Tag Archives: Povertà

Ancora sulla disuguaglianza

17 Mag

La disuguaglianza sta uccidendo il nostro modello di società.  E quello nuovo fa davvero schifo.
Pare un’affermazione azzardata, ma basta leggere l’articolo di Repubblica sul nuovo rapporto ISTAT per averne la riprova. Nel mio piccolo ne avevo già parlato, qui e qui, ma quello che leggo oggi non è più solo un grido d’allarme: è il grido disperato di un’Italia che non vede futuro, non ha speranze.
Mentre la politica pare non avvedersene e non aver voglia di ascoltare.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

Disuguaglianze: cause e rimedi

7 Gen

Per come la vedo io, la questione non riguarda tanto i (pochi) straricchi che diventano sempre più ricchi. E’ stato sempre così, da che mondo è mondo: ogni tanto l’arrivo inatteso di una crisi economica rimescola le carte rivoluzionando le classifiche mondiali dei paperoni. E poi tutto ricomincia. La questione, o meglio, il problema sta oggi nel fatto che quasi ovunque nel mondo e anche in Italia la ricchezza si stia pericolosamente concentrando nelle mani di di un sempre minor numero di individui; contemporaneamente, la povertà sta aumentando ad un ritmo accelerato coinvolgendo un crescente numero di persone e assai poco – quasi nulla –  si stia facendo per contrastare questa tendenza, per colpire alla radice e arrestare, se non altro, il processo. La disuguaglianza è uno dei principali problemi contemporanei e non è certo un caso se gli economisti si stiano dedicando al suo studio con un’attenzione che non ha precedenti.

lavoro

Le cause. Non sarò certamente esaustivo, ma credo che sia possibile indicare sommariamente le principali cause di questo deterioramento della condizione sociale. Per mia, e soprattutto vostra, fortuna, quest’estate mi sono imbattuto nel testo di due economisti e docenti universitari, Maurizio Franzini e Mario Pianta (“Disuaglianze – Quante sono, come combatterle”, Laterza, 2016). Essi individuano quattro forze alla radice della disuguaglianza che definiscono “motori” e sono:
– Lo squilibrio del rapporto capitale-lavoro
– L’irrefrenabile ascesa del capitalismo oligarchico
– L’individualizzazione delle condizioni economiche
– L’arretramento della politica.

1.  Lo squilibrio del rapporto capitale-lavoro. Nasce dal diffuso pensiero che la disuguaglianza sia una conseguenza ineludibile della competizione, che a sua volta genera benessere generale. Un male necessario, quindi, per ottenere quest’ultimo. E’ su questa base che negli anni ’80 ebbe avvio il neoliberismo con l’avvento quasi contemporaneo della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli USA. Deregolamentazione e liberalizzazione hanno avuto via libera per infrangere il sistema innestatosi nel primo dopoguerra basato sulla solidarietà e misure di controllo su finanza e capitale, sostegno al lavoro, redistribuzione delle ricchezze, servizi di assistenza. Soprattutto il trasferimento del capitale dalla produzione alla finanza ha consentito la degenerazione che ha condotto agli eccessi delle speculazioni nelle Borse (giungendo perfino a nefaste invenzioni come quella dei derivati). E’ così che “il nuovo potere del capitale sul lavoro ha portato dagli anni Ottanta a oggi a uno spostamento di almeno dieci punti percentuali di prodotto interno lordo (PIL) dalla quota dei salari a quella del capitale nei paesi avanzati.” Da qui il valore crescente dei profitti delle attività finanziarie e gli inauditi compensi dei manager e altre categorie di privilegiati che hanno aumentato la disuguaglianza.

2. Il capitalismo oligarchico. Il modo con cui la ricchezza viene ottenuta è sempre meno il risultato di processi tradizionali della produzione e sempre più quello di “rendite monopolistiche, protezioni della concorrenza, bolle immobiliari e finanziarie. I ‘super ricchi hanno sempre più le caratteristiche di oligarchi, la cui ricchezza proviene dal potere e dal privilegio.” Viene così a crearsi un ‘capitalismo oligarchico’ dove le fortune accumulate spesso non sono dovute al merito, oppure sono trasmesse per via ereditaria, e dove si sta diffondendo l’importanza delle relazioni sociali per trovare lavoro, avanzare nelle carriere, ottenere aumenti di stipendio e soprattutto che porta a una minore efficienza e crescita. “Ancora più preoccupante – concludono gli autori – è la prospettiva che gli oligarchi possano sempre più influenzare i processi politici, condizionando i governi e determinando un drammatico indebolimento dei sistemi democratici.”

