Dal bicameralismo perfetto a quello incasinato (2)

25 Set

Dicono i sostenitori dell’abolizione (pseudo-abolizione: ne riparleremo) del bicameralismo perfetto, che sarebbe meglio chiamare ‘paritario’ (ma tant’è:  usano questo termine e per farci capire da loro ci adegueremo): fa perdere tempo. Il perverso ping pong tra Camera e Senato, l’estenuante rimpallo dei provvedimenti che rallenta la produzione legislativa finirà una volta per tutte con la revisione della Costituzione.
Ora, tra quei sostenitori ci sono – ne sono certo, alcuni li conosco – quelli in buona fede (che però, spesso, non si sono informati e hanno ceduto e creduto a facili e ben confezionate dichiarazioni) e quelli in aperta malafede, perché sanno e sanno bene (molti di loro frequentano il Parlamento e conoscono le modalità e i numeri).

Volevo quindi scrivere qualcosa sull’argomento per dimostrare quanto sia falsa questa asserzione, ma per mia (e soprattutto vostra) fortuna ho trovato questo articolo nel  sito di Libertà e Giustizia (“Ma il bicameralismo non è una palude“) e mi sono risparmiato la fatica (lo trovate comunque più sotto). A parte tutte le considerazioni esposte, tutte validissime secondo il mio modesto parere, guardate i numeri. E’ davvero istruttivo, anche perché i numeri, a differenza dei politici, non mentono mai.

leggi-xvi

 

 

 

 

 

MA IL BICAMERALISMO NON E’ UNA PALUDE
di Pierluigi Petrini

Tutto nasce dal bicameralismo perfetto, divenuto sinonimo dell’assurdo, del perverso, dell’inaccettabile, del mostruoso. E’ lui a rendere paludose la nostre istituzioni. Lui a rallentare, se non addirittura a insabbiare, ogni tentativo di cambiamento. Lui a indebolire fino all’impotenza la governabilità. Lui la trincea di ogni abietto conservatorismo, il monumento allo spreco, il simbolo della lussuria politica.
Non esiste in nessun’altra parte al mondo, denunciano gli intrepidi riformatori, ed è tale la loro sicumera che chi tenta di eccepire sulla sciagurata riforma del Senato non manca mai di premettere, per evitare la pubblica gogna, di voler comunque superare il bicameralismo perfetto. Naturalmente sono tutti convinti che questa unanime condanna origini da valutazioni approfondite e inconfutabili.
Vediamole.
Nella passata legislatura (2008-2013) il parlamento italiano ha licenziato 391 leggi. Di queste, 301 sono state licenziate con la doppia lettura. Vale a dire che la camera che ha ricevuto la legge dopo la prima lettura non ha ritenuto di dover modificare alcunché. 75 leggi hanno invece ricevuto una modifica e sono state, quindi, deliberate in terza lettura. Delle rimanenti 15 leggi, al netto delle 4 di natura costituzionale che esigevano un doppio passaggio, 8 leggi sono state deliberate in quarta lettura e solo 3 sono andate oltre alla quarta. Se andassimo ad analizzare questi sporadici casi troveremmo nella complessità giuridica del loro impianto e nella difficile valutazione delle ricadute una valida giustificazione per il lungo palleggio. In sintesi possiamo affermare che nel 77,8% dei casi il bicameralismo ha funzionato come un semplice controllo di qualità, nel 19,4% ha, invece, introdotto utili correzioni o integrazioni nel corpo legislativo e nel rimanente 2,8% è stato un opportuno strumento di approfondimento e riflessione.
Si potrebbe obiettare che questo è andato a discapito della velocità e della produttività. Ammesso e non concesso che le leggi abbiano quel potere taumaturgico che molti attribuiscono loro (per cui a ogni problema dovrebbe corrispondere una legge salvifica da deliberare a tambur battente) e che la qualità della democrazia possa misurarsi con criteri quantitativi o cronometrici, la statistica ci dice che il Parlamento italiano ha deliberato 71 leggi nel 2011 e 102 nel 2012, quello francese rispettivamente 111 e 82, quello spagnolo 50 e 25, quello inglese 25 e 23, quello tedesco 153 e 128.
La produttività del bicameralismo perfetto rimane quindi al di sopra della media dei principali parlamenti europei. Per quanto concerne la velocità bisogna rimarcare che i regolamenti parlamentari permettono grande flessibilità nei tempi. Esempio significativo è la cronistoria del cosiddetto lodo Alfano inteso a bloccare i processi di Berlusconi. La legge che aveva iniziato il suo iter parlamentare l’8 luglio 2008, il 23 luglio era già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale. 15 giorni in tutto.
Il bicameralismo perfetto non è quindi una palude. Lo conferma la logica. Siano A e B due leggi diverse per oggetto, ma entrambe afferenti alla competenza della commissione X. Nel monocameralismo esse si sovrapporranno obbligando una delle due a un periodo di attesa. Nel bicameralismo esse potranno essere approfondite contemporaneamente nelle commissioni X delle due camere. Poiché con buona probabilità la seconda lettura sarà un semplice vaglio di qualità, avremo leggi migliori in un tempo minore. Stupiti vero? Tutto vi sareste aspettato fuorché di immaginare il bicameralismo come strumento di velocizzazione dell’iter legislativo. In realtà il tallone di Achille del bicameralismo è nella duplicazione della liturgia necessaria all’insediamento del governo con il doppio voto di fiducia, ciò che lo rende, per l’appunto, “perfetto”. Proprio per questo alcuni “professoroni” hanno proposto di togliere al Senato questa prerogativa.
Slegato dalle congiunture politiche, avrebbe potuto alzare il livello qualitativo del dibattito politico e guardare agli effetti dell’azione politica su tempi più lunghi. Ma chi ha avuto la pazienza di seguire questo mio noiosissimo approfondimento avrà anche capito come esso sia irrimediabilmente perdente rispetto al fascino di chi promette la gratuità del Senato. Al sonno della ragione dobbiamo rassegnarci e, se proprio soffriamo d’insonnia, proviamo con il Tavor.

