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Dal bicameralismo perfetto a quello incasinato (2)

25 Set

Dicono i sostenitori dell’abolizione (pseudo-abolizione: ne riparleremo) del bicameralismo perfetto, che sarebbe meglio chiamare ‘paritario’ (ma tant’è:  usano questo termine e per farci capire da loro ci adegueremo): fa perdere tempo. Il perverso ping pong tra Camera e Senato, l’estenuante rimpallo dei provvedimenti che rallenta la produzione legislativa finirà una volta per tutte con la revisione della Costituzione.
Ora, tra quei sostenitori ci sono – ne sono certo, alcuni li conosco – quelli in buona fede (che però, spesso, non si sono informati e hanno ceduto e creduto a facili e ben confezionate dichiarazioni) e quelli in aperta malafede, perché sanno e sanno bene (molti di loro frequentano il Parlamento e conoscono le modalità e i numeri).

Volevo quindi scrivere qualcosa sull’argomento per dimostrare quanto sia falsa questa asserzione, ma per mia (e soprattutto vostra) fortuna ho trovato questo articolo nel  sito di Libertà e Giustizia (“Ma il bicameralismo non è una palude“) e mi sono risparmiato la fatica (lo trovate comunque più sotto). A parte tutte le considerazioni esposte, tutte validissime secondo il mio modesto parere, guardate i numeri. E’ davvero istruttivo, anche perché i numeri, a differenza dei politici, non mentono mai.

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MA IL BICAMERALISMO NON E’ UNA PALUDE
di Pierluigi Petrini

Tutto nasce dal bicameralismo perfetto, divenuto sinonimo dell’assurdo, del perverso, dell’inaccettabile, del mostruoso. E’ lui a rendere paludose la nostre istituzioni. Lui a rallentare, se non addirittura a insabbiare, ogni tentativo di cambiamento. Lui a indebolire fino all’impotenza la governabilità. Lui la trincea di ogni abietto conservatorismo, il monumento allo spreco, il simbolo della lussuria politica.
Non esiste in nessun’altra parte al mondo, denunciano gli intrepidi riformatori, ed è tale la loro sicumera che chi tenta di eccepire sulla sciagurata riforma del Senato non manca mai di premettere, per evitare la pubblica gogna, di voler comunque superare il bicameralismo perfetto. Naturalmente sono tutti convinti che questa unanime condanna origini da valutazioni approfondite e inconfutabili.
Vediamole.
Nella passata legislatura (2008-2013) il parlamento italiano ha licenziato 391 leggi. Di queste, 301 sono state licenziate con la doppia lettura. Vale a dire che la camera che ha ricevuto la legge dopo la prima lettura non ha ritenuto di dover modificare alcunché. 75 leggi hanno invece ricevuto una modifica e sono state, quindi, deliberate in terza lettura. Delle rimanenti 15 leggi, al netto delle 4 di natura costituzionale che esigevano un doppio passaggio, 8 leggi sono state deliberate in quarta lettura e solo 3 sono andate oltre alla quarta. Se andassimo ad analizzare questi sporadici casi troveremmo nella complessità giuridica del loro impianto e nella difficile valutazione delle ricadute una valida giustificazione per il lungo palleggio. In sintesi possiamo affermare che nel 77,8% dei casi il bicameralismo ha funzionato come un semplice controllo di qualità, nel 19,4% ha, invece, introdotto utili correzioni o integrazioni nel corpo legislativo e nel rimanente 2,8% è stato un opportuno strumento di approfondimento e riflessione.
Si potrebbe obiettare che questo è andato a discapito della velocità e della produttività. Ammesso e non concesso che le leggi abbiano quel potere taumaturgico che molti attribuiscono loro (per cui a ogni problema dovrebbe corrispondere una legge salvifica da deliberare a tambur battente) e che la qualità della democrazia possa misurarsi con criteri quantitativi o cronometrici, la statistica ci dice che il Parlamento italiano ha deliberato 71 leggi nel 2011 e 102 nel 2012, quello francese rispettivamente 111 e 82, quello spagnolo 50 e 25, quello inglese 25 e 23, quello tedesco 153 e 128.
La produttività del bicameralismo perfetto rimane quindi al di sopra della media dei principali parlamenti europei. Per quanto concerne la velocità bisogna rimarcare che i regolamenti parlamentari permettono grande flessibilità nei tempi. Esempio significativo è la cronistoria del cosiddetto lodo Alfano inteso a bloccare i processi di Berlusconi. La legge che aveva iniziato il suo iter parlamentare l’8 luglio 2008, il 23 luglio era già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale. 15 giorni in tutto.
Il bicameralismo perfetto non è quindi una palude. Lo conferma la logica. Siano A e B due leggi diverse per oggetto, ma entrambe afferenti alla competenza della commissione X. Nel monocameralismo esse si sovrapporranno obbligando una delle due a un periodo di attesa. Nel bicameralismo esse potranno essere approfondite contemporaneamente nelle commissioni X delle due camere. Poiché con buona probabilità la seconda lettura sarà un semplice vaglio di qualità, avremo leggi migliori in un tempo minore. Stupiti vero? Tutto vi sareste aspettato fuorché di immaginare il bicameralismo come strumento di velocizzazione dell’iter legislativo. In realtà il tallone di Achille del bicameralismo è nella duplicazione della liturgia necessaria all’insediamento del governo con il doppio voto di fiducia, ciò che lo rende, per l’appunto, “perfetto”. Proprio per questo alcuni “professoroni” hanno proposto di togliere al Senato questa prerogativa.
Slegato dalle congiunture politiche, avrebbe potuto alzare il livello qualitativo del dibattito politico e guardare agli effetti dell’azione politica su tempi più lunghi. Ma chi ha avuto la pazienza di seguire questo mio noiosissimo approfondimento avrà anche capito come esso sia irrimediabilmente perdente rispetto al fascino di chi promette la gratuità del Senato. Al sonno della ragione dobbiamo rassegnarci e, se proprio soffriamo d’insonnia, proviamo con il Tavor.

