Tag Archives: solidarietà

La mia cara amica Lidia.

4 Gen

Il 31 dicembre un maledetto incidente ha sottratto – a me come a tanti altri – una persona straordinaria. E sento ora terribilmente la sua mancanza,
sento ora il vuoto che Lidia ha lasciato, mi mancano i suoi consigli, le considerazioni, gli incoraggiamenti, perfino i rari ma affettuosi rimbrotti.
Forse è per questo che solo oggi ho trovato la forza per scrivere queste righe.

Lidia ha rappresentato per me il vero senso dell’amicizia: altruista, disponibile, sorridente, gentile,  sempre pronta a darsi per una causa, che fosse quella della nostra amata città, delle combattenti curde, dei palestinesi, dei migranti. Una persona, come si usa e si abusa dire, ‘solare’, nel senso reale della parola.

C’eravamo scambiati qualche battuta su facebook nella notte precedente: ‘che fai ancora sveglia?’ le avevo scritto e lei aveva risposto con la consueta allegria. L’ultima volta che ci siamo  sentiti le avevo ricordato l’impegno a incontrarci per un gelato da Fassi, le nostre piccole trasgressioni da irrecuperabili golosi, e avevo sentito ancora una volta, l’ultima ma non lo sapevo, la sua risata contagiosa. Le avevo anche anticipato che stavo per scrivere un altro libro. Come in passato, molto generosamente mi aveva anticipato che era impaziente di leggerlo e allora le avevo detto che le avrei dato la prima bozza. Non la leggerà.

Ho deciso allora di dedicarlo a lei: lo so, è ben piccola cosa, ma è il minimo che possa fare per dimostrarle il mio affetto e ringraziarla per l’amicizia che mi ha dato. E poi cambierò il titolo: adotterò una frase che lei sicuramente ci direbbe, se potesse. Qualcosa che ricordi la sua passione civile, il suo coraggio, la tenacia, l’amore per la democrazia, la sua testarda convinzione che le ingiustizie vanno combattute senza risparmiarsi.

Ciao cara Lidia, cara grande donna, cara amica mia.



Aggiornamento.
Ci avresti detto così, credo: “dovrete essere forti.”

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Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

La Costituzione, l’unica certezza

19 Gen

bandiera-costituzione
“Bisogna volere mettere in opera la Costituzione. È questa la politica alla quale dovrebbe orientarsi con decisione una forza che si ispira a valori di solidarietà e di democrazia. Certo, non si tratta di progetti che stanno facilmente insieme a politiche liberiste, e che anzi mettono in discussione la filosofia degli 80 euro e anche buona parte della riforma cosiddetta della “buona scuola”. Partire dalla Costituzione è una condizione essenziale e non nebulosa per superare le divisioni e le fratture. Per recuperare la fiducia e credibilità dei cittadini, che non vogliono la luna o teorie sofisticate e astratte, ma una forza politica che si proponga di mettere in atto con intelligenza e passione le promesse della nostra democrazia.”

Con la consueta lucidità Nadia Urbinati ieri, su Repubblica, ha analizzato la situazione e il compito che attende la ‘sinistra’, se questa vuole recuperare credibilità e se saprà essere ancora la forza da cui si attende che si batta strenuamente per pari opportunità, solidarietà, diritti elementari, lavoro. 
Il lavoro: la pietra fondativa della Costituzione repubblicana, che oltre all’art. 1 e 4, con l’art. 35 afferma che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. E quindi è “da questa visione democratica e sociale che nasce infine l’idea che l’iniziativa economica sia soggetta a vincoli, nel senso che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» o in modo da «recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (articolo 41).

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SINISTRA, RIPARTIRE DALLA CARTA PER COMBATTERE L’ESCLUSIONE

di Nadia Urbinati

Quel che manca alla Sinistra è prima di tutto la credibilità. Non solo dell’elettorato da conquistare ma anche dei suoi simpatizzanti che spesso (come è successo negli Stati Uniti ma anche in alcune tornate elettorali regionali nel nostro paese) decidono di astenersi perché non si riconoscono nei candidati, nei progetti e nei discorsi rappresentati dal simbolo del partito. Il risultato del referendum del 4 dicembre scorso parla anche di questo: gli italiani hanno mostrato di dare credibilità più al patto fondativo che a coloro che lo applicano. E hanno anche fatto capire che in un tempo di grandi incertezze, la Costituzione è probabilmente la maggiore certezza che hanno. Nel dubbio, meglio non rischiare: questa la logica in filigrana della vittoria del No. Che non è per nulla una parentesi o una tappa che interrompe un corso, quello cominciato dalla leadership renziana con la vittoria alle primarie e poi l’ascesa al governo. Non è una parentesi perché dal 2014 ad oggi è mancata una visione politica al di là dei destini della battaglia referendaria. Cominciamo da mille giorni fa.

