inumane situazioni di sovraffollamento, la stessa Antigone ha recentemente registrato il ventinovesimo suicidio di un recluso nel 2017 ed è di pochi giorni fa la lettera di Francesca Occhionero che denuncia le medievali condizioni di Rebibbia, altrimenti non considerato certo tra i peggiori istituti di reclusione in Italia.

Antigone è nata alla fine degli anni ottanta nel solco della omonima rivista contro l’emergenza carceraria promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà e Rossana Rossanda. E’ un’associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale e ogni anno presenta un rapporto: qui il rapporto 2016.

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© Gianni Berengo Gardin – Fondazione Forma per la Fotografia – Dalla mostra di fotografie “Dentro” fatte all’interno delle carceri italiane esposta alla Wave Photogallery di Brescia, pubblicata da Il Post

Continua a crescere il numero dei detenuti e si torna sotto i 3mq

Continua la crescita dei detenuti (il tasso di sovraffollamento è al 113,2%) e in alcune carceri si torna a scendere sotto lo spazio minimo previsto di 3 mq per detenuto. E’ quanto emerge dal pre-rapporto 2017 che abbiamo presentato oggi a Roma, frutto dei primi sei mesi di visite del nostro Osservatorio.
Già nell’ultimo rapporto, non a caso chiamato #TornailCarcere, si era posta l’attenzione sul ritorno del sovraffollamento con tassi di crescita che, se continuassero all’attuale ritmo, porterebbero in pochi anni l’Italia ai livelli che costarono la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Ma quali sono le ragioni della crescita del numero dei detenuti? Da una parte il numero enorme di processi penali pendenti. Oltre 1,5 milioni di cui più di 300 mila dalla durata irragionevole e quindi prossimi alla violazione della legge Pinto. I tempi lunghi dei processi influiscono sull’eccessivo ricorso alla custodia cautelare che continua a crescere arrivando all’attuale 34,6%, quando solo due anni fa era al 33,8%. Dall’altra c’è il fatto che si registra un cambiamento anche nelle pratiche di Polizia e giurisdizionali, effetto questo della pressione dell’opinione pubblica a partire da casi eclatanti (di come le sirene del populismo penale potessero influire avevamo parlato in un nostro recente approfondimento).

Altri dati che emergono riguardano lo stato generale delle condizioni di detenzione. Nel 68% degli istituti da noi visitati in questi primi mesi del 2017 ci sono celle senza doccia (come invece richiesto dall’art. 7 del DPR 30 giugno 2000, n. 230), e solo in uno, a Lecce, e solo in alcune sezioni, è assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti, come richiesto dall’art. 14 dell’Ordinamento penitenziario. Inoltre l’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea con il più basso numero di detenuti per agenti (in media 1,7), mentre ciò che manca sono gli educatori. A Busto Arsizio ce n’è uno ogni 196 detenuti e a Bologna uno ogni 139.

Elemento fondamentale è anche quello della salute in carcere. In tal senso sarebbe utile per i medici disporre della cartella clinica informatizzata, che garantisce che le informazioni sanitarie del detenuto si spostino facilmente assieme a lui da un istituto all’altro, ma questa è disponibile solo nel 26% degli istituti da noi visitati.

Per quanto riguarda il lavoro abbiamo osservato che lavora circa il 30% dei detenuti. Ma nel 26% degli istituti da noi visitati non ci sono datori di lavoro esterni, nel 6% non ci sono corsi scolastici attivi e nel 41,5% non ci sono corsi di formazione professionale.  Uno sguardo viene posto anche ai contatti con l’esterno ed ai rapporti con la famiglia, di cui si riconosce l’utilità per il reinserimento sociale e la prevenzione di atti di autolesionismo. Ebbene, in uno solo degli istituti da noi visitati nel corso del 2017, ad Opera, sono possibili i colloqui con i familiari via Skype, ed in uno solo, nella Casa di Reclusione di Alessandria, è possibile per i detenuti una qualche forma di accesso ad Internet.  (Antigone)

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Identificazione certa delle forze dell’ordine: una questione di civiltà

20 Lug

L’intervista al capo della polizia Gabrielli contiene un passo più che interessante, fondamentale. Questa sua dichiarazione: 

“Una Polizia che non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico, di una legge, buona o meno che sia, sulla tortura, dello scrutinio legittimo dell’opinione pubblica o di quello della magistratura.”

Individuare con certezza gli autori episodi di brutalità, di violenza gratuita, perfino di sadismo da parte di individui indegni di indossare la divisa di tutori dell’ordine è una questione di civiltà.
La polizia ha il compito di proteggere i cittadini, di tutelarli, è al loro servizio: merita tutto il rispetto dovuto a chi si impegna in questo compito delicato e vitale. Ecco perché i pestaggi nelle di singoli nelle guardine o nelle manifestazioni o come quelli tristemente noti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto a Genova non devono più avvenire.  È. lo ripeto, una semplice questione di civiltà.

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