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La Resistenza, per me (2)

23 Apr

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo: che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata e bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a una nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

Pietro Calamandrei

Nonostante si sia scritto e detto molto sulla Resistenza, poco si è riflettuto sul come essa sia sta vissuta dai suoi interpreti principali, i partigiani. Quelli che in nome di un ideale di libertà decisero di lasciare le loro famiglie e le loro case per andare a combattere sulle montagne affrontando pericoli, stenti, difficoltà di ogni genere. Mancavano armi, viveri, rifugi: il freddo e la fame erano quotidiani, le rappresaglie dei fascisti e dei tedeschi feroci.
Una viva testimonianza è contenuta in questi brani del diario della scrittrice Alba De Céspedes, tratti dal mensile Una Città, che ringrazio. Antifascista, arrestata dall’OVRA nel ’35 per certe sue affermazioni intercettate al telefono, La De Céspedes nel ’43 attraversa le linee tedesche e collabora con Radio Bari col nome di battaglia di Clorinda. Lo stesso anno tenta di raggiungere Bologna attraverso l’Abruzzo e a quel periodo sono dedicate queste pagine. La versione integrale la trovate qui.

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18 ottobre 1943

Al mattino, si dormiva ancora, rifugiati nel triste polveroso ufficio delle imposte a Torricella, quando udimmo bussare affannosamente alla porta. Il viso incolore di Carmela, la ragazza del piano di sotto appariva acceso da una nuova agitazione: «Presto, scappate subito, i tedeschi hanno circondato l’aia dei Peligni, hanno preso gli uomini, tutti, e adesso stanno salendo quassù». Ci vestimmo in pochi minuti, forse tre, quattro, neppure il tempo di prendere con noi qualche indumento e via, Franco, Aldo e io, di corsa per le scale. Qualcuno già gridava: «Eccoli, si sente arrivare il camion». Il corso, le stradette sassose percorse correndo, tra altra gente che correva, e io che avrei voluto fermarmi per tirare il fiato, poi pensavo: debbo farcela, non voglio lasciare gli altri, e seguitavo a correre con un coltello cacciato nella milza. Certi ragazzi fuggivano salvando i pochi averi in una cesta e tutti spiavano se il nastro bianco della strada provinciale si macchiasse delle loro auto giallastre. Orecchi tesi al minimo ronzio. Lasciammo passare qualche mezzo corazzato, noi acquattati sotto il livello della strada provinciale, poi, presto, correndo, la traversammo fulmineamente, d’un balzo quasi, e fummo finalmente in un sentiero tra i campi. Aldo disse: «Bisogna raggiungere il bosco della Defensa, nessuno verrà a cercarci laggiù». Dopo meno di tre ore eravamo rifugiati nella masseria di Trecolori, solitaria al limite del grande bosco. Trecolori è un vecchio contadino, scimmiesco e furbo, vissuto per dodici anni in Pensilvania. Non aveva posto per noi; già, presso il focolare, erano numerosi suoi parenti, calati dai paesi vicini per sfuggire alle razzìe, e alcuni sedevano sui sacchi di farina, altri ammucchiati in terra ci guardavano muti. «Potrete dormire in una stalla, a cinquecento metri da qui. Tanto sarà per una sola notte». Siamo qui da cinque giorni, ormai. Si dorme in un tugurio mezzo stalla mezzo legnaia, pagliericcio a terra, e la sera accendiamo il fuoco. Una porta sgangherata ci nasconde a mala pena la vista del cielo. È molto freddo. Ognuno di noi dorme ravvolto in una coperta, anche la testa ravvolta, per scaldarci col nostro fiato. Sette uomini sono rifugiati in questa stalla, io indosso calzoni e vivo con loro al modo di un compagno. Siamo appesi a un passo, a un fruscio. Se c’è pericolo, se i tedeschi scendono a razziare le masserie, qualcuno, sempre in vedetta, lancia il fischio convenuto, una voce. Il segno d’allarme rimbalza fulmineamente di rifugio in rifugio fino quaggiù, al limite del bosco. Subito, rotolando pei campi arati, caliamo al torrente, lo traversiamo, saliamo nel bosco, ci nascondiamo nel folto degli alberi e dei cespugli. Restiamo lì, zitti, immobili, talvolta sotto la pioggia per ore. Non so come faremo se verrà il freddo più acuto. Non abbiamo cappotti, neppure una maglia di lana. Gli inglesi sono ancora a Termoli, la battaglia è durissima. Talvolta nella campagna, verso il tramonto, passano come ombre i prigionieri alleati diretti al Sangro. Vogliono raggiungere le loro linee, ma riuscire è difficile. Li fermiamo sperando di avere da loro qualche notizia. Sono sorpresi di trovare quaggiù, al centro della terra, qualcuno che parli la loro lingua, conosca i loro paesi. Poi li seguiamo con l’occhio, mentre si allontanano, e attraverso di loro è come se gettassimo un grido d’aiuto: che vengano, che ci liberino. Non abbiamo altro conforto che le notizie portate a voce da Torricella dove qualcuno ascolta Radio Londra nascosto in una cantina. Intanto la stagione incalza, bisognerà preparare un rifugio nel bosco se si dovessero passare molte ore sotto la pioggia.

 

19 ottobre 1943

Ieri sera Peppino è arrivato di corsa, terrorizzato. Aveva passato otto ore in una legnaia, senza respirare, quasi. A Torricella ieri mattina d’improvviso sono arrivati i tedeschi, hanno bloccato le strade, hanno preso tutti gli uomini, li hanno caricati su un camion e via. Donato Porreca proprietario dello spaccio, ha tentato di fuggire, ma una scarica di mitragliatrice lo ha frustato ai fianchi, è rimasto ucciso sul colpo. Peppino raccontava dello strazio delle donne che urlavano mentre il camion partiva. Intanto suonava a morto la campana per il povero Donato.

 

20 ottobre 1943

Stanotte alle quattro, tutti in piedi, pronti per fuggire. Falso allarme: era un prigioniero francese che passava nei campi, un contadino ha sparato in aria. Ieri sera, mentre eravamo nella masseria di Trecolori, raccolti attorno al fuoco, udimmo spari vicini, voci di donna gridare aiuto. Giunse di corsa un contadino recando il messaggio: sono i tedeschi, sparano. Giù di corsa con Aldo e Franco, calati nella scarpata del torrente, folta, impenetrabile di rami e rovi. Alle spalle si udivano le urla delle donne, quel lamento di Sofia che invocava lo sposo. Attorno a noi altri rifugiati scappavano, il russo chiamava: «Dove siete? Aiutatemi » rischiando di farci scoprire tutti. Avrei voluto ucciderlo perché tacesse. Giù per la ripida scarpata, sospesi a un tronco, strappati dai rovi, nel fitto cigolante dei rami fino al torrente. Ci passavamo parole soffocate dalla paura: via gli impermeabili, sono troppo chiari, si vedono nell’ombra. Entrammo, come ciechi, nel torrente, l’acqua gelida arrivava ai ginocchi, risalimmo a quattro zampe la scarpata del bosco. Mi tornavano in mente, tra la paura agghiacciante, racconti letti da bambina, le storie della giungla. Bisognava a ogni passo districare il piede dalla vegetazione del sottobosco, aprirci la strada con le mani, gli occhi chiusi perché i rovi non li ferissero. Gli occhi di Franco erano difesi dalle lenti. A momenti nasceva in me il dubbio che tutto ciò fosse fatto quasi per gioco. Non potevo, io, Alba, trovarmi per davvero in un momento così grave, sul punto d’essere presa dai soldati tedeschi, fucilata, uccisa. Tutta questa avventura mi pareva più forte di me, della mia capacità di resistere. Altre volte invece, in quel silenzio e quel buio insidioso, il pericolo m’appariva così prossimo da non lasciare scampo, possibilità di fuga. Era fatto, eravamo presi. Un funebre latrare di cane in lontananza acuiva il mio sgomento. E al di sopra di tutto c’era l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, assaggiando la vita degli assassini o dei briganti; senza aver fatto nulla di male, aver solo sognato il proprio paese libero e civile. Due ore circa nel bosco. Freddo. A momenti si riprendeva a salire arrampicandoci per scaldarci. Attorno erano i mille rumori della vita notturna del bosco; la voce della civetta, un lento frusciare sulle foglie secche, un guizzo tra i rami. Noi tre seduti in terra, aspettando. Infine udimmo un sibilo lontano, sommesso: il fischio degli amici. Fu caro come ritrovare improvvisamente il sapore della vita.

 

21 ottobre 1943

Niente di nuovo. Attesa inerte e sconfortante. Gli inglesi non arrivano, le notizie giunte da Torricella dicono che sono ad Istonio. Mariuccia, una vecchia novantenne, furba e scheletrica, funge da collegamento tra il paese e noi. Arriva portando le notizie scritte in un biglietto da Don Peppe, il notaio di Torricella, e nascoste nel busto o nella crocchia dei capelli. Grande movimento di aerei. Le nostre calze di lana, le uniche che possediamo, incominciano a rompersi. Anche il sale finisce. Stamani, dopo lunghi giorni, siamo andati a lavarci al ruscello. Nel pomeriggio abbiamo studiato le posizioni di rifugio nel bosco, scelte le più sicure. Gli alberi erano illuminati dal tramonto, le foglie cadute rosse e lucide. Gruppi di ciclamini pallidi spuntavano di sotto i ciuffi di ginepro. Avrei voluto farne un mazzo, come usavo nei boschi di Ariccia da bambina, ma mi pareva poco serio cogliere fiori mentre si saliva a scegliere un rifugio per salvarci la vita. Attorno Franco e gli altri tendevano gli orecchi al crepitìo di una mitragliatrice che si faceva udire sotto Montenerodomo, ai limiti del bosco.

