Tag Archives: Diego Bianchi

Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

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Gazebino estivo: “NOSTALGICI O FIGHETTI? MA PRIMA DEL CONGRESSO DITECI COS’E’ IL PD”

3 Ago

Un grande Zoro -Diego Bianchi – la vede così sul Venerdì di Repubblica. Sono entusiasticamente d’accordo con lui.
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 NOSTALGICI O FIGHETTI? MA PRIMA DEL CONGRESSO DITECI COS’E’ IL PD

 

“Nel Pd c’è un clima da abbandono silenzioso” sussurra Cuperlo in tv, a voce bassa ma determinata quell’amen in più che dovrebbe servirgli a farsi conoscere, riconoscere e risultare popolare e plausibile come candidato alla segreteria del partito. Lui, eterno giovane consapevole di non essere più tale da tempo, dopo una vita di studi che in molti tendono a far coincidere con una vita di dalemismo, auspica che a scendere in campo per il congresso venturo sia il Pd. Ascoltandolo non è chiaro quanto, nel dirlo, percepisce lo scetticismo e il disincanto generale che un così tautologico obbiettivo inevitabilmente può generare nello spettatore da sempre alle prese con l’ostico quesito: “che cos’è il Pd?”. A seguire, nella testa dell’elettore alla continua ricerca di risposte che gli risolvano almeno il problema della leadership se non quello più complicato dell’identità, l’altra inquietante domanda: “chi è che in questo momento rappresenta meglio il Pd?”.
Il Pd è un partito di fighetti con tanti follower, un partito di democristiani rampanti con tanti voti, un partito di nostalgici abbrustolitori di salsicce, un partito di opinionisti televisivi, un partito che vince quasi dappertutto sul territorio salvo non riuscirci praticamente mai a livello nazionale, o un partito di centouno persone (espressione di quasi altrettante correnti) pronte a tutto e soprattutto a tradire pur di non farlo apparire un partito affidabile?
Nel dubbio costante che ognuna di queste definizioni abbia troppo fondamento per essere archiviata come provocazione, Enrico Letta, l’uomo al momento più rappresentativo della forza politica in questione, dichiara che alla sua maggioranza non c’è alternativa politica (voto compreso) e che “questo è il tempo che ci è dato” , il tutto scagliandosi contri i “fighetti” del Partito alla ricerca di facile consenso online. Ora, ammesso e non  concesso che il fighetto principale puntato da Letta sia Civati, chiarito a beneficio del mondo e di Letta che la parola fighetto risulti di rara antipatia, cacofonia e lontananza cromosomica almeno da Roma in giù, il rischio che il clima di abbandono venga bollato di fighettismo per il solo fatto di esistere, in tempi di dibattito congressuale sembra lusso eccessivo, se non inutile arroganza.
Perché se non si abbandona quando il partito che hai votato sembra sacrificare sull’altare del “tempo che ci è dato” ogni ambizione di incidere sul tempo che nessuno ci ridarà, quando l’approccio è talmente passivo da permettere ad Alfano altri tre mesi di stage al Ministero dell’Interno, quando le frequentazioni con ciò che dovrebbe essere per dna diverso da te portano uno come Fassina ad affermazioni equivocabili con quelle di Brunetta, c’è poco da fare i fighetti col fighettismo degli altri.

Zoro. Com’era e come eravamo.

22 Giu

La prima puntata di “Tolleranza Zoro” è ormai un reperto.

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