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Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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Ancora sul nostro (di noi cittadini) diritto all’informazione (FOIA)

31 Mar

Se n’è parlato recentemente, ma il governo, e la ministra Madia in particolare, non sembra se ne diano per inteso.
Non voglio dire che se ne fregano: diciamo che hanno un’ottica diversa, diametralmente opposta agli impegni che a suo tempo aveva preso il futuro Presidente del Consiglio, ribaditi nel discorso al Senato del 13 febbraio 2013.

L’occasione per tornarci su la offre l’ottimo Alessandro Gilioli su l’Espresso, con un post dal titolo quanto mai eloquente: La beffa del FOIA targato Madia. Questo l’incipit:

All’articolo 6, comma 5, il testo recita così: «Decorsi inutilmente trenta giorni dalla richiesta, questa si intende respinta». Sembra uno scherzo, invece è il decreto legislativo “sulla trasparenza”, all’italiana. Che prevede appunto il silenzio-diniego: cioè consente allo Stato di non rispondere ai cittadini che vogliono avere accesso ai dati della pubblica amministrazione, senza fornire alcuna motivazione e senza alcuna sanzione per il proprio rifiuto.

Forte, vero? Questo è il concetto di diritto all’informazione, di trasparenza, della Madia. Ma le reazioni non si sono fatte attendere: oltre al rilancio della petizione di Libera di don Ciotti (a proposito, avete firmato?), questo il titolo di Carte in Regola, il sito che ci assicura un’attenta e costante analisi dell’operato della politica e della pubblica amministrazione: Decreto trasparenza, una  trasparenza molto opaca.

Ma non basta ancora. Diamoci da fare, questo dell’informazione è un diritto elementare in ogni democrazia compiuta. Evidentemente abbiamo ancora molto cammino davanti.

 

Giovanni Caudo: la calma dei forti e l’orgia del potere

4 Mar

Dopo 11 giorni di attacchi forsennati e menzogneri la macchina del fango mediatico azionata contro il prof. Caudo si è arrestata.  Nulla ha potuto di fronte alla inoppugnabile documentazione  che l’ex-assessore all’Urbanistica della giunta Marino ha prodotto in abbondanza, nulla ha potuto contro la calma e la dignità del suo atteggiamento. L’indecente azione della macchina e dei suoi manovratori, mandanti e prezzolati manovali, ha prodotto solo un inutile e fastidioso rumore, andando poi a infrangersi stupidamente contro il solido muro dell’opinione pubblica: i romani conoscono bene chi c’è dietro e i torbidi interessi che la alimentano, quegli stessi che hanno impoverito e violentato la città più bella del mondo.

Z l'orgia del potereQuell’intreccio nauseante e ultradecennale tra politica e poteri, che ha portato ad estromettere dal Campidoglio il sindaco eletto con una maggioranza epica che quegli stessi interessi era andato a colpire senza pietà e che hanno reagito scompostamente, è venuto alla luce. E insieme le complicità di pavidi e mediocri pilotati da un altro mediocre alla patetica ricerca di qualcosa che potesse qualificarlo agli occhi del leader, fino a spingerlo a credersi padrone della città. L’orgia del potere, appunto.

Domenica 6 marzo ci sarà il primo redde rationem di una serie. Una sonora e umiliante sconfitta attende il partito che doveva sostenere il suo sindaco e invece lo ha tradito, quel partito che si dice democratico mentre calpesta la sovranità popolare, deforma la Costituzione, accetta il sostegno di personaggi inquietanti, giunge a chiudere le sue sedi che si oppongono al delirio di onnipotenza che ha invaso i suoi vertici.
Il tempo è galantuomo e sappiamo aspettare.

AGGIORNAMENTO del 4 marzo 
Una cortese segnalazione di Anna Maria Bianchi di Carteinregola mi consente di aggiungere questo sentito  commento di Edoardo Salzano, fondatore di Eddyburg, in favore di Giovanni Caudo (v. la postilla in fondo).
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Non è personale, è politica

di GIOVANNI CAUDO   03 Marzo 2016

A partire da un articolo del Corriere della sera, edizione romana, che tratta correttamente uno scandalo che gli era stato addebitato a infamante accusa di corruzione l’ex assessore della giunta Marino commenta la macchinazione di cui è stato vittima e ne trae alcune conclusioni. Con postilla.

