Il 2020

31 Dic

Una mia cara amica di rara sensibilità mi ha inviato questo bellissimo messaggio di Mirta Medici, una psicologa argentina, che voglio condividere con tutti.

“Non vi auguro un anno meraviglioso in cui tutto è buono: questo è un pensiero magico, infantile, utopico”. Vi auguro di avere il coraggio di guardarvi e di amarvi così come siete. Che abbiate abbastanza autostima per combattere molte battaglie, e l’umiltà di sapere che ci sono battaglie impossibili da vincere che non vale la pena di combattere. Vorrei che poteste accettare che ci sono realtà immutabili, e che ce ne sono altre, che se uscite dal ruolo del reclamo, potete cambiare. Che non vi permettiate il “non posso” e che riconosciate i “non voglio”.
Vi auguro di ascoltare la vostra verità, e di dirla, con la piena consapevolezza che è solo la vostra verità, non quella dell’altro.
Che ci si esponga a ciò che si teme, perché è l’unico modo per superare la paura.
Che si impari a tollerare i “punti neri” dell’altro, perché anche tu hai i tuoi, e questo annulla la possibilità di rivendicare.
Non condannarti per aver commesso errori, non sei onnipotente.
Non mi auguro che il 2020 vi porti la felicità.
Vi auguro di essere felici, qualunque sia la realtà che state vivendo.
La felicità è la via, non l’obiettivo…

Buon 2020 e buona vita.

Questo è l’augurio di un mio amico, Furio Ortenzi, un creativo di grande talento, Suo è anche il messaggio che segue.
Un volto nero, un volto bianco. Simbolo di tutte le razze e di tutte le diversità. Guardiamo al futuro sorridendo, insieme.
Il sorriso è una barca che fugge dalla guerra e dalle miserie della propria terra.
Il sorriso è una barca che salva vite di sabbia e di mare. E non importa da dove vengano e dove vanno.
Buon 2020!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I rifiuti, una sporca faccenda. L’AMA, gli interessi, gli affari.

23 Dic

Considerati per secoli qualcosa ben definito dalla parola stessa, in tempi più recenti i rifiuti sono diventati un affare. Speculando sui rifiuti, Cerroni a Roma ci è diventato miliardario (in lire, beninteso). E quando altri hanno capito cosa rappresentava la “monnezza”, ecco che si è scatenata l’orgia degli interessi. Così si è continuato a tenere in vita Malagrotta nonostante le sanzioni di Bruxelles, così si è impedito all’AMA di darsi una dimensione industriale, così si è fatto di tutto perche non nascesse nei romani un senso di civismo e di responsabilità.

Decenni di malaffare sono ben condensati in questo post di Pinuccia Montanari, ex assessore all’Ambiente nella giunta capitolina, che denuncia il ‘nuovo’ corso della sindaca Raggi ispirata da Gianni Lemmetti, l’attuale assessore al Bilancio: no a un piano di incremento della differenziata, no a un Progetto di industrializzazione e rilancio dell’AMA; si torni alle discariche. Al Medioevo. Dichiara la Montanari, “privare Ama della possibilità di investimenti impiantistici è di fatto un altro modo per farla morire o per mantenerla in vita con un respiratore artificiale affinchè altri possano fare ciò che avrebbe dovuto essere di diritto di Ama, in virtù di una concessione pluriennale. 

Ma “altri” chi? Andiamo con ordine: ci sono almeno due fatti che danno peso alla sgradevole ipotesi cui accenna la Montanari.
Piccola (mica tanto) premessa. L’AMA è dei romani che pagano la TARI più alta d’Italia per non ricevere un servizio all’altezza e per offrire al mondo lo spettacolo ributtante dei cassonetti che traboccano, dei mucchi di rifiuti abbandonati, dei topi, dei gabbiani e perfino dei  cinghiali ben lieti di trovare cibo in abbondanza.

Eppure (primo fatto) i progetti per rendere competitiva l’azienda, modernizzarla, metterla in condizioni di espletare con efficienza i compiti previsti dal Contratto con nuovi impianti ci sono stati. Da quello di Estella Marino, (assessore all’Ambiente dal 2013 al 2015 che in quel lasso di tempo portò la differenziata al 43%) a quello di Lorenzo Bagnacani, penultimo presidente dell’AMA, di cui parla diffusamente la Montanari nel suo post. Tutti bocciati o messi nel dimenticatoio. Perché? C’è qualcuno che manovra nell’ombra?