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Riforme e demagogia

23 Set

Dal dizionario di Repubblica:

demagogia
[de-ma-go-gì-a]
s.f. (pl. -gìe)

1 Degenerazione del concetto di democrazia, in cui si ricerca il consenso delle masse popolari puntando sull’emotività, i pregiudizi e le suggestioni, piuttosto che sulla razionalità delle soluzioni.
2 estens. Pratica politica finalizzata alla pura ricerca del consenso, attraverso promesse non realizzabili o la soddisfazione di minimi bisogni immediati, spacciati per decisivi: fare della d.

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, a proposito della riforma costituzionale ha dichiarato:

“Ridurre il numero dei parlamentari può essere qualcosa a cui guardare in vista di una buona rappresentatività e anche di una funzionalità delle Assemblee. E questo avrebbe potuto portare a considerare eventualmente una riduzione del numero dei componenti di entrambe le Camere. Così come hanno fatto, invece, si tratta di una mossa demagogica, senza riguardo per i criteri di rappresentatività territoriale né per i criteri di funzionalità.

La venatura demagogica che pervade tutta la riforma è sintetizzata dal titolo, che cita la ‘riduzione del numero dei parlamentari’ (e non di una Camera sola), e ancora il ‘contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni’, come se le istituzioni si riformassero per risparmiare sulle spese.”

Non c’è bisogno di aggiungere altro.

bandiera-costituzione

Dal bicameralismo perfetto a quello incasinato (1)

22 Set

Come sanno i pochi coraggiosi che seguono questo blog, al referendum voterò per il No.  Prima di tutto e soprattutto perché è inaccettabile che una revisione costituzionale sia opera di un governo anziché di una specifica assemblea eletta dai cittadini e composta da esperti  che sottopongono la loro proposta all’esame del Parlamento. Il quale poi ne discuterà ed alla fine approverà il testo finale. Questo è l’unico percorso corretto. E’ un punto dirimente, irrinunciabile, che mi fa essere graniticamente contrario in partenza.

Quella adottata – un governo promotore della revisione della nostra Carta – è una modalità inaccettabile che fa a pugni col concetto basilare che deve costituzione-copertinaispirare una qualsiasi moderna democrazia. A questo si aggiunga che la Costituzione, così com’è, mi è chiarissima fin dai tempi del liceo quando l’ho letta per la prima volta, ed mi pare ovvio che così sia per tutti i cittadini. Ora, non so come e perché (l’età? Può essere), ma nella nuova versione non si capisce più nulla. L’esempio che segue è eloquente.
Questo il testo che conosciamo:
Art. 70: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Chiaro, conciso e compendioso. Impossibile non capire.

