FOIA = legge per il libero accesso alle informazioni. Una presa in giro.

18 Mar

Questo acronimo non agevola la comprensione e così l’ho decrittato: deriva dall’inglese Freedom Of Information Act (FOIA), cioè il diritto per i cittadini di accedere liberamente alle informazioni detenute dallo Stato. E’ un diritto elementare riconosciuto in oltre 95 democrazie nel mondo (in Svezia dal 1766) e dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. È insomma – come ben detto nel sito del FOIA Italy, “un diritto universale, che è alle fondamenta  della nostra libertà di espressione perché è il presupposto di una piena partecipazione come cittadini alla vita democratica.”

Ma non esiste in Italia. Alfiere orgoglioso dell’inderogabile necessità di una legge per portare l’Italia al livello delle altre nazioni fu nel 2012 Matteo Renzi. Una solenne promessa declamata durante la sua campagna per le primarie per la segreteria del Pd che lo contrapponevano a Bersani e che perse.Renzi FOIA 2012

Renzi era però così convinto della necessità di una legge del genere che il 23 febbraio 2014 nel suo discorso di insediamento al Senato dichiarava (qui il testo integrale):

Non siamo per sottrarre responsabilità ai dirigenti : siamo per dargliele tutte. Vorremmo che la parola accountability trovasse una traduzione in italiano, perché vi sono le responsabilità erariali, quelle penali e quelle civili, però non ve n’è una da mancato raggiungimento degli obiettivi, se non a livello teorico: questa, però, è una sfida di buon senso, che nell’arco di quattro anni può essere vinta e affrontata se partiamo subito e se abbiamo anche il coraggio – lasciatemelo dire – di far emergere in modo netto, chiaro ed evidente che ogni centesimo speso dalla pubblica amministrazione debba essere visibile on line da parte di tutti. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Di Biagio e Ichino). Questo significa non semplicemente il Freedom of Information Act , ma un meccanismo di rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il proprio rappresentante.

Rassicurati, gli italiani consapevoli che una legge in questo senso attendevano da tempo hanno anche elencato, fiduciosi, i 10 punti irrinunciabili

PER UN FREEDOM OF INFORMATION ACT

Ecco i dieci punti senza i quali una nuova legge sulla trasparenza non può per noi definirsi un Freedom of Information Act.
1. Il diritto di accesso è previsto per chiunque, senza obbligo di motivazione (eliminando le restrizioni previste dalla Legge n. 241/1990)
2. Possono essere oggetto dell’accesso tutti i documenti, gli atti, le informazioni e i dati formati, detenuti o comunque in possesso di un soggetto pubblico
3. Si applica non solo alle Amministrazioni ma anche alle società partecipate e ai gestori di servizi pubblici
4. Le risposte delle Amministrazioni devono essere rapide (max 30 gg)
5. Le eccezioni all’accesso sono chiare e tassative
6. L’accesso a documenti informatici è gratuito (non sono dovuti nemmeno costi di riproduzione)
7. Nel caso di atti e documenti analogici, può essere richiesto solo il costo effettivo di riproduzione e di eventuale spedizione
8. Quando un’informazione è stata oggetto di almeno tre distinte richieste di accesso, l’amministrazione deve pubblicare l’informazione nella sezione “Amministrazione Trasparente”
9. In caso di accesso negato, i rimedi giudiziari e stragiudiziali sono veloci e non onerosi per il richiedente
10. Prevede sanzioni in caso di accesso illegittimamente negato

Come è facile capire, si tratta di punti effettivamente caratterizzanti, senza i quali la legge perde di ogni significato.

Fedele all’impegno, a gennaio il governo presenta la sua proposta con il cosiddetto ‘decreto trasparenza’ sulla riforma della PA. Ora, mi piacerebbe dire che la montagna ha partorito il noto topolino. Mi piacerebbe perché nel caso la montagna – il governo – ha invece partorito un mostro.
Nelle bozze circolate  finora del provvedimento e nei suoi 42 articoli, infatti, si può notare una pervicace ricerca nel rendere la vita difficile a chi – nello spirito ispiratore della legge – si volesse azzardare ad informarsi, frapponendo ostacoli e impedimenti di ogni genere. Per darne un’idea, leggete questo commento conclusivo dell’avvocato e blogger Fulvio Sarzana:

Il Foia all’italiana, salvo modifiche, o addirittura il ritiro da parte del governo, come sembrano suggerire le diverse Associazioni che avevano fermamente creduto nella norma, decreta il silenzio su tutti i fatti presenti, passati e futuri, di rilievo nazionale e gestiti dalle articolazioni centrali dello Stato e dagli Organi Indipendenti (o semi-indipendenti, secondo la definizione che ne diede Giuliano Amato). Con buona pace del diritto del cittadino ad essere informato.

Il Fatto Quotidiano approfondiva maggiormente commentando che “chi temeva un provvedimento “annacquato” troverà almeno sette spiacevoli conferme”. Eccole, punto per punto.

1) Gratuità dell’accesso. Il ministro Madia ha sostenuto che l’accesso civico è gratuito perché così si incentivano i cittadini a pretendere la trasparenza. In realtà l’art. 6 a pagina 5 specifica che “il rilascio di dati in formato elettronico o cartaceo è subordinato soltanto al rimborso del costo sostenuto dall’amministrazione”. Senza specificare però come viene calcolato.
2) Le eccezioni. Sono elencate all’art. 5 e rappresentano altrettante scappatoie per non divulgare un bel nulla: sicurezza nazionale, difesa e questioni militari, relazioni internazionali, politica e stabilità finanziaria dello Stato, indagini sui reati e loro perseguimento, attività ispettive, segreto di Stato.
3) Il pregiudizio “verosimile”. A decidere quando rigettare o accogliere la richiesta è la stessa amministrazione secondo un criterio soggettivo (“verosimile”) rimesso alla valutazione del dirigente.
4) La responsabilità. Se non perviene alcuna risposta dopo 30 giorni significa che la richiesta è stata rigettata e non viene fornita alcuna motivazione, così nessuno si assume la responsabilità di spiegare all’esterno perché cela la documentazione richiesta.
5) I costi. Resta la possibilità di fare un ricorso al Tar che costa 500 euro di tasse, l’onorario dell’avvocato e sei mesi per arrivare a sentenza. E se poi si scopre che il dirigente ha sbagliato?
6) La sanzione. L’amministrazione e il suo personale che nega illegittimamente l’accesso non ha sanzioni o altre forme di deterrenza e piena rispondenza alle prescrizioni di legge. Neppure a seguito di giudizio soccombente.
7) Complessità. La legge non abolisce le precedenti, in particolare la 241/90 che norma l’accesso. Una sovrapposizione di prescrizioni che sarà recepita dagli uffici come ulteriore onere e non come adempimento civico a tutela di un diritto che nella società della conoscenza è divenuto primario.

La petizione che è apparsa su Change, sostenuta da  LIBERA – Riparte il futuro,  ha già raccolto oltre 60.000 firme. In questo video viene spiegato ancor più chiaramente perché questo FOIA non va.  E perché  bisogna costringere il Governo a rispettare impegni e promesse.

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