Ancora sulla disuguaglianza

16 Gen

Poco più di dieci giorni fa si parlava qui di povertà e di disuguaglianze. CarteinRegola,  grazie ai microfoni di Radio Impegno, se n’è occupata in una ‘Notte della povertà’. Oggi  Giorgia Furlan su Left rilancia l’argomento  prendendo lo spunto dall’ultimo rapporto Oxfam  International e il quadro che appare è disastroso. Giorni fa ne aveva parlato anche Alessandro Gilioli, come al solito con cruda lucidità, così concludendo:
“Eppure, forse, oggi – con i dati di realtà inoppugnabili sulla enorme concentrazione di ricchezze che è avvenuta negli ultimi trent’anni e sulla situazione drammatica in cui troviamo, anche in termini di stabilità e prospettive comuni – si potrebbe avanzare l’ipotesi che redistribuire un po’ sia utile non solo a chi se ne avvantaggia direttamente, ma a tutto il sistema economico.”

Ma i grandi del mondo – fatta eccezione per papa Francesco – lo capiranno? Temo di no: tocca a noi.

disuaglianza

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Rapporto Oxfam. Quando la ricchezza di pochi è un freno per il benessere di tutti

Otto uomini da soli possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, cioè la metà più povera dell’intera popolazione mondiale. Ecco qualche dato diffuso con l’ultimo rapporto Oxfam alla vigilia dell’apertura del World Economic Forum di Davos (prevista per il 17 gennaio) che fa riflettere su quanto siano in aumento la diseguaglianza sociale e la povertà.

Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta.
Come ha ricordato Barack Obama lo scorso settembre di fronte all’assemblea della Nazioni Unite: «un mondo in cui l’1% possiede la stessa ricchezza del restante 99% è un mondo che non può essere stabile».

Le disuguaglianze sono destinate ad aumentare. Secondo le stime di Oxfam infatti nei prossimi 20 anni 500 persone trasmetteranno ai propri eredi circa 2.100 miliardi di dollari, una somma superiore al prodotto interno lordo dell’India dove vivono 1,3 miliardi di persone, la maggior parte delle quali in situazioni di estrema povertà.

Negli ultimi vent’anni i redditi del 10% più povero dell’umanità sono aumentati di meno di 3 dollari l’anno. Quelli dell’1% più ricco della popolazione di 187 volte. Mentre negli Usa, negli ultimi trent’anni, a quanto riporta l’economista francese Thomas Piketty, se da un lato i redditi del 50% più povero della popolazione sono cresciuti dello 0%, quelli invece dell’1% più ricco sono aumentati del 300%.

Un amministratore delegato di una delle cento società principali quotate in borsa (quelle dell’Ftse 100 che possiedono circa l’80% della capitalizzazione di mercato del London Stock Exchange, una principali piazze finanziarie al mondo, nonché la prima in Europa per capitalizzazione) guadagna tanto quanto guadagnano in media circa 10mila lavoratori di una fabbrica qualsiasi di abbigliamento in Bangladesh.
A dicembre 2016 qualcuno ha osato protestare: migliaia di operai bengalesi sono scesi in piazza per scioperare contro le condizioni di lavoro disumane alle cui erano sottoposti e i salari bassissimi con cui venivano retribuiti dai grandi marchi di abbigliamento per i quali lavoravano (Gap, H&M e Zara, per nominarne qualcuno). I risultato sono stati licenziamenti di massa, almeno 1500 persone sono state licenziate in tronco per aver partecipato alle manifestazioni sindacali che in molti casi sono state addirittura dichiarate illegali dalle autorità locali.

In Vietnam la persona più ricca del Paese guadagna in un solo giorno più di quanto la persona più povera guadagna in 10 anni.

E poi ci sono loro, gli 8 paperoni che insieme possiedono quanto la metà più povera del pianeta. Al primo posto troviamo il fondatore di Microsoft Bill Gates con un patrimonio di 75 miliardi di dollari, più o meno lo stesso Pil dell’intera Libia, sette volte il Pil del Burkina Faso. Al secondo posto il proprietario di Zara, Amacio Ortega, uno che prima ha costruito la sua fortuna dal nulla e poi sul basso costo della manodopera delle sue fabbriche in Bangladesh, ha un patrimonio di 67 miliardi di dollari. Oltre a Zara possiede Bershka, Massimo Dutti, Pull and Bear, Stradivarius e Oysho. È invece Warren Buffett con 60,8 miliardi di dollari il terzo uomo più ricco al mondo. Segono i tre miliardari sul podio in ordine di ricchezza: Carlos Slim, proprietario del Grupo Carso, oggi il più importante colosso della telefonia dell’America Latina, Jeff Bezos papà di Amazon, Mark Zuckerberg ideatore di Facebook, Larry Ellison cofounder ed ex Ceo di Oracle Corporation e Micheal Bloomberg.

La disuguaglianza ha assunto dimensioni intollerabili, economia e politica si intrecciano aprendo così a scenari di instabilità. Si legge nel report di Oxfam: «Dalla Brexit al successo della campagna presidenziale di Donald Trump, da una preoccupante avanzata del razzismo alla sfiducia generalizzata nella classe politica, sono tanti i segnali che indicano come sempre più persone, nei Paesi industrializzati, non siano più disposte a tollerare lo status quo». E ancora: «Se lasciata senza controllo, la crescente disuguaglianza minaccia di lacerare le nostre società, causa un aumento della criminalità e dell’insicurezza e pregiudica l’esito della lotta alla povertà».
La sfida è dunque a tutti gli effetti la riduzione del divario fra ricchi e poveri, una sfida che rimette in discussione l’intero sistema occidentale di accumulo della ricchezza, ma che conviene a tutti, anche ai super ricchi. Come scrive infatti su agi.it il condirettore dell’agenzia di stampa Marco Pratellesi: «Questa estremizzazione nella distribuzione delle ricchezze travalica ogni contrapposizione tra ricchi e poveri per diventare essa stessa un freno allo sviluppo e alla crescita, all’innovazione e alla pacifica convivenza. Il paradosso è che l’attuale sistema economico, che beneficia sempre più ristrette cerchie di pochi fortunati, finisce per danneggiare anche quest’ultimi, sempre più attratti dalla moltiplicazione finanziaria dei profitti, piuttosto che dalla ricerca di nuovi spazi di economia reale, innovazione e sviluppo sui quali investire e sperimentare».

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