Quella che segue è invece la nuova versione ad opera del ministro Boschi. Provate solo a leggere il primo periodo senza riprendere fiato. Un testo che si aggroviglia in un perverso burocratese ingarbugliato e intriso di riferimenti, dando luogo peraltro a più interpretazioni contrastanti:

Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.

 
A me è bastato questo per chiudere definitivamente la questione. Non so a voi, ma mi pare una domanda retorica.

Rilanciare l’economia: il suggerimento di Makkox

15 Set

Leggendo le recenti dichiarazioni del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, circa la revisione al ribasso delle stime del Pil, mi è tornato in mente l’ipotesi che Makkox ha esposto pochi mesi fa in una puntata di Gazebo.

Ecco, Pier Carlo: visto che tutti gli sforzi tuoi e del governo si sono rivelati, (diciamo così per non buttarci troppo giù) “poco efficaci”, ed è stata sprecata una bella somma in bonus eccetera, perché non state a sentire la sua idea? Hai visto mai che funzioni?

Referendum: un quesito fuorviante

11 Set

Il mio amico Torquato Cardilli si domanda perché il quesito che appare nella scheda per il referendum costituzionale sia così oscuro e propone un nuovo testo, facilmente comprensibile a tutti. L’attuale è questo:

Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?

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Detto in parole povere, anche a me pare nella sua estrema sintesi un quesito fuorviante:  se non hai letto il testo di legge e non ti sei documentato non si vede perché non approvare. Dice giustamente Torquato:

Chi può essere contro 1) il superamento del bicameralismo paritario, 2) la riduzione dei parlamentari, 3) il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, 4) la soppressione del CNEL 5) la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione? Ovviamente nessuno. Ma la domanda è capziosa, è subdola, è ingannatrice come certe pubblicità che ti comunicano di aver vinto un favoloso premio e poi quando abbocchi ti chiedono di sborsare una certa somma per l’ordinazione di un prodotto che a te non serve.

Un testo adeguato, invece, che dia un minimo di necessaria informazione sul contenuto della legge costituzionale e su cosa si stia votando – in considerazione anche e soprattutto del colpevole silenzio dei media sulla questione – potrebbe essere questo (o qualcosa del genere):

Il testo della legge costituzionale approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016, prevede che:

  • il Senato sia ridotto da 315 a 100 membri
  • il Senato mantenga tutte le sue funzioni su leggi costituzionali e leggi in materia di elezione del Senato, referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali
  • i cittadini rinuncino al potere costituzionale di eleggere i senatori
  • i nuovi senatori siano eletti dai consigli regionali scegliendo tra i sindaci e i consiglieri di ogni regione
  • sia concessa l’immunità penale ai nuovi senatori
  • venga rafforzato il potere centrale a danno delle autonomie
  • sia ridotta la partecipazione dei cittadini, portando il limite di firme necessarie per presentare un progetto di legge di iniziativa popolare da 50.000 a 150.000

Approvate voi?

SI                                                   NO

LOGO COMITATO NO1Ma così non sarà mai, sarebbe tutto troppo chiaro.
Ma voi che ora sapete, fate come me, votate NO.
 

 

 

Olimpiadi, perché meglio di no

10 Set

Meglio, molto meglio di quanto avrei potuto dire io in proposito, lo dice Ettore  Livini qui, su Repubblica. Magari io avrei aggiunto qualcosina (non propriamente benevola) sulla rete di interessi, amicizie, poteri,  (politici e imprenditoriali)  che già si stava disegnando chiaramente e che ancora una volta avrebbe avvolto e spolpato Roma e  le fragili finanze nazionali.
Meglio così, quindi.

 

I GIOCHI, UN SOGNO CON TROPPI RISCHI

di Ettore Livini

IL FASCINO antico delle Olimpiadi, però, non è più quello di una volta. Tutti, sulla carta, le vogliono. Pochi, però, sono disposti a prendersele davvero.