I Piani di zona sono in apertura della cronaca romana del Corriere, è una notizia che tocca la vita di migliaia di persone. Si capisce meglio, ora, la rilevanza politica della “giungla” dell’edilizia agevolata e anche quello che abbiamo fatto in pochi mesi, dopo anni di incuria. Alla delibera del 1972, citata dal Corriere della sera, si è aggiunto negli anni un coacervo di norme contraddittorie e di cavilli. L’incertezza normativa e “la paura di liti” non ci hanno fermato e con le sentenze del TAR dell’aprile 2015 si è stabilito un punto giuridico forte a tutela degli inquilini: il contributo pubblico va scomputato dal prezzo di vendita.  Era solo l’inizio ora si deve continuare, in particolare affrontando il tema delle migliorie che gli inquilini pagano, talvolta senza neppure sapere di averle chieste.

Oggi è anche il primo giorno, dopo una decina,, in cui i giornali non si occupano di me. La notizia era che il mio nome compare nella proroga di una indagine per corruzione sulla vicenda di Palazzo Raggi. Tutte le autorizzazioni risalgono a prima del mio incarico, io sono intervenuto per sospendere la delibera di Alemanno, ho avviato l’annullamento e la riproposizione, a termini di legge, del piano di recupero. Ho chiesto al PM di essere ascoltato, confido che lo farà non appena avrà gli elementi, sono convinto che la magistratura è un argine all’illegalità e lavora per le persone oneste come me. Ma su questa notizia è partita una vera e propria campagna che infanga la mia onorabilità e il mio lavoro come assessore della giunta Marino.

Una questione personale, che in realtà si sta facendo politica. Nel replicare a contenuti diffamatori mi sono affidato agli atti, alle delibere, alle cose fatte, ai dirigenti ruotati. La stessa cifra con cui ho svolto il mio mandato: perseguire l’interesse generale guardando al merito. La normalità, ma a Roma la normalità è rivoluzionaria.

Quello che si vuole screditare è quindi un modo di lavorare. Si vuole piegare la libertà di dire no e il principio di legalità, si tratti degli inquilini dell’edilizia agevolata o di interventi privati legittimi ma avversati dai populismi. La libertà di un investitore privato ad investire, e di farlo parlando direttamente con l’Amministrazione, senza intermediari e senza chiedere il permesso ad altri.

Una città libera dai ricatti, da qualsiasi parte vengano. Una città aperta al mondo, che sappia cogliere la sfida dell’innovazione e del cambiamento. Che sappia liberarsi dalla Rendita Capitale intesa come erogazione di denaro pubblico per opere che non finiscono mai. Che favorisca la creazione di ricchezza e il suo potenziale internazionale.

Perché non chiedersi come mai gli investimenti esteri nell’immobiliare a Roma sono un decimo di quelli di Dublino? Mentre i cantieri pubblici (Vele di Calatrava, Metro C, Nuvola, Nuova Fiera di Roma) hanno divorato miliardi di euro e Roma 2024 sembra proseguire sulla stessa scia? Non sono questi argomenti per un vero dibattito pubblico mentre si sceglie il candidato sindaco? Argomenti che avrebbero interessato il mondo imprenditoriale sano e i cittadini, altrimenti rassegnati a vedere i loro figli andare via. Ma la politica si tiene lontana dai temi reali. Mi chiedo allora perché stupirsi dello scarso entusiasmo attorno alle primarie?

