1992: a chi piace, a chi no.

8 Apr

Comunque serve.  Chi lo trova artefatto, chi sforzato, chi perfetto nel dipingere un momento storico. Le opinioni divergono, ma a mio sommesso avviso il merito della serie di Sky è un altro. Di fronte allo tsunami di corruzione che sta oggi sommergendo l’Italia, la nostra fragile economia, il nostro già scarso senso civico,  serve per far ricordare un momento in cui tante anime belle e probi cittadini hanno potuto sperare in una nazione che rialzava la testa dal putridume e far immaginare che sia ancora possibile risorgere.

Mentre stavo pensando a come proseguire su queste modeste riflessioni, mi sono imbattuto in questo articolo di Severgnini sul Corriere della Sera e ho trovato tutto quello che cercavo faticosamente di dire e  anche, ovviamente, magistralmente espresso. Così ho lasciato perdere.  Eccolo qui, integrale.

 

La nazione smemorata e la serie televisiva che l’aiuta a ricordare

Accusata da chi l’ha confusa per resoconto storico, la fiction dipinge Tangentopoli e le sue complessità. Se pure poco è mutato, evitare l’oblio non è poca cosa

di Beppe Severgnini

«1992» non è solo il titolo di una serie televisiva (Sky). Non è anche l’anno di nascita di mio figlio (Antonio). È la datazione di un’illusione: l’Italia, in quel momento, voleva cambiare. Un’illusione durata poco. Abbiamo imparato a protestare, a indignarci, a illuderci ogni tanto. A cambiare, non ancora.

«1992»: Tangentopoli diventa una fiction: i protagonisti e i volti degli attori

Nel 1992, quand’è esplosa Tangentopoli, lavoravo a il Giornale con Indro Montanelli, venivo da tre anni in cui avevo visto rovesciarsi il mondo: Europa dell’Est, Russia, Cina.Sembrava che in Italia fossimo sulla stessa strada. Sembrava che avessimo capito: non potevamo pretendere servizi occidentali con una corruzione mediorientale. Avevo 35 anni. Come tanti coetanei e colleghi, ero ottimista. Dicevamo a Montanelli: cambia tutto! Lui ci guardava e sorrideva: «Alla vostra età avete il dovere di illudervi. Ma, alla mia, ho il dovere di avvertirvi: cambierà poco». È andata così. È cambiato poco. Qualcuno dice: nulla.

La serie televisiva di Sky, «1992», racconta com’è nata quell’illusione.Ci aggiunge sesso, battute e melodramma. Ma centra il bersaglio, come ha riconosciuto Claudio Martelli sul Corriere di sabato 4 aprile. Gli anni Ottanta avevano trasformato la corruzione da episodio patologico a normalità fisiologica, che manteneva la politica, arricchiva i politici, appesantiva la spesa pubblica. Un gruppo di magistrati di Milano intervenne, mescolando codice penale, senso civico e protagonismo: così nacque l’operazione «Mani Pulite». Bossi e la Lega la cavalcarono e, all’inizio, la protessero. Silvio Berlusconi, perduto l’appoggio dei socialisti plurinquisiti, si spaventò, si mise in proprio e fondò Forza Italia. Il resto, più o meno, lo sappiamo. Un riassunto semplicista? Forse. Ma a un ragazzo, oggi, non puoi spiegare le ingenuità dei referendari o il cinismo diabolico di Marcello Dell’Utri. Devi aiutarli a capire, però. Una cosa su tutte: «Mani pulite», con i suoi eccessi, fu un tentativo collettivo di cambiare. Non un golpe giudiziario, come sostiene qualcuno, preoccupato di proteggere i propri protettori. I quali, grazie a questa confusione, continuano imperterriti a trafficare, a imbrogliare, ad arricchirsi. Gli sprechi osceni della Maddalena, dell’Aquila e del Mose di Venezia lo dimostrano.Una serie televisiva è una serie televisiva.Tautologia necessaria, perché qualcuno insiste per prenderla come un resoconto storico. È chiaro che l’imprenditore Mainaghi è la sintesi di alcuni personaggi finiti tragicamente. È evidente che non c’era una bella signorina pronta a spogliarsi pur di arrivare in tivù (ce n’erano molte di più!). È ovvio che Mario Segni non sia stato spaventato da tre escort in un ristorante (anche perché non le avrebbe riconosciute). Ma la serie televisiva «1992», ripeto, è efficace. «Quelle erano le ragioni e quella era Milano» potremmo dire, parafrasando Leonard Cohen (Chelsea Hotel n.2).

Anzi: Sky dovrebbe proseguire su questa strada. Quante cose da raccontare nelle serie televisive «1993» e «1994»! Un’Italia in burrasca che ho visto da vicino e da lontano. Alla Voce, dove ci siamo rifugiati con Montanelli dopo la «discesa in campo» di Berlusconi. Da Londra, dov’ero distaccato all’Economist. Da Washington DC, dov’ero andato come corrispondente. Quante volte ho cercato di spiegare agli inglesi, agli americani e agli stranieri che non dovevano condannarci frettolosamente. Tangentopoli era la malattia, Mani pulite la brutale terapia: dimostrava, se non altro, che volevamo curarci.

Cercavo di convincere loro per convincere me stesso. Temevo, infatti, che l’indignazione civile diventasse rissa politica; che s’alzassero le cortine di fumo interessato; che l’Italia, confusa, dimenticasse presto tutto. Dimenticasse i nomi dei politici e degli amministratori corrotti, sui cui arricchimenti personali sappiamo ancora poco.Dimenticasse i corruttori, che falsificavano la concorrenza e costringevano altri imprenditori a scegliere: pagare o soccombere. Dimenticasse i media servili o faziosi, l’opinione pubblica volubile, i magistrati passati in politica con troppa disinvoltura, alimentando sospetti. Dimenticasse che avremmo potuto essere diversi, ventitré anni dopo: e invece siamo in ansia e in pena per le stesse cose. Ecco perché «1992», la serie televisiva è una buona cosa.Aiuta la nazione senza memoria a ricordare. Non è poco, credetemi.

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