Due lettere, ma non mi sento sconfitto

1 Dic

Sono quelle che, a distanza di pochi giorni, ho inviato al mio circolo di Ponte Milvio. Mai immaginando, dopo la prima, che avrei scritto la seconda. Ma così è la vita.
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Martedì 24 novembre 2015

Cari tutti,
la situazione del Pd romano appare pesante. I recenti fatti che hanno portato alla caduta della giunta Marino, le polemiche (anche aspre) che sono seguite, le prossime (forse) elezioni per eleggere il nostro nuovo sindaco – solo per nominare gli argomenti più rilevanti – dovrebbero indurre tutti noi a cercare vie d’uscita, proporre alternative, immaginare soluzioni che abbiano come unico obbiettivo il bene della città e del Pd.
In quest’ottica, l’iniziativa del circolo di san Basilio mi è parsa meritoria: anche se la discussione è stata a tratti aspra, ognuno – incluso l’ex-sindaco Marino – ha avuto modo di dare il proprio contributo per guardare al futuro con determinazione e un  ragionevole ottimismo.
Ciò premesso, ho pensato che il nostro circolo, che è sempre stato all’avanguardia nelle analisi come nei confronti – sempre ragionati e sereni – possa e debba far sentire la propria voce.
Non è aspettando miracolose soluzioni dall’alto dei cieli che faremmo il nostro dovere di militanti e individui pensanti. E neppure nascondendo la testa sotto la sabbia.
La rottura tra elettori e partito va sanata: noi non dobbiamo e non possiamo rassegnarci all’idea che non sarà possibile replicare lo straordinario successo di due anni fa, quando oltre al Comune furono riconquistati tutti i Municipi.
Questo il motivo per cui ritengo che sia il caso che anche a Ponte Milvio si inviti l’ex-sindaco per confrontarci con lui e trovare – insieme – le vie per ridare opportunità di rinascita a Roma e al Pd.
Chiedo pertanto una convocazione a breve termine del Direttivo per discutere la mia proposta.

Un affettuoso saluto.

Piero Filotico

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Martedì 1° dicembre 2015

Cari amici,
apprendo con amarezza che il direttivo del nostro circolo ha respinto la proposta di Marino Missirini di affrontare apertamente una franca discussione sui motivi che hanno portato all’attuale situazione di sconcerto e disagio nel partito romano. Pensavo che fosse nostro compito tentare di trovare vie d’uscita, soluzioni che abbiano come unico obbiettivo il bene del Pd e quindi di Roma.

In questa prospettiva, mi era parsa positiva l’idea di dare un nostro contributo per un progetto volto al futuro e alle prossime elezioni amministrative – come superare cioè l’impasse seguita alla caduta della giunta Marino –  confrontandoci con l’ex-sindaco senza guardare al passato, alle sue responsabilità, agli errori di tutte le parti in causa, ma invece cercando, insieme, le basi per una rinnovata unità; soprattutto mi era sembrata un’idea nel solco della tradizione del nostro circolo, da sempre un esempio di apertura verso tutte le posizioni.
Non è stato così. Non conosco i motivi che vi hanno portato a questa decisione, presa a maggioranza (anche questo un segno dei tempi? Ricordo che l’unanimità era frequente nei nostri odg) ma mi colpisce spiacevolmente il senso che c’è dietro il voto negativo: il rifiuto del dialogo.
Dovuto a cosa? Al timore di affrontare un tema scomodo, la sensazione di far qualcosa di sgradito ai vertici? Non ero presente e non avrei potuto votare, non avendo ancora rinnovato la tessera, ma per me (e non solo per me) la realtà che osservo è quella, sgradevole, di un circolo – scusate, una sezione –  che si è adeguato troppo rapidamente alla normalizzazione in corso in quel che resta del partito romano. E la conseguenza, preso atto di tutto ciò, non può che essere una.

Negli ultimi due anni ho percepito sempre più una frattura, dapprima lieve, che però andava man mano allargandosi. Dal siluramento di Prodi per il Quirinale (su cui è mancata ancora una volta una franca analisi) all’aver promosso al Parlamento consiglieri regionali maestri del consociativismo con la Polverini e mediocri funzionari del partito, dall’interessata e torbida opposizione a Marino un minuto dopo la sua elezione all’allegra imbarcata di figure discutibili e note per il disinvolto cambio di bandiera o per la provenienza da una destra faccendiera e corrotta, dal proliferare indisturbato delle correnti e delle filiere fino alla scoperta del marcio nel partito romano, è stata una discesa inarrestabile. E mai, dico mai, un confronto con la base, umiliata dal tentato coinvolgimento in una sfacciata e irreale ipotesi correità, mai un riconoscimento dei propri errori da parte dei vertici, mai (o non ancora) un signore delle tessere espulso dal partito che aveva inquinato.
Solo per dire delle vergogne più clamorose che in un altro partito, il Pd degli ideali, il Pd che avremmo voluto, avrebbero prodotto un terremoto. Non si parla più di ‘questione morale’. Nel Pd di oggi, come ha scritto un mio amico poco tempo fa “nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica”.

Dopo aver contribuito concretamente alla costruzione del Partito democratico, alla sua fondazione, e dopo otto anni di fedele militanza, riconosco con profondo e sincero rammarico che il tenue legame che ancora mi univa al partito si è lacerato. Debbo purtroppo ammettere che ormai il più pedestre conformismo ha preso il sopravvento e non c’è più spazio per quello che rappresentava la radice vitale del partito: il libero confronto delle idee. Mancando questo manca l’ossigeno, l’asfissìa è inevitabile: debbo lasciarvi, confortato tuttavia dalla convinzione che con molti di voi, prima o dopo, nelle battaglie per la libertà di pensiero ci ritroveremo sempre.

Con un caro saluto,
Piero Filotico

 

 

 

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