Disuguaglianze: cause e rimedi

7 Gen

Per come la vedo io, la questione non riguarda tanto i (pochi) straricchi che diventano sempre più ricchi. E’ stato sempre così, da che mondo è mondo: ogni tanto l’arrivo inatteso di una crisi economica rimescola le carte rivoluzionando le classifiche mondiali dei paperoni. E poi tutto ricomincia. La questione, o meglio, il problema sta oggi nel fatto che quasi ovunque nel mondo e anche in Italia la ricchezza si stia pericolosamente concentrando nelle mani di di un sempre minor numero di individui; contemporaneamente, la povertà sta aumentando ad un ritmo accelerato coinvolgendo un crescente numero di persone e assai poco – quasi nulla –  si stia facendo per contrastare questa tendenza, per colpire alla radice e arrestare, se non altro, il processo. La disuguaglianza è uno dei principali problemi contemporanei e non è certo un caso se gli economisti si stiano dedicando al suo studio con un’attenzione che non ha precedenti.

lavoro

Le cause. Non sarò certamente esaustivo, ma credo che sia possibile indicare sommariamente le principali cause di questo deterioramento della condizione sociale. Per mia, e soprattutto vostra, fortuna, quest’estate mi sono imbattuto nel testo di due economisti e docenti universitari, Maurizio Franzini e Mario Pianta (“Disuaglianze – Quante sono, come combatterle”, Laterza, 2016). Essi individuano quattro forze alla radice della disuguaglianza che definiscono “motori” e sono:
– Lo squilibrio del rapporto capitale-lavoro
– L’irrefrenabile ascesa del capitalismo oligarchico
– L’individualizzazione delle condizioni economiche
– L’arretramento della politica.

1.  Lo squilibrio del rapporto capitale-lavoro. Nasce dal diffuso pensiero che la disuguaglianza sia una conseguenza ineludibile della competizione, che a sua volta genera benessere generale. Un male necessario, quindi, per ottenere quest’ultimo. E’ su questa base che negli anni ’80 ebbe avvio il neoliberismo con l’avvento quasi contemporaneo della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli USA. Deregolamentazione e liberalizzazione hanno avuto via libera per infrangere il sistema innestatosi nel primo dopoguerra basato sulla solidarietà e misure di controllo su finanza e capitale, sostegno al lavoro, redistribuzione delle ricchezze, servizi di assistenza. Soprattutto il trasferimento del capitale dalla produzione alla finanza ha consentito la degenerazione che ha condotto agli eccessi delle speculazioni nelle Borse (giungendo perfino a nefaste invenzioni come quella dei derivati). E’ così che “il nuovo potere del capitale sul lavoro ha portato dagli anni Ottanta a oggi a uno spostamento di almeno dieci punti percentuali di prodotto interno lordo (PIL) dalla quota dei salari a quella del capitale nei paesi avanzati.” Da qui il valore crescente dei profitti delle attività finanziarie e gli inauditi compensi dei manager e altre categorie di privilegiati che hanno aumentato la disuguaglianza.

2. Il capitalismo oligarchico. Il modo con cui la ricchezza viene ottenuta è sempre meno il risultato di processi tradizionali della produzione e sempre più quello di “rendite monopolistiche, protezioni della concorrenza, bolle immobiliari e finanziarie. I ‘super ricchi hanno sempre più le caratteristiche di oligarchi, la cui ricchezza proviene dal potere e dal privilegio.” Viene così a crearsi un ‘capitalismo oligarchico’ dove le fortune accumulate spesso non sono dovute al merito, oppure sono trasmesse per via ereditaria, e dove si sta diffondendo l’importanza delle relazioni sociali per trovare lavoro, avanzare nelle carriere, ottenere aumenti di stipendio e soprattutto che porta a una minore efficienza e crescita. “Ancora più preoccupante – concludono gli autori – è la prospettiva che gli oligarchi possano sempre più influenzare i processi politici, condizionando i governi e determinando un drammatico indebolimento dei sistemi democratici.”

3. L’individualizzazione. Finora si è parlato dell’aumento del divario tra i più ricchi e tutti gli altri, maggiormente con i più poveri. Ma le distanze sono aumentate anche nella parte bassa della distribuzione del reddito. Questo è invece il processo che ha condotto i lavoratori ad attività precarie, con ampie varietà di forme contrattuali, le giovani generazioni a percorsi professionali sempre più incerti, alla polarizzazione delle competenze e delle qualifiche, ad un’ampia disparità salariale. L’indebolimento del sindacato ha portato a contratti con le singole imprese e alla riduzione della protezione legislativa sul lavoro. I meccanismi tradizionali che creavano identità collettive e solidarietà, sindacalizzazione di settore o addirittura aziendale, attivismo locale, mobilitazione sociale sono stati smontati dall’individualizzazione: altro segno del nuovo potere del capitale sul lavoro.

