Renzi e le responsabilità

3 Giu

Queste elezioni scandiscono una verità inoppugnabile: il progetto di Renzi  di captare il voti della destra illuminata (più o meno) tagliando nettamente le radici con la  sinistra, è perdente. Per garantire quell’elettorato Renzi scelse la contrapposizione frontale con la sinistra del Pd e non solo: con tutto quello rappresentato dai vessilli irrinunciabili di questa parte dell’Italia, primi fra tutti i diritti del lavoro, la Costituzione, la scuola di Stato. Si è così alienato anche coloro che gli avevano temporaneamente affidato la loro fiducia un anno fa e tra questi i più esigenti sulla legalità, sulla trasparenza, sulla laicità, scandalizzati dal sostegno a candidati quantomeno discutibili.

I patetici sicofanti del Pd come la Serracchiani e il compagno di Playstation Orfini che parlano di vittoria ricordando il Pd che guida 17 regioni (ma dimenticano di dire quante di queste prima di Renzi e anche chi le ha vinte: Chiamparino, per fare solo un esempio), hanno i numeri sotto gli occhi?
1.811.346  Regionali 2015
4.264.691 Europee 2014
2.611.377  Politiche 2013
2.684,120 Regionali 2010
Il risultato ha quindi clamorosamente contraddetto il 41% delle europee: l’elettorato del Nord – quello dei ceti produttivi e del  voto d’opinione – ha lasciato il Pd per i 5 stelle o addirittura astenendosi. Chissà se l’ufficio studi di Renzi lo ha informato che ai due milioni di voti persi in un solo anno nelle sette regioni in cui si è votato ne corrispondono 5 e mezzo proiettati sul piano nazionale. L’ombra dell’Italicum-Porcellinum si allunga pertanto minacciosa sulle prossime elezioni nazionali, mostrando chiaramente i rischi di una legge elettorale impapocchiata e basata su certezze tutt’altro che consistenti, come Salvini e i 5 stelle hanno dimostrato.

Queste elezioni hanno anche chiarito altri punti. Che il partito della Nazione non esiste (o perlomeno che è ben al di là da venire); che l’elettorato respinge i compromessi e apprezza posizioni nette e coerenti: la crescita della Lega e la tenuta (tutto sommato) di Grillo ne sono la dimostrazione. Che candidati fedeli ma fragili (Moretti e Paita) non hanno neanche l’ombra dell’appeal necessario per le sfide proposte. Vale la pena di sottolineare come in Liguria si sia fatto di tutto per allontanare Cofferati e ridicolizzare poi Pastorino (ricordate le percentuali da prefisso telefonico?), quello stesso Pastorino cui oggi si tenta – rischiando il ridicolo – di imputare la sconfitta. E appare anche come l’astensionismo, un segnale colpevolmente inascoltato da tempo, sia diventato la scelta prioritaria di chi non si riconosce più nei partiti, mentre questo è il primo bacino di consensi cui il Pd deve tornare a rivolgersi, invece di inseguire il miraggio dei voti della destra.

Questo era stato affermato da molti e oggi pare ben più che verosimile, come riconosciuto anche dai maggiori commentatori:

Marco Damilano : “l risultato di questa notte riporta il Pd nei suoi confini. Non sfonda fuori dal suo bacino elettorale, anzi, sembra arretrare. Perde in Liguria, si ferma sotto la Lanterna, sulle sponde del Bisagno, oggi che fa caldo una bava d’acqua, in autunno torrente killer, dopo una serie incredibili di errori. Perde il vecchio Pd di Claudio Burlando, dominus per dieci anni e più del partito ligure, consociativo e immobilista. Ma perde anche il nuovo Pd targato Renzi, respinto da una parte di elettorato di sinistra che vota un altro candidato, anche il buon Luca Pastorino, non certo il carismatico Sergio Cofferati, pur di non appoggiare il partito. Il vecchio e il nuovo Pd si erano incontrati nella figura di Raffaella Paita, rigettata come troppo legata al vecchio da una parte di elettorato e come troppo renziana per un altro pezzo.
Per mesi Renzi ha messo nel conto l’ipotesi di veder nascere qualcosa alla sua sinistra. Lo aveva detto alla Leopolda nel mezzo dello scontro più duro, con la Cgil e con la minoranza del Pd sull’articolo 18: qualcosa di nuovo a sinistra nascerà. E io, il mio Pd, sottintendeva, lo sconfiggerà. Il progetto del Pd di Renzi è tutto qui. Perdere la vecchia sinistra per guadagnare altri pezzi di elettorato. Berlusconiani in fuga da Arcore. Elettori barricati nell’astensione. Giovani che hanno votato Movimento 5 Stelle, cui Renzi ha promesso una rivoluzione appena più dolce di un vaffa, ma forse più brutale”.

