Un’ottima legge elettorale.

3 Mag

Non pretendiamo troppo: basta che sia una buona  legge elettorale. Tutto quello che ci serve e che  si chiede. Non la migliore e neppure una ottima legge: ripeto, solo una buona legge, per cui occorrono competenza, riflessione, confronto e soprattutto tempo.  Meglio una cattiva legge elettorale che nessuna legge, sento invece affermare gravemente da più parti. Confesso che non riesco ad essere d’accordo, vista l’inspiegabile fretta con cui si sta concludendo l’iter  e visto che la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia: entrerà in vigore il 1° luglio 2016, quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata. E allora, perché l’urgenza? Non c’era proprio altro su cui tenere occupato il Parlamento?

Lasciamo perdere. I capisaldi di una buona legge elettorale in una democrazia rappresentativa sono costituiti dal sistema di votazione e dal metodo per l’attribuzione dei seggi. Il primo è fondamentale e si basa su due alternative: il sistema maggioritario e quello proporzionale. Quest’ultimo è stato progressivamente abbandonato per evitare una eccessiva frammentazione dei partiti e dei movimenti politici. Il primo, e il più antico, è stato modificato (e migliorato)  con l’introduzione del sistema uninominale, per cui in ciascun collegio elettorale è in palio un unico seggio, che viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti, eliminando tutti gli altri. In Italia occorrerebbero 630 collegi, insomma. Poi si può avere la maggioranza relativa o assoluta:  nel secondo caso, qualora nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta dei voti al primo turno di votazioni, è previsto un secondo turno, di solito col ballottaggio tra i primi due.
Ora, se è vero che non si sfugge alla relazione “più governabilità = meno rappresentanza e viceversa”, è pure vero che a forti premi di maggioranza (ovvero meccanismi distorsivi) deve fare da contrappeso una forte riconoscibilità territoriale (non clientelare come con le preferenze).

Generalmente si concorda sul fatto che una legge elettorale basata sull’uninominale a doppio turno sarebbe l’ideale per il nostro Paese, soprattutto se approvata da una  maggioranza che abbracci il massimo possibile dell’arco parlamentare. tw Renzi MaggioranzaQuella che si sta discutendo alla Camera e che verrà presumibilmente approvata è invece tutt’altro.  Il Porcellinum – mi piace chiamarla così perché presenta troppi aspetti critici – se da un lato è certamente un passo avanti rispetto al Porcellum, un’indecenza che ha creato storture di ogni genere, non è tuttavia una buona legge: questa deve valere per tutti i partiti e per tutti gli elettori, non deve favorire smaccatamente  il partito di maggioranza del momento ma, al contrario, rappresentare le prevalenti volontà dei cittadini senza escludere i partiti minori, consentire di esprimere i migliori delegati in Parlamento  e soprattutto non deve umiliare la minoranza. E’ questa, infatti, cioè l’opposizione, il reale contrappeso e la possibile, futura alternativa di governo e in una democrazia realmente rappresentativa il suo ruolo va preservato perché solo attraverso il libero confronto delle idee si può ottenere il meglio dall’attività legislativa del Parlamento. Tutto questo, ovviamente, se l’assemblea è libera di agire, se non è condizionata dalle scelte effettuate nella sua composizione, se i leader sono illuminati e ispirati al meglio per la nazione anziché dalle loro personali ambizioni.

Troviamo tutto questo nel Porcellinum? Vediamone i principali aspetti.

  1. Premio di maggioranza. Alla lista che raccoglie almeno il 40% dei voti al primo turno viene attribuito il 55% dei seggi della Camera, pari a 340 deputati (su 630). In caso contrario, le due liste col maggior numero di voti vanno al ballottaggio e lo stesso premio va a quella vincente.
  2. Soglia di sbarramento. Chi non supera il 3% dei voti non viene rappresentato in Parlamento.
  3. La legge vale solo per la Camera a seguito della riforma del Senato.
  4. Collegi elettorali. L’intero territorio nazionale viene suddiviso in 100 collegi.
  5. Capilista: ogni partito indica per ogni collegio il proprio capolista.
  6. Preferenze: possono esserne indicate due con alternanza di genere per gli altri candidati della lista.
  7. I capilista possono candidarsi anche in altri collegi fino a un massimo di 10.
  8. Ripartizione dei seggi: proporzionalmente su base nazionale.

Italicum RECAP
Le obiezioni sono molte e si accentrano su alcuni punti.
La principale riguarda la figura del Presidente del Consiglio che riceverebbe un enorme potere dal combinato disposto di questa legge e dell’abolizione del bicameralismo con il Senato riformato, potendo contare su una più che solida maggioranza alla Camera. Lo ha ben spiegato il prof. Onida, presidente emerito della Consulta e lo ribadisce un altro autorevole costituzionalista, il prof. Ainis, : “L’Italicum determina l’elezione diretta del premier, consegnandogli una maggioranza chiavi in mano. Introduce perciò una grande riforma della Costituzione, più grandiosa e più riformatrice di quella avviata per correggere le attribuzioni del Senato. Ma lo fa con legge ordinaria, anziché con legge costituzionale . L’ avessero saputo, i nostri costituenti sarebbero saltati sulla sedia. Loro non volevano questa forma di governo, e infatti ne hanno stabilita un’altra. Dunque l’Italicum stride con la Costituzione vecchia, ma pure con la nuova. Perché quest’ultima toglie al Senato il potere di fiducia, e toglie dunque un contrappeso rispetto al sovrappeso dell’esecutivo“.