Matteo Renzi ha esordito come presidente del Consiglio con una introduzione al volume di Norberto Bobbio, Destra e sinistra, per l’occasione ristampato da Donzelli. Erano due i paradigmi centrali che facevano da architrave del suo pensiero sulla nuova sinistra: innanzi tutto la revisione a trecentosessanta gradi della filosofia dell’eguaglianza (sulla quale Bobbio aveva costruito la dicotomia con la destra) e, in conseguenza di ciò, la ridefinizione della coppia destra/ sinistra. Destra e sinistra, scriveva Renzi, non coincidono più con la libertà individualistica in un caso e la libertà che riposa su premesse di eguaglianza nell’altro. Questa dicotomia, aggiungeva, appartiene a un mondo in cui le menti e le idee era ordinate per classi; oggi, alle classi è subentrata la complessità e quelle due grandi idee — quelle che danno identità alla nostra come a tutte le costituzioni democratiche — non servono ad orientarci né nel giudizio politico né nelle scelte.

Finita la diade libertà/eguaglianza, quel che ci resta è un aggregato di individui distribuiti sulla scala sociale: Renzi usava paradigmi di posizione, come alto/basso: ci sono gli “ultimi” e i “primi”, diceva, e una sinistra moderna deve porsi l’obiettivo di attivare le energia individuali per portare gli ultimi a vincere lotta darwiniana e salire su. Questa era l’idea di “nuova sinistra” con la quale Renzi ha inaugurato il suo governo: una visione che ci riportava al ” self- made man” di ottocentesca memoria e che ha in effetti orientato le sue politiche redistributive, quelle sulla scuola e sul lavoro.

Nella recente intervista rilasciata a Repubblica Renzi è tornato sul luogo del delitto: ha sostenuto che di sinistra c’è bisogno, e ha provato a coniugarla con altre dicotomie: esclusi/inclusi, innovazione/identità, paura/speranza. «Gli esclusi sono la vera nuova faccia della diseguaglianza, dobbiamo farli sentire rappresentati» (solo farli sentire o farli essere?). Ma come fare questo? Una risposta (di sinistra) sarebbe quella di partire dalla Costituzione, che non è una carta di vuote promesse e che impegna i partiti e i cittadini, che con essi “concorrono” alla determinazione delle politiche, a mettere in atto scelte coerenti. Combattere l’esclusione significa, allora, dare vigore alla capacità di governo e di rappresentanza che si sprigiona dalla cittadinanza — a questo serve una legge elettorale coerente. Ma non basta: occorre prendere sul serio gli articoli 2 e 3 che spronano a promuovere coraggiose politiche di opportunità al lavoro e all’educazione. Non si tratta di una lotta per fare “primi” gli “ultimi” ma per dare a tutti/e le condizioni essenziali affinché la realizzazione personale non sia un’illusione o una vuota speranza.

In questo contesto sta la sinistra: il contesto delle politiche del lavoro e dello sviluppo delle capacità. Il lavoro è la condizione imprescindibile dei cittadini moderni, e alcune costituzioni, come la nostra, sono molto esplicite nel riconoscerlo. Amintore Fanfani (che comunista non era) difese l’articolo 1 dicendo con limpida chiarezza (che fa difetto alla sinistra attuale) che il lavoro è sinonimo di eguaglianza democratica, contro il privilegio e il parassitismo; è un dovere responsabile verso se stessi e la società, perciò luogo di diritti, tra i quali quelli a salari che consentano «una esistenza libera e dignitosa» (a questo proposito l’articolo 35 dice che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). È da questa visione democratica e sociale che nasce infine l’idea che l’iniziativa economica sia soggetta a vincoli, nel senso che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» o in modo da «recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (articolo 41).

