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La Resistenza, per me (3)

24 Apr

L’ITALIA PARTIGIANA, di Ferruccio Parri

« Se ci fu un presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri »
(Indro Montanelli, L’Italia della guerra civile)

Sulla Resistenza è stato scritto molto, anche da firme autorevoli. Tuttavia questa scarna ma dettagliata cronaca di Ferruccio Parri, lo stile asciutto e incalzante, i numeri dei militanti e dei caduti, l’analisi per zone geografiche, la struttura dell’organizzazione, i problemi con gli Alleati, le sconfitte e le vittorie, rappresentano più un rapporto storico che un articolo di giornale e a me ha dato il senso reale di cosa fu davvero la guerra partigiana.

Tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946 si svolse a Parigi la Conferenza di pace tra le nazioni vittoriose per decidere le sorti dell’Italia e delle altre nazioni sconfitte. Le premesse non lasciavano certamente molte speranze; nel suo discorso del 10 agosto De Gasperi aveva così iniziato:

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Fu quindi in questa atmosfera che la rivista Mercurio pubblicò un numero che sarebbe stato stampato in inglese e francese e diffuso all’estero, come anticipato nel messaggio ai lettori. E l’articolo di Parri (insieme agli altri), tendeva a far risaltare il valore dell’Italia che si era opposta al fascismo e aveva combattuto al fianco degli Alleati. In altre parole, il mondo doveva riconoscere il riscatto degli italiani, il sangue di quella guerra fratricida non doveva essere stato sparso invano.

MERCURIO, n. 23-24  luglio – agosto 1946

Questo articolo vuol essere la storia breve della lotta clandestina contro i nazifascisti, della formazione e delle azioni del nostro esercito partigiano. E questa storia, che per noi è ragione di orgoglio e di dolorose riflessioni, è molto poco conosciuta al di là delle nostre frontiere….
Abbiamo creduto opportuno dare ai lettori italiani l’articolo di Parri nel testo integrale. Molte cose che in esso son dette noi, qui in Italia, già le conosciamo. Le conosciamo ma le abbiamo dimenticate: poiché anche cose tanto tremende quali sono quelle che da noi sono state vissute, possono essere dimenticate in pochi giri del sole. E’ necessario rileggerle e meditare su di esse….forse leggere queste pagine sarà utile, oggi, a noi stessi. Poiché, avviliti e offesi come usciamo da questa lunga estate, noi si abbia tuttavia la conferma di non essere simili a quegli Italiani dei quali si è tracciato un umiliante ritratto a Parigi…

L’articolo di Parri (lo si può leggere qui) è veemente, non è una difesa d’ufficio, è una dichiarazione di dignità. Già l’incipit del capo partigiano (nome di battaglia “Maurizio”) trasuda indignazione per la quasi nulla considerazione che è stata data al sacrificio di tante vite di patrioti.

PARRIincipit

E poi comincia la cronaca, a partire dai fatti che seguirono l’8 settembre del ’43. Il popolo si risveglia, dice Parri, e comincia subito – sia pure disordinatamente, ma consapevole del compito che l’attendeva – a dimostrare da che parte stava: e infatti la conclusione è eloquente: “Vi era un popolo  dunque che fin da settembre del 1943 lottava al vostro fianco, o Alleati, per la sua libertà e la libertà del mondo.”

Più volte Parri si rivolge agli Alleati per rivendicare l’opera insostituibile dei partigiani nell’impegnare considerevoli forze nemiche distogliendole dal campo di battaglia o nel salvare gli impianti industriali, indispensabili per la rinascita del Paese, solo per dire di due degli aspetti più evidenti dell’opera della Resistenza: perché questo non ci viene riconosciuto? E aggiunge polemicamente: non è che qualche generale alleato si sia sentito sminuito nelle sue conquiste? Parri illustra poi la perfetta organizzazione militare sul campo che era appoggiata in pianura e nelle città dalla rete clandestina e ricorda con orgoglio il ruolo fondamentale rivestito dalle donne.

E sono certo che quando enumera le vittime della furia nazifascista si commuova, anche se apparentemente non traspare emozione: parla dei giovani, delle intelligenze sottratte alla patria, dei militari come dei professori, dei semplici borghesi come degli operai, di tutti coloro che non ebbero esitazioni nel momento cruciale.

Leggetelo, rileggetelo e soprattutto fatelo leggere ai tanti che hanno dimenticato e ai troppi che non sanno: qui c’è la storia dell’Italia più bella.

La Resistenza, per me (2)

23 Apr

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo: che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata e bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a una nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

Pietro Calamandrei

Nonostante si sia scritto e detto molto sulla Resistenza, poco si è riflettuto sul come essa sia sta vissuta dai suoi interpreti principali, i partigiani. Quelli che in nome di un ideale di libertà decisero di lasciare le loro famiglie e le loro case per andare a combattere sulle montagne affrontando pericoli, stenti, difficoltà di ogni genere. Mancavano armi, viveri, rifugi: il freddo e la fame erano quotidiani, le rappresaglie dei fascisti e dei tedeschi feroci.
Una viva testimonianza è contenuta in questi brani del diario della scrittrice Alba De Céspedes, tratti dal mensile Una Città, che ringrazio. Antifascista, arrestata dall’OVRA nel ’35 per certe sue affermazioni intercettate al telefono, La De Céspedes nel ’43 attraversa le linee tedesche e collabora con Radio Bari col nome di battaglia di Clorinda. Lo stesso anno tenta di raggiungere Bologna attraverso l’Abruzzo e a quel periodo sono dedicate queste pagine. La versione integrale la trovate qui.

