Con questi avversari e questa stampa contro, Marino vincerebbe passeggiando.

23 Mag

Che il solo nome di Ignazio Marino inquieti ancora i sostenitori del Pd renziano è fuori discussione. Basterebbe a dimostrarlo l’articolo della prima pagina di Repubblica Roma del 20 maggio, dal fuorviante titolo “Sette romani su dieci  delusi da Marino”. Ma andiamo con ordine.
Marino, dichiarano ad ogni piè sospinto gli sfiducianti dal notaio, i loro ispiratori e il disciplinato gregge che li segue, appartiene ormai al passato di Roma. E allora che bisogno c’è di evocarlo ad ogni piè sospinto? E perché Mauro Favale, l’autore dell’articolo di cui sopra, si scomoda e si scalda tanto per commentare la ricerca della Demos? Tutto questo non contraddice l’assunto e le disposizioni di delenda memoria che sembra siano state impartite? O tutti costoro sentono ancora il bisogno di rassicurarsi a vicenda, come i complici di una marachella che temono di essere scoperti? Francamente, a me appaiono patetici soprattutto in considerazione della sconfitta del Pd che appare ormai certa e definita. E perdere Roma, i suoi quindici Municipi e la primazia nella Capitale, tutto in un colpo solo, deve apparire ai suoi massimi vertici – un po’ tardivamente, in effetti – preoccupante.

Quello che però dovrebbe preoccupare maggiormente i sopradetti vertici romani e nazionali è la loro incapacità a leggere non solo le situazioni e le tendenze, ma perfino gli inequivocabili numeri dei sondaggi. Non mi riferisco a quelli sui candidati a sindaco, ma proprio a quelli di Demos che hanno ispirato lo sfortunato articolo di Favale.
Il quale si è avventurosamente lanciato in un titolo spavaldo senza riflettere su quanto potesse clamorosamente ribadire esattamente il contrario di quanto intendeva lui. Infatti, se è vero (se) che sette romani su dieci sono “delusi”, è  altrettanto vero che tre su dieci esprimono una valutazione positiva dell’amministrazione del sindaco Marino, alla faccia della sprovveduta dichiarazione che riferiva di un presunto e mai dimostrato rapporto interrotto tra i Campidoglio e la città. E un 30% di consensi basterebbe oggi a contendere la vittoria nelle prossime elezioni: secondo Demos la Raggi ha oggi il 30,5% dei voti. Ma il povero Favale non c’ha pensato e la “sentenza senza appello” dice che neppure lui – passi per  un politico, ma è grave per uno che fa il giornalista – sa leggere i sondaggi.
Ultimosondaggio
Non basta. La rilevazione di Demos si basa su un campione di 1.025 intervistati, rappresentativo del totale degli elettori romani. Dal sito della società non appare la specifica “votanti” ed è quindi evidente che i rilevatori sono andati a pescare nell’universo dell’elettorato, cioè tra i 2.357.376 aventi diritto al voto. Ma quanti di questi andranno a votare?
Favale ipotizza – e lo scrive – “che stavolta già al primo turno, il 5 giugno, la percentuale di votanti possa scendere al di sotto del 50%”, e i valori  di cui sono accreditati i vari  concorrenti si basano, ovviamente, sui votanti, non certo sul totale includendo anche chi si asterrà. Ora facciamo un passo indietro. Nel 2013 andarono a votare al ballottaggio 1.062.892  romani su 2.359.119 (il 45,05%) e Marino ebbe 664.490 voti, pari al 63,93%. Ma se rapportiamo i voti al totale dei potenziali elettori (664.490/2.359.119), la percentuale è del 28%. Cioè Marino fu preferito da tre votanti su dieci, mentre gli altri sette gli erano contrari. Né più, né meno, di quanto confermato oggi da Demos sull’elettorato complessivo. E viene allora da pensare che se Marino si fosse presentato a questa tornata avrebbe con ogni probabilità vinto di nuovo. Con buona pace di tanti interessati suoi avversari e del club dei suoi detrattori ospitato tanto generosamente quanto incomprensibilmente da Repubblica.
Ma il tempo, si sa, è galantuomo e basta saper aspettare.

 

 

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