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La cazzata perfetta

13 Apr

Renzi: “Entro il 25 maggio fine del bicameralismo perfetto”. Intendiamoci: con il titolo non mi riferisco qui all’annunciata e discussa riforma del Senato (ne parlerò più avanti), bensì alle modalità cui il Presidente del Consiglio vorrebbe abituarci quando annuncia i suoi progetti. Suonano come ultimatum: ‘prendere o lasciare’, ‘non c’è spazio per modifiche’, entro il … faremo questo’. Eliminare ogni spazio di discussione, imporre esclusivamente la propria visione, non accettare osservazioni, critiche, consigli, non pare a me un modo corretto di condurre un Paese e soprattutto preoccupa non poco.

Nel periodo tra i ’50 e i ’70 l’interesse e la speculazione nel settore edile spadroneggiarono in Italia. Coste e montagne, pianure e colline furono cementificate senza pietà. Nei centri abitati sopraelevazioni abusive, muri maestri abbattuti, ampliamenti non autorizzati erano all’ordine del giorno. Nel tempo, però, si aprivano lesioni nelle pareti, si manifestavano preoccupanti crepe nei solai, cedeva un pilastro e non raramente si dovevano registrare crolli e anche – purtroppo – vittime. Paesaggi che avevano incantato viaggiatori da ogni parte della Terra sparivano, sepolti sotto costruzioni non di rado orrende. Le cause erano da trovare anche nella superficialità o addirittura nell’assenza di controlli, ma prima ancora nella fretta con cui le opere venivano effettuate per mettere tutti di fronte al fatto compiuto. Costruttori improvvisati e geometri senza scrupoli ne hanno fatte di ogni colore.
Ecco, nell’inspiegabile rapidità con cui il Governo intende muoversi e nel raffazzonato progetto di riforma del Senato a me pare si possa vedere la metafora dell’avventurismo edilizio – fatti, ovviamente, i debiti distinguo.

Costituzione GULa Costituzione è il mio santuario di cittadino, il mio riferimento etico. Essa è un sistema equilibrato e delicato, realizzato dalle oltre 500 migliori personalità che alla fine della guerra misero insieme disinteressatamente passioni, talenti, competenze, intelligenze per dare un nuovo futuro all’Italia e dopo ben quasi tre anni di studi e discussioni. Solo per questo la nostra Carta meriterebbe più rispetto e ci si dovrebbe avvicinare con la dovuta devozione e cautamente, come si fa con un oggetto prezioso.
E’ questo che mi sconcerta e mi fa anche un po’ indignare: la facilità con cui al giorno d’oggi si pretende di decidere e definire le modifiche della Costituzione. Riforme tanto affrettate, non sufficientemente meditate, proposte da gente molto meno preparata e non animata dallo stesso spirito dei padri costituenti possono solo fare danni, anche enormi, non misurabili oggi. Come quella fatta dal centrosinistra nel 2005.