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18 ottobre 1943

Al mattino, si dormiva ancora, rifugiati nel triste polveroso ufficio delle imposte a Torricella, quando udimmo bussare affannosamente alla porta. Il viso incolore di Carmela, la ragazza del piano di sotto appariva acceso da una nuova agitazione: «Presto, scappate subito, i tedeschi hanno circondato l’aia dei Peligni, hanno preso gli uomini, tutti, e adesso stanno salendo quassù». Ci vestimmo in pochi minuti, forse tre, quattro, neppure il tempo di prendere con noi qualche indumento e via, Franco, Aldo e io, di corsa per le scale. Qualcuno già gridava: «Eccoli, si sente arrivare il camion». Il corso, le stradette sassose percorse correndo, tra altra gente che correva, e io che avrei voluto fermarmi per tirare il fiato, poi pensavo: debbo farcela, non voglio lasciare gli altri, e seguitavo a correre con un coltello cacciato nella milza. Certi ragazzi fuggivano salvando i pochi averi in una cesta e tutti spiavano se il nastro bianco della strada provinciale si macchiasse delle loro auto giallastre. Orecchi tesi al minimo ronzio. Lasciammo passare qualche mezzo corazzato, noi acquattati sotto il livello della strada provinciale, poi, presto, correndo, la traversammo fulmineamente, d’un balzo quasi, e fummo finalmente in un sentiero tra i campi. Aldo disse: «Bisogna raggiungere il bosco della Defensa, nessuno verrà a cercarci laggiù». Dopo meno di tre ore eravamo rifugiati nella masseria di Trecolori, solitaria al limite del grande bosco. Trecolori è un vecchio contadino, scimmiesco e furbo, vissuto per dodici anni in Pensilvania. Non aveva posto per noi; già, presso il focolare, erano numerosi suoi parenti, calati dai paesi vicini per sfuggire alle razzìe, e alcuni sedevano sui sacchi di farina, altri ammucchiati in terra ci guardavano muti. «Potrete dormire in una stalla, a cinquecento metri da qui. Tanto sarà per una sola notte». Siamo qui da cinque giorni, ormai. Si dorme in un tugurio mezzo stalla mezzo legnaia, pagliericcio a terra, e la sera accendiamo il fuoco. Una porta sgangherata ci nasconde a mala pena la vista del cielo. È molto freddo. Ognuno di noi dorme ravvolto in una coperta, anche la testa ravvolta, per scaldarci col nostro fiato. Sette uomini sono rifugiati in questa stalla, io indosso calzoni e vivo con loro al modo di un compagno. Siamo appesi a un passo, a un fruscio. Se c’è pericolo, se i tedeschi scendono a razziare le masserie, qualcuno, sempre in vedetta, lancia il fischio convenuto, una voce. Il segno d’allarme rimbalza fulmineamente di rifugio in rifugio fino quaggiù, al limite del bosco. Subito, rotolando pei campi arati, caliamo al torrente, lo traversiamo, saliamo nel bosco, ci nascondiamo nel folto degli alberi e dei cespugli. Restiamo lì, zitti, immobili, talvolta sotto la pioggia per ore. Non so come faremo se verrà il freddo più acuto. Non abbiamo cappotti, neppure una maglia di lana. Gli inglesi sono ancora a Termoli, la battaglia è durissima. Talvolta nella campagna, verso il tramonto, passano come ombre i prigionieri alleati diretti al Sangro. Vogliono raggiungere le loro linee, ma riuscire è difficile. Li fermiamo sperando di avere da loro qualche notizia. Sono sorpresi di trovare quaggiù, al centro della terra, qualcuno che parli la loro lingua, conosca i loro paesi. Poi li seguiamo con l’occhio, mentre si allontanano, e attraverso di loro è come se gettassimo un grido d’aiuto: che vengano, che ci liberino. Non abbiamo altro conforto che le notizie portate a voce da Torricella dove qualcuno ascolta Radio Londra nascosto in una cantina. Intanto la stagione incalza, bisognerà preparare un rifugio nel bosco se si dovessero passare molte ore sotto la pioggia.

 

19 ottobre 1943

Ieri sera Peppino è arrivato di corsa, terrorizzato. Aveva passato otto ore in una legnaia, senza respirare, quasi. A Torricella ieri mattina d’improvviso sono arrivati i tedeschi, hanno bloccato le strade, hanno preso tutti gli uomini, li hanno caricati su un camion e via. Donato Porreca proprietario dello spaccio, ha tentato di fuggire, ma una scarica di mitragliatrice lo ha frustato ai fianchi, è rimasto ucciso sul colpo. Peppino raccontava dello strazio delle donne che urlavano mentre il camion partiva. Intanto suonava a morto la campana per il povero Donato.