postilla

Giovanni Caudo ha per me, tra i suoi meriti, quello di essere tra i fondatori di
eddyburg e tra i più appassionati e costanti docenti (vorrei dire maestri) della scuola di eddyburg. Perciò con i miei amici e colleghi abbiamo reagito con indignazione alla mostruosa campagna di stampa che e stata sollevata contro di lui. 
Oggi Giovanni, con questo suo articolo (dedicato a uno degli episodi le cui colpe sono state falsamente addebitate a lui) rileva con sollievo che i giornali, nelle loro cronache romane, oggi tacciono nel gettare fango su di lui dopo una decina di giorni di calunnie. Condivido il suo sollievo (sperando che, una volta tanto, una rondine faccia primavera), come ho condiviso la sua indignazione. 
Non mi avrebbero scandalizzato critiche alla sua attività di assessore. Anch’io sono stato assessore, e sono sicuro di averne fatti molti di errori. E credo che oggi la condizione generale di chiunque si proponga di rendere migliore la citta sia diventata molto ma molto più difficile di quanto fosse ai miei tempi. Quando sono stato assessore a Venezia, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ero parte di una squadra (di un partito) che faceva della buona urbanistica la sua bandiera. 
 Due ragioni mi hanno spinto all’indignazione. Innanzitutto, la profonda consapevolezza della onestà di Giovanni. È una consapevolezza che condivido con un vasto stuolo di persone che lo conoscono personalmente. Comprendo che non abbiano ragione di condividerla quanti non lo conoscono: i giornalisti che ne hanno scritto, e i politici che non lo hanno difeso, tranne poche, nobili eccezioni. 
La seconda ragione che mi ha indignato (e che mi induce a esserlo ancora) è il fatto che chi non lo ha difeso non ha compreso che ciò che è stato montato contro Giovanni Caudo è stato il consapevole prodotto di una macchinazione che, come ha colpito lui, poteva, e può ancora colpire chiunque. È una testimonianza attiva del livello d’imbarbarimento cui è giunta in Italia non tanto la lotta politica quanto – tenendo conto dell’humus su cui la vicenda è nata – la lotta tra bande per l’uso del territorio. 
Credo che se Giovanni si è salvato è per la tenacia e il rigore con il quale, nelle sue quotidiane “(contro)rassegne stampa” (tutte pubblicate sul sito carteinregola.it) è riuscito, giorno per giorno a dimostrare come fossero mere calunnie le accuse infamanti che gli erano state rivolte, con abbondanza di falsità e silenzi, sapientemente mescolati a mezze verità o a verità falsificate spostandole dal loro contesto. Che la politica romana abbia trascurato questo aspetto nel corso di una campagna elettorale, nella quale si discute del futuro di Roma, e che non abbia avviato una riflessione sul chi, perché e come abbia organizzato questa cospirazione, coinvolgendovi le edizioni locali delle maggiori testate nazionali è cosa che rattrista chi per vent’anni è stato cittadino romano (e.s.)

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Il mondo di mezzo e il mondo nuovo

1 Gen

Da Anna Maria Bianchi di Carteinregola un messaggio per l’anno che inizia oggi. E’ un messaggio che riguarda tutti quelli che non si rassegnano e ogni giorno si indignano.

“Il tempo del cambiamento è ora. Se perdiamo questa occasione, non ce ne saranno altre.
Troviamo la forza di reagire e  agire, tutti insieme.”

Il mondo di mezzo e il mondo nuovo.

Mafia Capitale: col senno di prima

9 Dic

Carteinregola: onore al merito.

Mafia Capitale: col senno di prima.
Le perquisizioni, gli arresti, gli avvisi di garanzia sono piombati sulle cronache della Capitale come un “fulmine a ciel sereno”. Ma è veramente così? Noi di Carteinrgeola avevamo visto  da tempo, non la corruzione, ma la diffusa abdicazione della classe politica romana  alla tutela dell’interesse pubblico,  e il progressivo scivolamento di pezzi consistenti di istituzioni e partiti verso il confortevole mondo dei favori ai privati. Ma, prima di noi e come noi, molti giornalisti hanno raccontato quello che stava succedendo, con libri e inchieste  che non sono però usciti dalle “nicchie” di quelli che ancora riuscivano a indignarsi, e  che sono comunque velocemente stati archiviati dalla memoria sempre troppo corta dei lettori (o spettatori).  Se qualcuno  – figure istituzionali, dirigenti di partito e  militanti,  e magari anche capo redattori – avesse usato meglio il “senno di prima”, incidendo  sulla propria scrivania, come diceva Giovanni  Falcone,  “possiamo sempre fare qualcosa”,  forse  non saremmo arrivati a questo punto .  (segue qui)

Per un rapporto nuovo tra politica e società civile

28 Nov

Al Teatro Quirino si sta svolgendo un convegno su questo tema:
Libero confronto di idee, proposte, contributi promosso dal Partito Democratico di Roma.
Tra i molti interventi sulla situazione e sul futuro della città di Roma, questo di Anna Maria Bianchi di Carteinregola mi ha colpito per la lucida analisi circa il rapporto esistente tra le due parti in causa, la politica e la società civile e quale percorso può riportarle su un piano di reciproca fiducia. Ci sono stati in particolare due passaggi che mi hanno colpito molto positivamente. Questo il primo:

