De Siervo a Renzi: sulle riforme meno fretta

12 Feb

Costituzione GUNon è un monito da poco.  Ugo De Siervo è stato Presidente della Corte Costituzionale ed è titolare della cattedra di diritto costituzionale all’università di Firenze. Ma De Siervo è anche padre di Luigi e Lucia, fedelissimi del Presidente del Consiglio. Il primo, direttore di RaiCom, è stato uno dei registi dei comitati “Adesso” nelle primarie contro Bersani. Assessore nella giunta Domenici, Lucia ha partecipato nel 2007 alla costituzione dell’associazione Link,  creata per sostenere finanziariamente  l’ascesa di Renzi alla Provincia. Con Renzi sindaco, fa una rapida carriera e diventa direttore generale della Cultura. Il marito, Filippo Vannoni, vanta incarichi in varie società pubbliche fiorentine  ed è presidente di Publiacqua.

Ma De Siervo non pare appartenga – per lo meno, ufficialmente – al ‘giglio magico’, la schiera dei fan del Presidente del Consiglio. E’ soprattutto e prima di tutto un profondo conoscitore della Costituzione e un suo difensore: in questa veste nell’estate del 2013, già da ex presidente della Corte Costituzionale, gelò con un’intervista le speranze di Berlusconi di ricevere la grazia dopo la sua condanna: “Per ora questa persona, condannata a ben quattro anni per un delitto serio, sta semplicemente minacciando la stabilità del governo, ma non ha dato alcun segno di accettazione di una condanna definitiva, né ha cominciato neppure a scontare ciò a cui lo Stato lo ha condannato. In più, è coinvolto in tante altre vicende indagate dalla magistratura.”

Ecco perché la sua nota affidata alle pagine de La Stampa, cui collabora, assume fin dal severo titolo  un significato ben più sostanziale (il neretto è mio): “… le molte modifiche fatte nei mesi scorsi al testo iniziale della riforma elettorale dovrebbero far riflettere sulla qualità delle originarie progettazioni di riforma e sulla necessità, quindi, di operare anche sul testo di revisione costituzionale con adeguata prudenza ed attenzione, pur nel rispetto delle finalità fondamentali di questi tentativi di riforma”. Speriamo sia ascoltato.

Eccola integralmente qui di seguito.

Siamo alla vigilia di importanti confronti nel nostro Parlamento sulla riforma della Costituzione e sulla legge elettorale e già questa settimana la Camera dovrebbe cominciare a decidere della riforma del Senato e della nuova configurazione delle Regioni. Il ministro Boschi ha confermato il suo ottimismo e la volontà di arrivare addirittura in settimana all’approvazione del ddl costituzionale, ma le molte modifiche fatte nei mesi scorsi al testo iniziale della riforma elettorale dovrebbero far riflettere sulla qualità delle originarie progettazioni di riforma e sulla necessità, quindi, di operare anche sul testo di revisione costituzionale con adeguata prudenza ed attenzione, pur nel rispetto delle finalità fondamentali di questi tentativi di riforma.

Tanto più se si intende modificare addirittura la Costituzione, una fonte che è chiamata a disciplinare le nostre istituzioni e quindi a reggere alle tante tensioni che si producono naturalmente intorno ai processi decisionali ed alla gestione dei grandi poteri pubblici: in settori del genere sono assolutamente necessarie un buon livello qualitativo e la piena coerenza delle nuove norme costituzionali, poiché altrimenti i danni possono essere gravissimi, tanto da far dubitare che in tal modo si possa produrre un effettivo miglioramento delle nostre istituzioni.

Facciamo due esempi concreti (fra i molti che sarebbero possibili) sulle serie conseguenze che si potrebbero produrre se non ci si impegnerà a fondo nel miglioramento di parti importanti del progetto in discussione.

Anzitutto non appare affatto probabile che possa diminuire l’attuale pesante contenzioso fra Stato e Regioni malgrado l’enorme espansione dei poteri legislativi dello Stato che ci si ripromette, dal momento che la tecnica elencativa di ciò che spetta allo Stato o, invece, alle Regioni, appare largamente imprecisa ed incompleta. Contemporaneamente i poteri legislativi del nuovo Senato sono così confusamente (ed insufficientemente) configurati, che ne potrebbero derivare dubbi di legittimità costituzionale su molte leggi statali approvate con l’uno o con l’altro procedimento previsto nel progetto di revisione costituzionale (se ne possono distinguere sette od otto).

In secondo luogo, tutta questa profonda riforma del nostro regionalismo in senso fortemente riduttivo, non si applicherebbe, se non in alcuni modestissimi ambiti, alle cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia) e cioè alcune delle Regioni di cui – a ragione o torto – più si discute criticamente. Anzi, queste Regioni non solo manterrebbero i loro poteri attuali, ma conquisterebbero con questa modifica costituzionale il potere di condizionare l’ipotetica futura riforma dei loro Statuti speciali (che sono leggi costituzionali, ma che il Parlamento non potrebbe più approvare autonomamente, perché dovrebbe previamente ottenere l’accordo della Regione interessata). Ma un trattamento così manifestamente diseguale non solo produrrebbe nuove disfunzionalità legislative ed amministrative, ma susciterebbe naturalmente pesanti polemiche politiche.

In generale sembra opportuno rileggere con adeguata attenzione critica il testo a cui si è giunti nei confronti parlamentari, magari anche sottoponendo le varie disposizioni ipotizzate a qualche «prova di resistenza» alla luce del buon senso. Mi viene in mente, ad esempio, l’innovazione introdotta al Senato relativa alla nomina del Presidente della Repubblica: probabilmente nel tentativo di sottrarla alla volontà della mera maggioranza politica presente nel nuovo Parlamento, si prevede che dal quinto scrutinio il Presidente della Repubblica possa essere nominato con la maggioranza del 60% dei voti e che solo dal nono scrutinio sia sufficiente il 60% dei votanti. Ma ciò vorrebbe dire che l’elezione del Presidente potrebbe divenire anche irraggiungibile, ove le forze politiche minoritarie siano indisponibili, senza neppure prevedersi una via di uscita istituzionale. Solo in via ipotetica si accenna alla possibilità (tutt’altro che rassicurante) che possa allora essere eletto un Presidente «di minoranza», che evidentemente potrebbe essere troppo debole.

Allora forse è raccomandabile correre un po’ meno e considerare meglio il contenuto delle innovazioni proposte.

Ugo De Siervo

http://www.lastampa.it/2015/02/10/cultura/opinioni/editoriali/riforme-la-fretta-mette-a-rischio-la-funzionalit-T6iWKNcDN3FBMlpgnCTVDN/pagina.html

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