 

20 ottobre 1943

Stanotte alle quattro, tutti in piedi, pronti per fuggire. Falso allarme: era un prigioniero francese che passava nei campi, un contadino ha sparato in aria. Ieri sera, mentre eravamo nella masseria di Trecolori, raccolti attorno al fuoco, udimmo spari vicini, voci di donna gridare aiuto. Giunse di corsa un contadino recando il messaggio: sono i tedeschi, sparano. Giù di corsa con Aldo e Franco, calati nella scarpata del torrente, folta, impenetrabile di rami e rovi. Alle spalle si udivano le urla delle donne, quel lamento di Sofia che invocava lo sposo. Attorno a noi altri rifugiati scappavano, il russo chiamava: «Dove siete? Aiutatemi » rischiando di farci scoprire tutti. Avrei voluto ucciderlo perché tacesse. Giù per la ripida scarpata, sospesi a un tronco, strappati dai rovi, nel fitto cigolante dei rami fino al torrente. Ci passavamo parole soffocate dalla paura: via gli impermeabili, sono troppo chiari, si vedono nell’ombra. Entrammo, come ciechi, nel torrente, l’acqua gelida arrivava ai ginocchi, risalimmo a quattro zampe la scarpata del bosco. Mi tornavano in mente, tra la paura agghiacciante, racconti letti da bambina, le storie della giungla. Bisognava a ogni passo districare il piede dalla vegetazione del sottobosco, aprirci la strada con le mani, gli occhi chiusi perché i rovi non li ferissero. Gli occhi di Franco erano difesi dalle lenti. A momenti nasceva in me il dubbio che tutto ciò fosse fatto quasi per gioco. Non potevo, io, Alba, trovarmi per davvero in un momento così grave, sul punto d’essere presa dai soldati tedeschi, fucilata, uccisa. Tutta questa avventura mi pareva più forte di me, della mia capacità di resistere. Altre volte invece, in quel silenzio e quel buio insidioso, il pericolo m’appariva così prossimo da non lasciare scampo, possibilità di fuga. Era fatto, eravamo presi. Un funebre latrare di cane in lontananza acuiva il mio sgomento. E al di sopra di tutto c’era l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, assaggiando la vita degli assassini o dei briganti; senza aver fatto nulla di male, aver solo sognato il proprio paese libero e civile. Due ore circa nel bosco. Freddo. A momenti si riprendeva a salire arrampicandoci per scaldarci. Attorno erano i mille rumori della vita notturna del bosco; la voce della civetta, un lento frusciare sulle foglie secche, un guizzo tra i rami. Noi tre seduti in terra, aspettando. Infine udimmo un sibilo lontano, sommesso: il fischio degli amici. Fu caro come ritrovare improvvisamente il sapore della vita.

 

21 ottobre 1943

Niente di nuovo. Attesa inerte e sconfortante. Gli inglesi non arrivano, le notizie giunte da Torricella dicono che sono ad Istonio. Mariuccia, una vecchia novantenne, furba e scheletrica, funge da collegamento tra il paese e noi. Arriva portando le notizie scritte in un biglietto da Don Peppe, il notaio di Torricella, e nascoste nel busto o nella crocchia dei capelli. Grande movimento di aerei. Le nostre calze di lana, le uniche che possediamo, incominciano a rompersi. Anche il sale finisce. Stamani, dopo lunghi giorni, siamo andati a lavarci al ruscello. Nel pomeriggio abbiamo studiato le posizioni di rifugio nel bosco, scelte le più sicure. Gli alberi erano illuminati dal tramonto, le foglie cadute rosse e lucide. Gruppi di ciclamini pallidi spuntavano di sotto i ciuffi di ginepro. Avrei voluto farne un mazzo, come usavo nei boschi di Ariccia da bambina, ma mi pareva poco serio cogliere fiori mentre si saliva a scegliere un rifugio per salvarci la vita. Attorno Franco e gli altri tendevano gli orecchi al crepitìo di una mitragliatrice che si faceva udire sotto Montenerodomo, ai limiti del bosco.

 

22 ottobre 1943

Scrivo sulle pietre del ruscello. Siamo venuti a lavarci. Aldo e Trecolori stanno scavando un rifugio, sotto un gran masso, sul greto del torrente. Siamo stanchi, nervosi, ammutoliti. A volte s’impadronisce di noi lo stato d’animo del delinquente che non resiste più e si consegna alla giustizia. Peppino ha detto: rischio tutto, ma voglio tornarmene a casa mia, a San Vito. Si riversa sul poco cibo e sul giaciglio il nostro cattivo umore. Se non ci fosse il conforto ineffabile della natura, la vita sarebbe senza più sogni o gioia, tutta dura, tutta da patire, tutta da vivere fedelmente, senza fughe. Sono umiliata di aspettare la libertà degli inglesi. Ogni giorno ci chiediamo, quasi con impazienza, scrutando i contorni delle colline: ma quando vengono? Ridotti ad aspettare con gioia l’arrivo di soldati stranieri! […]

