Olimpiadi, perché meglio di no

10 Set

Meglio, molto meglio di quanto avrei potuto dire io in proposito, lo dice Ettore  Livini qui, su Repubblica. Magari io avrei aggiunto qualcosina (non propriamente benevola) sulla rete di interessi, amicizie, poteri,  (politici e imprenditoriali)  che già si stava disegnando chiaramente e che ancora una volta avrebbe avvolto e spolpato Roma e  le fragili finanze nazionali.
Meglio così, quindi.

 

I GIOCHI, UN SOGNO CON TROPPI RISCHI

di Ettore Livini

IL FASCINO antico delle Olimpiadi, però, non è più quello di una volta. Tutti, sulla carta, le vogliono. Pochi, però, sono disposti a prendersele davvero.

Il “no” alle Olimpiadi della giunta di Virginia Raggi — per dire — ha il sapore per il Cio di un amaro déjà vu. La gara per ospitare i Cinque cerchi — una volta una sfida affollatissima e dove ogni colpo era lecito per vincere — è diventata ormai una corsa ad eliminazione. Troppo alti — e con cronica tendenza alla lievitazione — i costi. Poco chiare le ricadute su occupazione, infrastrutture ed economia locale. Anche se Roma, forse, aveva l’occasione unica di ripensare una città orfana da tempo di progettualità urbanistica. Morale: i tanti aspiranti organizzatori dei Giochi della prima ora si perdono per strada a tempo record. E la selezione finale si è ridotta sempre più spesso a un confronto tra pochi intimi.

La defezione della capitale italiana porta a sei le candidature sfumate per il 2024. Quella di Amburgo è stata silurata in un referendum popolare (51,6% i no) malgrado persino il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble avesse dato disco verde. Boston si è fatta da parte dopo aver dato un’occhiata più approfondita a costi e sondaggi tra i suoi cittadini. Madrid, San Diego e Dubai hanno alzato bandiera bianca e in gara restano Parigi, Budapest e Los Angeles.

Peggio ancora è andata alle Olimpiadi invernali del 2022: ai nastri di partenza si sono presentati in otto. Ma in un battito di ciglia le sei proposte europee si sono sciolte come neve al sole: Cracovia, Monaco e l’abbinata elvetica Sankt Moritz-Davos sono state affossate da altrettanti referendum popolari. Stoccolma e Oslo si sono defilate per non spendere miliardi che potevano essere utilizzati meglio su altre priorità. Lviv, in Ucraina, si è fatta da parte causa guerra. Il Comitato olimpico così si è trovato a dover scegliere tra due proposte: Pechino, quella vincente malgrado disti due ore dal primo impianto di sci, e Almaty.

L’appeal delle Olimpiadi, ovviamente, non si discute. Oltre 3,5 miliardi di persone, mezzo mondo, hanno acceso la tv per vedere i Giochi di Rio. Il motivo per cui sempre meno città le vogliono è più prosaico: i soldi. Organizzarle è un’impresa costosa e in perdita. L’ultima edizione chiusa in attivo è quella di Los Angeles. Che non avendo avversari dopo i flop di Montreal e Mosca, non era stata costretta a promettere mari e monti all’atto della candidatura. Londra è costata circa 10 miliardi di euro. Rio De Janeiro 4,6 che salgono a oltre 10 mettendo insieme tutti i lavori pubblici dello Stato. E tutte e due hanno chiuso il bilancio in pesante passivo, con l’edizione carioca salvata in zona Cesarini da un’iniezione di soldi pubblici. Le spese messe nero su bianco prima delle gare, oltretutto, non sono mai state rispettate. I costi reali delle Olimpiadi — calcola uno studio dell’Università di Oxford — sono stati in media superiori del 156% rispetto a quelli previsti dal budget. Montreal li ha “bucati” del 720% e ci ha messo 30 anni per pagare il conto. Barcellona (+226%) almeno ha lasciato alla città un volto nuovo di zecca. L’eredità di quelle di Atene invece sono state un buco in bilancio che qualche anno dopo ha contribuito a portare la Grecia al crac. A Nagano l’organizzazione ha bruciato nell’inceneritore i 90 faldoni con i conti dei Giochi per non svelare i favori milionari fatti al Cio per aggiudicarseli.

Diritti tv, sponsor, marketing e biglietti non bastano assolutamente a coprire le uscite. Londra — pur catalogata come manifestazione di successo — ha incassato 3 miliardi contro i 10 pagati per metterla in piedi. E il lascito in termini di occupazione ed economico sulla città, conferma l’Università di Oxford, è stato ridotto nel tempo e nelle dimensioni. Nessuno, naturalmente, può mettere in discussione ex ante la buona fede, la capacità, e i progetti del Comitato Roma 2024. Ma riuscire dove ha fallito la Gran Bretagna non sarebbe stato in ogni caso facile per nessuno. Lo sa anche il Cio, impegnato in un esame di coscienza per studiare la formula per organizzare Giochi meno costosi, anche se proprio la scarsa trasparenza dei suoi conti resta uno dei motivi per cui molte nazioni sono restie a giocare la carta olimpica. Negli ultimi mesi ha preso quota una soluzione provocatoria: dare in pianta stabile i Giochi ad Atene e alla Grecia, nel rispetto della tradizione. Ma con i soldi e gli interessi in ballo, più che un sogno, pare un’utopia.

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