Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

14 Lug

Ospito con molto piacere le acute e lucide riflessioni di Benedetta Rinaldi Ferri, una giovane amica tenace sostenitrice di un vitale quanto sano e proficuo confronto delle idee in un partito che si dice democratico.
UN FILO ROSSO


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Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

Prima che il nostro dibattito affondi fra le carte napoletane, con le poche righe che seguono vorrei provare a riallacciare i fili, ricostruire la cornice in cui inserire il voto di Ottobre. Almeno per come la vedo io, per le ragioni che sento necessarie a una sinistra in via di rifondazione. Con la speranza di poterci riflettere insieme.

Dimostrazione ad Atene.

Dimostrazione ad Atene.

In premessa, un orizzonte perduto. La riforma costituzionale, unitamente all’Italicum, si inserisce in un contesto politico europeo sempre più avvitato sulle proprie tensioni (tecnocrazia-populismo, immigrazione-razzismo etc). Autonome, strutturali, e sempre più azzardate, queste sono il sintomo di un male maggiore, di natura costituzionale. A loro modo il segno di un dibattito interrotto e presto soffocato dalle urgenze della recessione.

Vale la pena soffermarcisi un istante, perché non c’é riforma che possa prescindere dal contesto ordinamentale che la contiene.

Io ero piccola, ma qualcuno ricorderà l’avventura che fu la Costituzione Europea, le sue difficoltà, lo spirito parzialmente tradito dal Trattato di Lisbona (2007). A ben guardare, chiusa quella fase, che pure doveva essere provvisoria, avviata sulla via di un progresso civile e democratico prossimo, seguirono le innovazioni sul piano della governance economica (Fiscal Compact, MES, Six Pack etc). Strumenti della cui legittimità ancora si dubita.

Alle fughe in avanti insomma si sostituirono allora le asfissie del (non) dibattito economico sull’austerità. In quel passaggio, nella riduzione dialettica continentale, fu vinta una battaglia di orizzonte politico. E noi, gli sconfitti, perdemmo di vista il quid novum del dibattito costituzionale: italiano, europeo, globale.

Non sfuggirà a nessuno del resto che fu proprio in quella temperie che prese vita l’attuale legislatura, vincolata alle riforme nelle parole del rex republicanus Giorgio Napolitano. Nel 2013 fu tracciato un binario. Il binario fu agganciato alla transizione democratica italiana. Il solco, scavato nel “son trent’anni che ne discutiamo”.

Ora il punto è che se pure è vero che l’uso politico della storia comincia sempre con una determinazione partigiana del dies a quo, non si possono tuttavia tacere le innovazioni governamentali intervenute nel frattempo. Non possiamo non fare i conti cioè con uno scenario giuridico e politico irrigidito dalla crisi: l’integrazione europea come coordinamento di esecutivi, la globalizzazione come livellamento tra poteri pubblici sovrani e poteri privati, la riduzione dei governi a tecnici della sopravvivenza, per usare le parole di Zagrebelsky, amministratori del presente e non più poliedrici timonieri.

 Contro la politica impolitica. La combine riforma-italicum garantisce governabilità e efficienza si dice, porta inoltre con sé la ri-democratizzazione di decisioni prese altrove dai poteri di fatto: se la democrazia decide, sottraiamo il boccino alle consorterie economiche del paese, riaffermiamo un primato politico (su per giù la tesi del ministro Orlando). Vien da rispondere: va bene, non fosse che anche qui sembra non tenersi conto delle dimensioni delle forze in gioco, consorterie economiche transnazionali e talvolta istituzionali, e di nuovo della dimensione multilivello del nostro ordine.

Già considerare i limiti democratici dell’Unione infatti, aiuta a leggere la riforma come orientata a garantire la prevedibilità dell’esecutivo, minoranza di minoranza, aggravandone l’impoliticità: il governo va nei consessi europei, annota in agenda, esegue senza troppi intoppi e una camera di impaccio in meno (ma forse neanche quello, potrebbe addirittura imballarsi da solo).

Le variabili della partecipazione? Minimizzate. E la parabola della rappresentanza? Come passare da 0 a 4000 metri con un sol voto: la legittimazione si disperde, il respiro fatica.

I centri decisionali restano dove sono e la capacità decidente, stella polare del progetto, finisce col caratterizzare l’azione politica per i soli mezzi e non più per fini liberamente riformisti. Viene ridotto il confronto con quel tanto di imprevedibilità che la democrazia impone, la creatività del parlamento, che certo già soffre ma per la stessa carenza di prospettiva di cui sopra.

Con un’ambizione più alta, l’uguaglianza. Riflessione concorrente è quella sul criterio che dovrebbe orientare la revisione coté progressista: l’uguaglianza.

Con tutto il rispetto per i sostenitori del doppio sì (viva l’Italicum, viva la riforma), a poco vale richiamare le intenzioni di Berlinguer in un mondo che si assume radicalmente mutato, perché si incorre in contraddizione. Applicare antiche soluzioni dismettendone i valori, peraltro davanti a divari sociali e democratici nuovi, è semplicemente insensato, forse ipocrita. E pensare di ingabbiare le tensioni cicliche del sistema nelle mani piccole di un ufficio (funzionale a, efficiente), l’esecutivo monocolore monopolista, sconta una miopia.

É ormai plastica la marginalizzazione dei più dal grande gioco della politica democratica, a partire dal lessico stantio che ci vorrebbe tutti schierati tra moderati riformisti e inconsapevoli populisti. Il fenomeno non è nuovo, e tuttavia assume oggi proporzioni colossali. Richiede uno sforzo di inclusione che la verticalizzazione dei poteri, peraltro fragile, non può soddisfare.

Come ci confermano ormai anche i sampietrini di via dei Fori, il livello delle disuguaglianze in Europa e in Italia tocca la sua soglia di sostenibilità. Ora, la leva istituzionale come leva costituzionale (comprensiva cioè degli obiettivi di sviluppo della persona), può essere la via maestra per restituire dignità e controllo a chi viene via via escluso dai circuiti dialettici della democrazia. Democrazia che a me piace pensare come pluralità dinamica e variopinta, e che il combinato tende invece a neutralizzare (nel senso proprio di scolorire).

Sulla scorta di queste brevi argomentazioni, e senza pretesa di esaustività, credo sia opportuno promuovere nel partito democratico un dibattito finora mancato. Come ho provato a spiegare, le ragioni del no interrogano la nostra coscienza di democratici europei, chiudere le finestre del confronto per rispetto di un partito che ha già deciso, senza coinvolgere minimamente le sue forze diffuse, finirebbe con l’impoverire l’anima della più grande forza riformista del paese, che questo piaccia oppure no.

E a me non piace.

Benedetta Rinaldi Ferri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “Referendum: il mio no di giovane democratica europea.”

  1. Vincenzo Santori 14/07/2016 a 1:49 pm #

    Condivido la tua riflessione. Complimenti.
    Vincenzo Santiri

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