Ma i partiti, soprattutto del centrosinistra, hanno cominciato, e continuano,  a perdere la  fiducia della gente  quando si verificano delle precise condizioni.
Quando non si sceglie più di fare una battaglia perché è giusta, ma la si fa solo se è anche conveniente. O quando si rinuncia a fare una battaglia che si ritiene giusta perché il partito non la ritiene conveniente. E soprattutto quando si scambiano per battaglie giuste operazioni sbagliate, contrabbandando per interesse pubblico quello che a un’attenta analisi potrebbe rivelarsi molto più privato.

Detto in parole povere, le due parti si allontanano tutte le volte che il potere delegato non risponde agli impegni presi con il popolo che gli ha dato la sua fiducia. E troppo spesso, negli ultimi venti-trent’anni, il primo ha mancato clamorosamente, mentre il popolo, la società civle rincorreva nuovi modelli di benessere senza chiedere mai un rendiconto.

E questo il secondo:

Chiediamo agli uomini e alle donne del Partito Democratico – ma lo faremo con i militanti di tutti gli altri partiti che manifesteranno il loro interesse – di lavorare per riportare questa città nel perimetro delle regole e del primato dell’interesse generale. Se ci riconosciamo tutti in questa stella polare, le nostre bussole non possono che condurci sulla stessa strada, da percorrere – pur nella diversità dei ruoli e delle convinzioni – all’insegna del confronto e dello scambio. E’ una sfida difficile, ma l’unica possibile. E questa città si merita il tentativo.

Condivido l’appello e sono fiducioso. Paradossalmente ci sono molte più ragioni perchè venga raccolto oggi, che la crisi morde e incalza crudelmente, che quando la vita e le prospettive sembravano sorridere per sempre. Oggi è il momento della solidarietà, dello stringersi spalla a spalla, della condivisione. Altrimenti non avremo vie d’uscita.

Più sotto, l’intervento integrale.AM Bianchi Quirino (2)

Non siamo un’associazione, non siamo una rete, nè un coordinamento che rappresenta dei comitati, ma un laboratorio. Una trentina di persone provenienti da reti  e comitati cittadini (130), ma anche singoli, che lavorano insieme sulle regole. Rispetto a tante altre realtà cittadine abbiamo due caratteristiche “originali”. La prima: rappresentiamo un campione di umanità piuttosto eterogeneo, che farebbe la gioia dei sondaggisti. Proveniamo da varie parti di Roma, siamo cittadini attivi per i motivi più disparati, siamo diversi anche per percorsi professionali,  estrazione sociale  e storie personali. Ci sono tra  noi esponenti di comunità territoriali, professori universitari, operatori dei mercati rionali, architetti, membri di comitati di quartiere, botanici, rappresentanti di reti di associazioni che si occupano di mobilità, legalità, diritti, ex manager,  Cittadinanzattiva Lazio e molti altri. La seconda: non ci occupiamo di un territorio specifico, o di problematiche specifiche, su cui lavorano i comitati e gruppi, ma  di temi che riguardano in generale l’interesse della città, soprattutto quelli di cui troppo spesso nessuno si preoccupa perché non vanno a toccare interessi specifici di categorie e di gruppi di cittadini.

LE REGOLE E L’INTERESSE PUBBLICO Al centro del nostro lavoro  – che consiste nell’affrontare problemi ma anche avanzare proposte – ci sono  le regole uguali per tutti, regole che sono la condizione indispensabile per la vita democratica della città, ma che per noi non sono sufficienti. Basti citare la metafora della democrazia americana, sempre utile per capire i rischi di una mera regolazione  dell’esistente: un cortile dove pulcini ed elefanti hanno lo stesso diritto di giocare. Noi siamo per una politica della città che si fonda sulle regole, sulla legalità e sulla partecipazione dei cittadini, orientata al primato dell’interesse pubblico e della tutela dei più deboli, senza il quale il ruolo della politica e dell’amministrazione rischia di ridursi  a semaforo che regola il traffico dei tanti interessi particolari, senza imprimere alcuna direzione verso una prospettiva  migliore per tutti.