 

24 ottobre 1943

Niente di confortante da due giorni. Siamo sempre più logori, sempre più sudici. S’intravvede con difficoltà la possibilità di resistere ancora a lungo senza poterci cambiare, dormendo sempre vestiti, stanchi così, così nervosi. A sera una mortale tristezza si impadronisce di noi: verso le cinque, quando è giorno ancora per chi vive nelle città, puoi girare l’interruttore, accendere la luce, prendere un libro. Vivere. Ed è notte per noi, costretti alla fievole luce del focolare o a passeggiare muti nel buio. I giorni sono incerti, monotoni, umilianti. Muoiono lasciandoci ognuno una più profonda stanchezza e nessuna speranza per il giorno nuovo. Nel fondo di questa cupa valle nessuno ci soccorre e ci illumina. Ogni cespuglio è un’ombra minacciosa, il masticare dell’asino nel pagliaio ci sembra il rumore di scarponi ferrati pel sentiero. È l’ora più sicura: di notte i tedeschi s’arrischiano difficilmente attorno al bosco, temono le imboscate. Eppure un invincibile terrore si impadronisce di tutti a quell’ora. […]

 

25 ottobre 1943

[…]  Mia madre mi crede a Roma e forse esce e parla con le amiche mentre io sono stesa a terra, nel fango, nascosta dietro un cespuglio o attizzo il fuoco soffiando forte e Franco è malato, trema, negli accessi della malaria. Oh, vorrei che s’aprisse la porta adesso, e qualcuno entrasse a dire che la guerra è finita, nessuno si ammazza più, possiamo uscire, parlare ad alta voce, mostrarci, esser liberi. […]

 

28 ottobre 1943

[…] Non è mai stata così seria la vita, per me. C’è solo una grande dolcezza nell’ingenuo candore di Aldo che si rammarica di non avere una torta, oggi, per il suo compleanno. Tra poco anche il conforto di scrivere queste note sarà finito, non saprei come procurarmi un altro quaderno. Scrivo sui ginocchi mentre gli altri discutono di politica, nervosi, rissosi. Sono venuti anche i polacchi, tre giovani studenti che da quattro anni fuggono di paese in paese. Abbiamo costruito due cavalletti di legno scortecciato per sederci nell’interno della stalla. Verso il tramonto, da tutti i rifugi attorno al bosco qualcuno scende verso il nostro tugurio attratto dal calore di un fuoco. Ci sono romeni, russi, jugoslavi, un’ebrea tedesca, qualche ex-internato politico. Tutti stretti da una umana solidarietà che abolisce confini e passaporti. Non ci si domanda il nome né il colore politico, ci si legge soltanto negli occhi il bisogno di essere aiutati a superare queste ore dure della vita. Qui, in questa stalla remota, a 1000 metri, mi sembra che stia davvero nascendo l’Italia che abbiamo voluto. Mi batte il cuore a questa improvvisa scoperta. Qui, proprio qui, in questa stalla, logori, affamati, senza più nulla, nulla che somigli alla vita civile, ricominciamo a vivere civilmente. Il russo parla del suo paese, i polacchi della loro letteratura, l’ebrea non ha più quegli occhi di sgomento coi quali fissa l’alto della collina per vedere se da lì calino i tedeschi. Seguitano a parlare. Mi piacciono le loro voci, l’incerto italiano, le discussioni aperte. Dolce cara patria mia. […]

 

4 novembre 1943

Sono in pena per Roma, per mio figlio, zia Maria, la mia casa. Mille oggetti che mi hanno seguito dovunque con la loro storia, i loro segni: una Madonna comperata sul Lungarno, un libro trovato a Venezia. Vivo tutta nel passato in questi giorni : l’Avana, Parigi, papà. Ho una tremenda voglia di tornare ad essere giovane e felice, non più sentire parlare di guerre, di soldati, non aver più paura. Domani i ragazzi polacchi partiranno con Peppino per traversare le linee. Peppino ha preso la decisione, ma adesso è giù di corda, attratto e sgomento dal vuoto nel quale si getta. Stamani Mario ha portato buone notizie dal suo giro: la ritirata tedesca sarebbe imminente. Non ci credo. Non credo più a nulla. […]

 

15 novembre 1943

Ogni mio tentativo di scrivere è interrotto dall’allarme. Non abbiamo più forza. È freddo, diluvia, le scarpate sono motose, scivolose, calare alla masseria di Trecolori è già un’impresa, si cade, ci si rialza, avviliti. Poco dopo de quattro, siamo prigionieri del buio, ciechi, ombre. Col buio un grande scoramento cala nell’aria, fitto come una nebbia soffocante. Si tace, umiliati, attorno al focolare. Che ora è? Sempre troppo presto per mangiare, troppo presto per gettarsi vestiti sul giaciglio. Il mio vestito è riuscito ad essere, perfettamente, un vestito da accattone. Non ho biancheria, né calzettoni di ricambio; il mio impermeabile, che tuttavia mi serve da guanciale, è nero di terra, di fango, di sudiciume. Non avrò mai altro? Ritroverò la mia casa? E i miei libri? È la nostra vita? […]

