Un sindaco e la democrazia (oggi a te, domani a me)

14 Ott

Tra i vari aspetti di questa  brutta faccenda di un sindaco indotto alle dimissioni con metodi poco limpidi da professionisti della politica  ce n’è uno che mi pare sia drammaticamente sottovalutato. Mi riferisco al fatto che l’elezione del sindaco è  regolata da una legge – finché non verrà ‘aggiornata’, tal quale oggi la Costituzione –che concede libera scelta ai suoi concittadini. Non siamo ancora all’Italicum o Porcellinum che dir si voglia, insomma. E’ quindi una scelta che va rispettata e non può essere stravolta dalle manovre opache di chi, per motivi facilmente intuibili, avrebbe preferito altri protagonisti. Mi riferisco ovviamente a quel noto sistema di governo dove la sovranità appartiene al popolo e che chiamiamo democrazia.

AULA_GIULIO_CESARE_d0Nella vicenda che ha condotto il sindaco Marino alle sue forzate dimissioni troviamo ancora un’aggravante: Marino è stato scelto dagli elettori del suo partito tra diversi candidati tramite le primarie e quindi oltre ad aver superato una selezione ha avuto tutto il necessario consenso e sostegno. Ma in quella forzatura di cui parlavo – a solo due anni dalla nomina – esistono lati molto oscuri: parlo dell’attacco di chi avrebbe dovuto appoggiarlo scatenatosi invece fin da pochi giorni dopo la sua elezione e che, salvo la parentesi apertasi al momento della scoperta di Mafia Capitale, ha proseguito indisturbato. Troppi esponenti del Pd manifestarono senza ritegno la loro contrarietà, invece di applaudire incondizionatamente alla riconquista del Campidoglio e di tutti (!) i quindici Municipi romani. Parlo dell’orchestrata e vergognosa  campagna mediatica scatenata su argomenti risibili e inconsistenti, campagna che ha visto alleati insieme esponenti del partito del sindaco ed i suoi avversari, parlo delle resistenze della macchina comunale e delle aziende di servizi ad ogni tentativo di modernizzazione, alimentate ad arte sempre dagli stessi oscuri (non tanto) manovratori. Credo sia chiaro a tutti che l’arrivo di Marino abbia rappresentato, per chi ha gestito la politica romana da sempre legata a interessi particolari e talvolta perfino torbidi, una disgrazia cui occorreva porre rimedio quanto prima. Anche sovvertendo artatamente il verdetto delle urne e così sottraendo brutalmente agli elettori il loro diritto. L’autonomia di Marino è sempre stata vista negativamente: dal Pd stesso (ricordate il modo con cui Zanda si espresse nel novembre del 2014) come dal Vaticano, per la sua posizione sui diritti civili. Venendo ad oggi, ancora non sono chiare le vere ragioni per cui i consiglieri comunali, eletti anch’essi con Marino, hanno manifestato l’intenzione di togliergli la fiducia. Quali sono i dati di fatto che giustificano la loro decisione? Quali elementi portano costoro a difesa della loro posizione? A me pare solo che essi, proni agli ordini del vertice del Pd romano e nazionale,  stiano scandalosamente  tradendo il mandato affidatogli dai cittadini.

Tutto questo – per tornare al vero oggetto di queste note – NON è certo esercizio della democrazia. E’ politica sporca, quella che antepone interessi personali al bene comune, quella che ha favorito l’ascesa dei Buzzi e dei Carminati da un lato e il proliferare della corruzione negli uffici capitolini dall’altro, quella che si incrocia con gli affari degli imprenditori e dei finanzieri che governano l’economia della città, palazzinari in testa, quella che favorisce  parenti e amici negando il valore del merito. La democrazia prevede che l’opposizione abbia tutto il diritto di esistere, che abbia i suoi spazi e sia esercitata nei consueti modi nelle aule consiliari e alla luce del sole: ma ogni altra indebita intrusione è illecita e contrasta con la volontà popolare. Ed è questa la netta sensazione dei cittadini che  hanno affollato domenica la piazza del Campidoglio, che firmano la petizione a favore di Marino a decine di migliaia, scrivono indignati ai giornali, commentano  appassionatamente sui social network. Tutto ciò è un fatto che la politica dovrebbe considerare con preoccupazione, se non fosse intossicata dall’arroganza del potere. Il sindaco della nostra città ce lo scegliamo noi: questo è quanto emerge con una chiarezza direi urlata ed è un’esigenza sentita molto più profondamente di quanto io stesso potessi immaginare. Ho letto perfino commenti di qualcuno che afferma di non essere stato un elettore di Marino ma di non tollerare l’idea che anche l’elementare diritto democratico di scegliere la guida della città possa essergli cinicamente e furbescamente sottratto dalla politica dei professionisti incrociata con oscuri interessi.

E qui c’è da fare un’altra considerazione. Scorrendo le firme di chi ha sottoscritto la petizione o si iscrive al gruppo fb appaiono numerose quelle di non-romani. Sorprendentemente, anche loro manifestano  solidarietà per il violento e ingiustificato attacco mediatico e  il disgusto per la indecente operazione che ha forzato il sindaco alle dimissioni. Ma, mi sono chiesto, quale può essere il significato di questa inattesa partecipazione? Cosa spinge persone lontane dalle questioni interne di Roma a intervenire ed esporsi? Quali le ragioni di questo inatteso fenomeno?
La mia interpretazione è che si vada sempre più diffondendo tra gli italiani un timore che può essere così sintetizzato: oggi a te, domani a me. Cioè, da oggi qualunque sindaco liberamente eletto dalla maggioranza dei suoi concittadini potrà essere rimosso dal suo incarico se sgradito al potere, se non rispetterà la linea che gli impartisce il partito di appartenenza, se non  si comporterà da supino servitore degli interessi che governano la città. Il suo programma viene dopo, così come il benessere della comunità che amministra. Ci sono già gli esempi. Ecco cosa racconta  Alessandro Trevisan di Porto Recanati:  Voi che siete a Roma vi prego andate in piazza più che potete e non mollate, perché questa NON è la battaglia di una sola città. Per dirne una, anche nel mio paese il Pd – con altri – dopo mesi di ambiguità ha voltato le spalle a un sindaco che non si faceva telecomandare. Risultato: Comune COMMISSARIATO e una mega variante edilizia che torna in ballo dopo che il consiglio comunale l’aveva bocciata. Il progetto? Un resort tra la A14, due frane in movimento e un sito archeologico romano del III secolo, da finanziare con misteriosi capitali uzbeko-americani sul terreno di un affarista già passato dal giro di Gelli, Martelli, Craxi ecc. 
NB Il Pd un anno fa aveva chiesto, su quella variante urbanistica, un parere all’avvocato che un anno dopo difende la Srl del resort davanti al Consiglio di Stato, contro il nostro Comune (Porto Recanati). Scusate se qualcuno si infastidisce per l’off topic – ma come ripeto la lealtà del Pd è una questione nazionale – e grazie a tutti per il vostro impegno.

Pensateci bene: ci sono molti comuni, anche grandi (Napoli, Milano, Genova, Cagliari) guidati da sindaci che non sono espressione del partito di maggioranza; altri  con sindaci del Pd dotati di spirito di servizio per la comunità, autonomi rispetto alle linee e agli interessi del partito; tutti costoro rappresentano comunque e  indiscutibilmente la volontà popolare. Beh, scordatevelo, Roma è una lezione per tutti, è l’esempio che vale in quanto minaccia, l’inizio della normalizzazione: basterà dire che “si è rotto il rapporto tra amministrazione comunale e la città“. Con buona pace della democrazia.

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