A un campione che ha passato la palla. Rocco Caligiuri.

25 Giu

  C’era un sacco di gente oggi a San Saturnino, la chiesa del quartiere Trieste dove abbiamo salutato per l’ultima volta Rocco Caligiuri. Rocco è stato una delle grandi figure del rugby romano, più volte nazionale.

  Giocavamo nella stessa squadra senza soldi, l’Olimpic, tenuta insieme dalla passione e dai sacrifici personali di Bigonzoni, il presidente-allenatore. La club house allora era una pizzeria a viale Regina Margherita, ‘La Pariola’, proprio sotto casa sua. Era lì che tenevamo le riunioni negli orari in cui non c’era servizio. Poi magari ci si tratteneva per mangiare una pizza tutti insieme.  Erano i tempi del più puro dilettantismo, zero rimborsi (tutt’al più un paio di scarpini nuovi), delle trasferte massacranti (ne ricordo una a Catania, in treno, in cuccetta) e un’altra, chissà dove, che si arrivò in 14 e Bigo si mise lui a estremo.   Rocco Caligiuri 

  E mi ricordo bene l’arrivo di Rocco al campo dell’Acqua Acetosa in un primaverile  pomeriggio di sole (credo fosse il 1966) durante un allenamento: avrà avuto 15/16  anni  ma  già un gran bel fisico e un sorriso sempre aperto. Proveniva dal calcio ed era  una  matricola assolutamente all’oscuro di rugby, capitato lì, come  a molti, solo per  curiosità e per fare qualche giro di campo, ma non ci mise molto a prendere  confidenza  con l’ovale e a essere sempre presente. Ricordo che con Massimo Gini  e  Franco Cioni (altri grandi campioni e nazionali) ci scambiammo negli allenamenti  qualche opinione sul ragazzo: non placcava un gran che (ma poi imparò) però era solido, velocissimo, senza paura e con un calcio esplosivo. Nella squadra dei  ragazzi (allora c’era la coppa Cicogna per il campionato giovani) Bigo gli trovò subito posto all’apertura. Di lì a poco – avevo già 26 anni, lavoravo e stavo per farmi una famiglia – smisi di giocare (ogni tanto una partita nel campionato riserve) e lo persi di vista per qualche mese per scoprirlo improvvisamente e con immenso piacere in nazionale come estremo.         

  Così lo ricorda Luciano Ravegnani, la memoria storica del rugby italiano: “Rocco Caligiuri, morto a 63 anni, era un calabrese diventato romano. Il disincanto in persona, il rugby della gioia di esserci, la battuta pronta, il coraggio scavato nel serbatoio di un’innata pigrizia. L’ho visto esordire con una maglia azzurra a 19 anni, contro il Galles a Llanelli, con l’Italia Juniores. Fu l’unico a vincere, conquistando cuori femminili nel terzo tempo. Un personaggio, fin da subito. Poi la Nazionale vera, per 26 volte, tra il 1969 e 1979. Non pochi discutevano la scelta, ma Rocco era sempre disponibile quando lo chiamavano. Ci teneva alla Nazionale, e con lui (e Quaglio) la nazionale era di umore sempre positivo. Era un buon  difensore, non un gran placcatore, ma aveva gambe da n. 15 moderno, e soprattutto un piede, il sinistro, di caratura internazionale. “Piazzava” maluccio, ma nei drop era fantastico. Nell’aria un po’ rarefatta di Johannesburg, al vecchio Ellis Park, centrò tre drop contro un Transvaal XV  di caratura, a conclusione del tour rugoso e abrasivo degli azzurri in Sudafrica nel 1973, giocando 9 partite su nove. Fino a quel momento solo Albaladejo, francese, vantava 3 drop in un match internazionale. Come fosse sfuggito indenne dai placcaggi distruttivi (e in ritardo) dei sudafricani, restò una delle cose più belle del tour. I suoi tempi di inserimento in attacco potrebbero essere ancora portati a esempio. Per i più giovani l’esempio di McLean mi pare il più calzante. Solo che Rocco era veramente personaggio “pieno”, come lo è stato da imprenditore di grande successo. Gli avevano consegnato recentemente il cap n. 224 della Nazionale. La Roma e gli amici delle “rimpatriate” gli avevano conservato  una notorietà  meritatissima”. Dicono ci sia una targa che ricorda i tre drop, lì allo stadio. E un’altra grande firma del rugby, Marco Pastonesi, gli ha dedicato questo bellissimo ritratto.

   Ogni tanto ci si rincontrava. Al bar che aveva aperto con Patassini, altro compagno di squadra, grazie all’aiuto dell’Algida che aveva scoperto lo sport come veicolo di comunicazione. Poi si scoprì un talento da imprenditore (oltre quello, anch’esso naturale, di sciupafemmine) e lanciò una catena di negozi di dolciumi ‘Sweet&sweet’, cui seguirono i ristoranti, la famiglia dei ‘Pomodorino’ e dei ‘Meloncino’.  Poi negli ultimi anni la malattia, che però non gli fece spegnere il buonumore e il sorriso neppure quando il chirurgo gli disse che doveva procedere all’amputazione della gamba. “Dottò, ma proprio la sinistra? Nun me po’ taglià l’altra?” 

   Quest’anno al 6 Nazioni gli fu consegnato il cap, il tradizionale berretto riservato ai giocatori della nazionale. Le foto lo ritraggono in carrozzina sorridente e circondato dagli amici, gli stessi che lo hanno aspettato stamattina sul sagrato della chiesa. Purtroppo ho raggiunto l’età in cui si riconoscono i visi ma non si ricordano più i nomi: ho visto e mi sono abbracciato con Riccardo Tiberi, storico pilone dell’Olimpic, con Angelo, tallonatore della Roma che ha ora una trattoria in Prati, ho salutato Claudio Tinari, Pasquale Vaghi, Bernabò padre e tanti tanti altri; c’erano anche tanti distintivi FIR e tante cravatte di club. Perché noi del rugby manteniamo nella vita il credo del nostro sport, lo spirito del gruppo che resta solido negli anni, la solidarietà, il sostegno reciproco. Non a caso quando un giocatore di rugby ritorna alla terra si usa dire che ha solo “passato la palla”.

 

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