Tag Archives: Michele Ainis

Riforme: prima il Parlamento

29 Apr


5 PROPOSTE RIVOLUZIONARIE DA MICHELE AINIS

Oggi su Repubblica il prof. Ainis, in una lucida e rapida disamina sull’agonia dei partiti, ha lanciato cinque proposte per rivitalizzare la democrazia parlamentare con l’innesto di “un po’ di fantasia (o eresia) costituzionale.” 
Qui l’articolo originale e di qui seguito una mia (grossolana) sintesi.

  1. Affiancare al referendum abrogativo (dove va eliminato il quorum) quello propositivo. Aggiungere l’iniziativa popolare vincolante, la consultazione popolare sulle grandi opere pubbliche, varie forme di partecipazione via web dei cittadini.
  2. Prender atto che l’astensione rappresenta ormai circa la metà dell’elettorato: diminuire parallelamente gli eletti, riducendone altresì i poteri.
  3. Non più di due mandati per i parlamentari, come per i sindaci e i presidenti di regione.
  4. Revoca degli eletti immeritevoli: gli assenti oltre ogni ragionevole limite, i professionisti del cambio di casacca.
  5. Nomina di un gruppo di parlamentari mediante estrazione a sorte, costituendo un cuscinetto tra maggioranza e opposizione.
    Dice: ma rischieremmo d’inviare in Parlamento degli incapaci. E perché, ora sono tutti capaci?

Applausi. 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

Come prossimo ministro, Renzi ha bisogno di un ostetrico.

14 Mar

L’insuperabile editoriale di oggi sul Corriere  di Michele Ainis.  Lo riporto integralmente, lo merita, per cui non c’è neppure bisogno di ringraziarmi.

 

Il testo seguirà (con calma)

 di Michele Ainis

 La madre dei cretini è sempre incinta, diceva Longanesi. In Italia, anche la madre delle leggi. Perché ne abbiamo troppe in circolo, e per lo più sconclusionate. Solo che da un po’ di tempo in qua il parto dura più della stessa gravidanza. Ciclicamente il governo annunzia il lieto evento, appende un fiocco rosa sull’uscio di Palazzo Chigi, convoca parenti e conoscenti. Tu corri, tendendo l’orecchio per ascoltare i primi vagiti dell’infante. Invece risuona un’evocazione, un presagio, un desiderio. La legge non c’è, non c’è ancora un testo. C’è soltanto un pretesto.

Le prove? Sono conservate nei verbali del Consiglio dei ministri. Scuola: annunci al quadrato e al cubo durante i geli dell’inverno, finché il 3 marzo sbuca la notizia: il governo ha approvato le slide, evidentemente una nuova fonte del diritto. In compenso 9 giorni dopo approva pure un testo, che però è più misterioso del segreto di Fatima.O della spending review : difatti i report di Cottarelli non sono mai stati resi pubblici. Riforma della Rai: batti e ribatti, poi il 12 marzo via libera alle linee guida, altra nuova fonte del diritto. Falso in bilancio: sul Parlamento incombe da settimane l’emendamento del ministro Orlando. Nessuno l’ha letto, forse perché lui non lo ha mai scritto. Jobs act: il 20 febbraio il Consiglio dei ministri timbra due schemi di decreto, le commissioni parlamentari competenti non li hanno ancora ricevuti . E via via, dal Fisco (il 24 dicembre venne approvato un comunicato, non un testo) alla legge di Stabilità (che si materializzò una settimana dopo la sua deliberazione, peraltro senza la bollinatura della Ragioneria generale).

 A leggere la Costituzione (documento non ancora secretato), due sono gli strumenti con cui il governo ci governa. Con i disegni di legge, che però sono diventati più imperscrutabili dei disegni divini. Con i decreti legge, sempre che ne ricorra l’urgenza. Tuttavia quest’ultima viene a sua volta contraddetta dalle doglie interminabili con cui nasce ogni provvedimento. Per esempio i due decreti (quello sulla giustizia e lo sblocca Italia) decisi lo scorso 29 agosto, ma ricevuti dal Quirinale il 12 settembre. O il decreto Madia sulla Pubblica amministrazione, deliberato il 13 giugno e poi tenuto per altri 11 giorni in naftalina. Nel frattempo accade che i ministri radunati nel Consiglio votino non su un testo bensì su un titolo, approvato «salvo intese» (fra chi?). Che altri ministri annuncino modifiche a norme inesistenti, perché non ancora emanate dal capo dello Stato (Orlando il 6 settembre, a proposito del decreto sulla giustizia). Che gli studenti scendano in piazza contro la Buona scuola, pur essendo una riforma ancora senza forma.