3. L’individualizzazione. Finora si è parlato dell’aumento del divario tra i più ricchi e tutti gli altri, maggiormente con i più poveri. Ma le distanze sono aumentate anche nella parte bassa della distribuzione del reddito. Questo è invece il processo che ha condotto i lavoratori ad attività precarie, con ampie varietà di forme contrattuali, le giovani generazioni a percorsi professionali sempre più incerti, alla polarizzazione delle competenze e delle qualifiche, ad un’ampia disparità salariale. L’indebolimento del sindacato ha portato a contratti con le singole imprese e alla riduzione della protezione legislativa sul lavoro. I meccanismi tradizionali che creavano identità collettive e solidarietà, sindacalizzazione di settore o addirittura aziendale, attivismo locale, mobilitazione sociale sono stati smontati dall’individualizzazione: altro segno del nuovo potere del capitale sul lavoro.

4. L’arretramento della politica. Lo Stato ha svolto, fino alla fine degli anni ’70, un ruolo fondamentale nella riduzione delle disuguaglianze. La sua azione andava oltre la definizione di regole e norme, fornendo servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, le pensioni, l’assistenza sociale, la tutela dell’ambiente e gestendo infrastrutture come acqua, energia, comunicazioni. Tutto ciò contribuiva in misura significativa a contenere le disuguaglianze. Dagli anni ’80 la spinta verso la privatizzazione di imprese e servizi pubblici e l’esternalizzazione della fornitura di servizi-base ha collocato queste attività in un contesto di mercato, con le conseguenze che conosciamo.
L’impatto sulla disuguaglianza dell’arretramento della politica è stato enorme, accelerando e aggravando l’intero processo che ci ha condotto fin qui.

I rimedi.
Franzini e Pianta non si sono limitati a indicare quelle che secondo loro (ed anche secondo me) sono le cause principali (non le uniche, quindi) delle crescenti disuguaglianze nel mondo e ovviamente in Italia. In chiusura offrono un ampio panorama delle misure che la politica nazionale ed internazionale dovrebbe intraprendere per arrestare il trend. In sintesi e in  rapporto ai quattro grandi motori della disuguaglianza sono queste che seguono.
    1) –  Si devono riequilibrare i rapporti capitale-lavoro, con misure che ridimensionino la finanza, limitino le posizioni di rendita, assicurino ai salari una parte dei benefici che (anche mediante la tecnologia) vengono dalla produttività, introducano un salario minimo efficace e riconoscano un ruolo maggiore ai contratti di lavoro nazionali.
    2) –  Un secondo insieme di politiche deve fermare l’ascesa del ‘capitalismo oligarchico’, mettendo un limite ai super-redditi milionari di top manager, re-introducendo significative imposte di  successione, fortemente progressive, che riducano l’attuale trasmissione ereditaria di gran parte della ricchezza, combattendo frontalmente l’evasione fiscale, Non solo quella all’interno ma anche il ricorso al trasferimento dei profitti nei paesi con una compiacente legislazione fiscale, i cosiddetti “paradisi”.
    3) –  Il terzo tipo di azioni deve contrastare l’individualizzazione delle condizioni economiche, che hanno fatto aumentare le disparità anche all’interno dei percettori di salari, riducendo la frammentazione dei contratti di lavoro. Una particolare cura dovrà essere data a un deciso miglioramento di un’istruzione pubblica egualitaria, per offrire a tutti le stesse opportunità di accesso a una formazione di qualità. L’istruzione è la molla che agisce sulla mobilità sociale, che crea lavoratori più preparati ed efficienti, accresce la competitività nelle carriere.
    4) –  La politica deve tornare a assicurare efficaci politiche di redistribuzione: 1. tassando in modo appropriato la ricchezza a livello nazionale ed internazionale; 2. accrescendo la progressività delle imposte sul reddito delle persone fisiche; 3. Introducendo il reddito minimo.