Secondo fatto, davvero grossolano. L’ultimo bilancio AMA approvato risale al 2017. Ma è stato approvato dopo una lunga diatriba tra l’azienda e il suo unico azionista – il Comune – parcheggiando 17 milioni dei servizi cimiteriali in un “fondo rischi” per superare l’impasse creata dalla sindaca Raggi (nel frattempo ad interim assessore all’Ambiente)  che stranamente non intendeva riconoscere quel debito del Comune nei confronti di AMA, ancorchè così sia sempre accaduto. Non basta. Dopo neppure tre mesi dal suo insediamento, il CdA AMA (il settimo in tre anni!) ha dato le dimissioni per i motivi che la uscente presidente Melara ha ben illustrato qui e qui.

E allora? Allora conviene cominciare a dar credito alla  manovra cui accennava la Montanari di cui si parla ormai da tempo e che tende a privare i cittadini romani di un’azienda – tramite il Comune – di loro proprietà e che pagano cara, svuotandola di competenze ed entrate e lasciandole solo compiti di basso livello (come la pulizia delle strade), mentre i rifiuti – che dopo adeguato trattamento in impianti adeguati diventano un lucroso business – andrebbero all’ACEA.
E chi sono I grandi azionisti ACEA? Oltre al Comune col 51%, Suez col 23,3% e il finanziere Caltagirone.col 5. Come diceva Andreotti, “a pensar male si fa peccato ma ogni tanto ci si azzecca”.

 

 

 

 

 

 

 

El pueblo, unido

17 Dic

 

EL PUEBLO, UNIDO

De pie, cantar que vamos a triunfar
avanzan ya banderas de unidad
y tú vendrás marchando junto a mí
y así verás tu canto y tu bandera florecer
la luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá.

De pie, luchar el pueblo va a triunfar
será mejor la vida que vendrá
a conquistar nuestra felicidad
y en un clamor mil voces de combate se alzarán
dirán canción de libertad
con decisión la patria vencerá.

Y ahora el pueblo
que se alza en la lucha
con voz de gigante
gritando: adelante!

El pueblo unido, jamás será vencido
el pueblo unido jamás será vencido…

La patria está forjando la unidad
de norte a sur se movilizará
desde el salar ardiente y mineral
al bosque austral unidos en la lucha y el trabajo
irán, la patria cubrirán
su paso ya anuncia el porvenir.

De pie, cantar el pueblo va a triunfar
millones ya, imponen la verdad
de acero son ardiente batallón
sus manos van llevando la justicia y la razón
mujer, con fuego y con valor
ya estás aquí junto al trabajador.

Y ahora el pueblo
que se alza en la lucha
con voz de gigante
gritando: adelante!

El pueblo unido, jamás será vencido
el pueblo unido jamás será vencido…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Care sardine

4 Dic

Care sardine, 
devo riconoscere che ho un debito con voi e voglio ringraziarvi pubblicamente.
Mi avete fatto constatare che, nonostante tutto e l’età, ho fatto bene a non rassegnarmi, a continuare a indignarmi ed agire, a pensare e sperare che qualcosa sarebbe successo, che non si poteva continuare così, che prima o poi qualcuno si sarebbe alzato in piedi e avrebbe gridato: “Ehi, ma cosa state facendo?” a quelli che stavano rubando perfino le ultime briciole del vostro domani di giovani.

Quelli, i potenti e le caste in cui si sono raccolti, credevano che dopo avervi somministrato la quotidiana dose di favole e bugie vi sareste accontentati di qualche boccone di concessioni, mentre avrebbero continuato indisturbati come squali a nuotare nei loro interessi e nei privilegi che si sono attribuiti e a saccheggiare barbaramente il vostro futuro,  Quelli che credevano di avervi narcotizzato a vita con facebook, con le playstation, con Amici, con i jeans firmati. Quelli che credevano che identificandovi come la generazione post-ideologica non avreste più potuto essere contaminati da ideali che speravano archiviati, dimenticando pericolose parole come ‘dignità’, ‘solidarietà’, ‘legalità’, roba da facinorosi sovversivi del secolo scorso. Quelli che pensavano di avervi soddisfatto concedendovi diritti da loro stessi delimitati in precedenza, dimenticando che i diritti dei giovani non hanno confini, sono tutto e sono di tutti.

