Una formula nuova: la guida e la partecipazione. Insieme.

30 Gen

Questo post di Alessandro Gilioli (Sui capi e la democrazia dal basso) non fa che aumentare la mia stima per lui. Che io sappia, è il primo ad aver chiaramente individuato l’esigenza sempre più sentita – anche se in buona parte non manifesta –  dell’elettorato italiano. La leadership unita alla partecipazione è l’unica via, dice in conclusione Gilioli:
 

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

Ed è quasi ovvio: non è più il tempo dell’uomo solo al comando. Sono ormai troppe le variabili in gioco nello scacchiere nazionale e mondiale e contemporaneamente sui vari tavoli (economico, militare, sociale, culturale, ecc.) sui quali si giocano equilibri e fortune degli stati, perché un capo possa assumere tutte le responsabilità e soprattutto sempre e solo tutte le corrette decisioni.

Non è disponibile – e dubito che esista – l’algoritmo mentale per cui il leader possa considerarsi infallibile. Per cui solo la partecipazione, (l’equivalente de le decisioni dal basso), può assicurargli quel tanto di tracce, di indicazioni, che unite al consenso gli consentano di agire mantenendo dritta la barra del timone. Tanto per parlar chiaro, in Italia il combinato disposto tra la nuova legge elettorale e il Parlamento dimezzato conducono verso una leadership di Renzi pressoché totalitaria del Paese.

SCUOLA: STUDENTI MEDI IN CORTEO NEL CENTRO DI ROMAMa nello stesso tempo cresce la disaffezione nel suo stesso partito di pari passo con l’opposizione interna, mentre si sviluppano la protesta populista del 5 Stelle e, più che credibilmente, dell’astensionismo. Quella che il segretario-presidente reputa una soluzione, l’imbarcare pezzi sempre più ampi e screditati del centro-destra per creare un clandestino partito della Nazione, non ha altri effetti se non quello di allontanare sempre più ampi segmenti del suo originario elettorato di riferimento, quello progressista.

Che questo a Renzi poco importi, considerata anche la fisiologica incapacità degli italiani a fare squadra, (parlo di quei tanti mediocri personaggi che preferiscono cioè la leadership di un gruppo minuscolo invece di fare un passo indietro e rivestire un ruolo di rilievo in un movimento di ben più ampie dimensioni) è un fatto, ahinoi, indiscutibile. Ma se appena si dovesse profilare all’orizzonte una personalità carismatica in opposizione, capace di coagulare tutte le forze disperse con le sue capacità e con una dichiarata, effettiva e dimostrata partecipazione di tutti (le decisioni dal basso di cui si diceva prima) la situazione potrebbe improvvisamente mutare. E forse davvero l’Italia potrebbe sperare che “democratico” sia un modo d’agire, di vivere, di guidare una nazione,  invece che un mero aggettivo.

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Sui capi e la democrazia del basso

di Alessandro Gilioli

Il mio amico e collega Leopoldo Fabiani oggi propone, nel suo blog di libri, una coppia di saggi sullo stesso tema: il ruolo crescente del leader nella politica italiana.

Tema caldo: si sa che i partiti sono sempre più identificati nei loro capi carismatici, i cui volti hanno di fatto sostituito i vecchi simboli.

Uno dei due libri di cui parla Fabiani, quello di Mauro Calise, è stato entusiasticamente brandito sui social dai renziani, che vi hanno trovato un sostegno teoretico al ruolo totalizzante esercitato dal loro segretario e premier. La tesi di fondo è che oggi – nella società che non tollera più corpi intermedi – solo il rapporto diretto tra capo e cittadini può creare attaccamento emotivo e consenso. E che qualsiasi altra forma organizzativa quindi sa di vecchia burocrazia stantia.

Il ragionamento, visti i dati di realtà, sembra abbastanza inoppugnabile, quasi intuitivo. La personalizzazione della politica non è più, da tempo, una tesi: è la cronaca.