 

18 novembre 1943

Non ci si fa più. Bisogna decidersi. Da stamani alle 7 siamo nel bosco, ormai rado di foglie, distesi in terra sotto le coperte. Rientrati nella stalla, poi saliti da Annuccia per elemosinare dalla sua buona grazia una fetta di polenta abbiamo dovuto, poco dopo, fuggire di nuovo, digiuni. I tedeschi hanno scoperto il nostro rifugio. Sono entrati nella stalla, hanno frugato tra la paglia, insospettiti da quei giacigli, poi sono rimasti in agguato lì presso, sperando di sorprenderci, come animali di ritorno alla tana. Noi li spiavamo dal bosco; alcuni di noi erano armati, la mira sarebbe stata facile, li vedevamo benissimo, vedevamo le loro gambe aprirsi a forbice, erano un facile bersaglio. Non si può sparare; se lo facessimo, dopo due ore, altri tedeschi calerebbero per bruciare, distruggere tutte le masserie attorno pel raggio di due o tre chilometri. Noi non avremmo corso alcun rischio: facilmente avremmo potuto trasferirci al lato opposto del bosco, accamparci laggiù. Ma i contadini, questi stessi che ci hanno accolto e protetto, avrebbero pagato per noi, com’è stato fatto altrove. Brucerebbero le masserie, ucciderebbero le donne. Non potevamo che spiarli con odio, tutto il bosco, fermo, silenzioso, era un immenso occhio che li guardava con odio. Stanotte abbiamo organizzato i quarti di guardia: ogni due ore due di noi si spingono fin sulla gobba del Casale, in vedetta, proteggendo il sonno degli altri. Ma gli altri non possono ugualmente riposare: si pensa: e se s’addormentassero… e se non li vedessero? Io ho avuto il mio quarto con Franco ed Edoardo, dalle due alle quattro, era una notte bianca, nebbiosa. Adesso Corrado e Aldo sono fuori spiando. Franco ha rinunciato a prepararsi una sigaretta: non ce la fa, la carta è troppo poca. Bisogna che io difenda questo quaderno dai fumatori.  […]

 

19 novembre 1943

Pochi istanti per scrivere. Partiamo per traversare le linee. Franco, Emilia ed Edoardo sono già pronti davanti alla masseria di Trecolori, io sono risalita alla stalla con la scusa di prendere la gavetta dimenticata, ma in realtà per rimanere sola, scrivere qualche riga. Indosso i calzoni e l’impermeabile e sopra, infilata dalla testa per un buco praticato al centro, una coperta scura che servirà a mimetizzarmi. I lembi sono appuntati con due spille di sicurezza. E’ pesantissima, non so come farò a camminare così. A tracolla ho un’altra coperta arrotolata al modo dei soldati. Tutti gli amici sono scesi dai rifugi del bosco per salutarci. Tonino coi nervi rotti piange dirottamente appoggiato contro un albero, il russo si rotola in terra nei dolori dell’ulcera. Non si fa che stringere mani, baciare gote ruvide. Ci guardano come se vedessero per l’ultima volta, preoccupati, commossi. Stamani eravamo anche noi nervosi, muti, non ci parlavamo, noi quattro, per non scambiarci le nostre impressioni sulla decisione presa. E adesso invece io mi sento leggera, leggera, sorridente, come se partissi per una festosa gita. C’è un po’ di sole, il ciliegio nel vano della porta si disegna leggero leggero, un arabesco. Ho scritto qualcosa sulla parete della stalla con la tintura di jodio, volevo essere sola anche per questo. Non so cosa saranno esattamente «le linee», ho solo paura di scatenare io stessa, col mio piede, il diabolico congegno di una mina. Ho il danaro nascosto nel petto, nasconderò anche il quaderno. Voglio scrivere questo, ben chiaro: non ho paura, solo questa enorme allegria, in me, forse nervosa. E il senso di giocare un tiro ai tedeschi, sfuggendo, il desiderio di non farci trovare qui dagli inglesi, quattro italiani validi, aspettando inoperosi. C’è in me solo odio e allegria. Se ci rimanessimo, i nostri compagni del bosco neppure lo saprebbero sùbito. Mio figlio, mia zia, seguiterebbero a vivere come se ci fossi. Mia madre lo saprebbe chi sa quando. Il cielo si fa nebbioso. Sono le 15,30. Fioravante ha detto che prima dell’alba dovremo essere al Sangro.

Alba de Cespedes

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

La Resistenza, per me.