Loro non sapevano e non avrebbero potuto mai capire che la sete di sapere, di essere migliori, di futuro, di felicità del dare (tutto quello cui loro hanno rinunciato in nome del più turpe potere) è qualcosa che anima ogni individuo al di là di sé stesso: non avrebbero mai immaginato le piazze piene della gente che crede in voi, che traboccano di emozioni, di canti, di energie e commozione. Loro credevano, dopo avervi marchiato per sempre come la generazione che sa solo rassegnarsi o fuggire, credevano – non sapevano – che reagire quando non c’è più nulla da perdere fosse un’illusione, non un riscatto. Perché loro hanno avuto, cioè no, si sono presi tutto in tutti i modi possibili e vogliono ancora di più, vogliono dominare il vostro domani con regole che appartengono solo alla loro convenienza. Loro, quella minoranza legata da una reciproca intesa che punta all’impunità per sempre, credevano che mai adolescenti e giovani avrebbero avuto l’intelligenza per capire che ora o mai più, ora e prima che si possa diventare come loro, ottusi e ciechi, chiusi nei loro palazzi fatti di egoismo, di avidità, di sete di potere.

Credevano insomma che, mantenendovi nell’apparente sicurezza di un mondo colorato fatto di promesse, sogni e ignoranza, non avreste ugualmente imparato, non avreste conosciuto le lezioni della storia, non avreste avvertito le sollecitazioni che nascono dal diritto di ognuno a determinare il proprio futuro, del senso del dovere che pervade ogni essere umano, del diritto al perseguimento della felicità, come invece insegnano secoli e secoli di storia dell’umanità.  Pensavano che il dettato della Costituzione repubblicana non avrebbe potuto contagiarvi, che non vi sarebbe mai passata per le mente l’dea di una Politica con la P maiuscola, intesa come bene di tutti.

Loro credevano tutto questo. Ma ora sono davanti alle loro responsabilità, sono loro a non avere un futuro. Non sanno che la vostra allegria, il vostro entusiasmo, la vostra fantasia li seppelliranno. In tanti siamo con voi, siamo molti di più di quanti noi stessi immaginiamo, siamo la maggioranza che vuole un’Italia migliore, che non vuole più vergognarsi quando si parla con uno straniero. Fategli rimangiare la loro arroganza, la loro presunzione, la loro prepotenza. Ragazzi miei, mandateli via.

Voi, i liberi cittadini di cui questa Italia è orgogliosa, avete il diritto – e prima ancora il dovere – di esigere  tutti i vostri diritti. Ora.

P.s. Ci  vediamo il 14 dicembre a piazza san Giovanni.
Iscrivetevi QUI: https://www.facebook.com/events/2440221479578185/

 

 

Il silenzio assordante delle sardine

21 Nov

C’é in Italia una maggioranza pacifica e silenziosa che nonostante tutto non si rassegna, resiste, si indigna. E, quando ritiene che si sia superato ogni livello di civile confronto, reagisce.


Sono quelli  che pretendono, perché ne avrebbero semplicemente il diritto, uno Stato semplice e giusto. Uno Stato che sappia indicare le vie dello sviluppo invece di limitarsi a gestire l’oggi, talvolta male e con interventi contraddittori o, peggio, di comodo per pochi. Uno Stato per cui il faro sia costituito dalla questione morale, dal senso del dovere, dal riconoscimento del merito, per cui trasparenza e legalità non siano solo parole. Uno Stato che sappia creare lavoro investendo nella salute, nell’istruzione, nella messa in sicurezza del suolo, nella valorizzazione del patrimonio storico, nella difesa del paesaggio, nell’energia verde. Uno Stato che combatta la burocrazia ottusa che perseguita il cittadino e soffoca l’iniziativa privata.

Questi italiani credono sinceramente nel dettato della Costituzione. Credono nel rispetto reciproco, nella tolleranza, nella solidarietà. E credono nella laicità dello Stato.

Sono contro la corruzione dilagante, l’evasione fiscale portata agli estremi, i privilegi di pochi, le rendite di posizione, l’arroganza del potere, l’ingiustizia sociale. Combattono ogni giorno la discriminazione in ogni sua forma, che sia il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la religione professata. Condannano le disuguaglianze che nascono dalla povertà, dalla precarietà, dal lavoro nero, da quello gratuito nascosto dietro l’apprendistato. Vogliono forze armate che difendano il territorio, non che combattano guerre lontane mascherate ipocritamente da missioni di pace. E vogliono una legge elettorale che garantisca l’espressione di tutte le componenti della società e la possibilità di scegliere direttamente il proprio eletto, affinchè il Parlamento torni ad essere realmente luogo di discussione.e di elaborazione delle leggi.

