Il mio primo 25 aprile

13 Apr

Il mio primo 25 aprile affonda le sue radici molto in là nel tempo, tanto che non lo posso ricordare con precisione, Di sicuro avvenne nella mia adolescenza, penso tra i quattordici e i sedic’anni, quando quel misto disordinato tra racconti in famiglia, lettura della 25 aprile sempreCostituzione (mi ci imbattei per caso nel libro di educazione civica che, ancorché prevista nei programmi,  non veniva insegnata e fu un amore a prima vista), i dialoghi con gli amici, le prime riflessioni sulla giustizia sociale e la solidarietà, tutto questo dicevo si incontrò e cominciò  a dar forma alla mia coscienza politica. Sì, penso proprio che fu allora che nacque in me il germoglio del cittadino consapevole, un germoglio che aspettava solo il primo alito della primavera per schiudersi.

Il mio primo 25 aprile fu a Porta san Paolo. A me, arrivato da poco a Roma, fu fatta leggere da amici e compagni la targa che ricorda l’eroica e disperata battaglia dei romani avvenuta il 10 settembre del 1943.  Ricordo che mi commossi e sentii un brivido: “…soldati di ogni arma, cittadini di ogni ceto, guidati solo della fede si opposero al tedesco invasore, additarono agli italiani le vie dell’onore e della libertà” .resistenza Brecht

” Le vie dell’onore e della libertà”, Non c’è alcuna retorica in queste parole, perché davvero quella mattina operai e soldati, studenti e professori, uomini e donne, giovani e anziani sentirono spontaneamente dentro ognuno di loro che era giunta l’ora di reagire e rialzare la testa; così rovesciarono i tram, alzarono le barricate e si batterono a viso aperto contro l’organizzato esercito tedesco. Ne morirono quasi quattrocento e tra loro più di quaranta donne, ma a Roma era nata la Resistenza. Ed io decisi quel 25 aprile che non avrei mai dimenticato cosa era stato, per il nostro popolo, quel momento di riscatto generale.

Non ricordo gli oratori di quel giorno, mi pare che uno fosse Riccardo Lombardi, che sarebbe divenuto poi uno dei miei riferimenti politici, ma rammento benissimo la folla, il palco in legno, il tricolore e le bandiere rosse del PCI e del PSI al vento, quelle verdi, rare, dei repubblicani. E ricordo gli altoparlanti che gracchiavano,  i fazzoletti al collo dei partigiani, l’Internazionale e Bella ciao cantate a gola spiegata da migliaia di persone insieme, l’energia e la passione quasi palpabili.  Da allora ne ho mancati pochi di quegli anniversari: solo quando sono stato all’estero o trattenuto da cause più forti della mia volontà. Però partecipavo lo stesso idealmente e seguivo per radio o per tv i resoconti, rileggevo il giorno dopo le cronache e i discorsi, e sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione, come fosse la prima volta.R. continua

Sta di fatto che nella mia famiglia l’antifascismo aveva radici. L’8 settembre del ’43 aveva colto mio zio, tenentino di prima nomina appena uscito dalla Nunziatella, in Francia col suo reggimento. Stavano per andare a cena e andò in bagno con due colleghi per lavarsi le mani: da lì sentirono i tedeschi che facevano irruzione nella mensa ufficiali e arrestavano tutti. I tre fuggirono dalla finestra nella notte così com’erano, solo con la divisa, senza denaro e senz’armi, e si dettero alla macchia. I nonni mi raccontarono poi del lungo silenzio pieno di angoscia, fin quando tre mesi dopo arrivò una cartolina con una ben nota calligrafia: “Auguri di Buon Natale, vostro nipote Andrea”. Era mio zio che faceva sapere di essere vivo. Mio zio in realtà si chiamava Luigi, ma non voleva lasciar tracce e allora si firmò col nome di un amato fratello di mia nonna. In quel periodo tutta la mia famiglia risiedeva a Como, perché mio nonno era stato trasferito presso la tenenza della Guardia di Finanza di Chiasso, dopo quindici anni di presidio di quella di Napoli. Qui erano rimasti in un primo tempo i miei genitori, che si erano sposati poco prima, ma quando cominciarono i bombardamenti sulla città anch’essi pensarono bene di rifugiarsi dai nonni al nord. E così a Como, nel gennaio del ’42, ero nato io. La cartolina veniva da Cuneo e raffigurava un albergo: era un messaggio in codice e mia nonna si mise subito in viaggio con abiti borghesi e denaro per lo zio. Mio nonno non poteva muoversi: era sospettato di aver aiutato più di una famiglia di ebrei a passare la frontiera per rifugiarsi in Svizzera – cosa che aveva realmente fatto – e stava passando dei guai seri col comando e soprattutto con l’OVRA.  La nonna passò due giorni in quell’albergo di Cuneo senza muoversi fin quando una sera vide una figura che la osservava da dietro la vetrata: era mio zio. RESISTENZA fedeltàDopo la fuga, lui e i compagni avevano passato momenti terribili. Senza soldi e abiti adatti si muovevano di notte per tornare in Italia e di giorno stavano nascosti. Raramente riuscivano a mangiare, talvolta rubavano frutta o uova ai contadini. Giunti nei pressi del confine trovarono una guida che accettò di portarli in patria attraverso le montagne e che pagarono con  orologi e catenine d’oro. Ma la notte mentre riposavano la guida li abbandonò e dovettero trovarsi la strada da soli. Arrivati in Italia, si separarono per non dare nell’occhio e lo zio scelse di scendere verso Torino dove aveva amici del corso all’accademia. Fu la sua fortuna: incontrò quasi subito uno dei primi gruppi di partigiani e si unì a loro per qualche tempo, ma cercava sempre il modo di far avere notizie ai genitori e fu così che gli venne l’idea della cartolina da Cuneo.