Il “no” alle Olimpiadi della giunta di Virginia Raggi — per dire — ha il sapore per il Cio di un amaro déjà vu. La gara per ospitare i Cinque cerchi — una volta una sfida affollatissima e dove ogni colpo era lecito per vincere — è diventata ormai una corsa ad eliminazione. Troppo alti — e con cronica tendenza alla lievitazione — i costi. Poco chiare le ricadute su occupazione, infrastrutture ed economia locale. Anche se Roma, forse, aveva l’occasione unica di ripensare una città orfana da tempo di progettualità urbanistica. Morale: i tanti aspiranti organizzatori dei Giochi della prima ora si perdono per strada a tempo record. E la selezione finale si è ridotta sempre più spesso a un confronto tra pochi intimi.

La defezione della capitale italiana porta a sei le candidature sfumate per il 2024. Quella di Amburgo è stata silurata in un referendum popolare (51,6% i no) malgrado persino il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble avesse dato disco verde. Boston si è fatta da parte dopo aver dato un’occhiata più approfondita a costi e sondaggi tra i suoi cittadini. Madrid, San Diego e Dubai hanno alzato bandiera bianca e in gara restano Parigi, Budapest e Los Angeles.

Peggio ancora è andata alle Olimpiadi invernali del 2022: ai nastri di partenza si sono presentati in otto. Ma in un battito di ciglia le sei proposte europee si sono sciolte come neve al sole: Cracovia, Monaco e l’abbinata elvetica Sankt Moritz-Davos sono state affossate da altrettanti referendum popolari. Stoccolma e Oslo si sono defilate per non spendere miliardi che potevano essere utilizzati meglio su altre priorità. Lviv, in Ucraina, si è fatta da parte causa guerra. Il Comitato olimpico così si è trovato a dover scegliere tra due proposte: Pechino, quella vincente malgrado disti due ore dal primo impianto di sci, e Almaty.

L’appeal delle Olimpiadi, ovviamente, non si discute. Oltre 3,5 miliardi di persone, mezzo mondo, hanno acceso la tv per vedere i Giochi di Rio. Il motivo per cui sempre meno città le vogliono è più prosaico: i soldi. Organizzarle è un’impresa costosa e in perdita. L’ultima edizione chiusa in attivo è quella di Los Angeles. Che non avendo avversari dopo i flop di Montreal e Mosca, non era stata costretta a promettere mari e monti all’atto della candidatura. Londra è costata circa 10 miliardi di euro. Rio De Janeiro 4,6 che salgono a oltre 10 mettendo insieme tutti i lavori pubblici dello Stato. E tutte e due hanno chiuso il bilancio in pesante passivo, con l’edizione carioca salvata in zona Cesarini da un’iniezione di soldi pubblici. Le spese messe nero su bianco prima delle gare, oltretutto, non sono mai state rispettate. I costi reali delle Olimpiadi — calcola uno studio dell’Università di Oxford — sono stati in media superiori del 156% rispetto a quelli previsti dal budget. Montreal li ha “bucati” del 720% e ci ha messo 30 anni per pagare il conto. Barcellona (+226%) almeno ha lasciato alla città un volto nuovo di zecca. L’eredità di quelle di Atene invece sono state un buco in bilancio che qualche anno dopo ha contribuito a portare la Grecia al crac. A Nagano l’organizzazione ha bruciato nell’inceneritore i 90 faldoni con i conti dei Giochi per non svelare i favori milionari fatti al Cio per aggiudicarseli.

Diritti tv, sponsor, marketing e biglietti non bastano assolutamente a coprire le uscite. Londra — pur catalogata come manifestazione di successo — ha incassato 3 miliardi contro i 10 pagati per metterla in piedi. E il lascito in termini di occupazione ed economico sulla città, conferma l’Università di Oxford, è stato ridotto nel tempo e nelle dimensioni. Nessuno, naturalmente, può mettere in discussione ex ante la buona fede, la capacità, e i progetti del Comitato Roma 2024. Ma riuscire dove ha fallito la Gran Bretagna non sarebbe stato in ogni caso facile per nessuno. Lo sa anche il Cio, impegnato in un esame di coscienza per studiare la formula per organizzare Giochi meno costosi, anche se proprio la scarsa trasparenza dei suoi conti resta uno dei motivi per cui molte nazioni sono restie a giocare la carta olimpica. Negli ultimi mesi ha preso quota una soluzione provocatoria: dare in pianta stabile i Giochi ad Atene e alla Grecia, nel rispetto della tradizione. Ma con i soldi e gli interessi in ballo, più che un sogno, pare un’utopia.