Bisogna volere mettere in opera la Costituzione. È questa la politica alla quale dovrebbe orientarsi con decisione una forza che si ispira a valori di solidarietà e di democrazia. Certo, non si tratta di progetti che stanno facilmente insieme a politiche liberiste, e che anzi mettono in discussione la filosofia degli 80 euro e anche buona parte della riforma cosiddetta della “buona scuola”. Partire dalla Costituzione è una condizione essenziale e non nebuslosa per superare le divisioni e le fratture. Per recuperare la fiducia e credibilità dei cittadini, che non vogliono la luna o teorie sofisticate e astratte, ma una forza politica che si proponga di mettere in atto con intelligenza e passione le promesse della nostra democrazia.

 

 

Charlie e PRIDE: la solidarietà

9 Gen


Mi domandavo chissà quale corto circuito neuronale mi avesse fatto venire in mente, ieri sera in piazza Farnese, il collegamento tra la silenziosa e commovente manifestazione che si stava svolgendo davanti all’ambasciata francese e il film che avevo visto il sabato prima. Mi sembravano due fatti così diversi e distanti tra loro. Poi mi è tornato in mente il giovane diplomatico che charlie-675stava girando tra il pubblico e che si era fermato a chiederci cortesemente – ero con Claudia e Claudio, due amici – come mai fossimo lì. “E’ la solidarietà umana” gli avevo risposto. Lui aveva assentito, il volto serio,  poi aveva sorriso e ringraziato stringendo la mano a tutti, un gesto abituale che in genere compiamo quasi distrattamente ma che in quell’attimo è tornato ad assumere un profondo significato, quello antico, ancestrale, dei nostri progenitori, quando voleva ancora dire fiducia, amicizia, fratellanza.

Una stretta di mano è anche l’immagine che campeggia sullo stendardo dei minatori gallesi che partecipano alla sfilata del Gay Pride a Londra nel 1985 e che chiude il delizioso film PRIDE. E’ una storia PRIDEvera: nel 1984, tra i tagli decisi dalla Thatcher ci sono anche numerose miniere di carbone e i minatori decisero per uno sciopero a oltranza. Passano i mesi, le risorse scarseggiano e un gruppo di gay e lesbiche decide di aiutarli, fondando un movimento, LGSM (Lesbian and Gay Support Miners), che raccoglie fondi e fornisce assistenza. Perché lo fanno? Come dice il protagonista, Mark, perché i gay sono perseguitati e oppressi tanto quanto i minatori ed è giusto quanto necessario dimostrare nei momenti difficili la propria solidarietà verso il prossimo.  E un anno dopo, a sciopero concluso, gli sconfitti minatori si uniscono al corteo per ricambiare il sostegno ricevuto.

Nonostante l’etimo latino (da solidus: solido; c’è anche la locuzione giuridica in sŏlidum : obbligato in solido), solidarietà è un sostantivo che nasce (guarda i casi della vita) dal francese solidarité, termine che a sua volta apparve per la prima volta nelle accanite discussioni all’Assemblea durante la rivoluzione francese. Secondo il dizionario Garzanti, è il “vincolo di assistenza reciproca nel bisogno che unisce tra loro persone diverse; insieme di legami affettivi e morali che uniscono reciprocamente una persona singola e la comunità di cui fa parte: solidarietà umana, sociale; solidarietà tra lavoratori | il condividere con altri sentimenti, opinioni, difficoltà, dolori, e l’agire di conseguenza: una manifestazione di solidarietà; esprimere la propria solidarietà ai parenti delle vittime”.

Ma a parte tutto questo e al di fuori delle discettazioni razionali, solidarietà è una tra le più belle parole che unisca il genere umano; meno raramente di quanto si possa pensare, questo genuino e spontaneo sentimento ci spinge ad atti di cui forse non potremmo immaginare di essere capaci, a riconoscerci anche se parliamo lingue diverse, a unirci nei momenti difficili anche a distanza di migliaia di chilometri. Ieri sera eravamo in piazza Farnese, ma era come se fossimo sotto la torre Eiffel, abbracciati ai parigini nel dolore e nello sgomento che erano anche nostri ed eravamo un solo popolo, dolente ma mai piegato.

Palazzo Farnese

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