IL DIFFICILE DIALOGO  CON LA POLITICA E proprio questo è il nodo che pensiamo  abbia  allontanato i cittadini dalla politica, creando un clima generalizzato di sfiducia verso le istituzioni e anche verso i partiti.  Secondo un sentire diffuso, con cui ci confrontiamo ogni giorno, nelle istituzioni  e nei partiti  prevale sempre più una logica condizionata dagli interessi dei  potentati economici e  delle lobbies, o da più modesti calcoli  di  consenso elettorale, o dalle  competizioni dentro e fuori gli schieramenti. Mentre   è stata quasi definitivamente archiviata  quella che avrebbe dovuto essere la loro vocazione naturale,  lo  stimolo verso un’evoluzione permanente per attuare  i valori della nostra Costituzione, a partire dalla  giustizia e dall’ equità sociale. Una politica in cui non si distinguono più molto le differenze ideologiche, che vede tutti i partiti accontentarsi di   una mera gestione dell’esistente, troppo spesso su fronti che hanno ben poco di interesse pubblico e molto di profitto privato.

Non vogliamo con questo idealizzare la società civile, che a sua volta è un magma indistinto  in cui si possono trovare gruppi animati da autentico senso civico, insieme a raggruppamenti più o meno momentanei  di cittadini tesi a raggiungere uno scopo preciso, spesso senza porsi alcuna domanda  rispetto ai diritti di altri e  agli interessi generali (la cosiddetta sindrome Nimby, in realtà meno diffusa di quello che si crede), e anche – bisogna dirlo  – tanti comitati che con  facciate di società civile mimetizzano gruppi animati o promossi da esponenti politici. Ne abbiamo avuto un esempio nella recente manifestazione contro il degrado e l’immigrazione  “fuori controllo”, lanciata  anche da  organizzatori  di ronde ed ex consiglieri di destra  – come noi stessi abbiamo scoperto e segnalato – ma conosciamo altrettanti esempi di associazioni “civiche” in realtà “sponsorizzate” da politici di sinistra.

Questo testimonia  che anche nei partiti c’è consapevolezza della diffidenza che i cittadini hanno verso chiunque si presenti con un’etichetta politica. Eppure ci sono stati tempi in cui la situazione era ben diversa, in cui i militanti dei partiti – soprattutto nelle formazioni della sinistra –  erano in prima linea sul territorio, a battersi per i diritti delle persone, discutendo e riflettendo sulle linee da seguire,  ma impegnandosi anche per trovare  soluzioni concrete ogni giorno. E lo facevano perché credevano  nella possibilità di costruire un mondo, una città, un quartiere migliore. C’erano anche allora conflitti e distanze, ma riguardavano la visione politica  e  anche degli interessi,  che però  venivano sostenuti a viso aperto.

Quando è incominciata la divaricazione  tra partiti e società civile? Di certo non è un  fenomeno imputabile solo alla cosiddetta modernità, come dice qualcuno. E’ vero che oggi è difficile vivere, ed è difficile trovare del tempo per impegnarsi in qualcosa che non siano i problemi  più urgenti e necessari, come  trovare o  conservarsi un lavoro, pensare alla famiglia, sopravvivere. Lo vediamo anche noi, con i comitati: non c’è il “pienone” quando si tratta di dedicare del  tempo a difendere un diritto che non sia più che indispensabile.

Ma i partiti, soprattutto del centrosinistra, hanno cominciato, e continuano,  a perdere la  fiducia della gente  quando si verificano delle precise condizioni.

Quando  non si sceglie più di fare una battaglia perché è giusta,  ma la si fa  solo se è anche conveniente. O quando si rinuncia a fare una battaglia che si ritiene giusta perché il partito non la ritiene conveniente. E  soprattutto quando si scambiano per battaglie giuste operazioni sbagliate, contrabbandando per interesse pubblico quello che a un’attenta analisi potrebbe rivelarsi molto più privato.

