Stiglitz: la Grecia, l’Europa, la democrazia

2 Lug

Io so già come voterei“, conclude l’economista e Nobel Joseph Stiglitz in questo articolo apparso lunedì 29 sul Guardian e pubblicato ieri da Internazionale col titolo: “L’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras”.  E diversamente, per fortuna, da molti soloni all’amatriciana (o alla fiorentina, fate voi) di casa nostra, mette il dito sulla piaga: “è tutta una questione di potere e di democrazia, più che di denaro e di economia“.

Perché, alla faccia di quanti affermano con faciloneria che Tsipras deve “rispettare le regole” (il nostro Presidente del Consiglio nell’intervista al Sole-24Ore di ieri), Stiglitz va dritto al punto: “Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo“. E spiega:

Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.

Possibile che Stiglitz la interpreti così e al nostro Presidente del Consiglio questo aspetto sia sfuggito? Stento a crederlo. Renzi sa benissimo qual’é il punto focale della questione: il braccio di ferro tra l’Europa ricca e potente che non rispetta gli ideali per cui è nata e un Paese  che rappresenta solo il 2% del Pil dell’intera Unione ma che pretende di risolvere i suoi problemi senza le ingerenze della trojka (e dei suoi figli, scusate la facile battuta). E questo al netto degli errori criminali e catastrofici commessi dai precedenti governi di Atene, per cui i greci stanno pagando da cinque anni un prezzo altissimo. Prosegue infatti Stiglitz:

E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.

Non so se tra i “molti leader europei” Stiglitz comprenda anche il nostro Renzi. Personalmente credo che se egli avesse dimostrato un diverso e più fermo atteggiamento nei confronti della Merkel, forse (ripeto “forse”) la Cancelliera avrebbe considerato l’ipotesi di un atteggiamento più morbido e lungimirante, forse anche Hollande avrebbe speso qualche parola in questo senso, forse (forse) anche Spagna e Portogallo avrebbero potuto aggiungere la loro. Parlo delle economie più deboli, più esposte un domani (speriamo di no) a una replica della brutale repressione della Trojka sollecitata dai falchi come Schauble, che avrebbero avuto tutto l’interesse a una posizione comune per fronteggiare la strapotenza germanica. E forse, aggiungo in finale, forse anche Obama avrebbe dato una  mano in questo senso, preoccupato che la Grecia possa diventare succube di Putin.
Invece tutti a pecoroni, senza valutare che la non auspicata (da me) sconfitta di Tsipras sarà l’incoronamento finale di una Germania sempre più potente ed egoista e il rinvio sine die del progetto di un’Europa federata e unita, solidale, forte, generosa.  Mentre  dall’altra parte l’eventuale uscita dall’euro di una Grecia orgogliosa ma non umiliata “non sarebbe tanto un danno economico, quanto un vulnus alla credibilità politica dell’Europa” (Prodi nell’intervista di oggi a Repubblica, da leggere assolutamente).
Per concludere, qualcuno dovrà cercare di far capire all’arrogante Germania che la sua supremazia varrà assai poco in un’Europa ridotta a espressione geografica. Io voterei come Stiglitz: prima i popoli.

È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.

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