«Dire no è un’affermazione», ha scritto quella gran donna che è stata Germaine Tillion, una delle protagoniste della raccolta di scritti che Tzvetan Todorov ha riunito per esaltare lo spirito di resistenza di individui portati ad esempio di fronte al peso nefasto della storia, o meglio di non-sottomissione e in definitiva di non-violenza o di riduzione della violenza solo alle situazioni davvero estreme. «Dire no all’omicidio, alla crudeltà, alla pena di morte» è un fatto eminentemente positivo, è dire sì alla vita, alla solidarietà tra gli umani, alla comprensione dell’altro anche quando diverso da noi e nostro nemico, nella convinzione che c’è in lui, sempre, qualcosa che appartiene anche a noi e su cui può essere possibile fare leva in un’opera di confronto e di convinzione.

I personaggi storici, della storia del Novecento ma anche del nostro secolo, che Todorov ha scelto di mettere insieme in Resistenti, sono tra loro, in partenza, molto diversi. Anche quando sono partiti da opinioni e sentimenti non conciliabili con quelli dei loro nemici e hanno rivendicato le ragioni di una giusta resistenza al nazismo e allo stalinismo, per esempio, o al razzismo, al pregiudizio, alla negazione dell’altro, il loro punto d’arrivo è quello della compassione (che il papa attuale chiamerebbe misericordia). Questo è accaduto perfino a chi, come Malcolm X, era partito da idee ben diverse che ha cambiato nel corso della lotta grazie – e non è un paradosso – all’influenza della religione musulmana (e ha pagato questa trasformazione con la vita, ucciso non dalla polizia ma, come era successo allo stesso Gandhi, da uno della sua parte deluso dalle sue nuove posizioni, di dialogo, di confronto e di compromesso con la parte avversa, i bianchi).

Ma chi sono i “resistenti” di cui parla Todorov, affrontandoli, curiosamente, a coppie? Sono Etty Hillesum e Germaine Tillion, Boris Pasternak e Aleksandr Solženicyn, Nelson Mandela e Malcolm X e alla fine, nel capitolo più breve, due resistenti contemporanei non altrettanto noti, David Shulman, un israeliano ostinato nell’ascoltare le ragioni dei palestinesi e nella fiducia nel dialogo, e Edward Snowden, un mite statunitense che ha rivelato i segreti del sistema di spionaggio ipermoderno su tutti e su tutto portato avanti dal governo del suo Paese contro ogni sua stessa norma costituzionale. A unirli – e ovviamente Todorov avrebbe potuto portare molti altri esempi così come ha fatto di recente una nostra storica, Anna Bravo, e molti di noi potrebbero ancora fare – è lo sforzo di riportare nella politica la dimensione della morale, dell’etica. Lo sguardo di Todorov è giustamente impietoso nei confronti della degenerazione della politica nel nostro tempo, ma da questo consegue che, a maggior ragione, si tratta oggi di ripartire da quell’esigenza e dunque anche dagli esempi di chi ha provato a discutere e cambiare la politica perfino nelle situazioni più difficili, perfino impossibili. In modi diversi, la Hillesum e la Tillion di fronte al regime concentrazionario e la seconda, più tardi, di fronte al conflitto coloniale tra Francia e Algeria, Pasternak e Solženicyn di fronte al regime stalinista (ed è significativo che il capitolo che riguarda il secondo finisca mettendo a confronto le scelte pubbliche e private dell’autore di Arcipelago Gulag con quelle dell’autore del Dottor Zivago: mettendo il lettore in grado di scegliere tra due posizioni ugualmente significative), Mandela e Malcolm X di fronte a un regime di apartheid – e sì, la figura di Mandela giganteggia in questo libro per la sua lungimiranza politica e perché, in definitiva, è quello che più dal di dentro, e negli anni della sua liberazione dal centro del potere politico, ha cercato di «portare l’etica nella politica» accettando e praticando il compromesso. (A questo proposito torna alla mente quanto ha scritto sulla giusta considerazione del termine compromesso uno scrittore coraggioso come Amos Oz).

Sono tantissimi gli spunti che Resistenti offre al lettore angosciato dalla deriva della politica, dall’irresponsabilità dei potenti di fronte al presente e al futuro del pianeta e del genere umano in un’epoca di mutazioni incessanti, malamente manovrate nell’interesse di pochi, e di prevaricazioni che producono nuovi scontri e nuova barbarie invece che nuove speranze. Ma anche di fronte all’acquiescenza delle masse, frastornate da pubblicità e ideologismi, dagli aspetti più antichi e più nuovi del fanatismo, quello consumista come quello religioso.

Su ciascuno dei percorsi seguiti dai personaggi con i quali Todorov ci propone il confronto si potrebbe discutere a lungo, vedendo i modi in cui le loro convinzioni si sono formate, le loro scelte si sono esplicate. Aggiungendo altri nomi, altri esempi (anche per l’Italia, tanti, ma di ieri piuttosto che di oggi: da Gobetti e Salvemini a Capitini e Olivetti, da don Mazzolari ad Alex Langer…), anche se gli esempi portati da Todorov sono di individui che hanno dovuto incontrare «un male vissuto come estremo» da cui è conseguita la radicalità delle loro scelte, perché è da un dolore estremo che è nata in loro «la piena liberazione» e «dalla paura totale» è nato «il coraggio totale». Non per questo il loro esempio è inimitabile, ed è anche dal male che si vede fare agli altri e non solo da quello che si subisce direttamente che nasce l’impulso della “resistenza”, della non-accettazione.

Ad accomunare i protagonisti di Todorov a tanti altri sono la perseveranza nelle scelte di fondo, prima che politiche ma riportate alla e nella politica, il rifiuto di odiare i nemici e l’aiuto portato alle vittime, il dovere della testimonianza diretta, la distinzione tra il “peccato” e il “peccatore”, l’amore per la giustizia e la verità e, in definitiva, il ripudio del narcisismo consolatorio e ipocrita che miete oggi milioni di vittime nel mondo occidentale e non solo in quello e di una cultura che spinge alla mistificazione e all’addormentamento delle coscienze invece che al loro risveglio. In definitiva, il richiamo che le vite narrate con tanta passione da Todorov ci propongono è a quella virtù che tanti hanno messo e ancora provano a mettere al di sopra di ogni altra scelta: l’amore del prossimo che, diceva don Milani alla fine della sua Lettera, resta in definitiva la cosa più importante e definitiva di tutte. «Io sono gli altri» scrisse un nostro giovane poeta, Rocco Scotellaro.

I modi di «riportare l’etica nella politica» possono essere molti, e per fortuna non tutti estremi, ma dagli esempi estremi (radicali) si ha sempre molto da imparare, ricordando infine, con Todorov, che «l’uomo che fallisce nel tentativo di aiutare il prossimo non è meno virtuoso di chi ci riesce».