Tu chiamale se vuoi, omissioni*

7 Set

Spiace dover rilevare ancora una volta, da parte di Repubblica, la costante attitudine a sminuire – nel migliore dei casi – l’opera del sindaco Marino. Parrebbe che ci sia una disposizione di delenda  memoria. Oggi, in un suo documentato articolo dall’eloquente titolo
La battaglia di Muraro per riconquistare AMA/un affare da 60 milioni” (purtroppo non ancora accessibile on line), Carlo Bonini riconosce l’eccellente boniniamaopera di risanamento dell’AMA avviata da Alessandro Filippi durante la sua permanenza nell’azienda cone direttore generale al fianco dell’amministratore delegato Fortini. E qui sta la prima omissione. Seguitemi.
Bonini riconosce a Filippi il merito di aver scoperchiato il vaso di Pandora del megacontratto (60 milioni all’anno) stipulato dal suo predecessore Fiscon (come noto oggi imputato nel processo Mafia Capitale) con Cerroni, il ‘dominus’ dei rifiuti a Roma. Non solo: Filippi ha anche scoperto come rendere “AMA autosufficiente”, facendo lavorare a pieno regime i quattro impianti TMB disponibili e rinunciando all’inefficiente e costoso tritovagliatore di Rocca Cencia oggetto dello scandaloso contratto e aveva anticipato alla Muraro – allora consulente dell’AMA con un oneroso contratto e ampie responsabilità – la chiusura del rapporto professionale. Filippi, come noto, è stato poi allontanato, così come Fortini, mentre la neo assessora Muraro ha da subito cercato in tutti i modi di riattivare l’impianto di Cerroni. Bonini però dimentica, in tutto questo (ed altro) di dire che Filippi (come Fortini) è stato incaricato dal sindaco Ignazio Marino nel gennaio 2014. Come chiamarla, se non “omissione”?
Ed ecco la seconda. Bonini conclude l’articolo scrivendo

“…per chiudere il cerchio è necessario che si compia lo scempio della verità con cui nella narrazione della Raggi e della Muraro, i numeri dell’ultimo biennio dell’AMA vengono nascosti all’opinione pubblica. I due utili di bilancio nel 2014 (278mila euro) e 2015 (893mila euro), la riduzione dell’indebitamento finanziario, la riduzione dell’evasione e della morosità, l’incremento dei mezzi (+15 per cento), la riduzione dell’assenteismo del personale (dal 20 al 15 per cento), l’aumento della raccolta differenziata ((+11 per cento).”

Stranamente (ma non tanto), viene nuovamente taciuto il fatto che tutto questo è avvenuto per merito di due manager capaci e competenti individuati e incaricati dal sindaco Ignazio Marino.  Tutte combinazioni? Od omissioni?

*Secondo il dizionario Sabatini – Coletti:

Omissione [o-mis-sió-ne] s.f.

  • Atto o comportamento di chi trascura, tralascia qlco. che è necessario, doveroso fare; la cosa stessa omessa, la lacuna provocata, lasciata: o. di un particolare; un testo pieno di omissioni || o. di soccorso, reato compiuto da chi non presta aiuto a chi è rimasto coinvolto in un incidente, spec. quando ne è causa.

————–
P.s. Le mie scuse a Lucio Battisti per l’accostamento a una delle sue più belle canzoni, Emozioni.

La Costituzione e i valori del Pd

5 Set

Uno stimato vecchio amico, Nando Longoni,  mi riporta alla memoria un documento ormai archiviato nella passata storia del Pd.
Sto parlando del Manifesto dei Valori, pubblicato il 16 febbraio del 2008, cui misero mano alcune tra le più brillanti menti dell’allora neonato partito. Era l’epoca delle grandi speranze, degli ideali, dei progetti entusiasmanti: tutte cose che ognuno di noi può valutare in quale misura realizzati o smentiti dai fatti.
In particolare, al punto 3 (Nel solco della Costituzione: etica pubblica e laicità) si legge:


La Costituzione repubblicana
, nata dalla Resistenza antifascista, è il documento fondamentaledal quale prendiamo le mosse. La Costituzione non è una semplice raccolta di norme: oggi non meno di ieri è la decisione fondamentale assunta dal popolo italiano sul come e sul perché vivere insieme. È il più importante fattore di unità nazionale e di integrazione sociale, proprio in quanto assicura il consenso della comunità sui princìpi della convivenza al suo interno e permette di dirimere i conflitti di opinioni e di interessi.

