Tsipras: “abolizione dell’austerity”. Ma siamo matti?

12 Mar

Certo, a leggerla così la reazione può solo essere questa. Ma sarà sufficiente entrare appena nel dettaglio –  come fa oggi Guido Viale sull’Huffington Post – per comprendere che solo un programma radicalmente innovatore può riportare l’Europa all’iniziale progetto immaginato da Altiero Spinelli  nel Manifesto di Ventotene, liberandola delle scorie e delle deviazioni che si sono accumulate nel tempo e che ne hanno deformato gli ideali e la fisionomia.
avatar_altraeuropa_webInfatti, dice Viale, “noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza”.

E più avanti, a proposito dell’austerity: “Su che cosa significa abolizione dall’austerity bisogna essere chiari e nessun economista finora lo è stato abbastanza. Il debito pubblico dell’Italia, come quello della Grecia, del Portogallo e, in un prossimo futuro, di molti altri Stati, è insostenibile. Nessuna politica di salvaguardia dei diritti di cittadinanza, lavoro, reddito, salute, istruzione, giustizia, nessuna politica di sviluppo umano e meno che mai nessuna politica di rilancio della “crescita” (per chi crede che la soluzione dei nostri problemi stia nella crescita del PIL) è perseguibile entro i vincoli del pareggio di bilancio o, peggio, entro quelli del fiscal compact, che prevede la restituzione (alle banche!) di oltre mille miliardi, sottratti ai redditi di chi ancora ne ha uno, entro i prossimi vent’anni”.

Qui di seguito l’intervista integrale.
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Un programma radicale per cambiare l’Europa

Qual è il programma con cui la lista L’altra Europa con Tsipras si confronta con il suo potenziale elettorato?

Abbiamo sempre detto che quel programma si costruisce in corso d’opera, attraverso la partecipazione di chi sostiene il nostro progetto e soprattutto dei tanti gruppi organizzati che hanno buone pratiche o lotte esemplari da proporre come modelli da generalizzare. Naturalmente il tutto si deve sviluppare lungo i binari che sono stati tracciati dall’appello di Barbara Spinelli e dei promotori e dalla dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Vale a dire che con questo progetto si respinge tanto l’accettazione passiva delle politiche di austerità che stanno portando un numero crescente di cittadini europei e l’intero edificio dell’Unione verso la catastrofe, quanto l’idea che si possa “uscire dalla crisi” con un recupero delle sovranità nazionali – ben sintetizzato dalla proposta di “uscire dall’euro” – a cui si affiancano spesso reviviscenze nazionalistiche o, peggio, fasciste. Noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza.

Una buona traccia intorno a cui lavorare per definire il nostro programma sono i dieci punti elencati nella dichiarazione programmatica di Tsipras. Alcuni vanno precisati, perché nella loro formulazione attuale potrebbero anche dare luogo a equivoci (per esempio, dove si parla di infrastrutture, occorrerebbe precisare che non stiamo parlando di Grandi opere, ma dell’esatto contrario: tante piccole opere per rimettere in sesto il nostro territorio, i nostri edifici, il nostro patrimonio culturale, i nostri beni comuni).

Alcune altre cose mancano, e per noi non sono di poco conto (per esempio, il reddito minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la tassa sulle rendite, sui patrimoni e sulle transazioni finanziarie). Altre ancora, relative alla democrazia e ai diritti della persona, non sono nemmeno nominate perché rimandano ai tre principi contenuti nella prima parte della dichiarazione. Ma più che concentrarci su questi punti per allungare l’elenco (si rischierebbe di produrne uno senza fine e illeggibile) è decisamente meglio fissare l’attenzione sui tre principi che li inquadrano per cercare di esplicitarne la logica alla luce degli esempi concreti che l’esperienza pratica di ciascuno di noi può contribuire a definire. Anche perché la logica di questi principi è rivoluzionaria, di una radicalità sufficiente non solo a distinguerci, ma a marcare una netta contrapposizione verso tutte le altre formazioni politiche che parteciperanno alle prossime elezioni europee. PD, Pdl e 5S, infatti, non hanno un vero programma per l’Europa; partecipano a queste elezioni solo per avere un’affermazione o una conferma da far valere nel gioco politico nazionale. Noi invece siamo nati, come “lista Tsipras”, per giocare la nostra partita in Europa, che consideriamo il terreno principale dello scontro politico, sociale, e anche culturale, del nostro tempo; il che ovviamente non significa trascurare le conseguenze che una nostra affermazione (ancorché modesta) in queste elezioni potrebbe avere anche sul quadro politico nazionale.

Dunque, quali sono le logiche radicali dei tre principi di Tsipras, cioè dell’abolizione dall’austerity, della riconversione ambientale e delle politiche di inclusione?