 

22 ottobre 1943

Scrivo sulle pietre del ruscello. Siamo venuti a lavarci. Aldo e Trecolori stanno scavando un rifugio, sotto un gran masso, sul greto del torrente. Siamo stanchi, nervosi, ammutoliti. A volte s’impadronisce di noi lo stato d’animo del delinquente che non resiste più e si consegna alla giustizia. Peppino ha detto: rischio tutto, ma voglio tornarmene a casa mia, a San Vito. Si riversa sul poco cibo e sul giaciglio il nostro cattivo umore. Se non ci fosse il conforto ineffabile della natura, la vita sarebbe senza più sogni o gioia, tutta dura, tutta da patire, tutta da vivere fedelmente, senza fughe. Sono umiliata di aspettare la libertà degli inglesi. Ogni giorno ci chiediamo, quasi con impazienza, scrutando i contorni delle colline: ma quando vengono? Ridotti ad aspettare con gioia l’arrivo di soldati stranieri! […]

 

24 ottobre 1943

Niente di confortante da due giorni. Siamo sempre più logori, sempre più sudici. S’intravvede con difficoltà la possibilità di resistere ancora a lungo senza poterci cambiare, dormendo sempre vestiti, stanchi così, così nervosi. A sera una mortale tristezza si impadronisce di noi: verso le cinque, quando è giorno ancora per chi vive nelle città, puoi girare l’interruttore, accendere la luce, prendere un libro. Vivere. Ed è notte per noi, costretti alla fievole luce del focolare o a passeggiare muti nel buio. I giorni sono incerti, monotoni, umilianti. Muoiono lasciandoci ognuno una più profonda stanchezza e nessuna speranza per il giorno nuovo. Nel fondo di questa cupa valle nessuno ci soccorre e ci illumina. Ogni cespuglio è un’ombra minacciosa, il masticare dell’asino nel pagliaio ci sembra il rumore di scarponi ferrati pel sentiero. È l’ora più sicura: di notte i tedeschi s’arrischiano difficilmente attorno al bosco, temono le imboscate. Eppure un invincibile terrore si impadronisce di tutti a quell’ora. […]

 

25 ottobre 1943

[…]  Mia madre mi crede a Roma e forse esce e parla con le amiche mentre io sono stesa a terra, nel fango, nascosta dietro un cespuglio o attizzo il fuoco soffiando forte e Franco è malato, trema, negli accessi della malaria. Oh, vorrei che s’aprisse la porta adesso, e qualcuno entrasse a dire che la guerra è finita, nessuno si ammazza più, possiamo uscire, parlare ad alta voce, mostrarci, esser liberi. […]

 

28 ottobre 1943

[…] Non è mai stata così seria la vita, per me. C’è solo una grande dolcezza nell’ingenuo candore di Aldo che si rammarica di non avere una torta, oggi, per il suo compleanno. Tra poco anche il conforto di scrivere queste note sarà finito, non saprei come procurarmi un altro quaderno. Scrivo sui ginocchi mentre gli altri discutono di politica, nervosi, rissosi. Sono venuti anche i polacchi, tre giovani studenti che da quattro anni fuggono di paese in paese. Abbiamo costruito due cavalletti di legno scortecciato per sederci nell’interno della stalla. Verso il tramonto, da tutti i rifugi attorno al bosco qualcuno scende verso il nostro tugurio attratto dal calore di un fuoco. Ci sono romeni, russi, jugoslavi, un’ebrea tedesca, qualche ex-internato politico. Tutti stretti da una umana solidarietà che abolisce confini e passaporti. Non ci si domanda il nome né il colore politico, ci si legge soltanto negli occhi il bisogno di essere aiutati a superare queste ore dure della vita. Qui, in questa stalla remota, a 1000 metri, mi sembra che stia davvero nascendo l’Italia che abbiamo voluto. Mi batte il cuore a questa improvvisa scoperta. Qui, proprio qui, in questa stalla, logori, affamati, senza più nulla, nulla che somigli alla vita civile, ricominciamo a vivere civilmente. Il russo parla del suo paese, i polacchi della loro letteratura, l’ebrea non ha più quegli occhi di sgomento coi quali fissa l’alto della collina per vedere se da lì calino i tedeschi. Seguitano a parlare. Mi piacciono le loro voci, l’incerto italiano, le discussioni aperte. Dolce cara patria mia. […]

 

4 novembre 1943

Sono in pena per Roma, per mio figlio, zia Maria, la mia casa. Mille oggetti che mi hanno seguito dovunque con la loro storia, i loro segni: una Madonna comperata sul Lungarno, un libro trovato a Venezia. Vivo tutta nel passato in questi giorni : l’Avana, Parigi, papà. Ho una tremenda voglia di tornare ad essere giovane e felice, non più sentire parlare di guerre, di soldati, non aver più paura. Domani i ragazzi polacchi partiranno con Peppino per traversare le linee. Peppino ha preso la decisione, ma adesso è giù di corda, attratto e sgomento dal vuoto nel quale si getta. Stamani Mario ha portato buone notizie dal suo giro: la ritirata tedesca sarebbe imminente. Non ci credo. Non credo più a nulla. […]

 

15 novembre 1943

Ogni mio tentativo di scrivere è interrotto dall’allarme. Non abbiamo più forza. È freddo, diluvia, le scarpate sono motose, scivolose, calare alla masseria di Trecolori è già un’impresa, si cade, ci si rialza, avviliti. Poco dopo de quattro, siamo prigionieri del buio, ciechi, ombre. Col buio un grande scoramento cala nell’aria, fitto come una nebbia soffocante. Si tace, umiliati, attorno al focolare. Che ora è? Sempre troppo presto per mangiare, troppo presto per gettarsi vestiti sul giaciglio. Il mio vestito è riuscito ad essere, perfettamente, un vestito da accattone. Non ho biancheria, né calzettoni di ricambio; il mio impermeabile, che tuttavia mi serve da guanciale, è nero di terra, di fango, di sudiciume. Non avrò mai altro? Ritroverò la mia casa? E i miei libri? È la nostra vita? […]

 

18 novembre 1943

Non ci si fa più. Bisogna decidersi. Da stamani alle 7 siamo nel bosco, ormai rado di foglie, distesi in terra sotto le coperte. Rientrati nella stalla, poi saliti da Annuccia per elemosinare dalla sua buona grazia una fetta di polenta abbiamo dovuto, poco dopo, fuggire di nuovo, digiuni. I tedeschi hanno scoperto il nostro rifugio. Sono entrati nella stalla, hanno frugato tra la paglia, insospettiti da quei giacigli, poi sono rimasti in agguato lì presso, sperando di sorprenderci, come animali di ritorno alla tana. Noi li spiavamo dal bosco; alcuni di noi erano armati, la mira sarebbe stata facile, li vedevamo benissimo, vedevamo le loro gambe aprirsi a forbice, erano un facile bersaglio. Non si può sparare; se lo facessimo, dopo due ore, altri tedeschi calerebbero per bruciare, distruggere tutte le masserie attorno pel raggio di due o tre chilometri. Noi non avremmo corso alcun rischio: facilmente avremmo potuto trasferirci al lato opposto del bosco, accamparci laggiù. Ma i contadini, questi stessi che ci hanno accolto e protetto, avrebbero pagato per noi, com’è stato fatto altrove. Brucerebbero le masserie, ucciderebbero le donne. Non potevamo che spiarli con odio, tutto il bosco, fermo, silenzioso, era un immenso occhio che li guardava con odio. Stanotte abbiamo organizzato i quarti di guardia: ogni due ore due di noi si spingono fin sulla gobba del Casale, in vedetta, proteggendo il sonno degli altri. Ma gli altri non possono ugualmente riposare: si pensa: e se s’addormentassero… e se non li vedessero? Io ho avuto il mio quarto con Franco ed Edoardo, dalle due alle quattro, era una notte bianca, nebbiosa. Adesso Corrado e Aldo sono fuori spiando. Franco ha rinunciato a prepararsi una sigaretta: non ce la fa, la carta è troppo poca. Bisogna che io difenda questo quaderno dai fumatori.  […]

 

19 novembre 1943

Pochi istanti per scrivere. Partiamo per traversare le linee. Franco, Emilia ed Edoardo sono già pronti davanti alla masseria di Trecolori, io sono risalita alla stalla con la scusa di prendere la gavetta dimenticata, ma in realtà per rimanere sola, scrivere qualche riga. Indosso i calzoni e l’impermeabile e sopra, infilata dalla testa per un buco praticato al centro, una coperta scura che servirà a mimetizzarmi. I lembi sono appuntati con due spille di sicurezza. E’ pesantissima, non so come farò a camminare così. A tracolla ho un’altra coperta arrotolata al modo dei soldati. Tutti gli amici sono scesi dai rifugi del bosco per salutarci. Tonino coi nervi rotti piange dirottamente appoggiato contro un albero, il russo si rotola in terra nei dolori dell’ulcera. Non si fa che stringere mani, baciare gote ruvide. Ci guardano come se vedessero per l’ultima volta, preoccupati, commossi. Stamani eravamo anche noi nervosi, muti, non ci parlavamo, noi quattro, per non scambiarci le nostre impressioni sulla decisione presa. E adesso invece io mi sento leggera, leggera, sorridente, come se partissi per una festosa gita. C’è un po’ di sole, il ciliegio nel vano della porta si disegna leggero leggero, un arabesco. Ho scritto qualcosa sulla parete della stalla con la tintura di jodio, volevo essere sola anche per questo. Non so cosa saranno esattamente «le linee», ho solo paura di scatenare io stessa, col mio piede, il diabolico congegno di una mina. Ho il danaro nascosto nel petto, nasconderò anche il quaderno. Voglio scrivere questo, ben chiaro: non ho paura, solo questa enorme allegria, in me, forse nervosa. E il senso di giocare un tiro ai tedeschi, sfuggendo, il desiderio di non farci trovare qui dagli inglesi, quattro italiani validi, aspettando inoperosi. C’è in me solo odio e allegria. Se ci rimanessimo, i nostri compagni del bosco neppure lo saprebbero sùbito. Mio figlio, mia zia, seguiterebbero a vivere come se ci fossi. Mia madre lo saprebbe chi sa quando. Il cielo si fa nebbioso. Sono le 15,30. Fioravante ha detto che prima dell’alba dovremo essere al Sangro.

Alba de Cespedes

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

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Il compromesso socialdemocratico (o la crisi della sinistra)

3 Apr

 

Leggo su Una città questa bella intervista a Salvatore Biasco di Gianni Saporetti e mi domando perché e come mai, con tante lucide intelligenze a disposizione (mi viene in mente Mariana Mazzuccato, ad esempio), la sinistra non sia (ancora) riuscita a rispondere fattivamente alle domande, sia pur confuse, che provengono dalla società. Che non ne abbia voglia?
Leggetela, è illuminante.
N.B. Il neretto è mio. 
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IL COMPROMESSO SOCIALDEMOCRATICO
La fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.