E poi da qualche tempo impera questa moda delle improvvise esigenze che sorgono del tutto inattese e si spengono appena sorge una nuova alba. Non sono passati sei mesi da quando la discussione, con toni anche accesi, verteva sulla revisione dell’articolo chiave della Costituzione, l’art. 138, quello che garantisce la blindatura, la protezione dell’intera Carta. Ricorderete con quale sufficienza e faciloneria si parlava di modificarlo e attraverso quale astrusa serie di passaggi, con l’assistenza di pletoriche commissioni di saggi (che non poterono combinare gran che), vi si legavano i destini dell’Italia. Inutilmente si levarono voci autorevoli contro l’improvvida e suicida iniziativa. Poi d’un tratto tutto è caduto nell’oblìo: di stravolgere il 138 non se ne parla più; improvvisamente – e senza far nulla – quell’esigenza vitale,inevitabile, improprogabile cui era legato il nostro futuro non lo è più.
Oggi ci risiamo, ma il bersaglio è cambiato: è il bicameralismo e di nuovo c’è l’accorato appello di esperti e semplici cittadini giustamente preoccupati
dalla disinvoltura con cui si intende manomettere la Carta.

Non voglio qui entrare nei dettagli di cosa non va nell’ipotesi di abolizione dell’attuale Senato. Non ne ho le competenze e al massimo potrei solo fare un lungo elenco di osservazioni e critiche. Però mi viene da pensare che l’attuale struttura bicamerale ha funzionato (abbastanza, siamo sinceri) fino agli anni ’90, poi come sappiamo la gestione della cosa pubblica e la funzione del Parlamento sono degradati rapidamente. I governi si sono succeduti agendo per decreti legge, le camere si sono riempite di docili esecutori con poche o nulle capacità, il senso del dovere e la morale pubblica sono stati derisi e umiliati.
In questo lasso di tempo si poteva e si doveva invece mettere in piedi un sistema atto a migliorare la funzione del Senato, rendere più agile la struttura, agevolare il passaggio delle leggi tra le due camere: per esempio ponendo limiti temporali alla discussione, stabilendo commissioni bicamerali per risolvere eventuali situazioni di stallo, istituendo corridoi preferenziali per le leggi più urgenti. Mentre il bicameralismo dimostrava che può ancora funzionare, come nel caso della legge sul voto di scambio migliorata proprio nei recenti passaggi tra le due Camere.

Si dice: ma nelle altre democrazie europee vige il monocameralismo. Vero solo fino a un certo punto e soprattutto c’è da eccepire che si tratta di paesi dove è presente un alto senso del dovere e dello Stato, che si basano su sistemi parlamentari, storia, cultura, concezione anche molto diversi. In sintesi, democrazie se non compiute quanto meno molto più avanzate della nostra, che resta purtroppo tuttora giovane e fragile e dove di norma il diritto viene assai prima del dovere (quando c’è).

L'aula del senato della Repubblica vuota dei suoi membri (e delle competenze previste dalla Costituzione).

L’aula del senato della Repubblica vuota dei suoi membri (e delle competenze previste dalla Costituzione).

Porre quindi riparo alle disfunzioni del Senato,si diceva, per migliorarne l’efficienza. Siamo ancora in tempo. Al contrario, nell’epoca in cui appare  (sempre la velocità a comandare!) più rapido e semplice sostituire invece di riparare, che si tratti di un televisore o di una sedia, ecco che la soluzione preferita diventa l’abolizione tout court del Senato. Confesso che avrei potuto perfino condividere, in alternativa, l’ipotesi di partire da una riflessione circa i nuovi compiti che il Senato deve svolgere e da lì intervenire sulla sua composizione, come effetto conseguente, ma neppure questo è stato concesso.
E qui va inserito un altro elemento, dato da un provvedimento che il governo Renzi ha messo in cantiere, ovviamente con le solite imperative scadenze e i medesimi aspetti da diktat: la legge elettorale (che presenta anch’essa vari aspetti critici). Pare sfuggire ai più che alla fine, con una Camera che rischia di avere oltre il 50% di nominati e una maggioranza assoluta, con il Senato che abbia perso ogni funzione di controllo e verifica, il Presidente del Consiglio avrà un potere MAI avuto prima in Italia. Con solo il 25 per cento dei voti (al netto delle astensioni) un partito potrebbe fare fare l’en plein: governo, Camera, Quirinale, Corte costituzionale. Devo condividere Bersani: “Una legge elettorale che da’ un mega premio di maggioranza a parlamentari pur sempre nominati che possono eleggere il presidente della Repubblica e i massimi organi istituzionali è una legge pericolosa”. Il combinato disposto tra legge elettorale e riforma del Senato fornirà insomma una situazione che va assolutamente corretta.