Insomma troppe grida, da una parte e dall’altra. Nel 1979 il Rapporto Giannini denunziò le «grida in forma di legge», ossia il pessimo costume di confezionare norme inapplicabili. Oggi denunzierebbe le grida in forma di prelegge. Però un rimedio c’è, basta volerlo. Come prossimo ministro, Renzi ha bisogno di un ostetrico.

Michele Ainis: per migliorare l’efficienza del Governo occorrono nuove regole

1 Mar

Non è la prima volta che concordo col professor Ainis e le sue acute osservazioni. Questo editoriale sul Corriere della Sera di oggi  che riporto integralmente qui sotto non fa eccezione: ormai la via della decretazione è usurata oltre misura e ha dimostrato tutti suoi difetti. Intervenire sulle procedure, per renderle più efficienti, è la strada giusta.
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Troppi decreti poche decisioni

Nuove regole o sarà paralisi

di Michele Ainis

Il decisionista, in Italia, è sempre un decretista. Detta legge per decreto, sicché ci inonda di decreti legge. Ne fu campione Berlusconi, con 80 decreti nei suoi 42 mesi di governo; e certamente Renzi non sarà da meno. Non a caso ha evitato di replicare l’incauta promessa del suo predecessore. Quando ottenne la fiducia, Enrico Letta dichiarò che avrebbe riesumato la centralità del Parlamento, e dunque della legge, in luogo del decreto; invece ha fatto le valigie per una crisi extraparlamentare, dopo aver firmato 25 decreti in 10 mesi. La sua colpa? L’avarizia: ne ha scritti troppo pochi. E infatti la prima decisione del gabinetto Renzi veste i panni del decreto, quello adottato ieri per scongiurare il default della Capitale.

Proprio il salva Roma, tuttavia, ci impartisce una lezione. Siamo al terzo colpo di fucile: gli altri due hanno sparato a vuoto. Prima per le critiche di Napolitano rispetto a un decreto che era diventato un fritto misto; poi per l’ostruzionismo di Lega e M5S. Perciò in entrambi i casi il governo ha battuto in ritirata, mentre i suoi decreti svanivano come bolle di sapone. Qui difatti casca l’asino, anzi il decreto. Perché ogni decreto va convertito in legge dalle Camere entro 60 giorni, e perché ogni conversione si traduce in una perversione del decreto, sfigurandone l’aspetto originario. Quando va bene, quando non succeda viceversa che il tempo scada invano. E succederà sempre più spesso, dato che il Parlamento non ha tempo. Per dirne una, il messaggio alle Camere di Napolitano – trasmesso l’8 ottobre – verrà discusso il 4 marzo: 5 mesi d’attesa, quanto ci tocca pazientare per una visita in un ambulatorio Asl.

Da qui un paradosso: l’eccesso di decisioni paralizza qualsiasi decisione. Se i decreti sono troppi s’intralciano a vicenda, intasano le assemblee parlamentari, rendono l’ostruzionismo un’arma vincente. Ma senza decreti non si decide, e perciò non si governa. Possiamo salvarci da questo paradosso senza romperci l’osso? Sì, possiamo: con una corsia preferenziale sulle iniziative legislative del governo. Insomma leggi, non decreti. Per restituire al sistema qualche grammo d’efficienza, per restaurare la perduta autorità del Parlamento. Ma a questo scopo urge una riforma: quella dei regolamenti parlamentari. La Camera ci ha già messo mano, la presidente Boldrini ci ha messo la faccia. Dopo 7 mesi di lavoro della Giunta, la riforma sta per approdare in Aula; e speriamo che non faccia la stessa fine dei decreti.