Sal­va­to­re Bia­sco ha in­se­gna­to Eco­no­mia In­ter­na­zio­na­le al­l’U­ni­ver­si­tà La Sa­pien­za di Ro­ma. Au­to­re di te­sti ac­ca­de­mi­ci a uno dei qua­li è sta­to con­fe­ri­to il pre­mio St. Vin­cent per l’E­co­no­mia, si è de­di­ca­to, spe­cie ne­gli ul­ti­mi an­ni, a te­mi di ana­li­si po­li­ti­ca. Nel 2016 è usci­to il suo ul­ti­mo li­bro Sta­to Re­go­le e ugua­glian­za. La po­sta in gio­co nel­la cul­tu­ra del­la si­ni­stra e nel nuo­vo ca­pi­ta­li­smo, Luiss Uni­ver­si­ty Press.

Pos­sia­mo par­ti­re dal “com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co”? Che co­s’è?
Il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­to un con­nu­bio di prin­ci­pi de­mo­cra­ti­ci e par­te­ci­pa­ti­vi con il mer­ca­to, che la­scia­va al­le im­pre­se il com­pi­to di crea­re oc­cu­pa­zio­ne e in­no­va­zio­ne, ma al con­tem­po ne di­sci­pli­na­va il com­por­ta­men­to. Da que­sto pun­to di vi­sta, le im­pre­se era­no con­ce­pi­te co­me una sor­ta di be­ne pub­bli­co sog­get­te a uno scru­ti­nio pub­bli­co nel qua­le lo Sta­to ave­va una fun­zio­ne di di­re­zio­ne, sup­plen­za, au­si­lio. Quin­di le im­pre­se non so­no le ar­te­fi­ci in­con­tra­sta­te di de­ci­sio­ni che por­ta­no al be­nes­se­re so­cia­le. In più lo Sta­to ha il com­pi­to di as­si­cu­ra­re che quel be­nes­se­re sia ac­cet­ta­bil­men­te di­stri­bui­to. Cer­to, quel com­pro­mes­so era fa­vo­ri­to da una si­tua­zio­ne in­ter­na­zio­na­le che crea­va con­di­zio­ni fa­vo­re­vo­li -i sa­la­ri cre­sce­va­no, la pro­dut­ti­vi­tà cre­sce­va e i be­ne­fi­ci si di­stri­bui­va­no, la do­man­da in­ter­na ve­ni­va sor­ret­ta da que­sti ri­man­di e quel­la ester­na da ana­lo­ghi pro­ces­si che av­ve­ni­va­no in pa­ral­le­lo ne­gli al­tri pae­si- ma l’im­por­tan­te è che aves­se in­ter­na­men­te una sua coe­ren­za in ter­mi­ni di de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca do­ve per de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca dob­bia­mo in­ten­de­re la pro­te­zio­ne dai ri­schi so­cia­li, il di­sci­pli­na­men­to dei con­flit­ti di in­te­res­se, la ca­pa­ci­tà di man­te­ne­re un’oc­cu­pa­zio­ne sem­pre ele­va­ta e di pro­teg­ge­re il si­ste­ma da cri­si pro­dut­ti­ve, la ca­pa­ci­tà di con­trol­lo dei cit­ta­di­ni sul­le scel­te pri­va­te che in­fluen­za­no l’am­bien­te di cia­scu­no, la per­mea­bi­li­tà del­lo Sta­to al­le istan­ze po­po­la­ri as­si­cu­ra­ta at­tra­ver­so i par­ti­ti di mas­sa.
In de­fi­ni­ti­va, il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­ta una con­ce­zio­ne a tut­to ton­do, do­ve ca­pi­ta­li­smo e de­mo­cra­zia si spo­sa­va­no in un con­nu­bio ab­ba­stan­za sod­di­sfa­cen­te.

Que­sto con­nu­bio fe­li­ce a po­co a po­co è an­da­to in cri­si. Per­ché?
In­nan­zi­tut­to per al­cu­ni ec­ces­si: ec­ces­si di spe­sa, for­se, un cer­to ap­pe­san­ti­men­to bu­ro­cra­ti­co, for­se una pre­sen­za mol­to este­sa del­lo Sta­to (la fa­mo­sa pro­te­zio­ne dal­la cul­la al­la mor­te), con­tro i qua­li, en­fa­tiz­zan­do­li mol­to, si è poi sca­glia­ta la cri­ti­ca neo­li­be­ra­le, che ve­de­va i cit­ta­di­ni pri­va­ti del­la li­ber­tà di scel­te, la strut­tu­ra del­lo Sta­to ir­ri­gi­di­ta, spe­se che ri­sul­ta­va­no in tas­sa­zio­ne. La so­cie­tà si era mol­to più aper­ta per crea­re sta­ti che non ve­de­va­no le pro­prie for­tu­ne le­ga­te a quel­le col­let­ti­ve. Or­mai un’é­li­te do­mi­nan­te era sta­ta re­sa mol­to più for­te, più si­cu­ra del pro­prio ruo­lo so­cia­le, gra­zie al­l’in­de­bo­li­men­to del­le con­tro­par­ti sin­da­ca­li do­vu­ta al­l’a­per­tu­ra in­ter­na­zio­na­le e al­l’in­fla­zio­ne. Re­cla­ma­va so­prat­tut­to che si ri­du­ces­se la tas­sa­zio­ne. E che si ri­por­tas­se l’in­fla­zio­ne (im­pu­ta­ta ai sin­da­ca­ti) sot­to con­trol­lo. La tec­no­lo­gia ha aiu­ta­to mol­to con­sen­ten­do lo spez­zet­ta­men­to del­le uni­tà pro­dut­ti­ve (cioè, il “de­cen­tra­men­to”, pri­ma al­l’in­ter­no e poi in­ter­na­zio­na­le). Con­si­de­ria­mo che una so­cie­tà più omo­ge­nea de­ter­mi­na coa­li­zio­ni più omo­ge­nee, grup­pi so­cia­li più de­fi­ni­ti, iden­ti­tà mol­to più for­ti. Quin­di è sta­to dif­fi­ci­le per la si­ni­stra, sia te­ne­re un ar­gi­ne di­fen­si­vo, sia pro­dur­re una con­trof­fen­si­va ve­ra e pro­pria sul pia­no cul­tu­ra­le e sul pia­no del­le pro­po­ste.
Quan­do poi c’è sta­ta la li­be­ra­liz­za­zio­ne com­ple­ta dei mo­vi­men­ti di ca­pi­ta­le, che han­no re­so il mer­ca­to mon­dia­le un tut­to uni­co, il po­te­re del­lo Sta­to è di­mi­nui­to mol­tis­si­mo, cia­scun pae­se è sta­to sog­get­to a uno scru­ti­nio del­la fi­nan­za in­ter­na­zio­na­le e an­che le op­zio­ni di po­li­ti­ca eco­no­mi­ca si so­no ri­stret­te mol­to; se ag­giun­gia­mo la cri­si fi­sca­le che ha toc­ca­to qua­si tut­ti i pae­si, ca­pia­mo an­co­ra di più co­me si de­ter­mi­ni­no con­di­zio­ni mol­to sfa­vo­re­vo­li al­la si­ni­stra, che len­ta­men­te han­no fat­to met­te­re da par­te po­li­ti­che in­ter­ven­ti­ste, di spe­sa, ma non so­lo, an­che di in­ter­fe­ren­za nel­le scel­te pri­va­te. Co­sì è di­la­ga­ta un’al­tra con­ce­zio­ne del mon­do che ave­va ov­vi con­no­ta­ti ideo­lo­gi­ci, ma che ini­zial­men­te è ap­par­sa co­me un in­sie­me di pre­cet­ti qua­si neu­tri per ri­con­qui­sta­re un di­na­mi­smo del­l’e­co­no­mia (che ave­va per­so nel frat­tem­po il mo­to­re do­man­da in­ter­na-do­man­da in­ter­na­zio­na­le). Il ca­pi­ta­li­smo, se vo­glia­mo usa­re que­sta ca­te­go­ria, o le éli­tes do­mi­nan­ti, o i set­to­ri be­ne­stan­ti del­la so­cie­tà, o il si­ste­ma so­cia­le che è pre­val­so, in real­tà non ave­va più sfi­de in­ter­ne, non ave­va più una con­trap­po­si­zio­ne in­ter­na, ed è per que­sto che l’in­sie­me del­le pro­po­ste di con­du­zio­ne del­le po­li­ti­che eco­no­mi­che è fi­ni­to per ap­pa­ri­re un fat­to og­get­ti­vo sen­za al­ter­na­ti­va, con im­pos­si­bi­li­tà di an­da­re al di là di cer­ti bi­na­ri. Ed è co­sì che sia­mo a og­gi.

