Come una casa senza finestre

8 Dic

Che strano titolo per un post. vero? A cosa può riferirsi? Che c’è sotto?
Facciamo un gioco: provate a intuire di cosa si tratti.

Vediamo. Potrebbe essere un modo di dire. Oppure una metafora.  E se invece si volesse descrivere uno stato d’animo? Oddio, potrebbe anche essere il titolo di un film, o di un libro… un libro? ALT! Ci siete arrivati, complimenti, non era mica facile. 🙂

Esatto. E’ un libro, o meglio, è una storia (chiamarlo romanzo sarebbe da presuntuosi). E qui sotto troverete l’inizio. Se dovesse incuriosirvi e voleste saperne di più, seguendo il link potrete leggere anche il seguito.
In questo caso vi chiedo però un favore: che vi piaccia o no, lasciate una recensione e siate sinceri più che potete. E comunque vada grazie fin d’ora.

Giovanni Fattori - "In vedetta" - 1872

Giovanni Fattori – “In vedetta” – 1872

PRIMO

   “Siffatto”. Quel termine così inusuale, forse ancora presente solo nel gergo di burocrati e vecchi avvocati, riemerso chissà come, da dove e per quale recondito motivo, continuava a vagabondare tra le sue circonvoluzioni cerebrali e non voleva saperne di sloggiare. Come può capitare talvolta con il refrain di una canzone dimenticata e che d’improvviso ritorna a galla senza un preciso motivo insediandosi arrogante nell’inconscio, così quella parola si ripresentava insistente e fastidiosa. Almeno fosse servita a distrarre dal freddo insistente che era ormai penetrato ovunque, perfino attraverso le spesse suole degli anfibi d’ordinanza. Ma come poteva fare ancora tanto freddo, maledizione, ormai era maggio, imprecò. E chissà se si potrà dire un “siffatto” freddo fetente, si chiese poi subito dopo, continuando a marciare.
L’umidità implacabile del bosco e della notte, che l’alba sorta da poco non aveva ancora avuto alcun modo di contrastare, avvolgeva tutto nei suoi invisibili filamenti come un gigantesco bozzolo, era densa, gelatinosa, gocciolava dalle foglie e dalle frasche, appariva solida nelle piccole e sottili lastre di ghiaccio che ogni tanto contornavano una pozza d’acqua.

Il carabiniere Paternò si sentiva i piedi gelati. Procedeva lentamente e con cautela nella mezza oscurità del bosco sullo stretto e contorto sentiero in salita tracciato chissà da chi e chissà quanto prima, calpestando un folto tappeto di sterpi e foglie morte fradice d’acqua (‘forse qui ha piovuto’ pensò), aiutandosi talvolta con la luce della torcia e facendo attenzione ai rami più bassi. Ogni tanto perveniva alle sue spalle l’ansimare del maresciallo, interrotto frequentemente da un’imprecazione alternata a una maledizione. ‘Ormai dovrebbe mancare poco’ – rifletté – era quasi mezz’ora che avevano lasciato l’auto giù sulla strada. L’avevano parcheggiata accanto a una elegante e lucida berlina Mercedes (che lì pareva un po’ incongrua, a dire il vero) e al vecchio fuoristrada Toyota rosso del cacciatore che aveva dato l’allarme. Improvvisamente intravide nella leggera foschia una radura imbiancata dalla brina e dopo pochi passi ancora apparvero nell’incerta luce del primo mattino due figure umane come in attesa che guardavano nella loro direzione, certo attirate dal rumore che producevano avanzando. Dovevano certo essere in loro attesa e infatti appena uscirono dalla boscaglia il primo dei due, quello più alto, gli si fece incontro per salutarli. Indossava uno stinto e liso giaccone mimetico stretto in vita da una cartucciera, in testa un cappello a larghe tese e dalla spalla pendeva una vecchia doppietta. Ai suoi  piedi un consunto zaino militare. Avvicinandosi lo riconobbe subito dalla grande e folta barba grigia: era Pino, il vecchio benzinaio in pensione.

– “Sono lì”. L’uomo fece un cenno con la mano verso lo spiazzo. “Devo aspettare?”

Il maresciallo gli rispose di sì, che sarebbe stato meglio. Il vecchio borbottò qualcosa al compagno che era rimasto in disparte, quasi rispettoso, poi cominciò ad armeggiare con la pipa. Paternò intanto aveva cercato di togliere da sotto le suole un po’ dello spessore di fango e foglie che vi si erano incollati, strusciando e battendo i piedi sull’erba del prato, poi seguì il maresciallo che si era inoltrato e scorsero subito un corpo bocconi, seminascosto da un cespuglio di ginepro. Alzarono lo sguardo guardandosi intorno e videro, tutto sulla destra a non più di venti metri, una massa scura sotto una quercia: era un secondo corpo, rannicchiato su sé stesso, quasi nella posizione di difesa che si assume quando ci si vuol proteggere da un colpo.

– “Che facciamo, chiamiamo la scientifica?” chiese Paternò.

Il maresciallo fece una smorfia di evidente fastidio: ”Ma chi vuoi chiamare. Vedi di non toccare niente e fai attenzione a dove metti i piedi. Aspettiamo il giudice e poi vediamo cosa vuol fare lui. Richiama tutti, intanto, digli di muoversi, quando arrivano?”. C’era parecchio nervosismo, nel suo tono. A Paternò venne spontaneo pensare che – a parte l’alzataccia –  la faccenda aveva mandato fuori giri il vecchio graduato che doveva sentirsi quantomeno impensierito per l’accaduto. Ma non fece una piega e si accinse  a telefonare.

– “Non c’è campo, qui”. La voce di Pino giunse da lontano mentre stava digitando il numero sul cellulare. Avrebbe dovuto ricordarselo: il collega che aveva ricevuto la chiamata era stato istruito dal cacciatore sia sulla strada da fare che sulle difficoltà di comunicazione nella zona e aveva riferito tutto con precisione. Registrò la prima figuraccia della giornata, augurandosi che il maresciallo, preso dai suoi pensieri, non avesse sentito.

– “Faccio qualche foto, maresciallo?” domandò con finta ingenuità. “Per caso, ho la mia macchinetta appresso” si scusò goffamente. Ma quale caso, se l’era messa in tasca apposta e infatti non potè sfuggire al commento ironico del graduato che appariva sempre più irritato da tutto quello spirito d’iniziativa.

– “Per caso, eh?. Fai come ti pare, basta che non fai casino intorno ai cadaveri, se no poi il capitano  s’incazza”  si sentì rispondere. Paternò cercò di ricapitolare rapidamente quello che aveva appreso al corso si fotografia alla scuola allievi, poi decise che, dando per scontato che tanto nessuno le avrebbe mai usate, poteva benissimo fare come veniva meglio. Tenendosi a una  distanza di rispetto cominciò a scattare, inquadrando  prima il corpo sotto la quercia. Poi girò intorno all’albero per osservare la scena dall’altro lato e  inciampò col  piede in qualcosa nascosto dall’erba alta. Si chinò per capire e con sorpresa sì accorse che era un fucile. Si affrettò a fare alcuni scatti da diverse angolazioni, poi risalì il lieve pendìo avvicinandosi all’altro cadavere e, sempre tenendosi a distanza, fece una serie di foto da tutti i lati. In meno di cinque minuti aveva finito e si rimise in tasca la macchina fotografica: Si rivolse allora al graduato:

– ”Maresciallo…” Non poté finire.

(segue qui: non dimenticate la recensione e grazie ancora.
Se poi vorrete addirittura comprarlo, grazie mille!  🙂 )

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