E, assai più importante ancora, così prosegue:

La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006. Una democrazia forte e capace di decidere esige che vengano assicurati la leale collaborazione tra i diversi livelli di governo, la protezione nel tempo delle decisioni istituzionalmente condivise e regole di soluzione dei conflitti che chiariscano i limiti di esercizio della democrazia di prossimità e restituiscano al governo nazionale l’autorevolezza e l’autorità necessarie sulle questioni di prevalente interesse per l’intero Paese.

“Il Partito Democratico si impegna a … metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza.”
Leggo e rileggo, con amarezza ma per nulla rassegnato. Voterò NO, con ancora maggior convinzione.

 

P.s. Il Manifesto lo trovate sul sito del Pd a questo link:
http://www.partitodemocratico.it/gCloud-dispatcher/d2fd1f91-96df-4808-8f89-600f3148f3e2
Suggerisco di leggerlo e meditarlo. E poi di salvarlo, prima che a qualcuno venga in mente di aggiornare anche questo. A colpi di maggioranza, beninteso.

 

 

 

Se Roma fosse Londra

3 Set

Foto Roberto Monaldo / LaPresse14-12-2015

Foto Roberto Monaldo / LaPresse14-12-2015

Se Roma fosse Londra (o Barcellona, o Parigi, o Berlino, non importa, fate voi)
Se fosse cioè una città come le altre, dove – più o meno – tutto funziona
Se chi ci vive e vi opera sentisse  il dovere civico del bene comune
Se la raccolta dei rifiuti e la pulizia delle strade non rappresentassero un evento straordinario
Se i suoi monumenti, il verde, il paesaggio fossero manutenuti e rispettati
Se i trasporti pubblici non fossero qualcosa a metà tra l’avventura e la scommessa
Se la rete della metropolitana fosse sempre adeguata alle necessità quotidiane
Se il traffico e le soste delle auto fossero costantemente regolati
Se le infrazioni fossero prontamente sanzionate
Se la polizia metropolitana fosse sempre attiva in forze sufficienti
Se la manutenzione di strade e percorsi pedonali non fosse una chimera
Se l’incapacità, la speculazione, la corruzione non imperassero
Se non ci fosse un deficit di 14 miliardi
Se l’amministrazione comunale fosse affidata a mani e menti capaci
Se, insomma, Roma non fosse una città allo sbando
allora e solo allora si potrebbe forse pensare alla sua candidatura per le Olimpiadi.
Ma fino a quel momento io dirò No.

Qui una breve storia della candidatura di Roma alle Olimpiadi e qui un  altro appello di eminenti personalità:

Montanari, Settis e altri scrivono alla Raggi: no alle Olimpiadi Roma2024
raggi-olimpiadi-2

Raggi in calo. La Giunta capitolina perde già i pezzi.

1 Set

Condivido (di malavoglia, essendo tutt’altro che un suo ammiratore) questa nota di Mario Sechi sul Foglio circa l’uscita della Raineri e di Minenna – due autorevolissimi esponenti della giunta di Virginia Raggi – aggiungendo alcune mie considerazioni.
1. Come è possibile che a nessuno in Giunta e tra gli alti vertici 5s (tantomeno al sindaco/sindaca) sia venuto in mente di chiedere prima all’ANAC e a Cantone un parere sull’assunzione della Raineri? Se è vero che nel M5s la ‘trasparenza’ è un verbo (dopo ‘onestà, ovviamente), avrebbe dovuto esserci una sorta di riflesso condizionato, un automatismo. Invece no, ci hanno pensato DOPO. Il che mi autorizza a pensare, malignamente, che glie l’abbia suggerito qualcuno, a riprova di come il ‘verbo’ strombazzato sia solo una parola.
2. Quale preparazione professionale garantisce la Raineri come magistrato che non conosce la legge (nella fattispecie il TUEL, il Testo Unico degli Enti Locali)?
3. Pare che le dimissioni di Minenna (non c’è ancora un comunicato ufficiale di costui circa la sua decisione) siano legate alla revoca dell’incarico alla Raineri: non sarebbe inopportuno, a mio avviso, che questo aspetto – sempre in nome della ‘trasparenza’ – venisse chiarito.

Raggi Raineri

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(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

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