D’altronde non c’è solo da sveltire l’iter legis ; c’è altresì da riannodare il filo spezzato fra noi e loro, fra popolo votante e popolo votato. In vista di quest’obiettivo, correggere i regolamenti non è meno importante che correggere la Costituzione o la legge elettorale. Due soli esempi. Primo: il trasformismo. C’erano 6 gruppi parlamentari alla Camera; in meno d’un anno sono diventati 8, con una girandola di scissioni e ricomposizioni. Vietiamo la girandola, avremo qualche capogiro in meno. Secondo: le leggi popolari. Fin qui ne sono state presentate 27, ma laggiù nessuno se le fila. Frustrante, anzi incavolante. Il nuovo regolamento ci metterà una pezza, e sarebbe pure l’ora. Nel frattempo è l’ora di Renzi, della sua avventura di governo. Ma senza la riforma dei regolamenti, rischia di concludersi con un déjà vu : «Non mi hanno fatto governare». Almeno questa no, l’abbiamo già sentita. E siamo già abbastanza risentiti.

Corriere della Sera, 1 marzo 2014

I ‘figliastri’ non ne possono più dei ‘figli’

7 Ott

Due cose che ho letto in questi giorni mi hanno sollecitato a scrivere questo post.
Una è la notizia dei “35 docenti denunciati a vario titolo al pm barese Renato Nitti per associazione a delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata. Trentacinque professori ordinari, cinque dei quali nell’elenco dei 35 saggi scelti da Enrico Letta per accompagnare il progetto di riforma costituzionale“. Per mia memoria, potrebbe essere una ‘non notizia’, trattandosi solo dell’ultimo episodio di una storiaccia che già conoscevo quando frequentavo l’università. L’altra mi è capitata leggendo un post nel blog di Alessandro Gilioli, Altan vomito dove veniva citato l’articolo di Michele Ainis di giusto un anno fa che riporto integralmente più sotto. Ainis così conclude: “Sì. è esattamente questa la nostra condizione. Siamo un popolo di privilegiati e discriminati, di figli e figliastri. Senza eguaglianza, senza giustizia, senza libertà“.

Ecco, vorrei solo aggiungere che alla quota dei privilegiati occorre aggiungere i corrotti e gli evasori fiscali (non tutti sullo stesso piano, ovviamente). I privilegiati non fanno altro che approfittare delle facilitazioni offerte dal sistema, quella rete di protezioni e di benefit accessori che si sono succeduti e accumulati negli anni, per inerzia o comodo del potere. Corruttori e corrotti sono un’altra genìa che deriva anch’essa dall’incapacità dello Stato di stabilire regole che impediscano gli accordi sottobanco, di intervenire prontamente e sanzionare in misura esemplare entrambi. Sull’evasione fiscale non vale la pena dilungarsi: basti ricordare che la stima dell’Agenzia delle Entrate  è di 120 miliardi che se recuperati porterebbero all’azzeramento del debito pubblico (così, tanto per dare un’idea).
Tutti insieme concorrono però al degrado sociale ed economico, accelerano la corsa del Paese verso il disastro, rendono vani gli sforzi per recuperare un minimo di giustizia ed equità, far recuperare all’Italia la posizione che le spetterebbe nel novero delle democrazie avanzate.

Dinanzi a questi tre diversi moderni mostri, il privilegio, la corruzione e l’evasione, c’è la società italiana, la cui maggior parte è costituita da ‘figliastri’ – per dirla con Ainis – ma è la parte sana (volente o nolente, bisogna dire anche questo).
Ora, il punto focale è il seguente: per quanto tempo ancora sarà possibile tollerare?

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Siamo un Paese di figli e figliastri

Giustissimo prendersela con gli scandali della politica. Ma il problema è che l’Italia è divisa in due: chi è privilegiato (per conoscenze, relazioni familiari, corporazioni etc) e chi invece è abbandonato a se stesso

