L’AVENTINO DEL VOTO, di Nadia Urbinati

19 Giu

“La maggioranza che ha vinto è conteggiata su una minoranza di partecipanti. Certo, le regole sono legittime perché è la conta dei voti che vale. Ma è lecito preoccuparsi molto del declino della legittimità morale perché quando il diritto di voto viene giudicato futile è perché gli elettori sentono di non avere potere. Una democrazia che infonde impotenza alla maggioranza dei suoi cittadini è una democrazia davvero anomala”.
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Nadia Urbinati ha segnalato ieri su Repubblica il pericolo reale che corre la nostra democrazia. Non pare che la classe dirigente se ne dia per inteso, persa com’è dietro all’ipotesi di una riforma della Costituzione che non si sa dove può portarci e poi, solo dopo, si dedicherà a formulare una legge elettorale degna di questo nome.
Un grazie all’on Manuela Ghizzoni del PD che lo ha postato nel suo blog.

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Le elezioni comunali che si sono da poco concluse passeranno alla storia come le consultazioni che hanno registrato il crollo dei partiti simpatetici a visioni popu-liste e plebiscitarie (il Pdl, la Lega, e il M5S), un fatto molto importante per le implicazioni che può avere nel modo di concepire lo stato e la politica. Le elezioni passeranno anche alla storia come quelle che hanno visto un crollo della partecipazione elettorale, franata sotto il 50 per cento degli aventi diritto. Il Pd e il centrosinistra non hanno di che celebrare, anche se i loro candidati hanno vinto dovunque. Un en plein che lascia un retrogusto amaro. Ci si deve preoccupare di questo Aventino degli elettori? La domanda è retorica. Evidentemente ci si deve preoccupare, e la prima reazione a questa legittima preoccupazione dovrebbe essere una riflessione sul contesto socio- economico all’interno del quale si colloca questo declino della partecipazione elettorale. La crisi economica e la crisi partecipativa sono tra loro correlate, simili nella fenomenologia e negli effetti.

La crisi economica ha alimentato una psicologia della rinuncia. La sua radicalità ha tolto a molti il senso della possibilità effettiva di fare scelte lavorative e di carriera, di impegnarsi con successo per un futuro migliore o semplicemente sapendo che quel che fanno non è futile. L’idea che l’impegno individuale abbia efficacia, che ci sia un senso tangibile nel fare e sacrificarsi: questo sentimento è deperito insieme ai posti di lavoro. Ed è il segno della gravità della crisi. La comparazione tra quel che era e che è ora remunerativo fare; la riflessione al ribasso di quel che si può realizzare oggi rispetto a quel si poteva ieri: queste valutazioni comparative delle circostanze di vita sociale e di scelta portano molti italiani/e a concludere che ci sono pochi margini per rovesciare la loro condizione. In sostanza, il fare ha sempre meno potere. Il senso di futilità si è travasato anche nella sfera politica.

Anche come cittadini, molti sentono che il potere di voce che il diritto di voto dà è poco o per nulla efficace. Le barriere che ostruiscono l’intraprendenza sociale esistono anche nella sfera politica. Dove chi sta “dentro” o è “in politica” è percepito come depositario di un potere che molti, troppi, tra coloro che stanno “fuori”, sentono di non riuscire ad influenzare. Evidentemente i cittadini ordinari avvertono una lontananza tale da chi sta dentro la politica da sapere che la loro voce non arriva e se arriva non ha effetto. Si tratta di una preoccupante erosione del potere della cittadinanza.


Vi era negli anni Cinquanta una scuola americana di pensiero che sosteneva che l’apatia e la non partecipazione fossero un segno di salute della democrazia: come non si va dal medico quando si sta bene, così non si va a votare quanto non si ha nulla di cui lamentarsi. Chi tace (o sta a casa) acconsente. L’espansione sociale e il benessere a portata di mano rendevano forse plausibile questa interpretazione. Applicata all’Italia questa lettura non funziona: né per gli anni Cinquanta, quando il paese, dopo il fascismo, viveva la rinascita economica e quella democratica con comprensibile entusiasmo partecipativo; né per il presente, poiché l’astensionismo avviene in un clima di depressione economica estrema. Nella vita economica come in quella politica, se sempre più persone oggi non fanno o non cercano di fare è perché ritengono che non ne valga la pena. Questo spiega le cifre impressionanti dei giovani che non studiano e non cercano lavoro. E spiega le cifre del crollo della partecipazione elettorale.


Questo Aventino della fiducia nelle proprie possibilità e nel proprio potere è l’aspetto più preoccupante del nostro tempo. Le ultimissime consultazioni elettorali confermano il trend del senso di futilità del suffragio – sforzo partecipativo al quale non corrisponde nulla perché le cose non cambiano, le condizioni sociali restano critiche, e la classe politica resta lontana e quasi non toccata dall’opinione dei cittadini. Non c’è peggior segno di malessere psicologico di quel che viene dal senso di impotenza. Per la democrazia, soprattutto, che riposa sull’impegno volontario e libero dei cittadini di partecipare. La futilità della partecipazione al voto è figlia del senso di sfiducia nell’efficacia del voto – un senso che si è consolidato nel corso delle ultime tornate elettorali, fino a mostrarsi nelle forme radicali che abbiamo visto nel fine settimana dei ballottaggi. La maggioranza che ha vinto è conteggiata su una minoranza di partecipanti. Certo, le regole sono legittime perché è la conta dei voti che vale. Ma è lecito preoccuparsi molto del declino della legittimità morale perché quando il diritto di voto viene giudicato futile è perché gli elettori sentono di non avere potere. Una democrazia che infonde impotenza alla maggioranza dei suoi cittadini è una democrazia davvero anomala.

Nadia Urbinati – La Repubblica 18.06.13

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