Non sono conclusioni diverse da quelle indicate da molti grandi economisti tra cui Tony Atkinson (scomparso solo pochi giorni fa e forse il maggior studioso dei problemi legati alla povertà ed alla disuguaglianza),  Thomas Piketty (autore del best-seller mondiale Il capitale nel XXI secolo e che fu allievo di Atkinson), dal premio Nobel Joseph Stiglitz (che ha spesso collaborato con Atkinson), e anche Mariana Mazzuccato, solo per dire i maggiori che mi vengono in mente.

Ma ora tocca a noi cittadini. La conclusione di Franzini e Pianta (pag. 177) è memorabile:

La società civile, con le sue preoccupazioni e il suo attivismo, ha tenute vive queste idee nei decenni delle disuguaglianze inarrestabili… Il cambiamento politico è la condizione necessaria per rovesciare l’andamento della disuguaglianza….la maggior parte dei partiti politici, dei parlamenti e dei governi si è finora mostrata piuttosto tiepida nei confronti della tesi secondo cui la disuguaglianza è un male per la società nel suo insieme… La lotta per l’uguaglianza è molto più che una semplice questione di politica economica. Si tratta di valori fondamentali, chiaramente affermati nelle Costituzioni della maggior parte dei paesi avanzati. E si tratta di fare in modo che il processo politico sia sensibile alle rivendicazioni sociali, cioè che la democrazia funzioni. Sulla disuguaglianza, in realtà, si gioca una partita decisiva: quella che oppone la democrazia e la giustizia sociale all’ascesa del ‘capitalismo oligarchico’.

Tenetelo a mente.

 

AGGIORNAMENTO ==============> Leggi anche:
In Italia gli stipendi più bassi dell’Europa occidentale
Crollano i consumi, ma lo Stato gode con il boom del gioco d’azzardo

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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Prodi: “Almeno dieci miliardi di euro per combattere la povertà, altrimenti addio ripresa”

13 Gen

Non c’è nessun commento da fare quando l’esposizione è così chiara e inconfutabile. Il che fa rimpiangere una volta di più l’assenza di Romano Prodi dalla guida del Paese.

Un articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 12 gennaio 2014

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Almeno dieci miliardi di euro per combattere la povertà, altrimenti addio ripresa

La crescita passa solo per la lotta alla povertà

Da qualche mese assistiamo ad uno spettacolo straordinario: un giorno comincia la ripresa e il giorno dopo ė già finita. Ed il terzo giorno ci riteniamo soddisfatti perché navighiamo attorno alla crescita zero.

Il che, per un paese che in sei anni di crisi ha già perso oltre l’otto per cento del suo PIL , non mi sembra una bella notizia.

Quando poi andiamo a esaminare questo fenomeno nei dettagli, troviamo che l’essere arrivati almeno intorno allo zero è dovuto essenzialmente all’aumento delle esportazioni. La domanda interna continua ad essere negativa.

Se poi ci prendiamo la briga di vedere che cosa è più debole in questa domanda interna, dobbiamo constatare che va peggio la domanda dei beni essenziali che quella dei beni di lusso.

Cala perfino il consumo della pasta, con il connesso consumo della conserva di pomodoro.

Tutto questo trova la controprova nei dati ufficiali sull’aumento della povertà assoluta e nell’esperienza quotidiana delle strutture caritative dedicate a fornire cibo e altri beni essenziali ai più poveri. Il numero delle persone assistite aumenta ogni giorno. A differenza del passato vi sono più italiani che stranieri, mentre aumenta costantemente il numero delle famiglie che da un reddito medio-basso precipitano nella miseria.

Queste conseguenze della disuguaglianza non sono purtroppo una sorpresa. Non voglio tuttavia tornare ad approfondire le ragioni che hanno causato il suo aumento e, di conseguenza, l’aumento della povertà assoluta. Mi limito oggi a constatare che la riduzione dei consumi della povera gente è anche uno dei maggiori ostacoli alla ripresa economica.