22 Apr

Meglio morire in piedi che in ginocchio.
Dolores Ibarruri , la Pasionaria

Passano gli anni e mi accorgo, con sincero dolore, che una delle più belle pagine della nostra storia d’Italia scolorisce nel ricordo di molti e molti di più ne ignorano i valori. Addirittura si macchia l’anniversario del 25 aprile con meschine polemiche e autoesclusioni che squalificano chi le concepisce. Ne addebito la responsabilità alle istituzioni e in particolare alla nostra scuola.
Pare a me che ci sia – da molto, troppo tempo – una volontà politica che tende a sottacere quel momento storico che invece fu tra i più alti: uomini, donne, giovani che andarono incontro a sofferenze, patimenti, rischio della vita in nome di un’idea, quella della libertà e della democrazia.

Qui di seguito riporto alcune delle lettere di partigiani e partigiane condannati a morte. C’è la serena consapevolezza del dovere compiuto, non c’è ombra di recriminazione, in ognuna solo la forza del pensiero che altro non avrebbero potuto fare se non resistere alla violenza e alla prevaricazione. 
Questa è stata la nostra Resistenza ed io continuo a ricordarla così, con passione ed orgoglio.

 

Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana“, Einaudi, Torino. 

Paolo Braccini (Verdi) Di anni 36 – docente universitario – nato a Canepina (Víterbo) il 16 maggio 1907 — Incaricato della cattedra di zootecnia generale e speciale all’università di Torino, specializzato nelle ricerche sulla fecondazione artificiale degli animali presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte e della Liguria – nel 1931 allontanato dal corso allievi ufficiali per professione di idee antifasciste – all’indomani dell’8 settembre 1943 abbandona ogni attività privata ed entra nel movimento clandestino di Torino – è designato a far parte del I° Comitato Militare Regionale Piemontese quale rappresentante dei Partito d’Azione – pur essendo braccato dalla polizia fascista, per quattro mesi dirige l’organizzazione delle formazioni GL -. Arrestato il 31 marzo 1944 da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. – Medaglia d’Oro al Valor Militare. 3 aprile 1944

Gianna, figlia mia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai.
Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore. Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Antonio Brancati Di anni 23 – studente – nato a Ispica (Ragusa) il 21 dicembre 1920 -. Allievo ufficiale di Fanteria, il 1° marzo 1944 entra a far parte del “Gruppo di Organizzazione” del Comitato Militare di Grosseto, di stanza a Monte Bottigli sopra Grosseto ~. Catturato il 22 Marzo 1944 sul monte Bottigli, nel corso di un rastrellamento di forze tedesche e fasciste che lo sorprendono assieme ad altri dieci compagni nella capanna in cui dormono -. Processato il 22 marzo 1944 nella scuola di Maiano Lavacchio (Grosseto) da tribunale misto tedesco e fascista -. Fucilato lo stesso 22 marzo 1944, a Maiano Lavacchio, con Mario Becucci, Rino Cíattini, Silvano Guidoni, Alfiero Grazi, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Alcide Mignarri, Alvaro Nfinucci, Alfonso Passananti e Attilio Sforzi.

Carissimi genitori, non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente.
Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo. Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa. Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata. Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata. Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo. Ricordatevi sempre di me.
Un forte bacione Antonio
Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo. 

Franca Lanzone Di anni 25 – casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 -. Il 1°ottobre 1943 si unisce alla Brigata “Colombo”, Divisione “Gramsci”, svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere – tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il I° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre Franca

Cara mamma, perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca

Giancarlo Puecher Passavalli – Di anni 20 – dottore in legge – nato a Milano il 23 agosto 1923 -. Subito dopo l’8 settembre 1943 diventa l’organizzatore ed il capo dei gruppi partigiani che si vanno formando nella zona di Erba-Pontelambro (Como) – svolge numerose azioni, fra cui rilevante quella al Crotto Rosa di Erba, per il ricupero di materiale militare e di quadrupedi -. Catturato il 12 novembre 1943 a Erba, da militi delle locali Brigate Nere – tradotto nelle carceri San Donnino in Como – più volte torturato -. Processato il 21 dicembre 1943 dal Tribunale Speciale Militare di Erba -. Fucilato lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba, da militi delle Brigate Nere -. Medaglia d’Oro al Valor Militare -. E’ figlio di Giorgio Puecher Passavalli, deportato al campo di Mauthausen ed ivi deceduto.

Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato: Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni.
Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere. Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti. Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti. Giancarlo

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Il mio primo 25 aprile

13 Apr

Il mio primo 25 aprile affonda le sue radici molto in là nel tempo, tanto che non lo posso ricordare con precisione, Di sicuro avvenne nella mia adolescenza, penso tra i quattordici e i sedic’anni, quando quel misto disordinato tra racconti in famiglia, lettura della 25 aprile sempreCostituzione (mi ci imbattei per caso nel libro di educazione civica che, ancorché prevista nei programmi,  non veniva insegnata e fu un amore a prima vista), i dialoghi con gli amici, le prime riflessioni sulla giustizia sociale e la solidarietà, tutto questo dicevo si incontrò e cominciò  a dar forma alla mia coscienza politica. Sì, penso proprio che fu allora che nacque in me il germoglio del cittadino consapevole, un germoglio che aspettava solo il primo alito della primavera per schiudersi.

