Il Pd: “altro che palude”.

4 Mar

Oggi, su Nuova Atlantide un lucido commento di Alfredo Morganti  che mi sento di condividere. In questa brutta storia Consip – al di là delle responsabilità e dei responsabili: ci penseranno i giudici – ritrovo i vecchi vizi italici della scorciatoia, della raccomandazione, del favore da chiedere (e da restituire), dell’opacità, dello scarso o nullo senso del dovere, e via cantando. Tutti vizi che conducono, presto o tardi, a un solo traguardo: la corruzione. Ne usciremo mai? 
Al testo di Morganti, che riporto qui di seguito, mi sono permesso di aggiungere – per vostra comodità – i link ai due commenti citati di Stefano Folli e Claudio Tito. Il neretto è mio.
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‘Repubblica’ di lotta e di governo

di Alfredo Morganti, 3 marzo 2017

‘Repubblica’ di lotta e di governo. Dopo Folli, oggi Claudio Tito

È in corso una specie di escalation. E riguarda l’informazione italiana, presso cui il caso Consip prende piede e produce smottamenti. Ieri su ‘Repubblica’ Stefano Folli aveva detto di sentirsi ‘sconvolto’, dinanzi al “reticolo di un sistema di potere forse ancora artigianale […] ma senza dubbio famelico”. “Quel che conta, da oggi in poi – aveva aggiunto – sarà la capacità del segretario del PD di dissipare ogni dubbio”. Claudio Tito oggi fa un passo in più, e sostiene che “l’ex presidente del Consiglio ha il dovere di spiegare o almeno di sottoporre ai suoi elettori e ai militanti del PD un chiarimento”. Non basta insomma ‘aver fiducia nella magistratura’: per un ex premier è il minimo sindacale.

Se ci arriva ‘Repubblica’ a questi esiti, vuol dire che nel Paese stiamo già un pezzo avanti, ben più avanti degli editorialisti del quotidiano mainstream. Qualcuno comincia a capire che il 4 dicembre non fu un venticello, ma una tempesta. Che non si trattò dei ‘soliti’ populisti e della ‘solita’ protesta antisistema, che non si trattò di uno smottamento globalizzato che colpiva residualmente il nostro Paese, ma di un’onda politica, di un giudizio che andava maturando sui tre anni di governo renziani, sul suo stile di governo, sui problemi che si riproponevano nonostante la propaganda di regime caduta a fiotti. Un vero e proprio giudizio politico che anche i giornali iniziano a vedere nei suoi contorni reali. Che ha prodotto anche una scissione. E che emerge con più forza e più consistenza sull’onda dell’inchiesta Consip.

‘Repubblica’ muove, insomma. Si ‘riposiziona’ lentamente ma decisamente. E così l’informazione in genere. Segnali che lasciano intravedere un riassetto di potere in corso, una ricollocazione delle forze in campo e anche un mutamento dei rapporti e delle relazioni oggi in auge. Basta questo a dire che Renzi è più debole e dunque lo si può battere alle primarie? E che dunque era meglio star dentro che fuori? Io dico di no. Il punto non è la debolezza di Renzi: qui c’è ancora un visione tatticista, di cortissimo respiro, post renziana. Il punto è: il PD è la cosa che è. Ossia uno pseudo partito, senza una strategia e con una classe dirigente logora oppure inesperta o peggio fuori contesto.

Un partito ‘mutato’, svuotato, dove si dà dello ‘sciacallo’ a un suo dirigente, solo perché pronuncia un’opinione in tv in merito alle responsabilità di chi sta al governo, un’opinione pure sin troppo pacata. Un partito che non ha futuro, dove è difficile avere spazio, dove anche la ‘base’ è mutata, riplasmata antropologicamente dagli anni di renzismo. E dunque bene hanno fatto coloro che hanno deciso di riprendere il progetto fuori da quel recinto, magari facendo tesoro di errori e inciampi precedenti. Una nuova fase costituente, non una ‘scissione’. Perché la sinistra è nella melma, lo vedete tutti. Altro che palude. Per uscirne serve un nuovo atto fondativo, mica bazzeccole. Dal PD non aspettatevi più nulla. Adesso è ancora più evidente a tutti.

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