Eutanasia.

19 Mar

Chiamiamo le cose col loro nome: ‘eutanasia’ viene dal greco antico e vuol dire letteralmente ‘buona morte’. Ed è tutto qui: il diritto per chiunque lo voglia di porre fine alla propria esistenza nel modo più dignitoso e meno doloroso possibile.  Tenere in vita contro ogni intenzione e con ogni sistema possibile chi invece non vuole sopportare oltre il calvario di cui è oggetto è una violenza ed è contrario ad un elementare umano diritto.  Anche la nostra Costituzione (art. 32,2) ne fa cenno: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Detesto quindi l’ipocrisia che si nasconde dietro alcuni giri di parole (“legge sul fine vita”  è uno di questi. ‘Legge sull’eutanasia’ basta e avanza): non parliamo poi dei distinguo e delle sottigliezze che si nascondono nelle discussioni che vanno avanti da anni nel nostro Parlamento. Ancora non si intravede una luce in fondo al tunnel in cui sono finiti i tanti per cui una legge chiara, definitiva e soprattutto civile è necessaria.

Wired ha ricordato recentemente perché lo sia, e quanto sia urgente, una legge che regoli la materia. Lo ha fatto con questo articolo di Simone Valesini che riporto qui di seguito integralmente.

Le storie che ci ricordano l’importanza di una legge sul fine vita

Sono stati diversi, negli ultimi anni, gli episodi che hanno portato sotto i riflettori la necessità di norme chiare sui temi del fine vita, dell’accanimento terapeutico e del biotestamento. Ricordiamoli insieme

Eutanasia diretta o indiretta, volontaria e involontaria. Suicidio assistito, Dat o biotestamento, sedazione profonda. Sono tanti i temi, le sfaccettature e le posizioni che si mischiano quando si parla di fine vita. Una legge sul testamento biologico (e il consenso informato), come quella che verrà discussa nelle prossime settimane alla Camera, non è una legge sull’eutanasia. Non permetterà di scegliere quando è il momento di andarsene, e non avrebbe aiutato in alcun modo Fabio Antoniani nella sua battaglia per affrontare la morte alla proprie condizioni. Eppure sono stati proprio i suoi appelli a smuovere la palude in cui si era arenata la legge, e a spingere il Parlamento ad affrontare nuovamente la questione. Perché senza un nuovo volto, un nuovo paziente con il suo inevitabile strascico di controversie e processi, continuiamo a dimenticarci con quanta urgenza il nostro paese ha bisogno di una legge sul tema del fine vita. Quello dj Fabo d’altronde è solo l’ultimo di una lunga lista di casi che hanno spaccato in due la classe politica, riaccendendo il dibattito su un tema discusso ormai da decenni.

Eluana Englaro
Nel 1992 la ventunenne Eluana Englaro rimase coinvolta in un incidente stradale, che la costrinse in uno stato vegetativo persistente. È una delle conseguenze più drammatiche, e controverse, du questa condizione: il paziente è in stato di veglia, ha gli occhi aperti e presenta il ciclo sonno/veglia, compie alcuni movimenti, ma non presenta alcun contenuto di coscienza. È vivo quindi, ma privo di alcuna volontà o consapevolezza di ciò che lo circonda. Per sopravvivere, il corpo incosciente di Eluana Englaro era attaccato a un respiratore, e veniva alimentato artificialmente. Dopo sette anni, nel 1999 il padre Beppino Englaro decise di intraprendere una battaglia per sospendere i trattamenti alla figlia, reputati un eclatante caso di accanimento terapeutico.

Nel corso del processo diversi amici di Eluana testimoniarono come, di fronte a casi simili, avesse dichiarato di ritenere più dignitosa la morte alla sopravvivenza in stato vegetativo. Il processo spaccò il paese, e si concluse (dopo diversi gradi di giudizio, ricorsi e rinvii) nel 2008 quando la corte di appello di Milano autorizzò la famiglia a sospendere le cure, autorizzando anche il ricorso a sedativi e antiepilettici per accompagnare la ragazza verso il decesso. La dipartita di Eluana si trasformò a quel punto in una corsa contro il tempo, con il governo allora guidato da Silvio Berlusconi (secondo cui Eluana Englaro aveva ancora “un bell’aspetto”) che cercò fino alle ultime ore di vita della ragazza di approvare un decreto legge per impedire la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione.