Il mio primo 25 aprile fu a Porta san Paolo. A me, arrivato da poco a Roma, fu fatta leggere da amici e compagni la targa che ricorda l’eroica e disperata battaglia dei romani avvenuta il 10 settembre del 1943.  Ricordo che mi commossi e sentii un brivido: “…soldati di ogni arma, cittadini di ogni ceto, guidati solo della fede si opposero al tedesco invasore, additarono agli italiani le vie dell’onore e della libertà” .resistenza Brecht

” Le vie dell’onore e della libertà”, Non c’è alcuna retorica in queste parole, perché davvero quella mattina operai e soldati, studenti e professori, uomini e donne, giovani e anziani sentirono spontaneamente dentro ognuno di loro che era giunta l’ora di reagire e rialzare la testa; così rovesciarono i tram, alzarono le barricate e si batterono a viso aperto contro l’organizzato esercito tedesco. Ne morirono quasi quattrocento e tra loro più di quaranta donne, ma a Roma era nata la Resistenza. Ed io decisi quel 25 aprile che non avrei mai dimenticato cosa era stato, per il nostro popolo, quel momento di riscatto generale.

Non ricordo gli oratori di quel giorno, mi pare che uno fosse Riccardo Lombardi, che sarebbe divenuto poi uno dei miei riferimenti politici, ma rammento benissimo la folla, il palco in legno, il tricolore e le bandiere rosse del PCI e del PSI al vento, quelle verdi, rare, dei repubblicani. E ricordo gli altoparlanti che gracchiavano,  i fazzoletti al collo dei partigiani, l’Internazionale e Bella ciao cantate a gola spiegata da migliaia di persone insieme, l’energia e la passione quasi palpabili.  Da allora ne ho mancati pochi di quegli anniversari: solo quando sono stato all’estero o trattenuto da cause più forti della mia volontà. Però partecipavo lo stesso idealmente e seguivo per radio o per tv i resoconti, rileggevo il giorno dopo le cronache e i discorsi, e sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione, come fosse la prima volta.R. continua

Sta di fatto che nella mia famiglia l’antifascismo aveva radici. L’8 settembre del ’43 aveva colto mio zio, tenentino di prima nomina appena uscito dalla Nunziatella, in Francia col suo reggimento. Stavano per andare a cena e andò in bagno con due colleghi per lavarsi le mani: da lì sentirono i tedeschi che facevano irruzione nella mensa ufficiali e arrestavano tutti. I tre fuggirono dalla finestra nella notte così com’erano, solo con la divisa, senza denaro e senz’armi, e si dettero alla macchia. I nonni mi raccontarono poi del lungo silenzio pieno di angoscia, fin quando tre mesi dopo arrivò una cartolina con una ben nota calligrafia: “Auguri di Buon Natale, vostro nipote Andrea”. Era mio zio che faceva sapere di essere vivo. Mio zio in realtà si chiamava Luigi, ma non voleva lasciar tracce e allora si firmò col nome di un amato fratello di mia nonna. In quel periodo tutta la mia famiglia risiedeva a Como, perché mio nonno era stato trasferito presso la tenenza della Guardia di Finanza di Chiasso, dopo quindici anni di presidio di quella di Napoli. Qui erano rimasti in un primo tempo i miei genitori, che si erano sposati poco prima, ma quando cominciarono i bombardamenti sulla città anch’essi pensarono bene di rifugiarsi dai nonni al nord. E così a Como, nel gennaio del ’42, ero nato io. La cartolina veniva da Cuneo e raffigurava un albergo: era un messaggio in codice e mia nonna si mise subito in viaggio con abiti borghesi e denaro per lo zio. Mio nonno non poteva muoversi: era sospettato di aver aiutato più di una famiglia di ebrei a passare la frontiera per rifugiarsi in Svizzera – cosa che aveva realmente fatto – e stava passando dei guai seri col comando e soprattutto con l’OVRA.  La nonna passò due giorni in quell’albergo di Cuneo senza muoversi fin quando una sera vide una figura che la osservava da dietro la vetrata: era mio zio. RESISTENZA fedeltàDopo la fuga, lui e i compagni avevano passato momenti terribili. Senza soldi e abiti adatti si muovevano di notte per tornare in Italia e di giorno stavano nascosti. Raramente riuscivano a mangiare, talvolta rubavano frutta o uova ai contadini. Giunti nei pressi del confine trovarono una guida che accettò di portarli in patria attraverso le montagne e che pagarono con  orologi e catenine d’oro. Ma la notte mentre riposavano la guida li abbandonò e dovettero trovarsi la strada da soli. Arrivati in Italia, si separarono per non dare nell’occhio e lo zio scelse di scendere verso Torino dove aveva amici del corso all’accademia. Fu la sua fortuna: incontrò quasi subito uno dei primi gruppi di partigiani e si unì a loro per qualche tempo, ma cercava sempre il modo di far avere notizie ai genitori e fu così che gli venne l’idea della cartolina da Cuneo.