4. L’arretramento della politica. Lo Stato ha svolto, fino alla fine degli anni ’70, un ruolo fondamentale nella riduzione delle disuguaglianze. La sua azione andava oltre la definizione di regole e norme, fornendo servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, le pensioni, l’assistenza sociale, la tutela dell’ambiente e gestendo infrastrutture come acqua, energia, comunicazioni. Tutto ciò contribuiva in misura significativa a contenere le disuguaglianze. Dagli anni ’80 la spinta verso la privatizzazione di imprese e servizi pubblici e l’esternalizzazione della fornitura di servizi-base ha collocato queste attività in un contesto di mercato, con le conseguenze che conosciamo.
L’impatto sulla disuguaglianza dell’arretramento della politica è stato enorme, accelerando e aggravando l’intero processo che ci ha condotto fin qui.

I rimedi.
Franzini e Pianta non si sono limitati a indicare quelle che secondo loro (ed anche secondo me) sono le cause principali (non le uniche, quindi) delle crescenti disuguaglianze nel mondo e ovviamente in Italia. In chiusura offrono un ampio panorama delle misure che la politica nazionale ed internazionale dovrebbe intraprendere per arrestare il trend. In sintesi e in  rapporto ai quattro grandi motori della disuguaglianza sono queste che seguono.
    1) –  Si devono riequilibrare i rapporti capitale-lavoro, con misure che ridimensionino la finanza, limitino le posizioni di rendita, assicurino ai salari una parte dei benefici che (anche mediante la tecnologia) vengono dalla produttività, introducano un salario minimo efficace e riconoscano un ruolo maggiore ai contratti di lavoro nazionali.
    2) –  Un secondo insieme di politiche deve fermare l’ascesa del ‘capitalismo oligarchico’, mettendo un limite ai super-redditi milionari di top manager, re-introducendo significative imposte di  successione, fortemente progressive, che riducano l’attuale trasmissione ereditaria di gran parte della ricchezza, combattendo frontalmente l’evasione fiscale, Non solo quella all’interno ma anche il ricorso al trasferimento dei profitti nei paesi con una compiacente legislazione fiscale, i cosiddetti “paradisi”.
    3) –  Il terzo tipo di azioni deve contrastare l’individualizzazione delle condizioni economiche, che hanno fatto aumentare le disparità anche all’interno dei percettori di salari, riducendo la frammentazione dei contratti di lavoro. Una particolare cura dovrà essere data a un deciso miglioramento di un’istruzione pubblica egualitaria, per offrire a tutti le stesse opportunità di accesso a una formazione di qualità. L’istruzione è la molla che agisce sulla mobilità sociale, che crea lavoratori più preparati ed efficienti, accresce la competitività nelle carriere.
    4) –  La politica deve tornare a assicurare efficaci politiche di redistribuzione: 1. tassando in modo appropriato la ricchezza a livello nazionale ed internazionale; 2. accrescendo la progressività delle imposte sul reddito delle persone fisiche; 3. Introducendo il reddito minimo.

Non sono conclusioni diverse da quelle indicate da molti grandi economisti tra cui Tony Atkinson (scomparso solo pochi giorni fa e forse il maggior studioso dei problemi legati alla povertà ed alla disuguaglianza),  Thomas Piketty (autore del best-seller mondiale Il capitale nel XXI secolo e che fu allievo di Atkinson), dal premio Nobel Joseph Stiglitz (che ha spesso collaborato con Atkinson), e anche Mariana Mazzuccato, solo per dire i maggiori che mi vengono in mente.

Ma ora tocca a noi cittadini. La conclusione di Franzini e Pianta (pag. 177) è memorabile:

La società civile, con le sue preoccupazioni e il suo attivismo, ha tenute vive queste idee nei decenni delle disuguaglianze inarrestabili… Il cambiamento politico è la condizione necessaria per rovesciare l’andamento della disuguaglianza….la maggior parte dei partiti politici, dei parlamenti e dei governi si è finora mostrata piuttosto tiepida nei confronti della tesi secondo cui la disuguaglianza è un male per la società nel suo insieme… La lotta per l’uguaglianza è molto più che una semplice questione di politica economica. Si tratta di valori fondamentali, chiaramente affermati nelle Costituzioni della maggior parte dei paesi avanzati. E si tratta di fare in modo che il processo politico sia sensibile alle rivendicazioni sociali, cioè che la democrazia funzioni. Sulla disuguaglianza, in realtà, si gioca una partita decisiva: quella che oppone la democrazia e la giustizia sociale all’ascesa del ‘capitalismo oligarchico’.

Tenetelo a mente.

 

AGGIORNAMENTO ==============> Leggi anche:
In Italia gli stipendi più bassi dell’Europa occidentale
Crollano i consumi, ma lo Stato gode con il boom del gioco d’azzardo

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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

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