Come le tante decisioni prese in nome della difesa dei “posti di lavoro”. E’  un mantra  che ormai accomuna destra e sinistra, ma che a nostro avviso non può essere un valore assoluto, deve essere inserito in un sistema di priorità, di cui fanno parte  altri valori/diritti  irrinunciabili, come l’assistenza sociale, la salute, la tutela dell’ambiente e del nostro patrimonio collettivo.  In una situazione di penuria di risorse, la scelta tra il mantenimento di  un’amministrazione pubblica elefantiaca, a costo di tagliare l’assistenza agli anziani o ai disabili, non può essere scontata. Ma soprattutto i “posti di lavoro” sono spesso diventati l’”argomento principe” per derogare a normative, diminuire vigilanze, fare eccezione alle regole, con il fine di incentivare qualche settore economico in crisi, come se ciò comportasse automaticamente un beneficio anche a chi lavora. Ma così non può funzionare: ogni scelta politica deve essere guidata da un unico criterio: l’interesse pubblico.  Interesse di cui fa parte anche lo sviluppo economico,  che però deve essere raggiunto con una strategia efficace e dimostrabile, in cui si valutano vantaggi e svantaggi per la collettività, si verificano i numeri, le ricadute. E soprattutto si tutelano, oltre ai posti di lavoro, la qualità della vita dei cittadini e la bellezza del nostro patrimonio collettivo.  C’ è  stato un tempo in cui  un bel pezzo di sinistra difendeva le centrali nucleari perché davano  lavoro agli operai. Poi c’è stato Cernobyl, e sono cambiate tante cose, anche se il rischio di tornare indietro è sempre dietro l’angolo.

PARTECIPARE TUTTI A Roma c’è bisogno di partecipazione. Questo è il senso di tante proteste e di tante proposte che spesso non vengono considerate. Non è soltanto una questione di quantità, ma anche e soprattutto di qualità: un processo di partecipazione di cattiva qualità non può che contribuire ad allargare la frattura evidente che esiste tra politica e società civile. Noi ci siamo dati l’obiettivo di un regolamento generale sulla partecipazione come elemento fondamentale di una politica nella quale la collettività possa riconoscersi e che non sia riservata esclusivamente ai professionisti. Per questo abbiamo scelto di partire da delle linee guida che fissano un insieme di principi ai quali dovranno fare riferimento gli specifici regolamenti della partecipazione di Roma Capitale e dei suoi Municipi (e, in prospettiva, anche dell’Area metropolitana). Una sommatoria di richieste di ascolto caso per caso non è vera partecipazione, ma è la prima linea della partecipazione, quella più immediata. Noi che in prima linea ci siamo, abbiamo scelto di andare anche più in profondità, perché i mille problemi della quotidianità devono essere affrontati nell’immediato, ma anche con una visione strategica, senza la quale non ci sarà un cambiamento sostanziale del nostro modo di vivere come comunità. In questo percorso dobbiamo essere in tanti. E su  questo contiamo anche sul vostro impegno.

PER UN RAPPORTO NUOVO TRA POLITICA E SOCIETA’ CIVILE Due anni fa, noi  di Carteinregola siamo stati i promotori di un  presidio durato 4 mesi in Campidoglio  contro le famose 64  delibere urbanistiche di Alemanno. Di molte delibere non ne sapevamo abbastanza,  ma di alcune sapevamo tutto,  e non riuscivamo a capacitarci della solitudine in cui ci trovavamo a combattere  una battaglia che aveva come unico obiettivo l’interesse pubblico.  In realtà qualche aiuto l’abbiamo avuto, qualcuno del centro sinistra e, bisogna dirlo, anche qualcuno del centrodestra.  Ma pochi. E questo non deve più accadere. Siamo qui per chiedervi di ricostruire un rapporto di fiducia reciproca partendo da quello che  abbiamo in comune.  Chiediamo  agli  uomini e alle donne del Partito Democratico – ma lo faremo con i  militanti  di tutti gli altri partiti che manifesteranno il loro interesse –  di lavorare per  riportare questa città nel perimetro delle regole e del primato dell’interesse generale.  Se ci riconosciamo tutti in questa stella polare, le nostre bussole non possono che condurci sulla stessa strada, da percorrere – pur nella diversità dei ruoli e delle convinzioni  –  all’insegna del confronto e dello scambio. E’ una sfida difficile, ma l’unica possibile. E questa città si merita il tentativo.

laboratoriocarteinregola@gmail.com

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