Massimo Gramellini (titolo illuminante: IncoeRenzi): “Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.
Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo”.

Ma trovo che il commento migliore sia senza dubbio quello di Ezio Mauro, che non dimentica le reponsabilità della sinistra del Pd:

“Col voto delle europee, con la debolezza degli avversari, con il credito renziano per il cambiamento, il Pd poteva profilarsi non solo come il partito di maggioranza relativa ma come la spina dorsale del sistema politico-istituzionale. E infatti il capolavoro dell’elezione di Sergio Mattarella aveva confermato il Pd nel ruolo di player centrale e indiscusso. Invece di capitalizzare questo risultato, con un patto interno al partito per affrontare una stagione forte di riforme condivise in Italia e in Europa, si è disperso un patrimonio politico, gettando al vento un’opportunità straordinaria. Ciò è avvenuto per una ragione ben più profonda del conflitto verticale tra Renzi e la sua sinistra, andato in scena pubblicamente ogni giorno. La ragione è culturale e sta racchiusa in una mancanza permanente e irriducibile di legittimazione reciproca. La minoranza considera Renzi un abusivo, non un Papa straniero ma il capo di un manipolo di invasori alieni, mentre è evidente che il premier ha legittimamente conquistato il partito così come legittimamente aveva perso le primarie contro Bersani. Questo atteggiamento porta al paradosso, per alcuni, di preferire una sconfitta del leader a una vittoria del partito. Dall’altro lato, Renzi in questi mesi ha diffidato più della sua sinistra interna che della destra berlusconiana, dimenticando che quella è una cultura e una classe dirigente fondatrice del Pd, dunque indispensabile alla sua storia, alle sue ragioni e al suo futuro. In realtà a ben guardare si contrappongono due logiche fortemente minoritarie: quella di una sinistra che fa gioco di interdizione invece di pensare in grande, nel campo aperto, parlando al Paese attraverso il Pd e aiutando-sfidando il premier con la forza delle idee del riformismo occidentale, non con il rimpiattino che trasforma ogni proposta del governo in una trincea d’opposizione; e quella del segretario del più grande partito italiano che incredibilmente si riduce a guidare solo la sua metà di stretta osservanza e si accontenta di comandarlo invece di rappresentarlo. Con il risultato di pensare a vincere più che a cambiare il Pd, soprattutto nel Mezzogiorno, dove si è lasciata marcire una situazione inconcepibile dal punto di vista della legittimità del capolista e della legalità di molti candidati impresentabili: favorendo infine la scomunica mai vista in Occidente di un capolista da parte della Commissione Antimafia a poche ore dal voto, con un’irritualità democratica che sa di guerriglia esportata dal partito alle istituzioni, come ha spiegato qui Roberto Saviano”.

E, più avanti così conclude:

“Se il partito della nazione vuol dire che l’albero e il fusto cresciuti saldamente nel campo della sinistra sanno prolungare le fronde fino al centro, allora è ciò che si aspettava da sempre, ciò che hanno fatto Mitterrand, Blair e anche Hollande parlando e convincendo ceti e interessi di centro in nome dell’identità risolta e sicura di una sinistra moderna, europea, occidentale, che vuole governare. Se invece il partito della nazione è il partito della sostituzione, con un trapianto centrista che soppianta i rami nati e cresciuti a sinistra, allora diventa un’altra cosa, e lascia sguarnita una parte rilevante e indispensabile del campo e di conseguenza del corpo elettorale, cambiando la natura dell’insieme. Le responsabilità del voto di domenica e della notte elettorale agitata del Pd sono di tutta una classe dirigente non all’altezza delle occasioni che la fase offriva, e che forse sono già svanite. Ma naturalmente la responsabilità maggiore sta al capo di quel partito, che ha oggi un enorme potere essendo anche capo del governo. Per continuare fino al 2018 c’è bisogno non solo del premier, ma anche del segretario del Pd, che spesso latita, e che invece deve imparare a usare lo strumento-partito nell’interesse del Paese”.

Applausi.

 

 

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Una Risposta to “Renzi e le responsabilità”

  1. noveatmosfere 06/06/2015 a 1:02 pm #

    Ciao, vorremmo consigliarti il nostro articolo in proposito, e il nostro blog! Puoi leggere l’articolo qui: http://noveatmosfere.com/2015/06/03/renzi-grillo-salvini-faust/

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