– Il neo­li­be­ri­smo ha con­qui­sta­to un’e­ge­mo­nia cul­tu­ra­le, ma sul­la ba­se di cam­bia­men­ti og­get­ti­vi, ine­vi­ta­bi­li. Ma la si­ni­stra po­te­va fa­re qual­co­sa?
Di quel­la tra­sfor­ma­zio­ne del­la so­cie­tà, di cui ab­bia­mo par­la­to, la si­ni­stra non è sta­ta in gra­do di da­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne ade­gua­ta, men­tre ha avu­to una sin­te­si a de­stra. Ma an­che dal pun­to di vi­sta cul­tu­ra­le il cam­bia­men­to dei rap­por­ti di for­za, dei fat­ti im­po­si­ti­vi ester­ni, di ciò che era pos­si­bi­le e ciò che non era pos­si­bi­le, si è vol­to si­cu­ra­men­te con­tro la si­ni­stra. Il qua­dro cul­tu­ra­le è sta­to len­ta­men­te do­mi­na­to da un pen­sie­ro uni­co. Ed è pro­prio for­se il pia­no cul­tu­ra­le, più che il pia­no del­le po­li­ti­che, do­ve noi mi­su­ria­mo la scon­fit­ta del­la si­ni­stra. Que­sta è sta­ta in sog­ge­zio­ne ri­spet­to al­la cri­ti­ca so­cia­le por­ta­ta dal­la nuo­va or­to­dos­sia al­lo Sta­to “pa­ter­na­li­sti­co, inef­fi­cien­te e bu­ro­cra­ti­co”. Non ha avu­to idee su co­me af­fron­ta­re, sen­za sna­tu­ra­re la sua vi­sio­ne del mon­do, quel­la par­te di par­zia­lis­si­ma ve­ri­tà che quel­la cri­ti­ca ad “al­zo ze­ro” con­te­ne­va. Ha quin­di ac­cet­ta­to l’i­dea che non ci fos­se­ro al­ter­na­ti­ve, che la via in­di­ca­ta dal­l’or­to­dos­sia fos­se in fon­do la via da se­gui­re, quel­la cioè del mer­ca­to, del­la po­li­ti­ca del­l’of­fer­ta, del­l’al­leg­ge­ri­men­to del­lo Sta­to, del­la fles­si­bi­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del la­vo­ro, del­l’ar­re­tra­men­to sui ca­no­ni di pro­te­zio­ne so­cia­le. In un cer­to sen­so ha ri­te­nu­to che la via del­la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia fos­se l’u­ni­ca ca­pa­ce di ren­de­re di­na­mi­co il si­ste­ma pro­dut­ti­vo. Ac­cet­ta­to que­sto, ha fi­ni­to per ac­cet­ta­re an­che tut­to il co­rol­la­rio di ele­men­ti ideo­lo­gi­ci, che si pre­sen­ta­va­no co­me ap­pa­ren­te­men­te neu­tri: la so­vra­ni­tà del con­su­ma­to­re che si so­sti­tui­sce al cit­ta­di­no, il fat­to che non si par­li più di com­pro­mes­so so­cia­le e di pat­to di cit­ta­di­nan­za, che non ci sia più uno spa­zio pub­bli­co che va­da di­fe­so e con­di­vi­so con i cit­ta­di­ni, che sia ne­ces­sa­rio che le po­li­ti­che di­scre­zio­na­li re­ce­da­no ri­spet­to al­l’u­ni­ver­sa­li­smo del mer­ca­to.
Pen­sia­mo ai ser­vi­zi so­cia­li, pen­sia­mo al ruo­lo pro­tet­ti­vo del­lo Sta­to. Si è ac­cet­ta­to, co­me ho det­to, che le po­li­ti­che del­l’of­fer­ta fos­se­ro l’u­ni­co cri­te­rio di go­ver­no, per­ché so­lo da que­ste po­te­va ve­ni­re ef­fi­cien­za e sti­mo­lo al­l’in­ve­sti­men­to, men­tre le po­li­ti­che di do­man­da or­mai era­no ban­di­te. In­tor­no a quel­l’u­ni­co cri­te­rio si co­strui­va la po­li­ti­ca eco­no­mi­ca. La stes­sa ar­chi­tet­tu­ra isti­tu­zio­na­le eu­ro­pea non ha con­ce­pi­to al­tro che que­sto, ban­den­do strut­tu­ral­men­te la ge­stio­ne del­la do­man­da, o po­li­ti­che di oc­cu­pa­zio­ne co­me tar­get, pre­ve­den­do che non vi do­ves­se­ro es­se­re né stru­men­ti fi­sca­li cen­tra­liz­za­ti, né stru­men­ti mo­ne­ta­ri. Quel­li che so­no sta­ti mes­si in cam­po so­no sta­ti una for­za­tu­ra ri­spet­to a ciò che pre­ve­do­no i Trat­ta­ti e lo Sta­tu­to del­la Ban­ca cen­tra­le eu­ro­pea.
In più, que­sta idea del mer­ca­to, del­la com­pe­ti­zio­ne, è en­tra­ta an­che a li­vel­lo in­di­vi­dua­le;  cia­scu­no di noi è sol­le­ci­ta­to a fa­re un’a­na­li­si co­sti-be­ne­fi­ci, a pren­der­si le re­spon­sa­bi­li­tà del­le scel­te: de­ve sce­glie­re la scuo­la, de­ve sce­glie­re la sa­ni­tà, il for­ni­to­re di ser­vi­zi pub­bli­ci; in­som­ma una edu­ca­zio­ne a in­tro­iet­ta­re una con­ce­zio­ne to­tal­men­te di­ver­sa del mon­do, quel­la in cui una sog­get­ti­vi­tà si for­ma at­tor­no al­l’in­di­vi­duo che par­te­ci­pa al mer­ca­to. Que­sto è pe­ne­tra­to poi ovun­que. Pen­sia­mo al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne: non è più la bu­ro­cra­zia che pre­si­dia lo Sta­to e la con­ti­nui­tà am­mi­ni­stra­ti­va, o che fa va­le­re un prin­ci­pio di sta­ta­li­tà; è una bu­ro­cra­zia che de­ve si­mu­la­re il set­to­re pri­va­to co­me se agis­se sul mer­ca­to, con cri­te­ri di va­lu­ta­zio­ne. Pen­sia­mo non so­lo al­l’o­pe­ra­to dei sin­go­li ma al­la scuo­la o al­l’u­ni­ver­si­tà, sog­get­te a una si­mu­la­zio­ne di com­pe­ti­zio­ne tra cen­tri di­ver­si se­con­do cri­te­ri che poi so­no sem­pre del tut­to ar­bi­tra­ri, co­me so­no del tut­to ar­bi­tra­ri i cri­te­ri di ef­fi­cien­za pri­va­ta ap­pli­ca­ti al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne. Que­sti crea­no una pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne spez­zet­ta­ta, che in­cor­po­ra an­ch’es­sa il prin­ci­pio di com­pe­ti­zio­ne an­che den­tro se stes­sa. A tut­to ton­do, la so­cie­tà fun­zio­na se­con­do ca­no­ni che non so­no più di coo­pe­ra­zio­ne o di pri­ma­to del­l’in­te­res­se col­let­ti­vo. Il pri­mo è una pa­ro­lac­cia il se­con­do è de­man­da­to al­la com­pe­ti­zio­ne me­de­si­ma che lo as­si­cu­re­reb­be per de­fi­ni­zio­ne.

– La si­ni­stra ha ce­du­to com­ple­ta­men­te? Mi ha col­pi­to l’e­spres­sio­ne “Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”.
“Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne” è un’e­spres­sio­ne che ha an­che una sua no­bil­tà. Io, co­me si ca­pi­sce, so­no al­quan­to av­ver­so al neo­li­be­ri­smo, ma ca­pi­sco an­che chi è con­vin­to che, per co­me è fat­ta l’I­ta­lia -per la bu­ro­cra­zia e la clas­se po­li­ti­ca che si ri­tro­va- for­se è me­glio non af­fi­da­re a que­sti cor­pi le scel­te di­scre­zio­na­li, for­se è me­glio che que­ste sia­no im­per­so­na­li, fat­te dal mer­ca­to, che in quan­to ta­le può ave­re fun­zio­ni uni­ver­sa­li­sti­che, nel sen­so che di­sci­pli­na tut­to in ter­mi­ni uni­for­mi. Ma il mer­ca­to non è que­sto e spes­so fa peg­gio. Ma non tut­ti so­no li­be­ra­li “per di­spe­ra­zio­ne”. A po­co a po­co, mol­ti an­che a si­ni­stra han­no as­sun­to la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia co­me car­di­ne cul­tu­ra­le cen­tra­le. Il ri­fe­ri­men­to sto­ri­co im­por­tan­te l’han­no avu­to nel blai­ri­smo, una po­si­zio­ne che ne­gli an­ni No­van­ta si era di­mo­stra­ta elet­to­ral­men­te vin­cen­te. Per un cer­to tem­po, poi, è sem­bra­to che si po­tes­se ov­via­re al­la scon­vol­gi­men­to so­cia­le por­ta­to in Oc­ci­den­te dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne per­ché l’e­co­no­mia e l’oc­cu­pa­zio­ne cre­sce­va­no. La cri­si ha fat­to giu­sti­zia di tut­to que­sto. Se non ci fos­se sta­to lo Sta­to a sal­va­re le ban­che, a sor­reg­ge­re l’e­co­no­mia e a tam­po­na­re le si­tua­zio­ni più di­spe­ra­te, non tan­to in Ita­lia quan­to in Eu­ro­pa e ne­gli Sta­ti Uni­ti, sa­rem­mo en­tra­ti in una cri­si spa­ven­to­sa. So­lo che or­mai lo Sta­to è quel­l’i­sti­tu­zio­ne che in­ter­vie­ne in ul­ti­ma istan­za. Non gli è sta­to re­sti­tui­to un ruo­lo, né se lo è ri­con­qui­sta­to. Ma le co­se stan­no cam­bian­do mol­tis­si­mo. Pen­sia­mo che fi­no a cin­que-sei an­ni fa l’e­spres­sio­ne “po­li­ti­ca in­du­stria­le” era una pa­ro­lac­cia. “Pub­bli­co” era una pa­ro­la dai con­no­ta­ti ne­ga­ti­vi. Og­gi la gen­te di­fen­de lo spa­zio col­let­ti­vo e par­la­re di pri­va­tiz­za­zio­ni è im­po­po­la­re. La po­li­ti­ca in­du­stria­le è tor­na­ta d’at­tua­li­tà, cer­to non con la for­za di pri­ma. E le po­li­ti­che in­du­stria­li si fan­no mol­to più ne­gli Usa, che la vul­ga­ta vuo­le co­me il “pae­se del­la li­ber­tà eco­no­mi­ca per an­to­no­ma­sia”, di quan­to non ac­ca­da in Eu­ro­pa, do­ve la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja cas­sa qual­sia­si in­ter­ven­to di­scre­zio­na­le. In que­sta par­te del mon­do agi­sce un mec­ca­ni­smo per­ver­so. L’Ue è na­ta sul­l’i­dea che la li­be­ra cir­co­la­zio­ne di mer­ci, per­so­ne, ca­pi­ta­li fos­se un di­rit­to di ran­go co­sti­tu­zio­na­le, e chiun­que si sen­ta dan­neg­gia­to in que­sti suoi “di­rit­ti”, o pen­si che la com­pe­ti­zio­ne sia osta­co­la­ta, va al­l’A­ja e si pren­de la ra­gio­ne che la Cor­te ine­vi­ta­bil­men­te gli dà, per di più quei pro­nun­cia­men­ti di­ven­ta­no im­me­dia­ta­men­te leg­ge che fa pre­mio su qual­sia­si leg­ge na­zio­na­le. È uno stru­men­to po­ten­te di dif­fu­sio­ne di un prin­ci­pio fon­da­men­ta­li­sta di com­pe­ti­zio­ne che ha sbi­lan­cia­to le ra­gio­ni del mer­ca­to ri­spet­to al­le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, quel­le del­le im­pre­se ri­spet­to a quel­le dei la­vo­ra­to­ri e del­lo Sta­to. So­prat­tut­to se le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, co­me spes­sis­si­mo suc­ce­de in Eu­ro­pa, si met­to­no in mo­to mol­to len­ta­men­te, e so­no dif­fi­ci­li da sta­bi­li­re su ba­se con­sen­sua­le.