Perché tutto bene – si fa per dire, eh – fin che avremo a capo del governo qualcuno capace, competente e sinceramente dedito al bene dell’Italia: ma se le prossime elezioni dovesse vincerle qualcun altro più cinico, più disinvolto, più spregiudicato? Un capopolo, per capirci. Si troverebbe la tavola apparecchiata senza colpo ferire.
Pensateci, sarebbe la cazzata perfetta.

 

 

Le balle, i creduloni e i fatti: alcune verità sulla riforma del Senato

4 Apr

Senatori eletti o nominati?
Il nuovo Senato come il Bundesrat tedesco?
Avremo un grande risparmio col nuovo Senato?
E’ sbagliato parlare di ‘svolta autoritaria’?

A queste ed altre domande risponde con questo esauriente post Alessandro Gilioli, che ringrazio vivamente.

Il sistema bicamerale è il meno diffuso nel mondo: ma chi l’ha detto?

27 Gen

Bicameralismo

   Sistema unicamerale
   Sistema bicamerale
   Senza Camere
   Non disponibile
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Infatti è il contrario: è proprio il bicameralismo il sistema più diffuso nel mondo. Il punto di discrimine è se esso sia perfetto o imperfetto: nel primo caso le due camere hanno le medesime competenze, nel secondo no. In Italia i sostenitori della trasformazione del Senato e della conseguente  riduzione della Camera dei Deputati a unica sede legiferante fanno osservare che in molti paesi il bicameralismo perfetto è superato. Ergo, ritengono sia giunte l’ora  di adeguarsi anche per il nostro Paese.
Wikipedia fornisce un’ampia e dettagliata informazione a proposito delle due forme. Per quanto riguarda l’Italia si afferma, in particolare, che: “Il bicameralismo italiano è un bicameralismo eguale e perfetto, cioè sovrapposto, in quanto entrambe le Camere, Camera dei deputati e Senato della Repubblica, godono della stessa legittimazione e svolgono le stesse funzioni su un piano di parità (essendo non ancora stata attuata la “promessa” di riforma del Senato della Repubblica contenuta nella legge costituzionale n. 3 del 2001, e prefigurata dalla nuova definizione di Repubblica, che a norma dell’art. 114 della Costituzione è ora «costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato»). Questo particolare assetto, che ha il vantaggio di garantire una maggiore elaborazione e ponderazione delle deliberazioni (e quindi, in primo luogo, delle leggi del parlamento) va a scapito della rapidità delle decisioni, producendo veri e propri ingorghi legislativi.”
Non è da oggi che si critica l’affrettata e malfatta modifica costituzionale attuata dal centrosinistra nel 2001: oggi la questione però riguarda ancora la necessità di sveltire i passaggi tra le due Camere e non di rinunciare del tutto alle garanzie date dal duplice esame. Nel mio piccolo, osservo che la nostra giovane e ancora fragile democrazia non ci consente la disinvoltura del rischio di un balzo in avanti delle proporzioni prospettate dal passaggio al bicameralismo imperfetto. Dobbiamo, insomma, ancora imparare tanto e soprattutto riuscire a disporre di un Parlamento dove la stella polare sia sempre il bene comune. E aggiungo che non fu per caso che solo sessant’anni fa i nostri costituenti ritennero di dover stabilire l’esigenza di sottoporre a un doppio controllo le proposte di legge. In forza di quali ragionamenti e di quali dati di fatto si può oggi ragionevolmente sostenere che l’Italia sia, purtroppo contro ogni evidenza, improvvisamente diventata matura per un passaggio epocale come quello indicato?
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