La povertà in Italia: dal dramma alla tragedia?

5 Gen

Se vorrete leggere le poche note che seguono concorderete che non è allarmismo. La verità – banale nella sua brutale crudezza – è che se non verranno poste rapidamente in atto adeguate misure a difesa dei ceti più fragili la frattura della disuguaglianza continuerà implacabilmente ad ampliarsi fino a conseguenze inimmaginabili. Una ricerca di Demopolis per Oxfam Italia afferma che: “Oggi 62 paperoni possiedono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. In Italia, l’1% più ricco è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta. Si tratta di una disuguaglianza preoccupante e insana, sia da un punto di vista economico, che da uno animato da considerazioni più etiche. Dall’indagine realizzata con Demopolis, emerge la netta percezione della disuguaglianza e delle dispari opportunità. La classe politica non può più permettersi di ritardare l’adozione di rimedi ambiziosi in materia di giustizia fiscale, contrastando gli abusi fiscali in Italia e a livello internazionale che alimentano la grande disuguaglianza dei nostri tempi.”
lavoro

E infatti, a guardare i dati sull’avanzare della povertà la prospettiva è agghiacciante.  Negli ultimi dieci anni, di pari passo con l’avanzare della crisi economica, la condizione di ‘povertà assoluta‘,  quella che secondo l’ISTAT non consente l’acquisto di un paniere di beni di prima necessità, è drammaticamente cresciuta del 141% (avete letto bene).
Nel 2005 colpiva poco meno di 2 milioni di persone: nel 2015 sono diventate 4,6 milioni, quasi l’8% della popolazione. Una impressionante massa di persone che non possono permettersi spese essenziali come quelle per gli alimenti, la casa, i vestiti, i mezzi per spostarsi, le medicine. E sono quasi raddoppiati i bimbi sotto i 6 anni con gravi privazioni materiali.

Il rapporto di Openpolis “Poveri noi”da cui ho tratto questi numeri fornisce una devastante immagine del nostro Paese. Si legge, nel rapporto:
“Dopo oltre 8 anni di crisi economica, la povertà non può più essere considerata un fatto straordinario, che riguarda pochi sfortunati. Ha numeri da fenomeno di massa, e il nostro welfare, concepito in un altro momento storico, sembra poco efficace per contrastarla. Poche risorse vengono destinate alle famiglie in difficoltà, ai senza lavoro e in generale alle situazioni di disagio. Le misure contro l’esclusione sociale sono diverse e frammentate, a volte temporanee, prive di un disegno organico che le tenga insieme.

disoccupazione05-15

L’aumento della povertà e delle disuguaglianze nelle economie sviluppate è una tendenza assodata da circa un trentennio, ma finché l’economia girava, la crescita occupazionale ne attutiva le conseguenze sul corpo sociale. Nel 2008, all’inizio della grande recessione, l’Ocse scriveva che “l’impatto di più ampie disparità di reddito salariale sulla disuguaglianza del reddito è stato attenuato da un più alto tasso di occupazione”.

La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha rimosso quest’ultimo freno all’espansione di povertà e disparità sociali. I primi a essere colpiti sono stati gli elementi più deboli sul mercato del lavoro: i lavoratori meno qualificati, i giovani e le persone in cerca di occupazione. Tra le famiglie di chi cerca lavoro il tasso di povertà assoluta è più che raddoppiato, passando dal 9,4% del 2005 al 19,8% del 2015. Ma l’elemento più significativo è l’aumento del rischio povertà anche tra chi lavora, un fenomeno che il nostro paese condivide con altri grandi stati europei come la Germania. Una prima evidenza che lavorare non sempre è sufficiente per uscire da una condizione di povertà assoluta è ricavata dal dato delle famiglie la cui principale fonte di reddito è uno stipendio da operaio o assimilato. Di queste nel 2005 era in povertà assoluta il 3,9%, una quota non trascurabile ma contenuta. Oggi più di una famiglia operaia su dieci non può permettersi un livello di vita minimamente accettabile.

Anche la struttura del mercato del lavoro che si è affermata dopo la crisi, con la crescita dei contratti da poche ore alla settimana, può aver contribuito ad aumentare il rischio povertà tra i lavoratori.  Chi lavora con meno tutele – per esempio con contratti precari, voucher e partite iva che mascherano forme di lavoro dipendente – necessita di un nuovo sistema di welfare che si faccia carico delle nuove situazioni di sottoccupazione.”

vouchervendita

Il rapporto dimostra anche come la crisi e la disoccupazione colpiscano maggiormente i giovani:

poverta-giovani

Nel 2005 i più poveri erano gli anziani sopra i 65 anni (4,5% circa), e comunque fino al 2011 non si registravano grosse differenze di povertà tra le varie fasce d’età. La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha capovolto questa situazione: in un decennio il tasso di povertà assoluta è diminuito tra gli anziani (scesa al 4,1%), mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni. Tra le cause, anche l’altissima percentuale di persone che non studiano, non lavorano e non sono in formazione (i cosiddetti neet). Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni l’Italia è il paese dell’Unione europea con la più alta percentuale di neet, mentre in quella tra 15 e 29 anni è seconda dopo la Bulgaria.

Non diversa la situazione per quael che riguarda il lavoro femminile: “La percentuale di donne in povertà assoluta è raddoppiata tra 2005 e 2015, in linea con l’andamento nell’intera popolazione. In questi anni è aumentato il divario salariale di genere (dal 5,1% del 2007 al 6,5% 2014), anche se resta più contenuto rispetto ad altri paesi. In Italia la povertà femminile spesso deriva dal mancato accesso delle donne al mercato del lavoro, soprattutto dopo la maternità. Nella classifica delle lavoratrici con un figlio siamo penultimi in Europa, seguiti solo dalla Grecia. Nel 2015 la quota di donne con un figlio che lavorano (56,7%) è inferiore alle lavoratrici con almeno tre figli in Danimarca (81,5%).”

Come reagisce lo Stato di fronte a questo dramma che sta avanzando implacabilmente? La risposta di Openpolis è senza appello:
“Vista la crescita delle difficoltà economiche diventa cruciale il ruolo dello stato sociale nel ridurre il tasso di povertà. L’Italia spende in protezione sociale (al netto della spesa sanitaria) il 21,4% del pil, cioè sopra la media Ue pari al 19,5%. Ma in termini di riduzione della povertà, il nostro paese potrebbe fare di più: prima dei trasferimenti sociali si trova a rischio povertà il 45,8% della popolazione, mentre dopo si scende al 19,4%. Il welfare francese riduce il rischio povertà dal 44,4% al 13,3%, quello svedese dal 44% al 15,1%. È importante sottolineare che poca della nostra spesa sociale viene destinata ai soggetti che, con la crisi, hanno subìto maggiormente l’impoverimento. In Italia la tutela dalla disoccupazione e dal rischio esclusione impiega il 6,5% della spesa in protezione sociale, contro il 15,8% della Spagna, il 12,1% della Francia, l’11,7% della Germania e il 10,9% del Regno Unito. La quota di spesa sociale destinata alle famiglie, ai bambini e al diritto alla casa supera la doppia cifra negli altri stati europei, mentre da noi si ferma al 6,5%.

E’ vitale agire, prima che sia troppo tardi.

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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

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