– Tu par­li del “wel­fa­re com­pas­sio­ne­vo­le”, un wel­fa­re che da fat­to­re di eman­ci­pa­zio­ne, di cit­ta­di­nan­za, di­ven­ta un mez­zo per aiu­ta­re i po­ve­ri.
Pri­ma, nel­l’e­ro­ga­zio­ne di al­cu­ni ser­vi­zi so­cia­li era im­pli­ci­to un pat­to di cit­ta­di­nan­za. Pen­sia­mo al­la sa­ni­tà per tut­ti, gra­tui­ta, fi­nan­zia­ta dal­la fi­sca­li­tà ge­ne­ra­le. Poi co­min­cia a es­se­re una sa­ni­tà se­let­ti­va, con i tic­ket, col fat­to che chi ha pos­si­bi­li­tà va nel pri­va­to e gli al­tri si met­to­no in li­sta d’at­te­sa, con le dif­fe­ren­ze ter­ri­to­ria­li.
Ora si ten­de a sor­reg­ge­re so­lo le fa­sce più bas­se di red­di­to. Que­sto fi­ni­sce per com­pri­me­re i ce­ti me­di, che in qual­che mo­do se la de­vo­no ca­va­re op­pu­re con­tri­bui­re pe­san­te­men­te ai co­sti. Ma poi non tut­to è sta­to sman­tel­la­to; ele­men­ti di sta­to so­cia­le in sa­ni­tà li tro­via­mo an­co­ra: tan­to per fa­re un esem­pio, ab­bia­mo an­co­ra un pron­to soc­cor­so to­tal­men­te gra­tui­to. Ma non ab­bia­mo in Ita­lia al­cun so­ste­gno per le ra­gaz­ze ma­dri; il so­ste­gno al­la po­ver­tà, poi, è re­la­ti­vo; avrem­mo do­vu­to in qual­che mo­do re­go­lar­lo, fi­nan­ziar­lo e pen­sar­lo per le fa­mi­glie nu­me­ro­se, o per chi ha a ca­ri­co per­so­ne non au­to­suf­fi­cien­ti. Si­cu­ra­men­te i co­sti del wel­fa­re au­men­te­reb­be­ro, ma se fac­cia­mo ban­die­ra del­la si­ni­stra la de­tas­sa­zio­ne e que­sta va ri­du­cen­do la pro­gres­si­vi­tà, cer­to non ci sem­pli­fi­chia­mo la vi­ta.
Ca­pi­sco per­fet­ta­men­te che chi com­pe­te al­le ele­zio­ni vo­glia i vo­ti de­gli elet­to­ri e che gli elet­to­ri so­no mol­to con­ten­ti quan­do ven­go­no sgra­va­ti fi­scal­men­te, pe­rò ci so­no dei li­mi­ti. Cre­do che ci sia al fon­do un pro­ble­ma di edu­ca­zio­ne a una vi­sio­ne col­let­ti­va del­le co­se. Fin­ché aval­lia­mo l’i­dea che cia­scu­no è so­lo con se stes­so, è cer­to che ten­te­rà di pa­ga­re me­no tas­se pos­si­bi­li. So­no cli­mi cul­tu­ra­li:  non sia­mo più edu­ca­ti a pen­sa­re che i bi­so­gni col­let­ti­vi (che im­pli­ca­no con­su­mi col­let­ti­vi) va­da­no fi­nan­zia­ti con la fi­nan­za col­let­ti­va. Ca­pi­sco an­che che se le per­so­ne si ri­tro­va­no una bu­ro­cra­zia inef­fi­cien­te che non le è d’a­iu­to ma d’o­sta­co­lo, si ri­bel­la­no e non rie­sca­no a ca­pi­re il va­lo­re del con­su­mo col­let­ti­vo. In più c’è chi sof­fia sul fuo­co e non fa per­ce­pi­re i van­tag­gi di que­sti ul­ti­mi, do­ve ci so­no e so­no evi­den­ti.

– Una si­tua­zio­ne so­cia­le di fran­tu­ma­zio­ne, con le gran­di fab­bri­che e i quar­tie­ri ope­rai che non ci so­no più, ob­bli­ghe­reb­be un par­ti­to di si­ni­stra a la­vo­ra­re mol­to di più nel so­cia­le, per­ché la so­cia­li­tà, in un cer­to sen­so, va ri­crea­ta. La ten­den­za, in­ve­ce, è sta­ta esat­ta­men­te con­tra­ria, un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, leg­ge­ro, vo­ta­to so­lo al go­ver­no del pae­se…
Sì, e que­sto pro­ces­so in Ita­lia ha avu­to ac­cen­tua­zio­ne spe­ci­fi­che. As­se­con­dan­do ten­den­ze del­la so­cie­tà, l’ap­piat­ti­men­to ver­so la “de­mo­cra­zia del pub­bli­co”, co­me si di­ce, ha avu­to la pre­va­len­za. E sta­to teo­riz­za­to che il par­ti­to do­ves­se es­se­re di fat­to un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, di­ret­to a un pub­bli­co ge­ne­ri­co al qua­le, co­me di­ce Sal­va­ti, ven­de la sua mer­can­zia; quin­di, un par­ti­to non par­ti­co­lar­men­te strut­tu­ra­to, leg­ge­ro, af­fi­da­to ai me­dia (con tut­to quel­lo che ne con­se­gue: di fat­to ete­ro-orien­ta­to dai me­dia). La so­cie­tà si è ven­di­ca­ta, pe­rò. Per­ché poi non è che l’av­ven­to dei me­dia ab­bia can­cel­la­to le dif­fe­ren­ze so­cia­li. Gli ope­rai, per esem­pio, ci so­no an­co­ra an­che se non con la for­za, la coe­sio­ne, il ti­po an­che di ideo­lo­gia e di vi­sio­ne del mon­do che ave­va­no e po­te­va­no co­sti­tui­re il cen­tro di coa­li­zio­ni che lot­tas­se­ro per l’u­gua­glian­za. In ge­ne­ra­le, non si so­no can­cel­la­te le spac­ca­tu­re pro­fon­de nel­la so­cie­tà, an­zi que­ste so­no più for­ti di pri­ma e non so­no sol­tan­to di­vi­sio­ni la­vo­ra­ti­ve. C’è una par­te be­ne­stan­te -un po’ fa­vo­ri­ta dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne, un po’ da al­tri pro­ces­si di pro­fes­sio­na­liz­za­zio­ne le­ga­ti al­l’in­for­ma­ti­ca, al­le pro­fes­sio­ni emer­gen­ti- che non ha pro­ble­mi di qua­li­tà del­la vi­ta. Ma c’è un’al­tra par­te del­la po­po­la­zio­ne che vi­ve un di­sa­gio che non è so­lo nel luo­go di la­vo­ro (do­ve co­mun­que con­ta­no le rou­ti­ne, con­ta la gra­ti­fi­ca­zio­ne, la mi­no­re si­cu­rez­za di sta­bi­li­tà, le pro­spet­ti­ve la­vo­ra­ti­ve di avan­za­men­to di car­rie­ra per mol­ti ri­dot­te), ma an­che nel­le con­di­zio­ni ge­ne­ra­li di vi­ta re­la­ti­ve ai tra­spor­ti, al­la ca­sa, al­l’am­bien­te in cui si vi­ve, e tan­to al­tro.
So­no dif­fe­ren­ze no­te­vo­li e que­sta par­te sen­te or­mai sem­pre più i pro­pri de­sti­ni stac­ca­ti dal­la par­te più be­ne­stan­te. Si sta de­ter­mi­nan­do una frat­tu­ra ve­ra, an­che spa­zia­le, per­ché chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to si spo­sa con chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to e chi vi­ve in pe­ri­fe­ria si spo­sa con chi vi­ve in pe­ri­fe­ria ed è sot­to­po­sto agli stes­si pro­ces­si cul­tu­ra­li. Quel po­co di mo­bi­li­tà so­cia­le che as­si­cu­ra­va la scuo­la og­gi è ri­dot­tis­si­mo. Se non c’è un par­ti­to po­li­ti­co ca­pa­ce di tra­dur­re que­sto di­sa­gio in pro­po­sta di go­ver­no, in pro­ta­go­ni­smo po­li­ti­co per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi, quel di­sa­gio di­ven­ta pro­te­sta in­di­stin­ta. Lo stia­mo ve­den­do ades­so, con l’af­fer­ma­zio­ne dei po­pu­li­smi un po’ ovun­que. Leg­ge­vo su un so­cial un ti­zio che af­fer­ma­va, nel­l’am­bi­to del­la po­le­mi­ca po­li­ti­ca di que­sti gior­ni, che la si­ni­stra non ca­pi­sce che la clas­se ope­ra­ia non c’è più e quin­di non c’è più nem­me­no la lot­ta di clas­se e, non es­sen­do­ci la lot­ta di clas­se, la si­ni­stra in­se­gue dei fan­ta­smi. La pre­sen­ta­va co­me un’a­na­li­si so­cio­lo­gi­ca pro­fon­da, co­me se tut­to ruo­tas­se at­tor­no al­la clas­se ope­ra­ia. Ma di­co, le spac­ca­tu­re di que­sta so­cie­tà che so­no co­sì pro­fon­de non le ve­de­te? Cer­to non so­no clas­si co­me le ab­bia­mo in­te­se noi nel­la no­stra tra­di­zio­ne, “clas­se in sé”, “clas­se per sé”; ora so­no una se­rie va­rie­ga­ta di grup­pi so­cia­li, di si­tua­zio­ni so­cia­li, ca­rat­te­riz­za­ti dal­l’as­sen­za di iden­ti­tà spe­ci­fi­ca (men che me­no col­let­ti­va) do­ve poi, co­me sem­pre av­vie­ne, cia­scu­no se la pren­de col grup­po che sta sot­to, non con quel­lo che sta so­pra. Pe­rò è ve­ro an­che che i pro­ces­si cul­tu­ra­li so­no sta­ti la­scia­ti a se stes­si per­ché una pro­po­sta ag­gre­gan­te, un la­vo­ro di edu­ca­zio­ne, una mo­bi­li­ta­zio­ne, una riap­pro­pria­zio­ne di que­sto di­sa­gio al­la po­li­ti­ca non li ab­bia­mo più avu­ti. Il par­ti­to li­qui­do ha por­ta­to a que­sto. Man­ca un ele­men­to pe­da­go­gi­co. Si è so­li con se stes­si nel giu­di­zio sul­la so­cie­tà e quin­di pre­da del­l’an­ti­po­li­ti­ca. Ba­sta guar­da­re i so­cial per ve­de­re qua­le do­vi­zia di di­scus­sio­ni e di giu­di­zi po­li­ti­ci vi sia, ma che van­no tut­ti per con­to lo­ro sen­za os­sa­tu­ra (e si trat­ta di una par­te più ac­cul­tu­ra­ta del­la po­po­la­zio­ne). È un gran­de fat­to de­mo­cra­ti­co, pe­rò, nel­lo stes­so tem­po, te­sti­mo­nia di un qual­co­sa che si sta sfi­lac­cian­do nel­la con­sa­pe­vo­lez­za col­let­ti­va dei pro­ble­mi.