Un’ osservazione ovvia e quasi banale ma che contrasta con quanto la dottrina economica prevalente ha continuato a ripetere, che cioè l’aumento della disuguaglianza puo’ essere riprovevole dal punto di vista etico ma, aiutando la crescita del sistema, finisce con l’essere vantaggioso per tutti.

Le più recenti ricerche degli economisti rovesciano questo stereotipo e riportano scientificamente in auge il buon senso, che ci dice che l’economia può crescere solo se arrivano i soldi nelle tasche di chi vorrebbe consumare ma non ne ha i mezzi.

A questa revisione nel campo della scienza economica stanno seguendo, anche se in modo lento e non sistematico, decisioni politiche dedicate ad attenuare le disuguaglianze.

L’unico aspetto innovativo della nuova coalizione di governo tedesca consiste infatti nell’aumento del salario minimo, mentre negli Stati Uniti il nuovo sindaco di New York ha vinto a mani basse le elezioni con una piattaforma non solo in favore del salario minimo ma tutta proiettata verso quella che è stata definita la politica di Robin Hood, avendo promesso un aumento delle tasse per coloro che hanno un reddito di oltre 500.000 dollari all’anno ( che a New York sono molti e influenti ) in modo da sollevare le condizioni di vita e migliorare le strutture scolastiche dei quartieri più poveri.

Il dibattito americano, che ha trovato alimento nel cinquantesimo anniversario del programma di lotta alla povertà del presidente Johnson, offre aspetti del tutto inediti. Esso non è limitato all’interno del Partito Democratico ma coinvolge tutto il panorama politico, compresa la sua parte più conservatrice.

Ancora più interessante è notare che al centro di questo dibattito sono soprattutto le parole di Papa Francesco che, come nota con una certa sorpresa il New York Times, non solo ha catturato il mondo con un messaggio di giustizia e tolleranza ma, “pur partendo dal Vaticano che è 4.500 miglia lontano”, è ora al centro di tutto il dibattito politico di Washington.

La sorpresa è ancora maggiore quando leggiamo che il riferimento specifico al richiamo del Papa viene condiviso e ripetuto non solo dai politici cattolici ma, con uguale intensità, da ebrei e protestanti.

E’ evidente che non tutti saranno disposti a tradurre le parole di Papa Francesco in coerenti provvedimenti legislativi ma produce una certa sorpresa sentire Newt Gingrich, ex presidente della Camera e uno dei più autorevoli rappresentanti dell’ala conservatrice dichiarare che ” ogni Repubblicano dovrebbe condividere la critica fondamentale del Papa quando ammonisce che “non si può vivere in un pianeta composto di miliardari e di gente che muore di fame”. Ed aggiunge che ” il Papa ha cominciato a toccare quest’argomento proprio nel momento in cui il Partito Repubblicano ne aveva bisogno”.

Non mi illudo certo che i mutamenti di pensiero nel campo scientifico e politico e il fiorire di tutti questi buoni sentimenti si traducano in un cammino verso la giustizia universale, anche perché vedo che che le disparità proseguono come prima e non noto cambiamenti significativi dei comportamenti dominanti del mondo economico e finanziario.

Non mi sento tuttavia di sottovalutare l’ipotesi che, di fronte a una nuova spinta di carattere economico, etico e religioso, si facciano sforzi maggiormente condivisi per cominciare a operare i cambiamenti idonei ad attivare una crescita fondata su una maggiore giustizia.

Per tornare al caso italiano ritengo assolutamente necessario dirottare subito almeno una decina di miliardi di Euro per alleviare la povertà assoluta e sollevare i redditi più bassi. Gli strumenti possibili e compatibili con lo stato delle nostre finanze sono già stati discussi a lungo.

Anche tenendo conto dei nostri vincoli si deve almeno evitare che le spese sociali continuino a calare, si deve operare subito sul cuneo fiscale per i lavoratori a più basso reddito e si deve accelerare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, mettendo in atto con maggiore velocità i provvedimenti già decisi in materia.

La nuova riflessione sul rapporto fra crescita e uguaglianza non può infatti fermarsi a Washington. Visto che è partita da Roma è bene che ritorni a Roma. In fondo deve solo attraversare il Tevere.

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