Voteremo con una legge elettorale incostituzionale?

29 Mar

Pare di sì: se il governo non decide di porre i necessari e indispensabili correttivi avremo il Porcellinum.
Sul sito del Coordinamento per la Democrazia costituzionale  è segnalato un interessante articolo del prof. Mauro Volpi su Questione giustizia, trimestrale di Magistratura Democratica, dal titolo illuminante: “Italicum due: una legge elettorale abnorme”

In verità gli articoli sulla legge elettorale – e la contemporanea revisione costituzionale che riguarda principalmente il Senato per condurci come è noto ad un sistema monocamerale – sono due e l’altro è del prof.  Gino Scaccia (“La legge elettorale “Italicum” fra vincoli sistemici ed equilibri costituzionali), con introduzione ad entrambi di Marco Bignami, un magistrato attualmente Assistente di studio nella Corte Costituzionale. Li riporto tutti con i link per chi volesse approfondire e qui mi limito a riportare i brani che  mi sono parsi più significativi (il neretto è mio).

Nella sua introduzione ai due articoli dal titolo “La legge elettorale in corso di approvazione. Profili di costituzionalità” il dr. Bignami afferma, tra l’altro:

Volpi non ha esitazioni nel denunciare la palese incostituzionalità della nuova normativa per plurimi aspetti: tra questi, la compressione della rappresentanza indotta da un premio di maggioranza eccessivamente generoso; l’elusione della volontà del corpo elettorale di non conferire il premio, determinata dalla fase del ballottaggio; l’introduzione di una soglia di sbarramento al 3%, che non si giustifica con uno scopo di governabilità, posto che esso è in ogni caso posto al sicuro dal meccanismo elettorale. Scaccia è più prudente, ma non meno severo nel segnalare punti di grave problematicità: il premio di maggioranza resiste al test matematico elaborato per “pesare” la diseguaglianza dei voti in uscita, in modo che essa non superi il grado massimamente tollerabile, ma l’effetto ulteriormente distorsivo introdotto attraverso la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi rende precario anche questo approdo iniziale; il ballottaggio, inserendosi in un sistema politico altamente frammentato come l’attuale, rischia di avvantaggiare liste che hanno ottenuto al primo turno un consenso ben lontano dal 40%, in tal modo sviluppando all’ennesima potenza l’effetto di alterazione della rappresentatività; le pluricandidature dei capolista consentono una opzione del tutto discrezionale tra un collegio e l’altro, e di conseguenza l’investitura diretta, da parte dei leader del partito, del candidato che otterrà in loro vece il seggio nel collegio cui i primi hanno rinunciato.

E in effetti Volpi è chiarissimo:

Il sistema elettorale approvato presenta varie criticità che lo rendono abnorme in sé e anomalo rispetto a quelli esistenti nelle altre democrazie. Tali criticità riguardano il metodo adottato per la presentazione e la discussione del disegno di legge, i vizi di legittimità costituzionale in esso riscontrabili, l’incompatibilità con la forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione.

Ma anche il prof. Scaccia mi pare piuttosto critico. Questa la sua conclusione:

 

Che la logica del “partito pigliatutto” basti a far rifiorire il sistema istituzionale italiano è, però, dubbio. L’esperienza degli ultimi vent’anni non induce infatti all’ottimismo. Inseguire il mito della stabilità e dell’efficacia del Governo attraverso la ricerca della perfetta identità politica con la maggioranza parlamentare ha condotto alla mortificazione delle Assemblee elettive e della rappresentanza, che pure della stabilità degli esecutivi è il presupposto legittimante, e al loro assoggettamento completo all’esecutivo. Si è così giunti, ad esempio a livello regionale (dove opera il simul simul), a una centralizzazione del potere di governo simile a quella delle forme presidenziali, ma senza il contrappeso di un Parlamento slegato dal laccio “mortale” della fiducia e posto quindi in condizione di esercitare con il massimo di incisività la funzione di indirizzo e controllo politico, e in definitiva, di conservare un significativo potere di codeterminazione decisionale. Una riforma che vuole mutuare dal “presidenzialismo” (inteso come investitura popolare diretta del governo) capacità decisionale, stabilità ed efficienza, ma non ne riproduce i contrappesi e i bilanciamenti, finisce così per sancire il primato assoluto del Governo sull’unica Camera politica, destinandola allo svolgimento di un «compito censorio (…) modesto (e ad incidenza assai ridotta nel settore della legislazione)». Tanto da rendere legittimo l’interrogativo – solo in apparenza paradossale – se, nelle condizioni storico-politiche attuali, non occorra la fuoriuscita dalla forma di governo parlamentare per restituire davvero al Parlamento la sua funzione più tipica di legislazione e sindacato politico sul potere esecutivo.

Accetterà il Presidente del Consiglio questi moniti e suggerimenti che si aggiungono agli altri numerosi e più che autorevoli già presentati? Si renderà conto che andare a votare con una legge siffatta equivale a commettere lo stesso spregio alla norma e all’intelligenza che si verificò col Porcellum, censurato abbondantemente (purtroppo i suoi guasti li aveva già compiuti) dalla Corte Costituzionale? Vorrà prendere atto che così com’è, la sua legge può solo essere chiama Porcellinum?
Boh.

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