Uno Stato semplice e giusto per cambiare il volto della politica. Perché la politica torni ad ascoltare ed agire in conseguenza, come accade in democrazia.
Non mi pare che si chieda molto.

I bambini e la speranza

8 Ott

Come è sempre stato, i bambini ci indicano la strada giusta, perché sono il nostro futuro.
In questa garbata ed elegante presa in giro dei vieti e triti luoghi comuni di quelli che tentano invano di opporsi all’integrazione con nuove ma antiche culture, alla solidarietà umana, al plurisecolare e pacifico interscambio dei popoli, ci sono i motivi che alimentano e rendono viva la speranza di un’Italia migliore.

Il mio grazie a Pubblicità Progresso.

L’ego della bilancia

18 Set

Nonostante i chiarimenti dell’interessato che si affanna a dare altre e variegate interpretazioni della sua sciagurata decisione, l’ego ipertrofico di Renzi resta la prima – se non l’unica – spiegazione. Un ego che trasuda superbia e presunzione, l’ambire a essere costantemente, a torto o a ragione, protagonista.
Anni fa Trilussa aveva causticamente e sinteticamente così bollato quelli come lui.

La lumaca
La Lumachella della Vanagloria
Ch’era strisciata sopra a n’obbelisco
Guardò la bava e disse: – Già capisco
Che lascerò un’impronta ne la Storia.

Un borghese piccolo piccolo

17 Set

È il titolo di un film del 1977 di Mario Monicelli, molto applaudito e premiato, tratto da un libro di Vincenzo Cerami. Narra la storia di un modesto impiegato – uno straordinario Alberto Sordi – e della sua feroce vendetta contro il colpevole della morte del figlio. Come scrisse la critica dell’epoca, il film rappresentò «una pietra tombale sulla commedia all’italiana», «una commedia incarognita dal fatto di dover fare i conti con tempi in cui è sempre più difficile vivere».

Mi pare ci sia un parallelo con l’oggi: sulla scena c’è un altro borghese piccolo piccolo, meschino quanto cinico, arrogante quanto ambizioso.
Renzi ha cercato nella scissione dal Partito democratico la sua vendetta contro gli eventi che l’hanno condotto a un ruolo di comprimario, dimenticando che sono stati i suoi errori a ridurlo a rottamatore di sè stesso. La sua bulimia di protagonismo gli ha fatto intravedere un nuovo ruolo: quello di ago della bilancia del governo Conte, anteponendo il suo personale interesse al bene di quell’Italia che tanto spesso – a parole – ha detto di amare. E, dichiarando sfrontatamente che la scissione è fatta ‘per combattere Salvini’, cerca infantilmente un alibi; ma la verità è che anche lui ha cercato pieni poteri con una riscrittura della Costituzione che avrebbe condotto a una disastrosa deformazione della Carta e dello Stato democratico.

Renzi è vittima inconsapevole di tempi e momenti molto più grandi di lui. Se, invece di lasciarsi trascinare dal suo gigantesco ego, avesse l’umiltà di fermarsi un attimo a ragionare, capirebbe che questo è il momento dell’unità, della raccolta delle forze e delle intelligenze, di stare tutti spalla a spalla per respingere l’attacco brutale di una destra incolta, violenta, pericolosa. Ma non ne è capace e questo è il suo limite, quello che non ne fa un politico ma un politicante, solo un po’ più furbo di molti altri.

Mantenere un impegno

17 Set

Bisogna riconoscere che – sia pure in ritardo – con l’annunciata scissione Renzi ha mantenuto la parola.
Adesso cura i propri interessi.

Un piccolo, eterno capolavoro

16 Set

Come nasce un capolavoro? A volte solo da una sensazione, un momento vissuto con un’intensità che colpisce l’artista. Così è stato per quella che è una delle più belle poesie di tutti i tempi (almeno per me).
In una lettera del 1820 indirizzata all’amico Pietro Giordani, Giacomo Leopardi confidava quello stato d’animo che sarà poi uno dei nuclei tematici della Sera del dì di festa:

«Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale era certo di ritornare subito dopo, com’è seguito, m’agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo, delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi faceano così beato non ostante i miei travagli.»

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
e l’antica natura onnipossente,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in cosí verde etate! Ahi! per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dí festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de’ nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorío
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto, che s’udía per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi – I CANTI, xiii – 1825

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