Stoner: per me, un capolavoro

28 Dic

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Stoner” è forse il più bel romanzo che io abbia mai letto. Nella vita normale e quasi monotona del timido e grigio professor Stoner dell’Università  del Missouri ho ravvisato la vita di ognuno di noi, con le proprie ansie e le gioie, i fatti salienti e quelli insignificanti.   C’è ad ogni passo, insomma, la ricerca della nostra identità , capire chi siamo, ma è una ricerca tranquilla, non sconsiderata eppure piena di emozioni.  Ed è quindi una storia solo apparentemente banale: in verità, come ha scritto il biografo di Williams, Charles J. Shields,  Stoner è “il romanzo perfetto”.

Perfetto come, ad esempio, questo brano:

“Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di  accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno per giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore.” (Pag. 226)

C’è molto di autobiografico nella storia del protagonista, ma l’ho scoperto solo dopo. John Williams è nato nel 1922 a Clarksville, nel Texas. Rientrato in patria dopo la guerra – aveva servito come sergente nell’Army Air Corps in Asia– si iscrisse all’università di Denver e dopo la laurea a quella del Missouri, dove insegnò letteratura inglese. Nel frattempo aveva già pubblicato i suoi due primi libri,   nel 1948 il romanzo Nothing But the Night e l’anno dopo la raccolta di poesie The Broken Landscape. Rientrato all’Università di Denver, pubblicò nel 1960 il suo secondo romanzo Butcher’s Crossing,  e poi l’antologia English Renaissance Poetry.  La sua seconda raccolta di poesie, The Necessary Lie, è del 1965 e nello stesso anno esce Stoner.

Il libro non ebbe fortuna e vendette solo duemila copie. Il gran dolore di Williams fu solo in parte lenito dal ricevere, anni dopo, il National Book Award (ma a pari merito, per la prima volta nella storia del premio!) per Augustus.
Stoner aveva avuto una storia travagliata: ultimato nel 1963 col titolo originale “A flaw of light”, era stato rifiutato dai maggiori editori per essere accettato due anni dopo dalla Viking Press che però modifico brutalmente il titolo in quello attuale e per di più perse il manoscritto originale. Nella corrispondenza con la sua agente Marie Rodell (che non appariva neppure lei molto convinta: “la sua tecnica narrativa quasi monotona è desueta” gli scriveva) si leggono amarezza e speranze: “certo non mi illudo che possa essere un bestseller. Ma potrebbe essere una sorpresa”.

Avevano ragione entrambi. La prosa di Williams è ‘desueta’ perché assolutamente ‘normale’, tanto quanto il suo protagonista, ma allo stesso tempo è proprio questa equivalenza, o, meglio, l’unione perfetta tra il linguaggio e la figura di Stoner a creare la magìa del romanzo. E il parallelo tra autore e personaggio prosegue incredibilmente: dai fallimenti editoriali in vita (e il fallimento della vita di Stoner), al successo mondiale quarant’anni dopo l’uscita del libro e venti dopo la  morte, nel 1994, di Williams ed a quello a lui indissolubilmente collegato del protagonista del romanzo.

Dimenticato per quasi quarant’anni, Stoner riemerse nel 2003 grazie all’editore Vintage Classics. Tre anni dopo lo ripubblica  il “New York Review of Books Classics”. E da lì è cominciata la misteriosa e silenziosa ascesa di Stoner ai grandi livelli della letteratura, e delle copie vendute. Grazie al passaparola e ai social network in pochi anni è diventato un bestseller negli Stati Uniti per poi varcare l’oceano e fare altrettanto in Francia, Olanda, Spagna, Israele e molti altri paesi. In Italia, dove è stato pubblicato da Fazi editore nel 2012, ha superato le 200.000 copie.

Stoner ha raccolto l’ammirazione e il consenso di grandi scrittori contemporanei come Nick Hornby, Colum McCann, Bret Easton Ellis, Chad Harbach e molti, molti altri. In un’intervista apparsa su Repubblica nel 2013 Ian McEwan così rispondeva alle domande di Sarah Montague:
– Cosa c’è di così bello in questo romanzo?
Appena lo inizi a leggere senti di essere in ottime mani. Ha una prosa molto lineare. La trama, se ci si limita a elencare i suoi elementi, può suonare molto noiosa e un po’ troppo triste. Ma di fatto è una vita minima da cui John Williams ha tratto un romanzo davvero molto bello. Ed è la più straordinaria scoperta per noi fortunati lettori“. E più avanti:
– Dunque il romanzo parla della vita di William Stoner, che appare relativamente povera di accadimenti.
Relativamente. Stoner viene da una povera famiglia di contadini, frequenta la scuola di agraria, dove accede nel 1910 e segue, come ne esistono in un altro migliaio di università americane, un corso di Lettere e Filosofia. Il professore di letteratura durante una lezione legge il sonetto di Shakespeare n. 73 (“In me tu vedi quel periodo dell’anno”) e qui lo studente ha un’epifania. Stoner lo ascolta e ne è trasformato, l’insegnante gli chiede cosa voglia dire il sonetto e tutto ciò che Stoner riesce a dire, flebilmente, è “significa…”. E l’insegnante capisce immediatamente che il ragazzo è stato colpito dalla letteratura inglese. Stoner poi diventa un professore associato all’università e insegnerà fino alla sua morte, che avverrà molte decadi più tardi. Si sposa, il matrimonio va male, ha una figlia e anche la figlia va male, entra in una faida amara, o meglio è perseguitato da un collega per venticinque anni e conosce l’unico momento di riscatto della sua vita in una tenerissima storia d’amore che poi svanirà. C’è tutta la sua vita“.  

Una vita racchiusa nell’incipit:

“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i suoi colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: ‘Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi.’
Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplce domanda occasionale. I colleghi di Stomer, che da vivo non l’avevano stimato gran che, oggi ne parlano  raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono, che non evoca alcun passato o identità particolare cui associare sè stessi o le loro carriere.”

Come scrive Peter Cameron nella post-fazione all’edizione italiana, “…Stoner attraversa con grazia e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda.

 

 

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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

 

 

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