La nonna e lo zio tornarono a Como separatamente e lui rimase nascosto fin quando, entrato in contatto con la Resistenza, andò a far parte di una brigata di partigiani sulle montagne del comasco, per lo più ufficiali che avevano respinto l’invito della Repubblica di Salò a militare nelle sue file. Ho qualche flash di memoria di quel periodo, come può capitare a tutti: da bambini si resta colpiti da qualcosa che talvolta riemerge poi nell’età adulta. La guerra si era spostata al nord e sento ancora oggi il rombo assordante di uno stormo di aerei alleati che andavano a bombardare Milano; noi che scendiamo in una cantina male illuminata adattata a rifugio antiaereo dopo l’allarme dato dal sinistro ululato delle sirene; il vento in faccia durante una passeggiata in bicicletta con mia madre, seduto in un seggiolino posto sul manubrio: lei mi racconterà poi, stupita della mia memoria, che quella volta aveva nascosto nel mio pannolino un messaggio della resistenza per il gruppo di mio zio, per cui faceva la staffetta. Ma più di tutti ho il ricordo cupo di una fredda e plumbea mattina, un cortile con un fuoco al centro e intorno dei militari in divisa nera che fumavano, mio zio pallido e gonfio in viso in una stanzetta male illuminata e mia madre e la nonna in lacrime. Una spia aveva tradito e i fascisti repubblichini avevano operato un pesante rallestramento; dopo un intenso scontro a fuoco i partigiani superstiti erano stati catturati e imprigionati a Milano, dove  erano stati condannati a morte come disertori.

Mia nonna era austriaca, o meglio, altoatesina di Egna in provincia di Bolzano, nata nel 1891 sotto Francesco Giuseppe e infatti non imparò mai bene l’italiano.  Mio nonno l’aveva conosciuta quando vi era stato trasferito con le truppe italiane occupanti subito dopo la Grande guerra dove lui aveva combattuto come alpino.  Nonostante fosse più giovane di lei (era del 1895) l’aveva conquistata dopo una romantica passeggiata in calesse che si era trasformata in avventura quando il cavallo si era imbizzarrito e lui per fermarlo si era buttato da cassetta tra le stanghe. Raccontavano entrambi ridendo come pazzi che quando il cavallo si era finalmente fermato lui si era lasciato cadere in terra fingendosi morto e lei angosciata l’aveva abbracciato chiamandolo disperatamente per nome. Al che lui aveva socchiuso gli occhi e aveva sussurrato: “baciami e almeno morirò felice”.

Il passaporto dei miei nonni

Il passaporto dei miei nonni

Qui le versioni divergevano. Secondo il nonno lei aveva capito benissimo che era una manfrina e non aspettava altro che la scusa; secondo lei invece, lui era stato il solito  italiano mascalzone e bugiardo che l’aveva sedotta con l’inganno. La verità è che il loro fu un grande amore che durò una vita: lei, una bella ragazza molto corteggiata, figlia di un ricco possidente che detestava gli italiani, fuggì di casa e così vissero per diversi anni senza sposarsi perché i regolamenti dell’epoca della Guardia di Finanza vietavano il matrimonio prima di una certa età (o qualcosa del genere, non ricordo bene) e furono un vero scandalo per la rigida morale del tempo e del luogo. Si amarono senza riserve tra litigi e riappacificazioni continue e la gelosia di lei (che forse aveva avuto qualche ragion d’essere negli anni della gioventù: il nonno un po’ libertino lo era, mi aveva confidato mia madre una volta) diventò irragionevole nella loro vecchiaia. Fatto sta che scopavano allegramente come ricci anche in età avanzata: quando nel ’52 i miei genitori si separarono, con  mia madre e mio fratello andammo ad abitare per i primi tempi a casa dei nonni, che nel frattempo si erano definitivamente sistemati a Roma, e più di una volta colsi rumori sospetti giungere dalla loro camera da letto che divennero inequivocabili quando, qualche anno più tardi, cominciai a conoscere le cose della vita. Fu una di quelle unioni perfette, come in un film. Quando nel ’71 il nonno morì, lei crollò di schianto, anche nel fisico, si incurvò facendosi piccola piccola. Meno di un anno dopo ebbe un giramento di testa mentre stava in finestra al terzo piano.  Almeno così dissero e mi fu impedito di andare a salutarla per l’ultima volta.

Ma tutto questo c’entra poco, salvo che per le origini di mia nonna. Una sua stretta parente austriaca era generalessa di non so quale importante ordine di suore ed a lei si rivolse per chiedere aiuto per mio zio che avrebbe dovuto essere fucilato di lì a poco. La suora si rivolse allora all’arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, che intervenne presso l’alto comando tedesco e ottenne la sospensione provvisoria della pena. Nel frattempo i partigiani avevano registrato diversi successi sul campo catturando a loro volta parecchi ufficiali nazisti e fu avviato un negoziato per uno scambio di prigionieri. Fu così che zio Luigi la scampò. Tornò subito in montagna e pochi mesi dopo sfilava trionfalmente con la sua brigata per le vie di Milano finalmente libera.

A pensarci bene, ora, fu quello il mio primo 25 aprile. Sia pure indirettamente e assolutamente inconsapevole, quel giorno ero lì. Tutto si spiega.

25 aprile Milano

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