Su che cosa significa abolizione dall’austerity bisogna essere chiari e nessun economista finora lo è stato abbastanza. Il debito pubblico dell’Italia, come quello della Grecia, del Portogallo e, in un prossimo futuro, di molti altri Stati, è insostenibile. Nessuna politica di salvaguardia dei diritti di cittadinanza, lavoro, reddito, salute, istruzione, giustizia, nessuna politica di sviluppo umano e meno che mai nessuna politica di rilancio della “crescita” (per chi crede che la soluzione dei nostri problemi stia nella crescita del PIL) è perseguibile entro i vincoli del pareggio di bilancio o, peggio, entro quelli del fiscal compact, che prevede la restituzione (alle banche!) di oltre mille miliardi, sottratti ai redditi di chi ancora ne ha uno, entro i prossimi vent’anni. Come sostiene Tsipras nella sua dichiarazione, quei debiti vanno rinegoziati per ottenerne una sostanziale riduzione, sia attraverso la mutualizzazione di una loro parte sostanziale, sia attraverso la loro remissione, sul modello di quanto fatto nei confronti della Germania con la conferenza di Londra del 1953. Tutto ciò non può essere imposto da un solo paese (equivarrebbe a un mero fallimento, che vorremmo evitare), ma deve essere proposto e sostenuto da una coalizione dei paesi che lo presentino come unica alternativa praticabile non solo al proprio fallimento, ma a quello dell’euro e dell’intera costruzione europea. Per questo andiamo in Europa con Tsipras e non ci rifugiamo nelle nostalgie di una immaginaria autonomia nazionale.

Anche sulla riconversione ambientale bisogna essere chiari. Non è, o non è solo, green economy, cioè passaggio da prodotti e tecnologie rovinose per l’ambiente e prodotti e tecnologie meno dannose e più sostenibili (tanto più che la cosiddetta green economy è sempre di più risucchiata nel gorgo impietoso della finanziarizzazione, cioè della mercificazione di quanto resta della natura, secondo il principio “chi inquina paga”, che nella migliore delle ipotesi – e oggi lo si vede bene – significa solo più: “paga e potrai inquinare”). La conversione ecologica non è un processo che possa essere governato dall’alto, con dei semplici piani di investimento, che pure sono indispensabili. Occorre basarsi sulla diffusione capillare di impianti, interventi, pratiche e mercati diffusi e “territorializzati”, e una transizione del genere può solo realizzarsi attraverso la partecipazione diretta delle comunità che vivono o lavorano nei territori che la promuovono. Ma la conversione ecologica è anche l’unico modo per sostenere un piano generale del lavoro e una politica industriale in grado di garantire a tutti, insieme alla salvaguardia del territorio e del pianeta, occupazione, reddito e replicabilità in ogni angolo della Terra. Tutto ciò richiede una forma diversa di governo della produzione e dell’impresa, sia pubblica che privata, dove accanto al management – o in sostituzione del “padrone che lascia” o delocalizza – abbiano voce anche le maestranze, le organizzazioni di cittadinanza che operano sul territorio, le università e le istituzioni di ricerca e il governo locale. A condizione che i sindaci sappiano assumersi le responsabilità che loro competono, attraverso forme di coinvolgimento e di partecipazione della cittadinanza attiva. E soprattutto attraverso la riconquista e la gestione diretta dei servizi pubblici locali. Come è ovvio, tutto ciò è incompatibile con il patto di stabilità interno, che strangola la finanza locale, e con essa la democrazia di prossimità. Una questione che rimanda, in modo indissolubile, al punto precedente.

Infine l’inclusione porta in primo piano le politiche da adottare in tutta Europa attraverso la condivisione degli oneri e delle opportunità comportati da una scelta di accoglienza nei confronti dei migranti, dei cittadini stranieri, dei profughi sia politici che economici che ambientali. È questo un problema che ha messo in luce e sta alimentando il volto peggiore dell’Europa e che deve invece essere affrontato di pari passo con la difesa dei diritti della persona per tutti coloro a cui vengono negati, relativamente a nascita, fine vita, convivenza, salute, istruzione, casa e lavoro, soprattutto. Ma sarebbe un errore fatale separare questi ambiti e stabilire delle false priorità, come quelle che ci vengono tutti i giorni riproposte, a volte con un segno apertamente razzistico, a volte in forme mascherate da una pretesa di razionalità: tipo, prima gli italiani e poi gli stranieri; oppure, prima i diritti dei lavoratori e poi quelli di tutti gli altri; prima il lavoro e poi i diritti civili, la parità di genere, il matrimonio gay, ecc.; prima i capifamiglia e poi le loro mogli o i loro figli… Perché, se non si parte dagli ultimi, per risollevarsi poi tutti insieme, non si aiutano e non si fanno gli interessi neanche dei penultimi o dei terzultimi. Si creano o si rafforzano solo delle divisioni, che sono quelle su cui contano quelli che “contano” per tenerci divisi e continuare a esercitare il loro potere. Anche questo va detto con forza e convinzione.

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