di Michele Ainis

Scandali, sprechi, sciali. E privilegi di stampo feudale, come no. Dei politici, della loro dolce vita, ne abbiamo gli occhi pieni. E continuiamo a sgranarli ogni mattina, basta aprire un quotidiano. C’è un rischio però, anche se a enunciarlo rischi a tua volta i pomodori. Il rischio di trasformare le malefatte di Lusi o di Fiorito in un lavacro collettivo, che monda ogni peccato. I nostri, non i loro. Perché non è vero che da un lato c’è la casta, dall’altro la società dei casti. Non è vero che il furto di denaro pubblico avvenga unicamente per mano dei partiti: ce lo dicono i numeri dell’elusione fiscale, del lavoro nero, degli abusi edilizi. E soprattutto non è vero che i privilegiati siano soltanto loro. Nell’Italia delle corporazioni ormai lo siamo tutti.LE PROVE? Cominciamo dalla pappatoia delle regioni, dove i consiglieri pappano a spese dell’erario. Ma il personale burocratico non sta certo a digiuno. In Trentino i dirigenti ottengono mutui a tasso zero. In Emilia vanno in bus con uno sconto dell’85 per cento sul biglietto. In Sicilia hanno diritto a un sussidio per il matrimonio, alla colonia estiva per i figli, perfino al contributo per le pompe funebri. Senza dire dei benefit che toccano in sorte ai dipendenti delle assemblee parlamentari: quelli del Senato intascano pure la sedicesima, alla Camera uno stenografo può guadagnare più del capo dello Stato (259 mila euro lordi l’anno contro 239 mila).

E gli altri? Ce n’è per tutti, anche per chi timbra il cartellino fuori dal Palazzo. I bancari lasciano il posto in eredità alla prole (almeno il 20 per cento del turnover nelle banche si svolge attraverso una staffetta tra padri e figli). Le mogli dei ferrovieri salgono in treno gratis. Gli assicuratori ci infliggono le polizze più salate d’Europa (il premio Rc auto costa il doppio rispetto alla Francia e alla Germania). I sindacalisti vengono esentati dai contributi pensionistici. I tassisti si proteggono con il numero chiuso. Al pari dei farmacisti e dei notai , che oltretutto sono creature anfibie: funzione pubblica, guadagni privati (il sigillo notarile vale 327 mila euro l’anno). Come i medici ospedalieri, ai quali s’applica l’intra moenia extramuraria: un pasticcio semantico, prima che giuridico. In pratica, devolvono il 6,5 per cento del loro fatturato all’ospedale e vanno ad operare nelle cliniche di lusso.

D’altronde ciascuno ha il proprio lusso, e se lo tiene stretto. Ai dipendenti della Siae tocca un'”indennità di penna”. Ai servizi segreti un'”indennità di silenzio”. Agli avvocati dello Stato una “propina” (55 milioni nel 2011). I diplomatici all’estero incassano uno stipendio doppio. Come i giudici amministrativi distaccati presso i ministeri (in media 300 mila euro l’anno).

I professori universitari hanno diritto alla vacanza permanente (l’impegno annuale è di 350 ore). I giornalisti entrano nei musei senza pagare. Chi è impiegato all’Enel fruisce d’uno sconto sulla bolletta della luce. I docenti di religione hanno una busta paga più pesante rispetto a chi insegna geografia.

E c’è poi il santuario degli ordini professionali, lascito imperituro del fascismo. C’è una barriera all’accesso che protegge avvocati, architetti, commercialisti, veterinari, ingegneri. C’è il mantello dell’indipendenza che si traduce in irresponsabilità per i pm (le sanzioni disciplinari colpiscono lo 0,3 per cento della categoria). C’è una selva di privilegi processuali in favore delle banche (possono chiedere un decreto ingiuntivo in base al solo estratto conto), di privilegi fiscali per i petrolieri (pagano royalty del 4 per cento contro l’80 in Norvegia o in Russia). C’è la mammella degli aiuti di Stato (30 miliardi l’anno), da cui succhiano le imprese siderurgiche non meno di quelle cinematografiche (1,5 milioni a “L’allenatore nel pallone 2”).

SÌ, E’ ESATTAMENTE QUESTA la nostra condizione. Siamo un popolo di privilegiati e discriminati, di figli e figliastri. Senza eguaglianza, senza giustizia, senza libertà. E non basterà il faccione di Fiorito, non basterà quest’esorcismo collettivo che stiamo intonando a squarciagola, a farci ritrovare l’innocenza.

Michele.Ainis@uniroma3.It

L’Espresso – 12 ottobre 2012 
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