Un’altra critica riguarda il premio eccessivo riservato alla lista che raggiunga il 40% dei voti: viene da sorridere pensando a quella che nel ’53 venne chiamata ‘legge truffa’ perché assegnava un premio alla coalizione che avesse raggiunto il 50,1% dei voti, cioè la maggioranza assoluta. Lo ricorda Scalfari oggi, riportando le parole di De Gasperi: “Considererei un tradimento della democrazia trasformare in maggioranza una minoranza, fosse pure del 49 per cento”. Altri tempi: chissà cosa direbbe oggi del premio del Porcellinum. Ma torniamo a noi: il sempre crescente astensionismo  (mediamente il 40%) darà luogo a un partito di maggioranza solo di nome perché rappresenterebbe di fatto una minoranza degli elettori (il 40% del 60% dei votanti effettivi è uguale a un reale 24%). In caso di ballottaggio, poi, basta la maggioranza semplice (vince chi ha più voti)  e quindi c’è il rischio paradossale che la vittoria e il premio vadano ad una lista che registri ancor meno del 40% e sia pertanto ancor meno rappresentativa. Viene obiettato che dal Porcellum in poi con l’astensionismo avanzante è sempre stato così: vero, ma le coalizioni mettevano in parte riparo e comunque il bicameralismo consentiva che almeno al Senato le opposizioni potessero esercitare la loro funzione. Con il Porcellinum, poi, il saldo presidio del Parlamento verrà garantito dai 100 capilista che rappresenteranno i fedelissimi, la guardia scelta dell’imperatore (fate voi se di Napoleone o di Ceausescu), monteranno la guardia al gruppo parlamentare e alle commissioni camerali, pronti a cogliere (e a dimissionare) ogni minimo segno di dissidenza o diverso pensiero.

Agli elettori, nonostante tutte le promesse e le premesse, viene purtroppo e di fatto impedito di scegliere i loro rappresentanti. In effetti, il numero dei collegi limitati a 100, unitamente all’invenzione dei capilista (che perpetua l’indegna abitudine dei ‘nominati’), la loro presenza in più collegi (fino a 10)  che permetterà di operare la scelta finale su uno o l’altro dei secondi arrivati in lista e soprattutto la ripartizione dei voti proporzionalmente prima su base nazionale e poi locale riducono – per non dire che annullano – la scelta diretta dei candidati da parte degli elettori. In altre parole, è del tutto evidente che così facendo non si esalta il senso di responsabilità dei deputati, che – salvo le poche onorevoli eccezioni – sempre meno si sentiranno delegati del popolo per il popolo e sempre più sudditi del partito.

C’è ancora da segnalare una vistosa contraddizione data dal limite minimo del 3% per la presenza in Parlamento. Mentre da un lato si dichiara l’intenzione di ridurre la presenza dei micropartiti, dall’altro la si favorisce: ma a fronteggiare la massiccia maggioranza coi suoi 340 deputati saranno tutti gli altri partiti con i restanti 290. Come ha acutamente osservato Antonio Polito, avremo un “gigante con tanti cespugli”.  Cioè un’opposizione polverizzata, che sarà presumibilmente incapace di reagire e dialogare, visto anche che ormai sembra vigere il principio per cui la maggioranza (meglio, il suo leader) ha sempre ragione. Due anni fa, in epoca non sospetta, un illuminato articolo di Davide Ricca anticipava la questione: “Sarebbe un errore ridurre il cambiamento alla sola questione della premiership, sottovalutando le potenzialità in termini di idee e di intelligenze che potrebbero giungere da un partito rinnovato nelle persone e nelle forme. Quello che è certo è che se alla vocazione maggioritaria si sostituirà, ancora una volta, la scelta conservativa, il PD non sopravvivrà nel lungo periodo“.
Purtroppo sta avvenendo l’esatto contrario. Da sempre il dialogo è stato il metodo dell’uguaglianza e forma del discorso di verità: la prevaricazione (sotto le mentite spoglie della ‘decisione’) porta alla riduzione di spazi (cioè maggiore astensionismo e a ridotta fiducia nei partiti)  e di capacitá (cioè potere dell’elettore). In sintesi è la via più breve per la disuguaglianza e la menzogna, con le immaginabili derive populiste (se tutto va bene).

Queste le maggiori obiezioni, ma non si può mancare di osservare che esistono anche altri aspetti. Il primo riguarda il Presidente della Repubblica. Che farà il severo e pensoso Mattarella, già attento giudice costituzionale? Poi ci sono l’eventuale ricorso alla Corte Costituzionale e infine il possibile referendum.
Forse è poco e comunque sono solo speranze. E’ tutto quello che resta? No, nient’affatto: ci siamo noi, i cittadini.
Ci vediamo lunedì 4 maggio, davanti a Montecitorio.

petizione Italicum

http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/2015/04/30/lultimo-miglio-firma-la-petizione-e-partecipa-al-presidio-4-maggio/

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