– Par­lan­do di va­lo­ri do­mi­nan­ti, an­che la ric­chez­za è di­ven­ta­ta un va­lo­re…
Sì, que­sto si sta ve­ri­fi­can­do e fa par­te di una cul­tu­ra an­tro­po­lo­gi­ca dif­fu­sa. La ric­chez­za è un va­lo­re, e va per­se­gui­ta, e se non la rag­giun­go è col­pa mia, non dei mec­ca­ni­smi del­la so­cie­tà. So­no io che non so­no riu­sci­to a “sfan­gar­la”. Se vo­glio, pos­so ri­sol­ve­re tut­to in­di­vi­dual­men­te, emi­gran­do, fa­cen­do al­tro, at­ti­van­do­mi; si è per­so il va­lo­re col­let­ti­vo del­la lot­ta in­sie­me ad al­tri che si ri­co­no­sco­no co­me ap­par­te­nen­ti a una stes­sa si­tua­zio­ne so­cia­le, per cam­biar­la. Ora ognu­no vuo­le cam­bia­re per con­to suo la pro­pria con­di­zio­ne, per­se­guen­do ciò che la so­cie­tà e i va­lo­ri do­mi­nan­ti gli pro­pon­go­no, e se non ci rie­sce per­de pu­re l’au­to­sti­ma.
Pe­rò è an­che ve­ro che esi­ste un al­tro pez­zo di so­cie­tà, quel­la che si espri­me nel ter­zo set­to­re, nel vo­lon­ta­ria­to, che non è pic­co­lo e non è sol­tan­to di te­sti­mo­nian­za, an­zi. È mol­to este­so, e com­pren­de per­so­ne che si spen­do­no per gli al­tri e con­ser­va­no una vi­sio­ne co­mu­ni­ta­ria. Lì si espri­me un al­tro ti­po di uma­ni­tà, che vie­ne in es­se­re spon­ta­nea­men­te, for­se co­me rea­zio­ne al ma­te­ria­li­smo dif­fu­so. Cer­to, in­di­vi­dual­men­te in quel­l’a­rea ope­ra­no pre­va­len­te­men­te or­fa­ni del­la si­ni­stra, ma que­sto mon­do non rie­sce a tra­sfe­ri­re i prin­ci­pi e i va­lo­ri che lo muo­vo­no fuo­ri dal suo rag­gio di azio­ne, tra­va­san­do­lo nel­la so­cie­tà, in un pro­get­to po­li­ti­co. E for­se non sta nem­me­no a lo­ro con­ce­pir­lo.
Se pen­sia­mo al­le lot­te ope­ra­ie de­gli an­ni 50-60, un con­to era che cia­scu­na fab­bri­ca lot­tas­se per con­to suo, al­tro con­to era da­re un rac­cor­do a quel­le lot­te e fa­re di­ven­ta­re i pro­ta­go­ni­sti sog­get­ti po­li­ti­ci e por­tar­li a un li­vel­lo di con­sa­pe­vo­lez­za so­cia­le che in­ve­sti­va la so­cie­tà co­me un tut­to. È ciò di cui ab­bia­mo bi­so­gno in re­la­zio­ne a que­sto mon­do. In de­fi­ni­ti­va, c’è una so­cie­tà che si sfran­gia, per­de tes­su­ti con­net­ti­vi, pe­rò c’è an­che una par­te che la­vo­ra a ri­com­por­la, e che an­dreb­be rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te, ma tut­te le vol­te che si ha oc­ca­sio­ne di par­la­re con suoi espo­nen­ti si sco­pre che non si sen­te rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te. Tor­nia­mo, al so­li­to, al­la po­li­ti­ca, al par­ti­to…

– Il vo­lon­ta­ria­to, quin­di. Tu nel li­bro par­li di coo­pe­ra­zio­ne, an­che di mu­tua­li­smo, e pe­rò ve­di un ruo­lo mol­to for­te del cen­tro…
Mol­ti stu­dio­si del­la so­cie­tà pen­sa­no che non ci sia al­tra stra­da che co­strui­re dal bas­so ini­zia­ti­ve e ag­gre­ga­zio­ni po­li­ti­che. Pe­rò co­strui­re dal bas­so, se fos­se so­lo que­sto, im­pli­ca an­che una dia­gno­si pes­si­mi­sta che pun­ta a man­te­ne­re una co­scien­za vi­va in at­te­sa che una cri­si del­la so­cie­tà pro­du­ca le op­por­tu­ni­tà po­li­ti­che. C’è al fon­do uno scet­ti­ci­smo sul­la pos­si­bi­li­tà di cam­bia­re le co­se al­tri­men­ti. Io pen­so, in­ve­ce, che le due co­se, co­stru­zio­ne dal bas­so e uti­liz­zo del­lo Sta­to, do­vreb­be­ro an­da­re as­sie­me nel sen­so che ci vuo­le sem­pre un pro­get­to che uni­fi­chi, an­che quan­do non c’è un par­ti­to o una coa­li­zio­ne che ab­bia­no la for­za di far avan­za­re rea­li­sti­ca­men­te e si­gni­fi­ca­ti­va­men­te un di­se­gno al­ter­na­ti­vo per la so­cie­tà. Mol­te del­le rea­liz­za­zio­ni so­cia­li, di tra­sfor­ma­zio­ne del­la real­tà, si pos­so­no ave­re sol­tan­to at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca. Co­sì co­me at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca so­no sta­ti di­fe­si e fat­ti va­le­re di­rit­ti so­cia­li, ci­vi­li, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra. Per me le due co­se de­vo­no an­da­re as­sie­me; al­me­no pen­so che il com­pi­to de­gli in­tel­let­tua­li sia di ar­ma­re una clas­se po­li­ti­ca a con­ce­pi­re un di­se­gno com­ples­si­vo per la so­cie­tà.