Piergiorgio Welby
Giornalista, attivista politico, pittore e poeta. Piergiorgio Welby fu colpito sin dall’adolescenza da una forma di distrofia muscolare che lo privò progressivamente della possibilità di camminare, arrivando a paralizzarlo completamente nel 1997 e costringendolo a una tracheotomia e alla ventilazione forzata. Nel 2006, Piergiorgio Welby chiese ufficialmente il diritto all’eutanasia, appellandosi all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il 16 dicembre dello stesso anno, il tribunale di Roma respinse però la richiesta di porre fine all’accanimento terapeutico presentata dai legali di Welby, lamentando un “vuoto normativo” sulla possibilità di interrompere la respirazione assistita.

Pochi giorni più tardi, il 20 dicembre, l’anestesista Mario Riccio eseguì ugualmente la procedura richiesta da Piergiorgio Welby, somministrando un sedativo e staccando il respiratore. Il primo febbraio dell’anno successivo il medico ricevette il sostegno dell’Ordine dei medici, che chiuse poi la procedura aperta nei suoi confronti. E quindi quello della magistratura, arrivato il 24 luglio dello stesso anno, con il proscioglimento con formula piena dall’accusa di omicidio di consenziente.

Il funerale di Welby si è tenuto il 24 dicembre 2006 in piazza Don Bosco a Roma, di fronte alla chiesa che i familiari avevano scelto per la cerimonia religiosa vietata dal vicariato di Roma perché la richiesta di porre fine alla sua vita venne ritenuta in contrasto con la dottrina cattolica.

Giovanni Nuvoli
Quella di Giovanni Nuvoli se possibile è una vicenda ancora più tragica. Attivista, arbitro di calcio ed ex rappresentante di commercio, Nuvoli si trovò a lottare con una grave forma di sclerosi laterale amiotrofica, che in sei anni lo costrinse a letto, completamente paralizzato. Chiese più volte ai medici di staccare il respiratore che lo teneva in vita, ma quando il 10 luglio 2007 l’anestesista Tommaso Ciacca stava per eseguire le sue volontà, la procedura venne bloccata dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della procura di Sassari.

Obbligato dalla giustizia a vivere in quello che aveva definito “un involucro che non riconosco più come il mio corpo”, Nuvoli iniziò uno sciopero della sete e della fame che lo portò alla morte dopo sette giorni di agonia, nei quali un uomo di un metro e 85 centimetri di altezza arrivò a pesare solamente 20 chili.

Elena Moroni
Nel 1998, la 46enne Elena Moroni viene ricoverata per una malattia del sangue e finisce in un coma irreversibile, attaccata a un respiratore che la tiene in vita. Il marito, straziato, decide di compiere quello che definirà in seguito “un estremo gesto di amore”: entra nel reparto di rianimazione armato di una pistola (scarica) e minacciando i medici e il personale dell’ospedale stacca il respiratore della moglie, lasciandola morire. L’uomo viene quindi arrestato, e processato per omicidio.

La sentenza di primo grado, arrivata nel 2000, lo vede condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per omicidio, perché la donna sarebbe stata considerata cerebralmente viva dai giudici al momento dell’irruzione nel reparto. In appello però la sentenza viene stravolta: assoluzione piena, perché è impossibile stabilire se Elena Moroni (in coma irreversibile) fosse realmente viva al momento della rimozione del respiratore.

Carlo Maria Martini
Nel 2012, il cardinale Carlo Maria Martini fu colpito da un aggravarsi del Parkison di cui soffriva ormai da circa 16 anni. La malattia gli rendeva impossibile mangiare e bere da solo e, di fronte alla possibilità di ricorrere ad alimentazione e idratazione artificiale, il cardinale disse no. Nelle ultime ore venne sedato (un intervento palliativo permesso dalla legge italiana nei pazienti destinati inevitabilmente a morire) e accompagnato al decesso dai familiari.

Si può parlare di eutanasia in questo caso? All’epoca si discusse molto: per qualcuno non c’è nessuna differenza con il caso di Eluana Englaro, tenuta in vita unicamente dalle macchine proprio come sarebbe potuto accadere, almeno per qualche tempo, anche al cardinale; per altri sono casi completamente differenti perché il cardinale era destinato comunque a morire di lì a poco, e ha chiesto solamente di non rimandare inutilmente la sua dipartita. A prescindere dalle sottigliezze tecniche, il cardinale Martini verrà ricordato come un uomo che ha avuto la forza, e la possibilità, di lasciare questo mondo alle proprie condizioni.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

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