Tuttavia, contestualmente, avviene un altro fenomeno altrettanto rilevante della personalizzazione – e dovuto sempre all’azione disintermediante della Rete: e cioè l’accresciuta esigenza di partecipazione dei cittadini, che pure ha messo in crisi i vecchi meccanismi di delega.

Intendo dire che la disintermediazione non ha una faccia sola, ne ha due. Una porta alla leadership, alla personalizzazione; l’altra al coinvolgimento della base, alla democrazia dal basso.

Di certo, la vecchia “rappresentanza” collegiale esce distrutta da entrambe queste dinamiche; ma poi tra leadership e democrazia dal basso si crea inevitabilmente una nuova dialettica. Nascono nuovi instabili equilibri. Con diverse ipotesi e diversi tentativi di soluzione. Non è che tutto finisce con “ora comanda il capo”.

Citando l’altro libro, quello di Donatella Campus, Fabiani accenna ad esempio al caso di Podemos. Dove la questione della leadership è stata animatamente discussa nel congresso costitutivo e alla fine si è scelta una soluzione anomala: massima visibilità del leader e massima identificazione mediatica con lui, ma al contempo massimo del potere decisionale alla base con il voto on line degli iscritti (e scarsissimo potere invece ai circoli, strutture intermedie che hanno un compito solo di discussione e di elaborazione).

È un tentativo di creare una dialettica virtuosa tra le due dinamiche di cui sopra: personalizzazione mediatica e democrazia dal basso. Vedremo se funzionerà, ma almeno si vede che non è una strategia improvvisata, che ci sono dietro dei pensieri.

In Italia non abbiamo avuto, finora, tentativi altrettanto ambiziosi di elaborare un modello di leadership di medio-lungo termine che tenga conto di entrambe le dinamiche, personalizzazione e coinvolgimento dal basso.

Il Pd renziano ha tenuto conto solo della personalizzazione, cercando di imporla con la forza sui vecchi apparati intermedi. Il risultato è lo scontro quotidiano tra il leader tracimante e le resistenze di pezzi interni, con alcuni momenti in cui si sfiora il culto della personalità (tipo sul quotidiano del partito) proprio per abbattere le resistenze. Non è un meccanismo virtuoso, in realtà: l’assenza di attenzione alla seconda parte del processo in corso (l’esigenza di coinvolgimento dal basso) deprime il fermento, lo stimolo, l’attivismo. Come del resto si vede dalla pochezza e dai pasticci del Pd sui territori, nei comuni e nelle regioni. Ma come si vede anche dal tracollo degli iscritti. Nel Pd oggi è tutto affidato al battito del cuore del capo: come in Forza Italia al tempo di Berlusconi. E faccio presente che a Berlusconi Forza Italia non sta sopravvivendo.

Il Movimento 5 Stelle invece ha esaltato solo la seconda, delle due dinamiche sopra esposte: quella del coinvolgimento dal basso. Nel caso, tradotto nello slogan “uno-vale-uno”, dove Grillo svolgeva in teoria il ruolo di puro portavoce, privo di “liability” («è solo un comico»): in apparenza non doveva prendere alcuna decisione in proprio, essendo sovrana esclusivamente la Rete. Il fatto che poi invece sia stato creato un “direttorio” rivela tuttavia che non ha funzionato neanche questo sistema, aldilà delle polemiche sul ruolo reale svolto da Grillo o da Casaleggio. Il direttorio è infatti un tentativo di reintermediazione collegiale di una disintermediazione evidentemente non ben riuscita. Non rappresenta quindi, in prospettiva, un modello di leadership funzionante.

Una parola infine sulle dinamiche avvenute nella cosiddetta sinistra radicale, basate sull’esperienza abbastanza recente della lista Tsipras. Dove non c’era un leader o un volto mediatico (anzi, la sola idea veniva accolta con orrore), ma in compenso le candidature venivano decise nel chiuso di una stanza da una burocrazia di sei-sette persone. Riuscendo così a ignorare sia le esigenze di personalizzazione sia quelle di democrazia dal basso. Il contrario esatto di quanto oggi si deve fare: infatti la lista è esplosa un quarto d’ora dopo il voto.

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

 

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