La nonna e lo zio tornarono a Como separatamente e lui rimase nascosto fin quando, entrato in contatto con la Resistenza, andò a far parte di una brigata di partigiani sulle montagne del comasco, per lo più ufficiali che avevano respinto l’invito della Repubblica di Salò a militare nelle sue file. Ho qualche flash di memoria di quel periodo, come può capitare a tutti: da bambini si resta colpiti da qualcosa che talvolta riemerge poi nell’età adulta. La guerra si era spostata al nord e sento ancora oggi il rombo assordante di uno stormo di aerei alleati che andavano a bombardare Milano; noi che scendiamo in una cantina male illuminata adattata a rifugio antiaereo dopo l’allarme dato dal sinistro ululato delle sirene; il vento in faccia durante una passeggiata in bicicletta con mia madre, seduto in un seggiolino posto sul manubrio: lei mi racconterà poi, stupita della mia memoria, che quella volta aveva nascosto nel mio pannolino un messaggio della resistenza per il gruppo di mio zio, per cui faceva la staffetta. Ma più di tutti ho il ricordo cupo di una fredda e plumbea mattina, un cortile con un fuoco al centro e intorno dei militari in divisa nera che fumavano, mio zio pallido e gonfio in viso in una stanzetta male illuminata e mia madre e la nonna in lacrime. Una spia aveva tradito e i fascisti repubblichini avevano operato un pesante rallestramento; dopo un intenso scontro a fuoco i partigiani superstiti erano stati catturati e imprigionati a Milano, dove  erano stati condannati a morte come disertori.

Mia nonna era austriaca, o meglio, altoatesina di Egna in provincia di Bolzano, nata nel 1891 sotto Francesco Giuseppe e infatti non imparò mai bene l’italiano.  Mio nonno l’aveva conosciuta quando vi era stato trasferito con le truppe italiane occupanti subito dopo la Grande guerra dove lui aveva combattuto come alpino.  Nonostante fosse più giovane di lei (era del 1895) l’aveva conquistata dopo una romantica passeggiata in calesse che si era trasformata in avventura quando il cavallo si era imbizzarrito e lui per fermarlo si era buttato da cassetta tra le stanghe. Raccontavano entrambi ridendo come pazzi che quando il cavallo si era finalmente fermato lui si era lasciato cadere in terra fingendosi morto e lei angosciata l’aveva abbracciato chiamandolo disperatamente per nome. Al che lui aveva socchiuso gli occhi e aveva sussurrato: “baciami e almeno morirò felice”.

Il passaporto dei miei nonni

Il passaporto dei miei nonni

Qui le versioni divergevano. Secondo il nonno lei aveva capito benissimo che era una manfrina e non aspettava altro che la scusa; secondo lei invece, lui era stato il solito  italiano mascalzone e bugiardo che l’aveva sedotta con l’inganno. La verità è che il loro fu un grande amore che durò una vita: lei, una bella ragazza molto corteggiata, figlia di un ricco possidente che detestava gli italiani, fuggì di casa e così vissero per diversi anni senza sposarsi perché i regolamenti dell’epoca della Guardia di Finanza vietavano il matrimonio prima di una certa età (o qualcosa del genere, non ricordo bene) e furono un vero scandalo per la rigida morale del tempo e del luogo. Si amarono senza riserve tra litigi e riappacificazioni continue e la gelosia di lei (che forse aveva avuto qualche ragion d’essere negli anni della gioventù: il nonno un po’ libertino lo era, mi aveva confidato mia madre una volta) diventò irragionevole nella loro vecchiaia. Fatto sta che scopavano allegramente come ricci anche in età avanzata: quando nel ’52 i miei genitori si separarono, con  mia madre e mio fratello andammo ad abitare per i primi tempi a casa dei nonni, che nel frattempo si erano definitivamente sistemati a Roma, e più di una volta colsi rumori sospetti giungere dalla loro camera da letto che divennero inequivocabili quando, qualche anno più tardi, cominciai a conoscere le cose della vita. Fu una di quelle unioni perfette, come in un film. Quando nel ’71 il nonno morì, lei crollò di schianto, anche nel fisico, si incurvò facendosi piccola piccola. Meno di un anno dopo ebbe un giramento di testa mentre stava in finestra al terzo piano.  Almeno così dissero e mi fu impedito di andare a salutarla per l’ultima volta.

Ma tutto questo c’entra poco, salvo che per le origini di mia nonna. Una sua stretta parente austriaca era generalessa di non so quale importante ordine di suore ed a lei si rivolse per chiedere aiuto per mio zio che avrebbe dovuto essere fucilato di lì a poco. La suora si rivolse allora all’arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, che intervenne presso l’alto comando tedesco e ottenne la sospensione provvisoria della pena. Nel frattempo i partigiani avevano registrato diversi successi sul campo catturando a loro volta parecchi ufficiali nazisti e fu avviato un negoziato per uno scambio di prigionieri. Fu così che zio Luigi la scampò. Tornò subito in montagna e pochi mesi dopo sfilava trionfalmente con la sua brigata per le vie di Milano finalmente libera.

A pensarci bene, ora, fu quello il mio primo 25 aprile. Sia pure indirettamente e assolutamente inconsapevole, quel giorno ero lì. Tutto si spiega.

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