– Tu de­scri­vi una se­rie di mi­su­re eco­no­mi­che.
Sia­mo mol­to vin­co­la­ti dal­l’Eu­ro­pa. Co­me for­za po­li­ti­ca sin­go­la -qua­le che sia que­sta for­za rap­pre­sen­ta­ti­va del­la si­ni­stra- cer­to non pos­sia­mo in­ci­de­re mol­to e da­re i com­pi­ti al­l’Eu­ro­pa, pe­rò mi sor­pren­de mol­to che le for­ze so­cia­li­ste, an­che quel­le mol­to cri­ti­che ver­so l’Eu­ro­pa, non chia­mi­no a rac­col­ta le al­tre for­ze so­cia­li­ste.
L’I­ta­lia ha avu­to una con­te­sta­zio­ne con l’Eu­ro­pa, ma per co­sa? Per ot­te­ne­re la pos­si­bi­li­tà di spen­de­re di più, non per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi. Cer­ta­men­te co­me pae­se sia­mo mol­to vin­co­la­ti. Non pos­sia­mo aspet­tar­ci di po­ter svol­ge­re po­li­ti­che per la pie­na oc­cu­pa­zio­ne, né pos­sia­mo pe­rò aspet­tar­ci di cam­bia­re mol­ti cri­te­ri. Co­mun­que, non è che in at­te­sa di Go­dot non ci sia nul­la da fa­re. Per quan­to vin­co­la­to, non è ve­ro che lo Sta­to na­zio­na­le sia mor­to. Lo Sta­to na­zio­na­le è an­co­ra re­spon­sa­bi­le del­la coe­sio­ne so­cia­le, del­lo spa­zio pub­bli­co, del­la fi­sca­li­tà in­ter­na (par­zial­men­te); è re­spon­sa­bi­le del­l’as­set­to am­mi­ni­stra­ti­vo, del ti­po di rap­pre­sen­tan­za. In­som­ma, si fa pre­sto a di­re “è mor­to”! Qual­che al­ter­na­ti­va c’è sem­pre, an­che nel­le po­li­ti­che ma­croe­co­no­mi­che.
Io pen­so che una for­za di si­ni­stra deb­ba en­tra­re nel­lo spe­ci­fi­co dei mec­ca­ni­smi. Dif­fi­ci­le ave­re l’i­dea-chia­ve ri­so­lu­ti­va e mo­bi­li­tan­te. Bi­so­gna go­ver­na­re que­sta so­cie­tà an­dan­do nel­lo spe­ci­fi­co. Non pos­sia­mo pen­sa­re di go­ver­na­re il Mez­zo­gior­no at­tra­ver­so in­cen­ti­vi. Bi­so­gna piut­to­sto coor­di­na­re le Re­gio­ni con pro­get­ti di in­ve­sti­men­to spe­ci­fi­co, ve­de­re, che so, per­ché i por­ti non so­no con­nes­si ai cen­tri tu­ri­sti­ci, chie­der lo­ro per­ché non fun­zio­na­no le aree in­du­stria­li, il tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co e quan­t’al­tro. E, ov­via­men­te, aiu­tar­le. È tut­to un la­vo­rio da fa­re, di ma­nu­ten­zio­ne.
Pen­sia­mo al­le ri­for­me: or­mai “ri­for­ma” è di­ven­ta­ta una pa­ro­la mi­ti­ca. Non sap­pia­mo più nem­me­no che ag­get­ti­vo met­ter­ci die­tro. Il pro­ble­ma in­ve­ce è go­ver­na­re ef­fet­ti­va­men­te, fa­re po­li­ti­che in­du­stria­li. Pos­si­bi­le che non sia­mo riu­sci­ti an­co­ra a in­for­ma­tiz­za­re il pae­se?! Di fat­to l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne non è an­co­ra par­ti­ta, an­che se qual­co­sa si muo­ve do­po an­ni per­si e do­po la pri­va­tiz­za­zio­ne di Po­ste, che, in­ve­ce, avreb­be po­tu­to es­se­re un per­no di que­sto pro­get­to (men­tre ora, pri­va­tiz­za­ta, si met­te nel bu­si­ness del­la ge­stio­ne dei pa­tri­mo­ni pri­va­ti).
Poi dob­bia­mo ca­pi­re do­ve vo­glia­mo an­da­re. Non c’è mai sta­to un di­bat­ti­to, e que­sto è an­che re­spon­sa­bi­li­tà del­la si­ni­stra del Pd che non l’ab­bia aper­ta. Che co­sa ne fac­cia­mo di que­sto pae­se? Por­tia­mo a si­ste­ma le pic­co­le im­pre­se? Raf­for­zia­mo quel po­co di in­du­stria pub­bli­ca che an­co­ra c’è? Fac­cia­mo del­l’I­ta­lia un hub del­la lo­gi­sti­ca nel com­mer­cio in­ter­na­zio­na­le? Ne fac­cia­mo il cen­tro di un rap­por­to del­l’Eu­ro­pa col Me­di­ter­ra­neo? Ognu­na di que­ste scel­te por­ta del­le con­se­guen­ze.
Non ve­do un’i­dea spe­ci­fi­ca per la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, che pu­re do­vreb­be es­se­re l’os­sa­tu­ra di un pro­get­to di go­ver­nan­ce nel me­ri­to. Quan­do si fa una ri­for­ma del­l’am­mi­ni­stra­zio­ne con­tro i di­ri­gen­ti in una vi­sio­ne or­ga­ni­ca del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, non si va lon­ta­no. Al con­tra­rio, oc­cor­re­reb­be en­tra­re nel­la real­tà spe­ci­fi­ca di ogni am­mi­ni­stra­zio­ne, pre­ve­der­ne un go­ver­no se­con­do le sue re­go­le spe­ci­fi­che, sen­za mor­ti­fi­ca­re, an­zi, dan­do re­spon­sa­bi­li­tà a chi la di­ri­ge, in­di­vi­duan­do la mis­sio­ne e ca­so­mai ri­cor­ren­do a una for­ma­zio­ne per­ma­nen­te.
È ov­vio poi che ci so­no dei cri­te­ri mi­ni­mi da ri­spet­ta­re: non spre­ca­re i sol­di, met­ter­li in pro­get­ti che ac­cre­sca­no il ca­pi­ta­le fis­so so­cia­le e il ca­pi­ta­le so­cia­le tout court; ve­de­re sem­pre nel lun­go pe­rio­do co­sa que­sti pro­get­ti pos­so­no da­re. In­ve­ce ab­bia­mo spre­ca­to mol­ti sol­di, an­che quan­do pre­si a pre­sti­to. Que­sta vi­cen­da re­fe­ren­da­ria è sta­ta un di­sa­stro dal pun­to di vi­sta di una sen­sa­ta po­li­ti­ca eco­no­mi­ca per­ché ha re­so ne­ces­sa­rio com­prar­si i vo­ti at­tra­ver­so una po­li­ti­ca di bo­nus: se hai le scar­pe ne­re hai di­rit­to a un bo­nus! Se te le al­lac­ci il bo­nus cre­sce. Se uno va sul si­to del Mi­ni­ste­ro e ve­de l’in­sie­me di in­cen­ti­vi che so­no sta­ti con­ce­pi­ti e per qua­li azio­ni (mol­te vol­te per azio­ni che le im­pre­se avreb­be­ro in­tra­pre­so co­mun­que) ca­pi­sce co­sa vo­glio di­re. Bi­so­gna con­ce­pi­re una stra­te­gia.
An­che gli 80 eu­ro rien­tra­no in que­sto, an­che se non rie­sco a con­dan­nar­li com­ple­ta­men­te. Ma mol­ti miei ami­ci e col­le­ghi in­ve­ce sì, per­ché, se mes­si su un pia­no di in­ve­sti­men­ti, avreb­be­ro crea­to più oc­cu­pa­zio­ne, so­ste­nu­to la do­man­da, cam­bia­to le aspet­ta­ti­ve; avreb­be­ro co­sti­tui­to for­se quel­la svol­ta per l’I­ta­lia; svol­ta che in­ve­ce non c’è sta­ta. Si po­te­va pre­ve­de­re che i tra­sfe­ri­men­ti da­ti in que­sto mo­do non avreb­be­ro ge­ne­ra­to un equi­va­len­te di con­su­mi. Ca­pi­sco an­che che un go­ver­no si vo­glia ac­cre­di­ta­re con una po­li­ti­ca ac­cat­ti­van­te, pe­rò è co­sta­ta tan­tis­si­mo e non c’è sta­ta nes­su­na ana­li­si co­sti-be­ne­fi­ci. Ma il gua­io ve­ro è sta­to per­se­ve­ra­re, an­dan­do al­la ri­cer­ca del­l’i­dea ge­nia­le che ac­cat­ti­vas­se una se­rie di ce­ti so­cia­li.

– An­che la de­tas­sa­zio­ne sul­la pri­ma ca­sa…
La pri­ma ca­sa, cer­to, poi ab­bia­mo ri­dot­to la tas­sa­zio­ne al­le im­pre­se dal 27% al 24%, per non par­la­re del­la quan­ti­tà di sol­di che stan­no an­dan­do ai pri­va­ti nel­l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne, do­ve for­se il go­ver­no avreb­be po­tu­to agi­re in pro­prio.

– Il fe­de­ra­li­smo, il de­cen­tra­men­to non po­treb­be es­se­re una so­lu­zio­ne?
L’e­spe­rien­za ha di­mo­stra­to che non è co­sì. Qui en­tra­no in gio­co di nuo­vo i “li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”. In­som­ma, se c’è sta­ta una clas­se po­li­ti­ca com­ples­si­va­men­te ina­de­gua­ta quel­la a li­vel­lo re­gio­na­le è sta­ta la peg­gio­re. Le re­gio­ni so­no im­por­tan­ti, ma pen­so che una go­ver­nan­ce cen­tra­le ci deb­ba es­se­re pro­prio per ciò che di­ce­vo pri­ma. Non pos­sia­mo ave­re ven­tu­no po­li­ti­che in­du­stria­li di­ver­se per le pic­co­le im­pre­se, gli in­se­dia­men­ti, le aree in­du­stria­li, la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta, ecc. C’è bi­so­gno di un coor­di­na­men­to per­lo­me­no di qual­cu­no ca­pa­ce di dif­fon­de­re le be­st prac­ti­ces, cioè le azio­ni che han­no fun­zio­na­to, e non far ri­pe­te­re gli er­ro­ri che so­no sta­ti fat­ti.
Va con­ce­pi­to in mol­ti cam­pi un di­se­gno cen­tra­le che poi af­fi­di com­pi­ti al­le re­gio­ni. Ci vuo­le la for­za pro­pul­si­va di uno Sta­to cen­tra­le do­ta­to di vi­sio­ne. So­lo co­sì il de­cen­tra­men­to di­ven­ta qual­co­sa di ef­fi­cien­te, pro­pul­si­vo. In­ve­ce, ab­bia­mo la­scia­to le re­gio­ni so­le con se stes­se, e ognu­na s’è in­ven­ta­ta quel che si po­te­va in­ven­ta­re. De­vo con­fes­sa­re che la par­te del­la ri­for­ma co­sti­tu­zio­na­le che ri­cen­tra­liz­za­va mol­te fun­zio­ni ver­so l’Am­mi­ni­stra­zio­ne cen­tra­le non mi tro­va­va in di­sac­cor­do.

– Ma co­me ci si può di­fen­de­re, nel­la sce­na in­ter­na­zio­na­le, da una com­pe­ti­zio­ne al ri­bas­so che è for­mi­da­bi­le?
Qui en­tra in gio­co sem­pre la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja che ha can­cel­la­to mol­te mi­su­re di in­ter­ven­to per pau­ra che ci fos­se qual­che con­trad­di­zio­ne con la li­ber­tà di sta­bi­li­men­to o di mo­vi­men­to di per­so­ne, co­se e ca­pi­ta­li. L’I­ta­lia ave­va con­ce­pi­to la sua exit tax: se te ne vai, mi re­sti­tui­sci quel­lo che ti ho da­to. Og­gi leg­ge­vo un’in­ter­ro­ga­zio­ne avan­za­ta da una se­na­tri­ce ri­guar­dan­te una fab­bri­ca che ha vis­su­to an­che di pre­ben­de sta­ta­li e che ha de­ci­so di an­da­re in Po­lo­nia li­cen­zian­do 160 per­so­ne nel suo ter­ri­to­rio. Non è una fab­bri­ca in cri­si, fa pro­fit­ti, ma si giu­sti­fi­ca par­lan­do di ri­du­zio­ne del­la do­man­da in­ter­na, men­tre in real­tà vi­ve del 75% di espor­ta­zio­ni. In­som­ma, non è una giu­sti­fi­ca­zio­ne. Van­no via per fa­re più pro­fit­ti. Lo Sta­to de­ve po­ter pre­ten­de­re che quel­lo che ha da­to per far pro­spe­ra­re un’at­ti­vi­tà gli ven­ga re­sti­tui­to. Non ha mes­so so­lo sol­di di­ret­ti, ma for­ma­zio­ne, in­fra­strut­tu­re e quan­t’al­tro.
Ades­so è an­che ve­ro che i sa­la­ri ci­ne­si stan­no au­men­tan­do, ma per­ché si por­ti­no a li­vel­li non com­pe­ti­ti­vi ci vor­ran­no an­co­ra 30-40 an­ni. Tut­ta­via, van­no re­gi­stra­ti an­che fe­no­me­ni di rien­tro vo­lon­ta­rio vi­sto che tan­te fab­bri­che che han­no in­ter­na­zio­na­liz­za­to han­no man­te­nu­to buo­na par­te del­la pro­du­zio­ne in Ita­lia, l’han­no raf­for­za­ta e so­prav­vi­vo­no tran­quil­la­men­te. Evi­den­te­men­te que­sto è in­di­ce del fat­to che non sia­mo de­sti­na­ti a per­de­re tut­ta la no­stra in­du­stria. Mol­te vol­te, poi, chi se ne va via lo fa an­che per sfug­gi­re al­la bu­ro­cra­zia.
Pen­so che la chia­ve stia nel­la ca­pa­ci­tà di sal­to tec­no­lo­gi­co del­le im­pre­se. Do­vrem­mo aiu­tar­le in que­sto sen­so. Al­cu­ne ce la fan­no da so­le, pe­rò la ri­cer­ca pub­bli­ca la­ti­ta. Pren­dia­mo la Ger­ma­nia: per­ché è co­sì for­te? Per­ché c’è un si­ste­ma che gi­ra a tut­to ton­do per pro­teg­ge­re e pro­muo­ve­re la com­pe­ti­ti­vi­tà, dal mo­do con cui pre­di­spon­go­no le scuo­le pro­fes­sio­na­li, a quel­lo in cui con­ce­pi­sco­no l’ap­pren­di­sta­to (che non è una for­ma di con­trat­to ma un ca­na­le di for­ma­zio­ne che fa par­te del­l’i­ter sco­la­sti­co), per ar­ri­va­re al­le uni­ver­si­tà, do­ve han­no un si­ste­ma di lau­ree più vi­ci­ne al­la crea­zio­ne di pro­fes­sio­ni di al­to li­vel­lo; c’è, poi, l’I­sti­tu­to sta­ta­le di ri­cer­ca che pro­du­ce piat­ta­for­me tec­no­lo­gi­che aper­te e aiu­ta le pic­co­le e me­die im­pre­se nel tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co.
Do­vrem­mo fa­re qual­co­sa vi­ci­no a tut­to que­sto, da la­bo­ra­to­ri di so­ste­gno ai di­stret­ti nel­la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta a una ri­cer­ca di al­tis­si­ma qua­li­tà che com­pe­ta nei ban­di in­ter­na­zio­na­li e sia in­di­riz­za­ta a pro­get­ti stra­te­gi­ci. Il no­stro mo­del­lo di ri­cer­ca pub­bli­ca non è de­fi­ni­to: ab­bia­mo per­so le im­pre­se che fa­ce­va­no ri­cer­ca, per­ché era­no quel­le poi pri­va­tiz­za­te, e non sia­mo riu­sci­ti a ri­crea­re un mo­del­lo coe­ren­te. For­se una co­sa buo­na che ha fat­to il go­ver­no Ren­zi è sta­to crea­re un’al­ter­na­ti­va scuo­la-la­vo­ro. Ma di isti­tu­ti in­ter­me­di che crea­no pro­fes­sio­ni di al­ta spe­cia­liz­za­zio­ne ce ne so­no 7-8 in Ita­lia, non di più, e an­che al­l’u­ni­ver­si­tà il trien­nio è pro­pe­deu­ti­co al­la spe­cia­li­sti­ca e quel­lo pro­fes­sio­na­liz­zan­te non de­col­la. È que­sto che in­ten­de­vo pri­ma quan­do af­fer­ma­vo che c’è una go­ver­nan­ce dei pro­ces­si che ci man­ca. Ma la clas­se po­li­ti­ca è sta­ta im­pe­gna­ta nel re­fe­ren­dum o a so­prav­vi­ve­re a se stes­sa.

– Tu ve­di del­le pos­si­bi­li­tà, ve­di una stra­da. Ma vie­ni sen­ti­to dal­le for­ze po­li­ti­che? Ti chia­ma­no?
Ades­so ten­go in pie­di un net­work di stu­dio­si che un mi­ni­mo di at­ten­zio­ne la ri­ce­ve. Ma fac­cio un esem­pio: so­no sta­to chia­ma­to una vol­ta in un se­mi­na­rio te­ma­ti­co del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta, quel­la ber­sa­nia­na. Un bel se­mi­na­rio, in cui ho par­la­to più o me­no, ma in det­ta­glio, di que­ste co­se che ti ho espo­ne­vo, men­tre Tri­gi­lia ha par­la­to del­le cit­tà e di po­li­ti­che cen­tra­te sul­la ri­qua­li­fi­ca­zio­ne ur­ba­na, Vie­sti del Mez­zo­gior­no.
Quel­lo che ab­bia­mo scrit­to e man­da­to è ap­par­so per due gior­ni sul si­to del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta poi è spa­ri­to, non ave­va più un ri­man­do dal­la ho­me­pa­ge. Il si­to era pie­no di no­ti­zie ti­po il di­scor­so dei va­ri lea­der qui e lì per l’I­ta­la, l’in­ter­vi­sta a quel o quel­l’al­tro di­ri­gen­te po­li­ti­co sul­la po­li­ti­ca con­tin­gen­te (a suo tem­po sul­le ra­gio­ni del no). Beh, in­som­ma, que­sto mi ha fat­to un po’ ar­rab­bia­re. An­che dal pun­to di vi­sta stret­ta­men­te stru­men­ta­le, sa­reb­be sta­to ne­ces­sa­rio far ve­de­re che si sta­va pen­san­do al­l’I­ta­lia in ter­mi­ni stra­te­gi­ci. Quel­le in­di­ca­te non sa­ran­no le li­nee da se­gui­re, non sa­ran­no nien­te, ma so­no un pri­mo ra­gio­na­men­to che avreb­be con­sen­ti­to di mo­stra­re che c’e­ra un set­to­re po­li­ti­co che sta­va guar­dan­do in avan­ti. E in­ve­ce no, quel­le re­la­zio­ni non si tro­va­no più. Né ci­ta­te, né c’è trac­cia di un al­tro in­con­tro te­ma­ti­co. So­lo di­chia­ra­zio­ni e di­scor­si dei lea­der. Ec­co, è un po’ tut­to co­sì. Non è che non ti chia­mi­no: ti chia­ma­no in fun­zio­ne del con­su­mo di quel­la tua ri­fles­sio­ne in quel mo­men­to. Que­sto mi fa sof­fri­re per­ché so­no le­ga­to a quel­la si­ni­stra e ve­do que­sto ec­ces­so di at­ten­zio­ne al con­tin­gen­te e al­la “po­li­ti­ca” co­me di­fet­to che in­dub­bia­men­te c’è sta­to e che li fa tro­va­re più de­bo­li nel­la scis­sio­ne.

(a cu­ra di Gian­ni Sa­po­ret­ti)

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

“Una città” da salvare (o almeno da aiutare)

7 Dic

Il titolo potrebbe apparire fuorviante, quindi chiarisco subito.
Una città” è una pubblicazione cui tempo fa mi sono abbonato. Nasce nel marzo 1991 a Forlì per iniziativa di un gruppo di amici, già impegnati politicamente a sinistra in anni giovanili che, senza alcun rimpianto per la militanza di un tempo né, tantomeno, per l’ideologia che l’aveva sostenuta, erano accomunati dalla curiosità “per quel che succede”, e dal desiderio di discuterne con altri, senza pregiudizio alcuno. Non essendo né intellettuali né giornalisti, quindi un po’ per necessità (l’incapacità a fare saggi o reportage), un po’ per una buona intuizione (l’idea che in un tempo di dubbi e domande più che di certezze, l’intervista fosse un genere che “si prestava”) la rivista nasce come “mensile di interviste”.

Accade ora che mi arrivi questa lettera. E’ una richiesta di aiuto, accorata ma piena di dignità: vi prego di leggerla e, se appena potrete, di dare un contributo abbonandovi. E’ una delle poche voci superstiti della vera stampa libera.
Il costo è contenuto, 30 euro, e sono soldi spesi bene, ve lo assicuro: date un’occhiata al sito  e alla copia di saggio e mi darete ragione.  
Grazie, intanto, comunque vada, per il tempo che mi avete dedicato.

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UNA CITTA’ mensile di interviste
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per discutere sui problemi che ci sono
per raccontare ciò che di buono si fa in giro
per ascoltare voci che solitamente non si sentono
per restar fedeli agli ideali umanitari di giustizia e libertà
—————————————————————-

Gentile signora/e,
Lei riceve la newsletter del nostro mensile che, purtroppo di questi tempi, naviga in cattive acque.
Il programma di Una città è nei quattro propositi che si leggono qui sopra. Non sempre riusciamo a rispettarli, ma facciamo il possibile. Non abbiamo finanziamenti di sorta, dipendiamo dagli abbonamenti e questo è ciò che ci rende indipendenti. Ma ora siamo in difficoltà.
Gli abbonamenti sono calati, anche se di poco (siamo a 953) e non coprono più neanche i due costi principali: tipografia e i due part-time. Così non potremo andare avanti a lungo.
Siamo ancora convinti che fare questa rivista abbia un qualche senso.
Abbiamo bisogno di raccogliere 500 nuovi abbonamenti (a 30 euro) o l’equivalente in abbonamenti sostenitori e donazioni.

Se volesse aiutarci sottoscrivendo un abbonamento “primo ingresso” o regalandolo ad amici ecco la nostra proposta:
-abbonamento “primo ingresso” 30 €
-abbonamento-regalo 30 €

Se interessato le possiamo inviare una copia-omaggio per farsi un’idea più
precisa della rivista.
(Ci mandi il suo indirizzo)

Può anche sfogliare l’ultimo numero della rivista, cliccando su questo link: 
https://redazioneunacitta.files.wordpress.com/2016/11/unacittacc80-234-flip.pdf

Modalità di pagamento:
-Cc. postale n. 12405478 – Una Città Soc. Coop., via Duca Valentino 11, 47121 Forlì.
-Bonifico bancario sul conto intestato a Una Città Soc. Coop. presso la Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna –
IBAN: 
IT84W0601013222100000003026
-tramite internet (www.unacitta.it) aprendo la pagina
http://www.unacitta.it/newsite/abbonamentinew.asp?m=5

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